DI ME… parte prima

Ringrazio la “Dante Alighieri” di Copenhagen, di avermi dato l’opportunità di creami un piccolo ritaglio-spazio dedicato alla poesia.

… Mi presento: mi chiamo Pablo Paolo Peretti (Paolo Peretti) il Pablo aggiuntivo, è nato nel 1972 e nessuno poi mi chiamò più con il mio nome di battesimo.

Ero speaker in una radio locale molto conosciuta nel veneto, e quando mi presentai ai microfoni della stessa per leggere le notizie regionali, mi emozionai aggiungendo involontariamente la lettera B al posto della O… e da quel giorno mi porto appresso due nomi uguali ma diversi, che mi rappresentano, come rappresentano l’essere umano e le sue contraddizioni.

Il Pablo lascia libero il Paolo e viceversa; giocano assieme e vanno d’accordo, ed io li guardo divertito, come un padre che tiene d’occhio i propri pargoli.

Gianfiore, il papá di mio padre, era chiamato da tutti il “poeta”. Scriveva bene, amava la letteratura e recitare poesie o regalarle.

Conosceva a memoria tante delle stesse, e non mancava occasione per citare i suoi componimenti o quelli dei poeti classici in ogni occasione.

Mio padre odiava più che la poesia (ne era affascinato) i poeti, ritenuti perversi e senza alcuna voglia di lavorare veramente.

Fu così che sposò Elena… e mia madre, pensa un po’, era poetessa. Mia mamma lavorava sdoo e nei ritagli del suo tempo libero si dedicava con passione a scrivere versi; tantissime composizioni che ancora conservo gelosamente.

Poi si sa; la poesia (per chi non lo sapesse) è una malattia contagiosa e dei tre fratelli, quello di mezzo (io) ne venni infettato.

Scrivevo per sfogo, come quasi tutti gli adolescenti fanno, poi cominciai a capire, dopo anni e anni di lettura che i bei pensierini o metafore, non erano poesia, ma semplici esercizi per imparare a scriverla.

Cominciò un periodo di impazienza e di voglia di mettermi in gioco, accecato anche da un esagerato ego fuori luogo.

Scrivevo cose “divertenti” per due mensili nazionali che da semplice lettore mi inserirono nei loro giornali e mensilmente con i miei pareri e sciocchezzuole glamourose mi invitarono a Milano con tanto di foto …insomma il tuttologo della porta accanto… ma non era questo che volevo.

Una micro “fama” spesa in qualcosa che non era la mia essenza, non era la mia aspirazione.

Volevo sentirmi dire “bravo poeta” per i miei meriti.

Per essere riconosciuto tale e con una impertinenza e sicurezza da circo, presentai la mia prima raccolta a uno dei più importanti critici letterari italiani… il quale, con un pacca sulla spalla mi disse “E’ meglio tu cambi hobby. La poesia non è ancora entrata in questi pensierini buttati qua e là. Ti consiglio di smettere di scrivere e leggere almeno per due tre anni”… e mi regalò una lista di libri da fare mia e da leggere con calma.

Tornai da lui dopo quattro anni e mi disse, dopo avermi nuovamente letto, che ero pronto… avevo finalmente trovato il mio stile, e le mie composizioni si potevano chiamare poesie.

Un regalo bellissimo, che mi insegnò a diventare umile, a studiare ancor di più e a mettermi in discussione “sempre”.

Non mi appellai (e tutt’ora ho un certo pudore) mai più a poeta; quello me lo imposero quelli che di poesia se ne intendevano e che mi vollero nei loro libri.

Paola Calvetti scelse per ben due volte, alcune mie composizioni, per due suoi libri editi Mondadori.

Furono lette alcune mie poesie a RAI TRE.

Poi collaborai con un libro scritto a tre mani che parlava di cucina, ricette e poesia che ebbe un buon successo.

Poi uscì la mia prima raccolta in inglese italiano “Aeroporti affollati e stanche regine” “Crowded airports and tired queens” che ebbe l’anteprima e la première qui a Copenhagen e poi di seguito in Italia.

Mentre sto scrivendo questa mia presentazione, sto preparandomi psicologicamente e felicemente nel vedere nascere il mio prossimo libro “Cinque streghe danesi e un poeta” “ “Fem danske hekse og en digter” … che poi vi spiegherò a libro stampato …

Ma niente è statico a casa mia; dentro di me.

Ho terminato un’altra raccolta bilingue inglese e italiano e sto portando a termine un romanzo che sto scrivendo da due anni.

Se mi posso considerare un poeta?

Penso di si.

Ho il mio modo di vedere e scrivere le cose.

Il mio minimalismo nel descrivere i nostri tempi, emozioni, rabbie e speranze.

Parlo la lingua del tempo che mi appartiene, in maniera semplice che non significa banale.

La semplicità e la facoltà di essere letto e capito da tutti è il mio “modus operandi”.

Sono figlio del tempo che vivo, non potrei mai, fare dei paragoni con quello che è già stato scritto; erano anche altri tempi e situazioni.

I miei versi nascono spontanei, quasi sempre mentre cucino.

La cucina è il mio studio, il mio posto preferito per scrivere, mentre con occhio attento controllo i tempi di cottura di quello che sta cucinando sul fuoco.

Le mie passioni, vanno di pari passo.

Anche il lavare i piatti a mano mi porta a meditare, entrare in trance e pensare a cosa scrivere dopo.

Anche il mio letto diventa fonte di ispirazione.

Film, libri, documentari … tutto per entrare comodamente sdraiato in mondi ancora da scoprire, cose e situazioni da fare mie e che non conoscevo.

La mia ammirazione verso chi è bravo nello scrivere versi o in generale per chi sa emozionarmi con la scrittura, è anche un incoraggiamento per migliorarmi.

Adoro leggere bei componimenti, e oltre ai miei “esperimenti poetici” , vi proporrò anche dei poeti italiani che sono eccezionali e che hanno un bisogno esagerato di essere compresi e letti anche da voi che adorate le belle parole.

Scrive di me Maria Pinna , scrittrice e critico letterario:

“…Ritmo semplice e disincantato insieme, efficace, di immediata assimilazione, vagolante infiniti dalla sfumatura nostalgica e ribelle.

La poesia di Pablo Paolo Peretti colpisce per i versi freschi e senza orpelli, per la lettura universalmente intimistica della vita. L’autore ha infatti la capacità di universalizzare sensazioni individuali proprie del sé, trasceso ad hoc, attraverso un linguaggio visivo , ricco di particolari veicolanti un senso che va comunque oltre la materia per esprimere l’idea della persistenza della caducità, del dolore e del colore vitale insieme, attraverso un sapiente gioco di contrasti e disillusioni” .

Alla prossima puntata 

ppp

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