Come fa il cuore, quando si è sbagliato?


Quando mi capita di ascoltare distrattamente le inconfondibili note delle sue canzoni e la sua voce alla radio, per strada o al supermercato, per un attimo dimentico che sia morto, perché Pino Daniele c’è sempre stato nella mia vita, da quando ero solo una bambina, fino a tre anni fa, quando si è spento all’improvviso, lasciando attoniti e affranti i fan e i colleghi del mondo musicale e artistico.

Nato a Napoli nel 1955, in una famiglia modestissima, fin da piccolo Pino Daniele manifestò la sua passione per la musica ed imparò a suonare la chitarra da autodidatta. I suoi primi lavori furono influenzati fortemente dalle tradizioni e dalle sonorità partenopee e mediterranee e contengono brani che hanno caratterizzato la sua identità artistica, come “Napule è”, che egli scrisse a soli 18 anni, e che è diventato un’icona per l’intera città di Napoli.

Negli anni immediatamente successivi la sua tecnica strumentale e compositiva fu contaminata dalla musica rock, dal jazz di Louis Armstrong, dal chitarrista George Benson e, soprattutto, dal blues. Questa sua passione, per generi musicali tanto diversi tra loro, fece di lui uno dei musicisti più innovativi e creativi nel panorama della musica italiana Con una personalissima interpretazione e sintesi fra elementi musicali e linguistici assai differenti, diede origine a un nuovo stile, che lui stesso denominò “tarumbò”, frutto della mescolanza fra tarantella e blues.

Nel corso della sua quarantennale carriera, collaborò con decine di artisti italiani e internazionali, come Francesco De Gregori, Claudio Baglioni, Gino Paoli, Eros Ramazzotti, Jovanotti, Luciano Pavarotti, Eric Clapton, Simple Minds, Carlos Santana, Bob Dylan, per citarne alcuni, ma quello accanto al quale mi piace ricordarlo è Massimo Troisi. I due artisti partenopei, legati da una fraterna amicizia e, purtroppo, dalla medesima patologia cardiaca, lavorarono insieme più volte: nel 1981, Pino Daniele compose le musiche di “Ricomincio da tre “, nel 1987 quelle di “Le vie del Signore sono finite”, nel 1991, infine, quelle di “Pensavo che fosse amore…invece era un calesse”, della cui colonna sonora fa parte il celebre brano “Quando”.

Era il 4 giugno 1994 ed io rientravo dalla festa di compleanno di una mia compagna di classe, quando seppi che Massimo Troisi era morto e fui colta da una profonda tristezza, da un senso di vuoto e smarrimento dinanzi all’idea che un artista come lui potesse essersene andato così, in un soffio, che il nostro “pulcinella senza maschera“ non ci avrebbe mai più regalato nuovi sorrisi, nuovi spunti di riflessione, nuove emozioni.  Le stesse sensazioni che provai nuovamente il 4 gennaio 2015, apprendendo della scomparsa di Pino Daniele.

Oggi, un nodo mi stringe la gola ogni volta che penso all’uno e, subito, mi torna in mente l’altro e li immagino vicini, ovunque si trovino adesso, mentre cantano insieme “O ssaje comme fa o’ core” (lo sai come fa il cuore), poesia scritta da Troisi e musicata da Daniele, dedicata a quel cuore generoso che li ha resi grandi, ma che si è sbagliato e li ha traditi, strappandoceli via troppo presto, quando avrebbero avuto ancora così tanto da donare al mondo.

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