Archivio mensile Maggio 2018

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: l’isola di Ischia (parte prima)

Con vero piacere, vi racconterò un po’ dell’isola di Ischia, che per anni è stata meta delle vacanze dei miei genitori e di cui serbo alcuni ricordi dei più teneri ricordi della mia infanzia.

Ischia è la più grande dell’arcipelago delle isole Flegree e si trova nel mar Tirreno, all’estremità settentrionale del golfo di Napoli, a poca distanza da Procida e Vivara.

Nota fin dall’antichità con il nome di Pithecusa, le sue origini vulcaniche le conferiscono delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: antichissime sorgenti termali sgorgano direttamente sulla spiaggia, formando vasche naturali in cui le acque del mare si mescolano a quelle terapeutiche, famose in tutta Italia già nel Cinquecento, per le loro proprietà rigeneranti; sulle sue montagne, getti di vapore sulfureo la rendono un grande aerosol naturale, con grandi benefici per le vie respiratorie.

L’isola di Ischia, dunque, è un vero paradiso non solo per i paesaggi mozzafiato, per il connubio tra il suo bellissimo mare e il monte Epomeo, ma, soprattutto, per la salubrità dell’aria e le sue acque “miracolose”, a cui si aggiungono l’arte e la storia dei luoghi, il folklore e l’enogastronomia partenopea, che rendono ogni soggiorno, in qualunque stagione dell’anno, indimenticabile.

Amministrativamente, l’isola è divisa in sei comuni: Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Barano d’Ischia e Serrara Fontana

Il comune di Ischia è il più popolato dell’isola e abbraccia l’intera area a nord-est. Si divide in due frazioni, poco distanti tra loro, Ischia Porto e Ischia Ponte. È qui che si snoda la strada principale dell’isola, via Roma, luogo privilegiato dello shopping, tra negozi tipici e chiese, come quella di Portosalvo, quella di San Pietro e la cattedrale di Santa Maria dell’Assunta. Costeggiando le spiagge, passando dinanzi al museo diocesano, attraverso il borgo di Celsa, si giunge al piazzale delle Alghe, alle pendici del magnifico Castello Aragonese.

Questo comune offre ai visitatori bellissime spiagge, adatte a tutte le esigenze.

La spiaggia del lido abbraccia buona parte di Ischia Porto. È una delle spiagge più frequentate, perché è vicina al porto e a pochi passi da via Roma. Agli stabilimenti privati si alternano grandi aree di spiaggia libera ed è particolarmente adatta alle famiglie con i bambini, grazie ai suoi fondali bassi e alla sabbia fine; è comoda anche per i diversamente abili, poiché molti stabilimenti balneari offrono la passerella fin su la riva e servizi utili ai portatori di handicap.

A ridosso di Ischia Porto, vi è la spiaggia dei Pescatori, famosa perché lo scrittore Erri De Luca vi ha ambientato uno dei suoi romanzi più belli, “Tu, Mio”. È una pittoresca e tranquilla spiaggia di sabbia dorata con un paesaggio molto suggestivo, tra il Castello Aragonese, le casette colorate del borgo della Mandra e le isole di Procida e Vivara ben visibili al largo. I fondali degradanti e sabbiosi sono molto confortevoli per fare il bagno e, anche qui, gli stabilimenti privati si alternano a tratti di spiaggia libera.

L’incantevole spiaggia di Cartaromana è situata nell’omonima baia che ospita nei suoi fondali un vero e proprio tesoro faunistico e archeologico, la città sommersa di Arenaria. È poco frequentata, perché può essere raggiunta solo percorrendo un sentiero di gradini di pietra lavica o prendendo un taxi boat ad Ischia Ponte, ma una volta raggiunta ci si ritrova in un piccolo angolo di paradiso, con sabbia fine e mare cristallino, tra il Castello Aragonese, la Torre di Michelangelo e gli scogli di Sant’Anna. Qui è possibile fare l’esperienza del bagno caldo, grazie all’effetto di una fumarola termale sottomarina.

Percorrendo un piccolo sentiero immerso nei colori e nei profumi di glicini e buganville, si raggiunge la spiaggia degli inglesi, che, probabilmente, deve il suo nome al fatto che furono proprio questi i primi turisti a frequentare quest’oasi di pace, raggiungibile anche via mare. La spiaggia degli inglesi presenta piccole insenature e grotte da esplorare con maschera e boccaglio e offre agli amanti dello snorkeling un vero spettacolo sommerso.

Una delle storiche spiagge libere del comune d’Ischia è quella del muro rotto, sul cui arenile ha sede il servizio di taxi boat, che consente di raggiungere altre mete di mare situate nei dintorni, come gli scogli di Ischia Ponte o la baia di Cartaromana.

Famoso soprattutto per le sue acque terapeutiche, il comune di Casamicciola Terme è sede del più antico e importante nucleo termale, la sorgente del Gurgitello di Piazza Bagni, nonché dei giardini termali del Castiglione, uno dei  più importanti dell’isola.

Tra le spiagge di questo comune, la più indicata per le famiglie, con la sua sabbia fine e l’acqua cristallina, è quella della Marina, situata sul lungomare che da Casamicciola conduce al comune di Lacco Ameno.

Lontana dal traffico del centro cittadino, vi è una piccola spiaggia, i sassi del Bagnetiello, dove si trova un rinomato centro balneare e termale, ma con un tratto dove le sorgenti naturali di acqua, particolarmente ricca di principi attivi, sgorgano sulla riva e sono accessibili a tutti.

Situata a cinquanta gradini dalla strada principale e a pochi passi dal convento dei Padri Passionisti, infine, c’è la spiaggia del Convento.  La sabbia fine e i fondali bassi la rendono adatta alle famiglie con bambini, che possono nuotare liberamente, poiché la posizione della scogliera antistante crea una piccola baia dove si tocca per diversi metri.

Il comune di Lacco Ameno è il più piccolo dell’isola. Il suo nome deriva dal greco “Lapis”, pietra, per la presenza sul territorio di massi di tufo bianco. Solo nel 1863 si aggiunse “ameno”, per l’amenità, appunto, del luogo. Qui si trova l’antico sito di Pithecusae, dove si stanziarono i Greci Eubei che, approdati sull’isola, diedero vita alla prima colonia della Magna Grecia in Occidente. I reperti più significativi, venuti alla luce durante gli scavi di Pithecusae e di Arenaria, tra cui la coppa di Nestore, sono conservati, oggi, nel museo che ha sede a Villa Arbusto, costruita nel seicento.

Nella piazza di Lacco Ameno c’è un altro museo, quello archeologico di Santa Restituta, situato sotto al santuario dell’omonima chiesa, dove si trova un’area di circa 1550 mq su due piani, con antichi reperti storici risalenti al VII secolo. Qui si trovano anche le rinomate terme Regina Isabella.

Caratteristica principale del comune di Lacco Ameno è il Fungo, un masso di tufo verde alto 10 metri probabilmente precipitato dall’Epomeo, che sorge dal mare ed ha, appunto, le sembianze di un fungo. Esso dà il nome ad una piccola spiaggia, che si trova proprio alle spalle del porto turistico, vicino alla fermata degli autobus e ai parcheggi e offre la possibilità sia di fittare lettini e ombrellone, sia di fermarsi nel piccolo tratto di spiaggia libera.

Una delle spiagge più belle di Lacco Ameno, è la baia di San Montano, una mezzaluna di sabbia dorata che fa da cornice al parco idrotermale del Negombo, dove il Duca Lugi Silvestro Camerini introdusse le prime cicas e palme dell’isola, andando a creare un’oasi di relax immersa nel verde con caratteristiche più esotiche che mediterranee. La leggenda vuole che proprio su questa spiaggia il corpo di Santa Restituta, una dei Santi patroni dell’isola, sia giunto completamente intatto dall’Africa e che, nel momento in cui la barca ha toccato terra, essa si sia ricoperta di gigli bianchi.

Una delle baie raggiungibili solo via mare è la spiaggia delle monache o Varulo, un’insenatura poco frequentata dove è possibile rilassarsi a contatto con la natura. Essa prende il nome dalle aplysie, molluschi che sui fondali di quest’angolo di mare hanno trovato il loro habitat ideale, chiamati anche monache di mare, perché ricordano, nella forma e nel colore, il velo indossato dalle suore.

Nelle vicinanze dell’eliporto, sul lungomare che conduce verso il comune di Lacco Ameno, è situata, infine, la spiaggia della Fundera, che è piccina ma è un gioiello dal mare cristallino e dal basso fondale.

Continua…….

 

Marie

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

I maccheroni alla chitarra

I maccheroni alla chitarra sono il piatto tipico abruzzese per eccellenza. La “chitarra” è il nome del telaio in legno sul quale vengono tirati dei sottili fili di acciaio, utilizzato per modellare i maccheroni.

Ingredienti
•400 gr. di farina di grano duro•
•4 uova intere•
•200 gr. di polpa di maiale macinata•
•500 gr. di pomodori pelati•
•1 carota•
•1 gambo di sedano•
•1 cipolla•
•Pecorino abruzzese q.b.•
•Olio extravergine d’oliva q.b.•
•Sale q.b.•
•Pepe q.b.

Preparazione
Preparate il ragù di maiale. Mondate, lavate e tritate sedano, carota e cipolla e fateli imbiondire in una casseruola con due cucchiai di olio extravergine di oliva.
Aggiungete la polpa di maiale macinata, rosolate bene la carne e aggiungete i pelati. Regolate di sale e pepe e lasciate cuocere il ragù per almeno 30 minuti.

Nel frattempo setacciate la farina sulla spianatoia, formate la fontana, aggiungete le uova, una presa di sale e impastate energicamente finché l’impasto non avrà una superficie lucida e liscia.
Tirate una sfoglia non troppo sottile con il mattarello, trasferite la sfoglia sulla chitarra e premete facendo scorrere il mattarello in modo da formare i maccheroni, che si presenteranno come lunghi “spaghetti” a sezione quadrata.

Lessate in maccheroni in abbondante acqua salata e scolateli al dente.
Condite i maccheroni alla chitarra con il ragù di maiale e serviteli con un’abbondante spolverata di pecorino abruzzese.

Accorgimenti
Questa ricetta prevede un uovo a porzione per l’impasto. Verificate il grado di cottura dei maccheroni dopo un paio di minuti che sono in pentola.
Idee e varianti
Alcune ricette non prevedono l’aggiunta di uova all’impasto, ma solo farina, acqua e sale.
I maccheroni alla chitarra vengono solitamente conditi con un ricco ragù preparato con carne di maiale o di agnello.

Lucia RotaDiLucia Rota

Ravenna

Il 7 maggio Jeanette Varberg scrive su Kristeligt Dagblad un articolo dal titolo: ”Un eretico venuto dal nord porta la corona di imperatore romano”

Tratta di Teodorico a Ravenna.

Il 5 marzo del 493 Teodorico, re dei Goti, conquista Ravenna.
Assume il governo d’Italia con il titolo di Dominus stabilendo Ravenna come capitale.
Nel 520 fa costruire il Battistero Ariano. 4 giorni dopo la sua costruzione Teodorico muore, forse avvelenato e viene sepolto nel mausoleo. Il suo corpo sparisce.
I cattolici raccontano che il diavolo, sotto forma di cavallo nero , lo ha rapito portandolo da Vulcano il dio del fuoco, cioè all’inferno. I suoi goti dicono che Teodorico non è morto. Lo hanno visto sulla schiena nera del cavallo del dio Odino che andava verso il Valhalla dove avrebbe passato la vita eterna tra i guerrieri morti.
Oggi il Battistero Ariano si presenta come un piccolo edificio realizzato in mattoni a pianta ottogonale. La cupola è rivestita di mosaici . Il disco centrale presenta il battesimo di Cristo con Giovanni Battista, la personificazione del fiume Giordano e la colomba dello Spirito Santo.
Nella larga fascia concentrica gli apostoli con Pietro e Paolo.
(Dal 1996 il Battistero è inserito nella lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità dall’Unesco)

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

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Dante RaccontaDiDante Racconta

14 maggio – 27 maggio 2018

Vi avevamo promesso di tenervi aggiornati, e lo faremmo volentieri, se ci fosse qualcosa da dire. Invece, niente: la situazione politica, in Italia, da due mesi a questa parte non cambia. Ci sono state consultazioni, tentativi di alleanze e prese di distanza, ma la soluzione sembra davvero lontana. Ora pare che si vada verso un governo tecnico, e questo significa una cosa sola: l’Italia ha bisogno di riforme e cambiamenti, e questi cambiamenti saranno impopolari. Nessun partito vuole legare il proprio nome ad una serie di azioni che porteranno la gente a odiare chi le farà, quindi è necessario trovare un “capro espiatorio”, qualcuno che non si preoccupi di bruciarsi ogni possibilità di rielezione. Allo stesso tempo, la scelta di questo nome non è facile, perchè ogni gruppo vuole dimostrare di essere il più forte, il più influente, e tante, troppe persone vogliono avere “voce in capitolo”, per prenotare un posto al prossimo tavolo delle trattative. Per gli elettori, che ora stanno a guardare, non resta che ridere con le “foto parlanti” di un gruppo facebook. Abbiamo scelto una delle più divertenti, che ricorda quando, a scuola, c’era il “tema di italiano”, e mancava sempre il tempo per copiare “in bella” – cioè nella versione senza cancellature e ripensamenti.

La redazione

 

Leggete qui il nostro ultimo numero.

Se volete leggere i nostri numeri arretrati potete scaricare il pdf nel nostro archivio online.

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

SCRIVENDO E LEGGENDO POESIA.

Cari amici questo mese vi proporrò la prima  delle tantissime interviste che hanno a che fare con il tema a noi caro; la poesia.

Intervisterò quei poeti che sono ancora sconosciuti al grande pubblico, ma che hanno già chi li segue da tempo e che sono molto apprezzati nei social, con la speranza possano in qualche maniera lasciare una loro ”bellissima” traccia nel mondo poetico attuale scarso di belle penne e ricco di amatori, talvolta anche presuntuosi che sono la vera passione di chi non capisce fino in fondo questa arte. In ogni caso auguro anche a loro tanto successo…E noi, alla nostra maniera andiamo avanti. La poesia è un terreno non proprio popolare e proprio perché difficile , noi cerchiamo di rendelo meno tale, studiandola, leggendola e proponendola ai nostri giorni.

Dopo l’intervista, alcuni brani poetici di poeti già affermati. Buona lettura.

INTERVISTA CON CARLA PAOLINI:

Carla Paolini è una poetessa raffinata, vive e lavora a Cremona. Ha pubblicato diversi libri di poesia,collaborato a progetti per varie manifestazioni culturali, ha scritto narrativa e gestisce anche un blog : specchio. Ilcannocchiale.it.

Poetessa raffinatissima e d’elité, adorata da un ristretto circolo culturale e non solo, ma anche capace di prendersi in giro e ironizzare con i suoi versi.

Adorata anche dallo scrittore Aldo Busi che ha elogiato la sua poetica.

Ma lasciamo la parola alla stessa artista.

 

NEL MAGICO MONDO CI CARLA:

 1 – Chi è Carla Paolini?

Premetto di non amare le definizioni e ancor  meno le autodefinizioni, penso che siano degli steccati che ci costruiamo intorno  e nei quali ci rifugiamo nel tentativo di non disperderci nel nulla che ci circonda. Per quanto mi riguarda sono convinta che solo nella mia scrittura, inevitabilmente, si manifesti il mio modo di essere ed è lì che si può conoscermi.

2 – Quali sono le caratteristiche per fare poesia; chi può essere definito un poeta?

Potrei fare un lungo elenco di qualità intellettuali o etiche, ma non con queste avrei identificato un poeta, mancherebbe quel quid  misterioso che spesso  nemmeno chi scrive conosce o sa di avere.

Ogni tanto  succede e allora… ecco la poesia!

3 – Quali sono state le tue influenze poetiche e perché?

Sono rimasta contaminata da tutto ciò che ho letto.

Ma ho amato, fra gli altri Federico García Lorca: per la potenza immaginifica dei suoi versi; Giuseppe Ungaretti: per l’energia  della parola scagliata “come pietra”  e la scelta   sintetica; più tardi Sylvia Plat: per la forza dirompente della sua disperazione.

4- Cosa pensi del pensiero che la poesia non è “una cosa” moderna?

La poesia non c’entra niente con la modernità, anzi meno è moderna, nel senso di legata alle mode, tanto più è duratura. Come ogni altra fatica letteraria, per essere considerata tale dovrebbe avere la capacità di sprigionare una intensità germinativa  che le permetta di prolungare nel tempo l’essenza dei suoi contenuti.

5 – Quali testi poetici di un grande autore presente o passato avresti voluto scrivere tu?

Io non so scrivere versi d’amore e invidio  la straordinaria efficacia  di quelli di Pablo Neruda.

6 – Ci parli un po’ del tuo Blog? É ancora moderno averne uno, e a cosa serve secondo il tuo punto di vista?

Il mio blog era essenzialmente impostato a veicolare i miei interessi: letteratura,  cinema e musica. Ho cercato, almeno nei primi tempi, di essere sempre presente con post, spero, di buona qualità. Ultimamente dopo l’iscrizione a FB ho un po’ rallentato…Credo che  sia ancora uno strumento valido perché permette di postare contenuti  più meditati  e completi rispetto ad altri social.

7 –  Che consigli daresti a un aspirante poeta?

3 consigli: leggere, leggere di tutto, rileggere quello che ti ha stregato.

8 –  Purtroppo ti obbligano a buttare giù dalla torre due libri che non ti sono per niente piaciuti. Quali sono e perché?

Mi rifiutereii libri sono preziosi. Dai libri si impara sempre. Se sono buoni impari a scrivere bene se sono cattivi impari come non si deve scrivere.

9 –  Ci parli dei tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a una raccolta di monologhi.

10 – Con la bacchetta magica, hai la possibilità di far ritornare in vita anche chi non c’è più. Un invito a cena: quale poeta sceglieresti e perché?

Sceglierei Guido Gozzano. Per la disincantata consapevolezza dell’effimero… e  l’attrazione  per la bellezza fuggitiva della farfalla.

Carla Paolini 

Laureata in lettere con una tesi sulla retorica  per immagini nella pubblicità.

Si è dedicata per qualche anno allo studio di  tecniche per  modellare la creta, sotto la guida del maestro Carlo Fayer.

Partecipa, in collaborazione con altri artisti a progetti per varie manifestazioni culturali e a reading di poesia.

E’ stata finalista (con la silloge MODULATI modulati) e più volte segnalata al premio Lorenzo Montano – Edizioni Anterem, Verona – per la ricerca letteraria.


Ha pubblicato racconti, poesie, favole, su antologie e riviste:

le sillogi poetiche    

Impronte digitali (1993);  Diverso inverso (1995); 

UNAxUNA (1998);  Ai cancelli del flusso (2001); 

Amori diVERSI (2002);

MODULATImodulati (2004); Installazioni (2015).

 e  le raccolte di brevi prose  poetiche:   

 Prosemi (2009);  Internectasie (2011);

Translalie 2014). 


Il volume di  favole “Gli oggetti da favola

1^ edizione (2017)-2^edizione (2018)

Ha tradotto dall’inglese il Book IV- cap. I , del

Finnegans Wake “  di   James Joyce –

mai tradotto in italiano    


 e-mail :  carla.paolini@tin.it

website:  www.carlapaolini.com

La poesia di Carla Paolini sulla Rete. Biografia, opere, inediti, critica

blog:  specchio.ilcannocchiale.it

book trailer: youtube.com /INTERNECTASIE 


MONOLOGO — LA PAUSA

Dico a te
avvicinati
ho un disegno per attrarti

c’è pronta una cuccia d’erbe fiorite
ci accartocceremo
disattivati da ciò che sembrava destinato

ti aiuterò a fermare tutto
a travestirti
perché non ti riconoscano
a mutare i sensi in plasticità

galleggeremo
sulle ultime scremature di perfezione
al riparo da intenti di squilibrio

discorreremo solo
delle cose che non esistono più
nutriti
dal midollo tenero dell’assenza                              

 

                                                            

MONOLOGUE – PAUSE

Come closer
a pattern is framed
just for you

a grassy bed in bloom will shelter us
so crouched down
as to be detached
from what was meant

I’ll give you help to stop everything
to disguise yourself
beyond recognition
all senses changed into plasticity

floating
over the last skims of perfection
protected
from unbalanced issues

giving voice
to things forevermore silent
nurtured
by the tender core of the absence

CINQUANTAQUATTRO

Per dare corpo al mio pensiero
scelgo un corpo di ballo
potrò farlo danzare
inventargli acrobazie
guardarlo volteggiare sull’aria
costruirgli attrezzi che lo aiutino
a potenziare le sue intuizioni

un corpo atletico con increspature poetiche
che facciano capolino nello spettacolo
dilatandosi in bolle di trasparenza
verso il tumulto trasfigurato degli spettatori

quale coreografo è capace di tanto?

 

FIFTYFOUR

To give my thought a body
I choose a corps de ballet
I’d have it dance
excogitate acrobatic tricks
see it dancing about on the air
I’d create suitable tools to enable it
strengthen its intuitions

an athletic corps endowed with poetic ripples
hither and thither peepin’n the show
enormously increasin’n bubbles of transparency
to reach the transfigured tumult of the audience

which choreographer has this very power?

L’ opera senza nome

Inizia come un caotico sciame di scotomi scintillanti che perforano il buio.

Se cerchi di seguire la loro direzione ti disperdi, è importante che sia uno solo a darti il via. Il luminoso microfolletto guida che stuzzica e chiede sostanza.

Ora tocca te. È il gioco del fruga fruga, del dare corpo… e vai avanti all’incerta, cercando un midollo forte che tenga, rivoltando l’interno delle tasche, scucendo orli, stracciando vecchi pastrani, perquisendo,scandagliando, perché fra polvere e pieghe a volte trovi una parola solitaria che aspetta.

È sempre la prima a mancarti, quella seria, importante, che ha un grande potere. L’assoluto potere di attrarre le altre, di convogliarle verso il luogo della aggregazione dove si annusano guardinghe per sapere se possono affidarsi scambievolmente o prendere le distanze e comporsi in antagonismi che si scontrano, distribuendosi in labirinti e biforcazioni…

È indispensabile creare un favoreggiamento, una connivenza fra te e le rotte, senza perdere d’occhio l’intuizione, fare in modo che non ti sfuggano i movimenti oscillatori della reminescenza, masticare bene i reperti e le tracce, digerirli per poterli risostanziare. In fondo è tutto qui: sostanziare. Anche quando le parole non hanno voglia di stare nella tua recinzione… si agitano, mettono le ali e tentano di sfuggirti alzandosi o si interrano disperate perché non sono più di moda. Quello che vale è solo la tua capacità di tenerle in riga.

Ma attenzione, non le soffocare, non stritolarle nelle spire della razionalità, del voler far bene o del voler far bello, un po’ di conteggio è concesso, un po’ di ragioneria non guasta purché lasci una percentuale di spaccature, crepe, sbocchi in cui siano libere di infilarsi e dove solo tu hai il diritto di andare a stanarle.

Scaturirà una frenesia di raschiature, il rimescolarsi complice in cerca di un concetto chiave che non ha voglia di farsi conoscere, un’astuzia di compromissioni senza pudore, tentativi squilibrati e improvvidi fra esigenze alterne di contenersi o rivelarsi…

All’ultimo poi, che importa! Un groviglio di parole si rende conto di essere spaventosamente legato, più di tutto, a ciò da cui vorrebbe sentirsi libero. Fatica a decidere quello che gli serve e infine si chiede cosa fare di sé pretende solo un nome per esistere. È questo che tu puoi dargli: un’identità fresca che lo metta in circolazione nel mondo…

VICTORINE SI VENDICA

Dal 1863, quando il suo ritratto fu esposto al Salon  des  Refusès, Victorine* soffriva… Il freddo così nuda in quel bosco umido, i crampi che la tormentavano per essere costretta all’immobilità in una posa assurda, la fame nonostante il cibo per la colazione fosse a portata di mano.

Ma quello che più la scocciava era l’espressione invitante e soddisfatta che era costretta a sciorinare. Che noia, dover apparire orgogliosa di esporsi nuda davanti a incompetenti voyeur che col pretesto dell’arte la sbirciavano per soddisfare pulsioni inconfessabili.

Edouard l’aveva creata così. E lei aveva incominciato ad odiarlo da subito: il suo desiderio più ardente  era di trovare qualcuno che la guardasse con occhi diversi al quale poter chiedere aiuto per uscire da quella situazione incresciosa, ma i decenni passavano e quello sguardo non l’aveva ancora incontrato.

Da ragazza sana e fiorente qual era Victorine aspettava con ottimistica pazienza.
Pazie
nza, costanza,  perseveranza, persistenza… queste cosucce in nza danno buoni frutti.

Così infine, dopo tanta attesa Lui arrivò: l’avvolse nel suo sguardo giovane, pieno di ardimenti e di generosità, e capì senza bisogno di parole l’aspirazione della bella digiunatrice. Nottetempo fu ancora da lei, le diede la mano perché uscisse dal quadro senza farsi male, la sfiorò appena, abbracciandola col suo mantello e la lasciò libera di riscoprire la vita.

La stampa si occupò a lungo di questo strano evento: la misteriosa comparsa di una deturpante macchia gessosa su uno dei più ammirati capolavori della scuola impressionista francese. La vendetta di Victorine si era attuata: il quadro senza più alcun valore venne relegato nei sotterranei del Musée d’Orsey.

POESIA QUESTA CONOSCIUTA :

 Per concludere vi propongo :

 Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)  è considerato uno dei poeti più importanti del Novecento.

 Ecco alcune sue bellissime liriche.


Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

**

E poi son solo. Resta
la dolce compagnia
di luminose ingenue bugie.

**

Nel chiuso lago, solo, senza vento
La mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
La mia tristezza accendersi ancora.

**

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

**

Amico, sei lontano. E la tua vita
ha intorno a sé colori ch’io non vedo.
Ha la mia vita intorno a sé colori
che io non vedo.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
Fra gli altri animali, unica terra
La tua forma casuale quanto amai.

**

Nel sonno incerto dormo ancora un poco.
È forse giorno. Dalla strada il fischio
di un pescatore e la sua voce calda.
A lui risponde una voce assonnata.


Un caro saluto e al prossimo appuntamento.

Pablo Paolo Peretti.

Marie MorelDiMarie Morel

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che, durante l’ormai prossima estate, inizieranno le riprese per la trasposizione televisiva dei quattro romanzi di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta “e “Storia della bambina perduta”.

La scrittrice, che da sempre usa uno pseudonimo per proteggere la propria identità, in un’intervista al New York Times, ha espresso la speranza che la serie tv, diretta da Saverio Costanzo, riesca a trasmettere emozioni autentiche e sentimenti complessi e contraddittori; perché è proprio questo che Elena Ferrante fa nei suoi libri: racconta di emozioni e sentimenti con grande autenticità.

La storia è ambientata, per lo più, in una Napoli che conosco bene, in un rione vicino al quale sono cresciuta e ho lavorato per vari anni. Leggerli è stato per me come fare un viaggio nel tempo, in quei luoghi a me così familiari, mentre ai personaggi del libro si mescolavano voci e volti di persone reali che hanno popolato la mia infanzia. Attraverso la penna della scrittrice, conosciamo le due protagoniste Elena Greco, detta Lenù, e Raffaella Cerullo, detta Lila, prima bambine e adolescenti, mentre cercano di trovare la strada per affrancarsi dall’esistenza toccata in sorte alle loro madri; poi donne, ciascuna con le proprie difficoltà, con i propri errori e drammi, ma sempre unite, anche quando la vita le separerà e le porterà lontano, a vivere due esistenze molto diverse fra loro.

Sullo sfondo, Elena Ferrante dipinge un affresco, che parte dal microcosmo del rione e si allarga alla città di Napoli e all’Italia intera, in un arco di tempo lungo cinquant’anni, con frammenti di storia che si mescolano alle esistenze delle protagoniste, dei loro vicini di casa, amici, nemici; ci racconta i cambiamenti politici, sociali e culturali di 5 decenni, dalle lotte femministe a quelle sindacali, visti sia attraverso la prospettiva dei salotti intellettuali e altolocati, che si troverà a frequentare Lenù  e sia attraverso quella del degrado della strada, vissuto da Lila.

In primo piano, invece, colloca l’amicizia tra Lenu’ e Lila, la descrizione dei loro mondi interiori, così diversi eppure così uguali. Un’amicizia, quella tra le due protagoniste, che è un intreccio di sentimenti ed emozioni: affetto, invidia, amore, rancore, perché Lenù e Lila sono così umane da non risparmiarsi nulla, neppure i tradimenti. Non c’è spazio per il buonismo, in questi libri di Elena Ferrante, tutte le debolezze, fragilità, miserie dei personaggi vengono messe a nudo, non c’è catarsi, consolazione, una chiusura definitiva, ma solo un realismo puro e tormentato, che tratteggia l’intera narrazione.

Lenù e Lila si perderanno e si ritroveranno più e più volte, nel corso degli anni, perché alla fine l’unica certezza è che nulla di definitivo vi sia nella vita e che, per quanto si possa andare lontano, dalle proprie origini non si può mai fuggire del tutto ; ma ciò che più mi è rimasto nel cuore di questi libri è una mia personale considerazione sull’amicizia: un vero amico è colui che, quando la vita ti farà dubitare di te stesso, sarà lì a ricordarti chi sei veramente, perché potrai rispecchiarti dentro di lui e ritrovarti sempre, a dispetto del tempo e delle distanze.

 

Pinuccia PanzeriDiPinuccia Panzeri

“Accabadora” di Michela Murgia, Casa editrice italiana Einaudi

“Accabadora” è un romanzo scritto da Michela Murgia e pubblicato nel maggio 2009 per la casa editrice italiana Einaudi.

Il romanzo è stato tradotto in numerose lingue straniere, qui incluso il danese.

Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.

Accabadora significa in dialetto sardo colei che finisce. La vecchia sarta tzia Bonaria Urrai essendo senza figli prende in prestito Maria, di 6 anni, quarta figlia di un’altra vedova che con grande piacere si priva di una bocca da sfamare. Maria osserva la zia e impara il mestiere di sarta, ma scopre anche che Bonaria sa fare altro quando si assenta la notte. La prima madre dá la vita, l’ultima madre “accabadora” aiuta a farla finita, se si fa fatica a morire. Questo è stato fatto in Sardegna da centenni, ma negli anni 50 le vecchie regole e gli accordi segreti stanno per perdere la loro validitá, un nuovo mondo si fa avanti minaccioso. Seguiamo l’ ingenuinitá della bambina e la sua trasformazione in donna a fianco della vecchia donna che pensa di esercitare un gesto d’amore, necessario a chi soffre, alla sua famiglia, al suo popolo. L’Accabadora è un essere pieno di migliaia di punti interrogativi, ma con l’unica certezza di aver raggiunto la consapevolezza della sofferenza, della misericordia e della morte.

Una lettura affascinante, agrodolce, profumata di mare, di luce e di giovinezza, ma con il puzzo di terra, di tenebra e di morte. Il linguaggio è asciutto e poetico allo stesso tempo, cadenzato sí che si vorrebbe leggere ad alta voce, lo stile delinea i contorni di ogni personaggio, di ogni frase con la stessa accuratezza usata da Tzia Bonaria Urrai per cucire le asole.

Nel romanzo c’è piú amore che morte.

Marie MorelDiMarie Morel

L’estate danzante di Roberto Bolle

Roberto Bolle è un ballerino italiano dal talento straordinario.

All’età di 12 anni è entrato nella scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala e, da allora, ha collezionato un successo dopo l’altro. Già dal 1996, ha danzato come protagonista in innumerevoli balletti, sia di danza classica che moderna, per diversi coreografi di fama internazionale, ed attualmente è il primo ballerino al mondo ad essere contemporaneamente Étoile del Teatro alla Scala di Milano e Principal Dancer dell’American Ballet Theatre di New York.  All’estero ha avuto occasione di danzare con il Royal Ballet di Londra, il Balletto nazionale canadese, il Balletto di Stoccarda, lo Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’opera di Vienna, il Teatro dell’opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, il Tokyo Ballet.

Nel 2002 ha danzato a Buckingham Palace per la regina Elisabetta II e il 1° aprile 2004, in occasione della Giornata della gioventù, sul sagrato di Piazza San Pietro, al cospetto di Papa Giovanni Paolo II.

Roberto Bolle è anche socialmente molto impegnato: nel 1999 è diventato “ambasciatore di buona volontà” per l’UNICEF, per la quale ha partecipato a un viaggio effettuato nel 2006 nel sud del Sudan e a uno nel novembre del 2010 nella Repubblica Centrafricana e dal 2007 collabora con il FAI.

Nel 2012 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana

L’anno 2018 è iniziato , per Roberto Bolle, con la conduzione, il I gennaio, dello show televisivo “Danza con me”, che è stato un trionfo di critica e pubblico, è proseguito con i clamorosi successi delle sue esibizioni in teatro e, a partire da giugno, vedrà il ballerino impegnato come protagonista e direttore artistico di On Dance, la festa della danza, che si svolgerà in cinque serate, dal 13 al 17 giugno , al Teatro degli Arcimboldi, dove si terranno spettacoli con artisti internazionali e workshop per i giovani e contaminerà l’intera città di Milano con esibizioni, happening, flash mob, incontri.

In estate, poi, come già da qualche anno a questa parte, il  famoso e talentuoso ballerino italiano porterà sui palchi dei grandi teatri storici, il suo gran galà della danza “Roberto Bolle and friends”, del quale è non solo interprete, ma anche direttore artistico, invitando ad esibirsi con lui colleghi ed amici ballerini provenienti dai teatri più importanti del mondo, mescolando  generi e stili diversi della danza in uno spettacolo che, ogni volta, lascia il pubblico senza fiato.
C’è ancora grande riserbo sul cast e il programma, ma di certo, Roberto Bolle , come ogni anno finora, non mancherà di stupire i suoi fans con  uno show favoloso.

Il tour estivo si aprirà con una serata unica a Genova, sabato 14 luglio, al Teatro Carlo Felice, proseguirà alle terme di Caracalla di Roma il 17 e il 18 luglio, a Firenze in Piazza SS. Annunziata il 20 luglio, a Ravenna il 22 luglio al Palazzo Mauro D’André e si concluderà all’Arena di Verona il 25 luglio.

Tutte le informazioni su Roberto Bolle , i suoi spettacoli, la sua agenda per prossimi mesi, sono disponibili sul sito ufficiale www.robertobolle.com.

Pinuccia PanzeriDiPinuccia Panzeri

Il Bue Gualtiero e l’Uccello Grifone

Tanti e tanti anni fa, in una stalla un po’ malandata, viveva un vecchio Bue, di nome Gualtiero. Le sue giornate scorrevano lente e tutte uguali : si svegliava la mattina tardi, beveva la sua acqua stagnante, e mangiava un po’ del suo fieno. Dopo, una bella passeggiata e finalmente il pisolino. E il pomeriggio la storia si ripeteva.
Ma un giorno…
Un giorno, durante la sua solita passeggiata mattutina, accade qualcosa di strano : mentre passeggia tranquillo con la sua andatura lenta e pesante, vede da lontano uno strano movimento di ali, un uccello gigantesco  dalle grandi piume scure che si agita e si dimena come in preda ad una trappola che cerca di liberarsi. Gualtiero, un po’ incuriosito, e un po’ spaventato, si avvicina mesto e solo quando è a pochissimi metri dal grosso uccello indemoniato si accorge che la sua zampetta è rimasta impigliata in una radice. “Chi sei?”- gli urla Gualtiero – ” e come hai fatto a rimanere impigliato in quella radice?”
L’uccello non curante di quella voce continua a barcamenarsi a sbattere le sua grosse ali per cercare di liberarsi.
“Se non mi dici chi sei non posso aiutarti! E’ una mia regola!” – ribatte Gualtiero, che quasi si inizia ad innervosire. Quello sbattere di ali turba la sua serena e quotidiana passeggiata.
Anche a quelle parole l’uccello tuttavia non desiste, continua a sbattere le ali, sempre più forte. Ma mentre Gualtiero, ormai indispettito fa per andarsene,  ecco che l’uccello inizia a parlare  : “Arrete s’il te plait! Sono l’uccello Grifone, e vengo da paesi molto lontani..”  A queste parole Gualtiero quasi compiaciuto si ferma, ma senza voltarsi, e con toni decisi ma pacati chiede : “e come hai fatto ad impigliarti in quella radice?”
L’uccello Grifone seccato risponde “Zut! è stato un incidente, è successo .. vieni ad aiutarmi!!”
Gualtiero si gira lentamente, invertendo il senso di marcia e piano piano arriva di nuovo a pochi metri dal grosso uccellaccio maleducato. Lo guarda scuotendo la testa.
“Zut! Perchè scuoti la testa in quel modo? Aiutami, non vedi che sono impigliato?” gli dice il Grifone.
A queste parole Gualtiero…
A queste parole Gualtiero scuote la testa ulteriormente, poi si china lento verso la radice e con un morso la strappa dal terreno liberando l’uccello Grifone che con un grande slancio vola in alto e non torna più indietro.
Gualtiero lo osserva sparire tra le nuvole per qualche istante, poi scuote la testa e riprende la sua passeggiata mattutina, lenta e pesante, proprio come piace a lui.
Mentre fa per andarsene sente una vocina flebile flebile che gli urla : “Ehi! Pss.. tu!! Perchè l’hai fatto?”
Si guarda intorno e non vedendo nessuno fa per andar via.. quando..
“Ehi!! Siii Si dico a te! Sono qui! Qui sotto,  non mi vedi??”
Un bruchino piccino piccino si agitava meticolosamente per farsi vedere.  “Ah!- esclama Gualtiero – E tu chi saresti?”
Il bruchino con fare goffamente elegante, si inchina e dice : “Sono Bruno il Bruco, ma tutti mi chiamano Il Barone. E tu sei..?” – “Ciao bruco Il Barone, sono il Bue Gualtiero ma tutti mi chiamano Bue Gualtiero. Eh Eh! Cosa posso fare per te?” ribatte scherzosamente Gualtiero.
“Perchè lo hai fatto?? ma siii ?? perchè hai liberato quell’uccellaccio imbalsamato? Uno cosi maleducato meritava le bastonate altro che una piccola radice!!”  – chiede curioso il bruco! “non ti aspettavi mica che ti ringraziasse vero? Era ovvio che scappasse via!”
Il Bue Gualtiero ascolta con interesse il bruco, poi fa un cenno di saluto e riprende il suo cammino e con un sorriso leggero e soddisfatto è pronto per il suo abituale riposino.
La morale : non importa come gli altri si comportano con noi, ciò che conta è agire in base a ciò che noi riteniamo sia giusto.

Dante RaccontaDiDante Racconta

Henning racconta

Il pozzo di San Patrizio

Gli italiani si servono di tanti modi di dire. Per esempio si dice che qualcuno “è il pozzo di San Patrizio” se la sua fortuna è enorme e pare essere inesauribile. Questo pozzo esiste in realtà. Si trova a Orvieto. Si tratta di un capolavoro di ingegneria. L’architetto è stato Sangallo il Giovane che l’ha fatto per volere del papa Clemente VII, il secondo papa Mediceo. Il Sangallo è stato anche l’architetto di San Pietro prima di Michelangelo. Il papa sopradetto si era ritirato da Roma durante il sacco di Roma (1527) e aveva cercato rifugio a Orvieto. Non ha voluto che alla città mancasse l’acqua in caso di assedio. Il pozzo, profondo sopra 50 metri, è scavato nel tufo con un diametro di 13 metri. Ci sono due rampe elicoidali, vuol dire a forma di una chiocciola, dove i muli trasportavano l’acqua – nel senso unico naturalmente. Una piccola spiegazione: le due rampe sono state create per permettere un passaggio continuo di muli, che scendevano, prendevano l’acqua e risalivano senza mai incontrare altri muli, perchè le due spirali sono sfalzate. (n.d.r.)

DANTE RACCONTA 14 maggio – 27 maggio 2018 3 H

Dante RaccontaDiDante Racconta

Tanti auguri, “world wide web”!

Avete presente quelle cose che sembra ci siano da sempre? Quelle cose che, quando ci pensi, ti chiedi “ma come ho fatto, prima, senza?”. Sono le stesse cose che, magari, sono comparse nella nostra vita ad un certo punto, ma ci ricordiamo benissimo come abbiamo vissuto prima che arrivassero. Ecco, la “rete”, cioè il web, è una di queste cose. Ora, tutti siamo collegati, e abbiamo accesso a miriadi di informazioni (vere o false, quello è un altro tipo di problema) che possiamo leggere o possiamo scambiarci. Eppure, il web così come lo conosciamo, libero e mondiale, è relativamente giovane: il 30 aprile festeggerà i suoi primi 25 anni. Solo venticinque anni!!! Il 30 aprile 1993, infatti, il Cern (l’organizzazione europea per la ricerca nucleare, con sede a Ginevra) mise a disposizione del pubblico il World Wide Web, fino a quel momento utilizzato dalla sola comunità scientifica, rinunciando a qualsiasi tipo di diritto sul software scritto qualche anno prima da un suo ricercatore, il britannico Tim Berners-Lee, che si era laureato in fisica a Oxford. Fu in quel giorno di 25 anni fa che il Web divenne di fatto libero, perché allora il suo inventore decise di donare agli sviluppatori di tutto il mondo il linguaggio di questo nuovo mondo digitale, il suo “codice sorgente”, dandogli una licenza “open source”. E’ stata proprio questa caratteristica, ossia il fatto di essere libera e gratuita, ad aver permesso alla rete di crescere così tanto. Se questo sia un bene oppure un male… è un altro discorso. Sta di fatto, però, che questo formidabile strumento ha cambiato, in un tempo velocissimo, la vita di ognuno di noi. L’ha davvero rivoluzionata. E voi che ne pensate del web? Vi ricordate le vostre prime esperienze in rete?

Pinuccia PanzeriDiPinuccia Panzeri

Proposte per chi vuole leggere libri di autori italiani in danese

“La Ferocia” di Nicola Lagioia

Libro feroce, come feroci sono, ognuno a modo suo, i componenti della famiglia Salvemini.Clara è magnetica. Illumina le stanze in cui entra o le oscura, a seconda della tempesta che l’accompagna. L’ultima volta che l’hanno vista viva, camminava nuda nel centro della statale Bari-Taranto. Questa è la storia di due giovinezze, una famiglia, una città, delle colpe dei padri annidate nella debolezza dei figli, di un mondo dove il denaro può aggiustare ogni cosa fino all’attimo preciso in cui è già troppo tardi. Al centro c’è un corpo di donna chiuso nello sguardo di tutti quelli che hanno creduto di poterlo possedere, e intorno l’abissale cruenta vanità del potere. Mobile e intenso, La ferocia è un libro che costruisce un mondo – il nostro.

Libro dallo stile impeccabile, mi ha ricordato i grandi classici. All’inizio un po’ lento ma la magistrale struttura narrativa tiene incollati alle pagine che scorrono man mano che si procede. La ferocia di Lagioia segue e detta perfettamente una scrittura per il noir nella letteratura: un’altalena tra passato e presente dove vediamo ogni membro della famiglia Salvemini alle prese con la giovane Clara e con un sistema (tipico dell’edilizia e della politica) che ormai ha marchiato pesantemente l’immagine del Bel Paese e in particolare la Puglia.

Nella ricca carrellata di personaggi spicca su tutti Michele Salvemini, il fratello di Clara, lui è l’unico ad avere un rapporto con la ragazza, raccontato forse più del dovuto nelle quattrocento pagine. Un personaggio che spesso si mette contro il volere del padre costruttore e degli altri membri, creando degli attimi di astio in casa della famiglia pugliese. Da ammirare i capitoli in cui l’animale, totalmente immerso nella natura, viene totemizzato come un elemento atto a descrivere il marcio e la ferocia dell’uomo citata nel titolo. Contro la purezza e l’innocenza del regno animale.Questo libro è un capolavoro, e come tutti i capolavori parla della miseria.

Lo consiglio vivamente, ma solo per chi ha “palato fino”.

 

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

Torta di carote

Ingredienti:

  • 200 g di carote
  • 4 uova
  • 200 g di zucchero
  • 100 ml di olio di semi di girasole
  • 100 ml di succo di arancia
  • 300 g di farina
  • 1 bustina di lievito per dolci (16g)
  • Zucchero a velo per decorare
  1. Per prima cosa, con una grattugia a denti larghi, iniziamo grattugiando le carote, precedentemente lavate e sbucciate. Teniamole da parte.
  2. In una ciotola rompiamo le uova e con l’aiuto di uno sbattitore elettrico iniziamo a mescolare. Aggiungiamo lo zucchero, l’olio di semi e il succo di arancia. Sempre continuando a mescolare uniamo anche la farina un po’ alla volta.
  3. Uniamo il lievito per dolci e frulliamo ancora. Infine, aggiungiamo le carote precedentemente grattugiate ed amalgamiamole bene all’impasto con l’aiuto di un cucchiaio. Il nostro impasto è pronto.
  4. Rivestiamo la base di una teglia rotonda (diametro 24cm) con cartaforno e versiamo all’interno il composto. Cuociamo in forno statico a 180° per circa 45-50 minuti, forno ventilato a 170° per circa 45-50 minuti. Una volta pronta, lasciamola raffreddare completamente prima di estrarla dalla teglia.
  5. Sistemiamo la torta di carote su un piatto da portata e decoriamola con abbondante zucchero a velo!

Da Fatto in casa da Benedetta

 

Marie MorelDiMarie Morel

Alla scoperta dell’opera lirica

Devo ammettere di non essere mai stata appassionata di opera lirica, o meglio, di non essermici mai avvicinata abbastanza per capire se mi piacesse oppure no.

Non è un mondo che mi è del tutto sconosciuto, ma che ho appena sfiorato, probabilmente perché non ho mai colto alcun input che mi spingesse ad esplorarlo, come sto facendo ora e mi sto rendendo conto, con grande rammarico, di essermi persa, fino ad oggi, tanta, tanta bellezza, oltre ad avere una grave lacuna culturale da colmare.

Tanto più grave se consideriamo che, l’opera lirica è nata in Italia nel XVI, fa parte della nostra identità culturale e molti dei più grandi compositori sono italiani.

Si tratta di una vera e propria eccellenza italiana nel mondo, eppure è una forma d’arte a cui viene dato un risalto inferiore rispetto ad altre, in una società in cui la cultura personale è orientata, soprattutto, dagli stimoli dei media ed è dettata dalle mode, piuttosto che dall’educazione e dalla formazione scolastica.

Ancora oggi, infatti, l’opera lirica, nata come intrattenimento per un élite di intellettuali ed aristocratici, appare circondata da un’aura di esclusività e di complessità e, in effetti, è un genere musicale di grande qualità e raffinatezza, ma proprio per questo merita di essere valorizzato e diffuso, soprattutto ora che la musica sta attraversando un grave periodo di crisi creativa in tutto il mondo.  

Qualcuno definisce l’opera lirica “l’arte delle emozioni”, poiché ogni spettacolo è un’alchimia di musica, canto, teatro, danza, in cui tutti questi elementi si fondono tra loro, coinvolgendo tutti i sensi dello spettatore, toccando la sua sensibilità ed immaginazione ed è innegabilmente così, impossibile non emozionarsi.

Ed è l’emozione che spinge alla conoscenza, di questo sono intimamente convinta, che fa spalancare gli occhi su qualcosa che prima non attirava la nostra attenzione.

Se, dunque, il mio approccio con l’opera lirica, è stato superficiale, scoprire quanto sia, in realtà, uno spettacolo emozionante, ha acceso in me l’interesse verso questo mondo antico, eppure ancora nuovo, perché le storie che parlano di passioni umane e riescono a farle rivivere in chi ascolta, sono sempre attuali.

Andando alla ricerca di notizie sull’opera lirica, mi sono imbattuta in un programma televisivo, trasmesso l’estate scorsa su Rai5 e le cui puntate sono disponibili su Raiplay: “L’opera italiana”.

Voce narrante è Elio, eccentrico e poliedrico cantautore del gruppo “Elio e le storie tese”, il quale conduce lo spettatore in un viaggio alla scoperta delle storie e dei personaggi che animano le opere di autori come Monteverdi, Donizetti, Puccini, Verdi, Bellini, dalla loro genesi fino al successo, raccogliendo anche le testimonianze di artisti ed esperti del mondo della lirica.

Si tratta, ovviamente, di un programma didascalico che ha ben poco a che vedere con la messa in scena teatrale delle opere di cui tratta, ma fornisce una panoramica generale che, a mio avviso, rappresenta un buon punto di partenza per i neofiti.

Lascio di seguito il link e auguro buon viaggio a chi come me, si sta imbarcando ora in questa nuova avventura e anche a chi, invece, ha avuto già modo di godere delle dolcezze e dei piaceri dell’opera lirica.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Pizza, cartoni animati e un pizzico di magia

Scrivere di enogastronomia in Italia può sembrare facile, ma non lo è, perché è come trovarsi in un enorme giardino nel pieno della fioritura primaverile, tra colori sgargianti e profumi inebrianti e dover scegliere, tra tanti, il fiore che si preferisce.

 

Se, poi, chi scrive ama il cibo, il vino e la convivialità a prescindere dalle preferenze, ma perché crede che si tratti di uno dei piaceri della vita essenziali, allora la scelta si fa ardua.

 

D’altro canto, il pericolo è quello di cadere nella banalità, nei luoghi comuni, di riproporre argomenti che sono stati trattati e ritrattati all’infinito… Io correrò questo rischio e parlerò della pizza.

Sì, perché sono poche le cose che fanno sentire gli italiani sparsi nel mondo riuniti sotto la stessa bandiera ed una di queste è, secondo me, sedersi davanti ad una calda, profumata, saporita pizza, ovunque essi si trovino.

Proprio per quei tre colori che rappresentano la bandiera italiana, il rosso del pomodoro, il verde del basilico e il bianco della mozzarella, secondo l’ormai famosa storia, la regina Margherita di Savoia amò tanto quella pizza che porta il suo nome, oltre che per la sua semplicità e il gusto straordinario. Miti e leggende si rincorrono sulle vere origini della pizza, ma tra i tanti racconti, il mio preferito è quello frutto della fantasia di Umberto Marino e Paolo Cananzi, che hanno dato vita ad un gioiellino d’animazione tutto italiano: “Totò Sapore e la magica storia della pizza”, diretto da Maurizio Forestieri e prodotto da “Lanterna magica”, un piccolo studio con sede a Torino.  

La storia narra di come Totò Sapore, un giovane squattrinato col sogno di diventare cuoco, con la collaborazione di un bizzarro Pulcinella ed altri magici aiutanti, riesca a mettere pace tra Napoli e la Francia, in guerra per futili motivi, sfamando le truppe e riportando l’allegria in città, grazie alla pizza.

Mi piace questo film, perché condivido l’idea che nella pizza ci sia un po’ di magia: quella del lievito, che trasforma l’acqua e farina in un soffice impasto, delle mani che lo lavorano energicamente, del fuoco che lo rende dorato e fragrante, quella degli ingredienti che si fondono in un’alchimia perfetta che ha il sapore di casa e di quell’allegria infantile che esplodeva, quando la mamma mi diceva che c’era la pizza per cena ed un giorno normale diventava, improvvisamente, speciale.

In un attimo mi rivedo bambina, in un lungo e noioso pomeriggio invernale, nel tepore e nell’intimità della cucina, a sbirciare sotto un tovagliolo come l’impasto stesse lievitando, o accovacciata accanto al forno, in trepidante attesa, durante la cottura; oppure in una sera d’estate, intorno al tavolo, con amici, a ridere e scherzare. Perché questa è la vera magia della pizza, che non si riduce al piacere di mangiarla, ma si espande ai nostri ricordi, alla nostra tradizione, al nostro senso di appartenenza e rievoca in noi, a qualunque latitudine, parole come casa, famiglia, amici, festa, allegria, facendo comparire sul nostro volto il sorriso.

Se ti piacciono gli articoli di Marie Morel segui qui il suo blog personale.

Marie MorelDiMarie Morel

“L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti

Gaetano Donizetti nacque a Bergamo il 29 novembre 1779 da una famiglia poverissima e fu ammesso a frequentare le “lezioni caritatevoli” di musica, tenute da Giovanni Mayr, il quale notò il talento dell’allievo e ne curò la formazione, aprendogli la strada verso il successo. Fin dalle sue prime opere, ancora influenzate dal belcanto rossiniano, Donizetti mostrò la propria originalità, imprimendo nei personaggi una vena romantica, una profondità e una complessità psicologica fino ad allora sconosciute e che fecero di lui uno dei compositori più apprezzati del primo Ottocento e il maggiore precursore dell’era verdiana.

Raggiungendo la piena maturità artistica, si svincolò definitivamente dal modello di Rossini e diede vita ad opere in cui i personaggi non erano legati a schemi fissi, ma le cui personalità erano delineate dal compositore, attraverso un approfondimento psicologico ed umano e, pertanto, erano in grado di commuovere o divertire, a seconda delle esigenze teatrali, abbattendo la barriera tra commedia e dramma. Uno dei frutti di questo suo percorso creativo che, partendo dal belcanto approdò alla più profonda teatralizzazione romantica, fu “L’elisir d’amore”, un melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti, su libretto di Felice Romani, il quale trasse ispirazione da un testo scritto l’anno precedente da Eugène Scribe, “Le Philtre”.

L’opera narra le vicende di Adina, bella, ricca e volitiva fittavola e Nemorino, semplice contadinotto, che si strugge d’amore per lei, ma non ha il coraggio di dichiararsi.

Un giorno, durante una pausa dal lavoro, Adina legge ai mietitori delle peripezie di Tristano e del filtro magico che lo ha aiutato a far innamorare di sé la regina Isotta.
Mentre Nemorino sogna di trovare questo magico elisir per conquistare la sua amata, arriva in paese, con lo scopo di arruolare nuove leve, il tronfio e presuntuoso sergente Belcore, il quale chiede ad Adina di sposarlo, ma ella evita una risposta, dicendo di volerci pensare un po’ su.    

Adina, capricciosa ma emancipata e moderna rispetto ai canoni dell’epoca, espone a Nemorino la sua teoria circa l’amore, rivelando anche la propria più intima debolezza: la paura di soffrire e, dunque, la riluttanza a lasciarsi coinvolgere in una relazione profonda e duratura.       

Arriva in paese anche il ciarlatano Dulcamara, il quale, spacciandosi per un dottore, vende i propri miracolosi preparati medicinali agli ingenui contadini. Cade tra le sue grinfie Nemorino, al quale il truffatore vende una bottiglia di vino Bordeaux, in cambio dell’intero, misero patrimonio del giovane, facendogli credere che si tratti del tanto sospirato elisir d’amore.

Nemorino beve tutto l’ “elisir” e si ubriaca, perdendo ogni inibizione e cominciando a corteggiare altre fanciulle, la qual cosa suscita la gelosia di Adina, che per ripicca decide di accettare la proposta di Belcore e sposarlo quel giorno stesso, prima che lui riparta.
Nemorino vorrebbe, allora, comprare un’altra bottiglia di elisir da Dulcamara, ma non ha i soldi e, per procurarseli, decide di arruolarsi. Nel frattempo, si sparge in paese la notizia che Nemorino ha ottenuto una grande eredità da un parente recentemente deceduto, ma ne restano all’oscuro l’interessato, Adina e Dulcamara: la novità fa sì che tutte le ragazze del paese corteggino Nemorino e questi pensi sia l’effetto dell’elisir. Quando Dulcamara racconta ad Adina che Nemorino ha acquistato da lui l’elisir per conquistarla, arrivando persino ad arruolarsi, ella capisce quanto sia grande il suo amore. Una lacrima negli occhi di Adina tradisce i suoi sentimenti, poiché Nemorino, vedendola, si rende conto di essere ricambiato.

Adina acquista, dunque, il contratto di arruolamento di Nemorino restituendogli la libertà e i due innamorati, finalmente, si dichiarano l’amore reciproco. La scena si conclude con Belcore che se ne va, convinto di poter trovare altre ragazze da corteggiare e Dulcamara, trionfante e incredulo per il successo ottenuto dal suo improbabile elisir.

Pur affondando le radici nell’opera buffa, ne “L’elisir d’amore”, Donizetti e Romani riescono a tratteggiare con grande sensibilità  le personalità dei personaggi, che sono caratterizzate da varie sfaccettature: Nemorino non è il sempliciotto che appare, ma rivela una grande nobiltà d’animo, Adina è capricciosa ma capace di un amore profondo e sincero e lo stesso Dulcamara non è il classico stereotipo del ciarlatano, poiché con la sua saggezza aiuterà gli insicuri a superare le paure e a imboccare la strada per la felicità. Una commedia che regala agli spettatori momenti di autentico divertimento e, a tratti, di coinvolgente profondità di emozioni, soprattutto con la romanza “Una furtiva lagrima”, famosissima in tutto il mondo.

Per chi volesse approfondire, è possibile scaricare il libretto dell’opera e vederla per intero, ai seguenti link:

Scarica qui il

Libretto :Elisir D’Amore