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200 ANNI E NON SENTIRLI: L’INFINITO DI LEOPARDI E IL SEGRETO DELLA SUA FAMA

Recanatese, classe 1798, il suo è il mare letterario nel quale più dolcemente è facile naufragare… Avete capito di chi sto parlando? Ma certo, è proprio lui, Giacomo Leopardi! E proprio in questo 2019 appena cominciato ricorrono i duecento anni dalla stesura di una tra le sue poesie più celebri e suggestive: l’Infinito.

 

Parte del ciclo degli Idilli, insieme a La sera del dì di festa, ad Alla luna, a Il sogno e a La vita solitaria (componimenti concepiti negli anni 1819-21, ma pubblicati per la prima volta solo nel 1825 e poi, nuovamente, sei anni più tardi nell’edizione fiorentina dei Canti), l’Infinito è anche uno tra i testi poetici più studiati a scuola e conosciuti di tutto il patrimonio letterario nostrano… tanto che ancora oggi sentiamo l’esigenza di ascoltarlo, di scriverne e di parlarne! Già, ma perché? Perché ci affascina così tanto e a cosa si deve quella fama plurisecolare che gli ha permesso di resistere ai pericolosi colpi del tempo e delle mode?
I segreti, in realtà (se di “segreti” davvero si può parlare!), sono più di uno: innanzitutto, come per tutti i prodotti della mente umana presenti e passati, ciò che resta più impresso e che fa subito presa sul vasto pubblico non è tanto l’oggetto in sé, quanto la personalità che l’ha prodotto. Mi spiego: è più facile scolpire in mente un Giacomo Leopardi (spirito irrequieto/profondo/sensibile, ma prigioniero di un corpo fragile e incapace di stare al passo con un intelletto invece straordinariamente dotato) o un A Silvia? Forse nel caso di un “big” della letteratura come Leopardi la risposta non è così semplice da formulare, ma al “personaggio-Leopardi” sicuramente si deve una buona parte del suo successo (anche e soprattutto postumo), tanto che il grande schermo si è speso parecchio in questo senso ricostruendone più volte la biografia! Un buon ritratto, parzialmente riabilitante rispetto alla figura canonica (ma imprecisa!) del pessimistico “cantore dell’umana tristezza”, ci viene, ad esempio, offerta in tempi più o meno recenti sul grande schermo da Mario Martone attraverso Il giovane favoloso, film (da non perdere!) del 2014 che vede protagonista un Elio Germano decisamente calato nella parte. O ancora, ciò che ha contribuito (e che tutt’oggi contribuisce) alla notorietà del componimento è, naturalmente, l’insieme delle parole impiegate dall’autore, quello che in gergo tecnico si chiama “lessico”. I termini più ricorrenti, infatti, rimandano al “vago” e all’“indefinito”, concetti che più di altri sono, infatti, capaci di solleticare la nostra immaginazione e che sono, dunque, destinati a imprimersi più facilmente nella nostra memoria. Non dobbiamo scordare che la poesia e il canto nella notte dei tempi sono entrambi nati con l’accompagnamento della musica e proprio come quando ascoltiamo una canzone, non è tanto ciò che viene descritto o rappresentato ad avvicinarci, quanto le sensazioni e le emozioni che, dentro di noi, hanno fatto vibrare le corde giuste, attraverso i suoni e le parole impiegati! Insomma, per dirla con Leopardi e con il suo Zibaldone di pensieri, è facile sentirsi vicini all’io poetico tratteggiato dall’Infinito perché qualunque “anima s’immagina quello che non vede […] e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s’estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”

Se volete testare sul campo quanto appena esposto e ascoltare il componimento recitato da un esponente importante del teatro italiano (cioè niente meno che Vittorio Gassman!) cliccate sul link https://bit.ly/1PS3PO  e lasciatevi trasportare dalla magia delle parole!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

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Un Piemonte tutto da scoprire: il Principato di Lucedio e il “primo riso” italiano

 

Vogliamo sfatare un mito che accompagna gli italiani dall’alba dei tempi? Ebbene, udite udite: nel Bel Paese non si vive di sola pasta (che pure costituisce uno dei prodotti più famosi e imitati del nostro made in Italy), ma anche… di riso! E la sua coltivazione sul suolo nostrano è davvero antichissima, tanto che il “primo riso” italiano risale addirittura all’inizio del ‘400 e ha visto la sua comparsa nel cuore del Piemonte più vero!

Ci riferiamo ovviamente al riso del Principato di Lucedio, oggi azienda agricola ben radicata sul territorio del vercellese ed esportatrice del prezioso cereale (molto richiesto all’estero), mentre un tempo frutto maturo della presenza costante di una confraternita di monaci cistercensi stabilitisi a Trino già nel 1123 e fondatori nella zona di un complesso abbaziale che, dal punto di vista architettonico (e culinario!), è sicuramente degno di una visita.

Fu, infatti, grazie all’industriosa attitudine di quei monaci (e, a dirla tutta, anche alla loro mentalità un po’ avanti coi tempi) che le zone paludose attorno all’abbazia furono progressivamente bonificate, rese adatte alla coltivazione di riso (che in gergo tecnico si definisce “risicoltura”) grazie ad opere idrauliche di canalizzazione, e quindi incamerate dal complesso monastico come patrimonio fondiario attraverso l’intermediazione di personale laico, il quale poteva serenamente godere del possesso di beni materiali o di terre in quanto non sottostava a una rigida Regola – che imponeva, invece, ai monaci la povertà, oltre che la castità e l’obbedienza al proprio ordine.

E l’appellativo di “Principato” allora? L’abbazia inizialmente si era comportata come una piccola città, in grado di provvedere autonomamente alla propria sussistenza, ma sulla quale vigilava l’occhio attento dei marchesi del Monferrato, i quali (in seguito alla donazione di alcuni terreni e di materiale edilizio) detenevano il patronato sul complesso. Dalla metà del ‘600, però, la sua storia divenne sempre più ingarbugliata: passato dal ducato di Monferrato al vicino ducato di Savoia, a fine Ottocento perse addirittura il suo status ecclesiastico, subendo un cosiddetto “processo di secolarizzazione”, terminato il quale entrò prima a far parte dei possedimenti del cognato di Napoleone, poi di quelli del governo sabaudo e infine di una società costituita da tre privati; uno di questi cedette poi la proprietà al duca di Galliera, il quale venne insignito dal re Vittorio Emanuele II del titolo di principe per l’impegno profuso nei confronti della patria ed è proprio grazie a lui che gli eredi, ancora oggi residenti nella proprietà, possono orgogliosamente conservare il prestigioso appellativo.

Ma le peculiarità del Principato di Lucedio non finiscono certo qui! Leggende e misteri che avvolgono l’abbazia vercellese in un’atmosfera degna della migliore imitazione de Il nome della rosa” a parte, gli edifici dell’intero complesso (la Sala capitolare con la sua “colonna che piange”, la Sala dei conversi con le sue volte a sesto acuto e il mattone a vista, lo splendido chiostro) sono ben conservati dal punto di vista storico-artistico e valgono decisamente una visita (ogni domenica pomeriggio vengono, infatti, organizzati dei tour guidati in loco e alcuni coraggiosi ci organizzano addirittura degustazioni o ricevimenti nuziali!); altrettanto interessante è, infine, il negozietto che vende al pubblico il riso di Lucedio (Arborio, Baldo e Carnaroli, per ottimi risotti, Venere, cioè il riso “nero”, Selenio, adatto per il sushi), rigorosamente prodotto senza conservanti e in atmosfera modificata per mantenere intatta la sua qualità e i suoi elevati valori nutrizionali.

Se volete davvero scoprire tutti i segreti del mondo della risicoltura e della produzione del cereale, conviene, però, spostarvi poco lontano da Lucedio, a Fontanetto Po (sempre in provincia di Vercelli), dove ha sede l’Antica Riseria Mulino San Giovanni. Presente nella classifica dei “luoghi del cuore” del FAI (Fondo Ambiente Italiano) e parte integrante dell’“ecomuseo delle terre d’acqua”, come recita il nome stesso, questo complesso in grado di catapultare chiunque indietro di qualche secolo conserva l’unico mulino della zona ancora azionato dalla forza motrice dell’acqua e un piccolo museo dall’impostazione fortemente didattica che, sala dopo sala, espone attrezzi e strumenti antichi, raccontando tutte le fasi di coltivazione e di produzione del riso; sempre in loco è possibile, infine, prenotare visite e acquistarne i prodotti.

Insomma, se dopo questa breve carrellata di aziende impegnate da secoli nella coltivazione e nella commercializzazione del riso siete ancora convinti del fatto che il prodotto italiano più tipico sia ancora la pasta, non vi resta che fare un salto in Piemonte e appurarlo con i vostri occhi!

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Il Natale è servito: dolci e prelibatezze italiane sotto l’albero

Quando arrivano i primi freddi, si accendono le luminarie per le strade e il calendario volta pagina per accogliere l’ultimo mese dell’anno, anche i fornelli iniziano a riscaldarsi in attesa del tour de force che li attenderà di lì a breve: il Bel Paese è, infatti, universalmente noto per la qualità e per la bontà del suo cibo, sapientemente cucinato e tramandato di generazione in generazione attraverso ricettari antichi e ancora compilati a mano, ma soprattutto… per la varietà di forme in cui questo si può presentare! E allora largo a panpepato, veneziana, petrali, struffoli accanto a eleganti centrotavola intrecciati con rami di vischio e di agrifoglio e a bucce di mandarino sui caloriferi per profumare l’ambiente: questa è la vera magia del Natale nostrano! Pensavate esistessero solo pandoro, panettone e abete addobbato? Ma certo che no! E questo breve (ma gustosissimo) itinerario da Nord a Sud sulla tavola natalizia degli italiani ne darà prova!

 

Panettone e pandoro, eterni rivali della tradizione gastronomica originariamente solo dell’Italia settentrionale, sono oggi, invece, due tra i dolci più noti della cucina natalizia della Penisola e generalmente diffusi su tutto il territorio nazionale. Il primo (“panetùn” in dialetto) si presenta come un dolce lievitato più volte, di forma circolare, farcito con canditi e uvetta, solitamente servito a fette; la sua origine milanese è dibattuta, in quanto i più creativi fanno risalire la sua nascita alla leggenda quattrocentesca di Toni, garzone del cuoco degli Sforza, il quale, dopo aver rubato parte dell’impasto del dessert preparato per la corte di Ludovico il Moro, aggiunse uova, zucchero, frutta candita e uvetta, dando così origine al “Pan del Toni” (da cui poi “panettone”), mentre altri si limitano semplicemente a ritenerla una denominazione accrescitiva e vezzeggiativa insieme adatta a un pane “arricchito” in occasione delle feste. Il secondo (“pan de oro” in lingua locale), invece, è un impasto vanigliato di uova, burro, farina e zucchero dalla tipica forma a prisma a otto punte; solitamente tagliato a stella o a fette verticali, il pandoro è un dolce tipico della zona di Verona, forse esistito fin dai tempi dell’antica Roma, ma sicuramente noto come l’evoluzione di un altro dolce veneto chiamato “nadalin”. E la veneziana allora? Nonostante il nome possa far pensare a una provenienza tutta lagunare, in realtà, il dolce ha fatto la sua comparsa in Lombardia nel XV secolo ed è poi rimasto nel cuore (e nella pancia!) degli italiani per la sua caratteristica più peculiare, cioè la presenza in superficie della granella di zucchero e di mandorle (simile a quella della “colomba”, dolce pasquale), nonostante il resto dell’impasto sia, di fatto, una rivisitazione del panettone.

 

Per quanto riguarda, invece, il Centro della Penisola, probabilmente solo pochi di voi avranno sentito parlare di “panpepato” o di “panforte”. Il primo, originario di Terni e di Ferrara, cotto in forno e dalla forma a ciambella o a pepita, segue ancora oggi l’antica ricetta risalente al Cinquecento a base di farina, zucchero, spezie varie (tra cui il pepe, da cui il nome esotico), scorza di arancia, miele e mosto cotto (sussurrato al pari di un ingrediente segreto); illustre antenato del panforte senese, sempre a base di spezie, frutta secca e candita, risalente al Medioevo, il panpepato fu realizzato dall’ingegno della leggendaria e coraggiosa suor Berta, la quale ebbe l’idea di creare un dolce “energetico” per rinvigorire i suoi concittadini senesi durante uno dei tanti assedi di cui fu vittima la città – dolce che, si dice, inoltre, essere stato responsabile della storica vittoria di Montaperti del 1260 contro i fiorentini. Tipici dell’Abruzzo sono, invece, i caggionetti (“caciunitt”) fritti, a forma di raviolo e i bocconotti (“da mangiarsi in un boccone” solo!) di frolla, cosparsi di zucchero a velo, entrambi a base di marmellata di uva, mentre marchigiana è la ricetta della… pizza di Natale (“pizza de Natà”)! nel cui impasto compaiono gli immancabili fichi secchi, uvetta, noci, nocciole e scorza d’agrume gratuggiato.

 

Direttamente dalla tavola partenopea arrivano, invece, gli “struffoli” (che in altre regioni d’Italia assumono una diversa denominazione, come “cicerchiata” o “castagnole”), cioè piccoli dolcetti fritti di forma sferica e irregolare abbondantemente cosparsi di miele – e di codetta colorata per decorazione -, anch’essi un tempo preparati dalle suore nel segreto dei loro conventi per essere donati agli esponenti delle classi più agiate che si erano distinti per atti di generosità verso il prossimo, mentre oggi sono diffusi su gran parte delle tavole del Sud d’Italia. Le chinulille sono, al contrario, tipiche della sola tradizione culinaria calabrese (come pure i “petrali” o “chjinuli”): dolcetti fritti a forma di raviolo e ripieni di uvetta ammollata in acqua e anice, di noci, di fichi secchi e di miele di fichi, le chinulille sono tradizionalmente legate al Natale, anche se, data la facilità di preparazione, in realtà, sono adatte per ogni periodo dell’anno. Pugliesi sono, invece, le cartellate (“‘ncartellate”, cioè “accartocciate”), ovvero strisce dentellate di pasta sfoglia realizzate con farina, olio e vino bianco, arrotolate su loro stesse (in modo da richiamare l’aureola di Gesù bambino, le fasce che lo accolsero subito dopo la nascita, oppure la corona di spine), fritte e poi cosparse di vincotto di vino o di fichi, talmente antiche da essere rappresentate addirittura in pitture murali del VI secolo a.C.! Infine, dritto dritto dalla Sicilia proviene il buccellato (“cucciddatu” o “cudduredda” in dialetto locale), dolce di pasta frolla realizzato in diverse forme (la più tipica è quella a ciambella) e ripieno di fichi secchi, di uva passa, di pezzetti di cioccolato e di frutta candita.

 

Insomma, se questa breve carrellata di prelibatezze culinarie (ce ne sarebbero moltissime altre, ma come fare a elencarle tutte, ma proprio, proprio tutte?) vi ha fatto venire l’acquolina in bocca, non vi resta che organizzare le prossime ferie natalizie (o le attuali, siete ancora in tempo!) in terra italica, oppure farvi invitare dal parente nostrano più prossimo che avete: il vostro stomaco non potrà assolutamente uscirne deluso – provare per credere!

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La Milano che non ti aspetti: un itinerario tra vecchia e nuova metropoli

Capitale della moda e del design italiano, dell’editoria e dei mercati finanziari nostrani grazie alla famosa “Borsa”, Milano sembra essere la meta ideale solo per un weekend mordi e fuggi in giorni di saldi o di Black Friday. Ma siete proprio sicuri che sia davvero così? Quanti di voi, invece, hanno mai pensato di trattenersi in città per un soggiorno un pochino più lungo e totalmente turistico?

Certo, considerare il capoluogo lombardo una destinazione per un viaggio relax è cosa assai ardua da immaginare (e da praticare! Provare per credere…), vista la nomea di città perennemente di fretta che (non a torto, ad essere sinceri) si porta cucita addosso, tra un aperitivo sui Navigli di qua e una conference call con l’ufficio centrale in San Babila di là, dopo corse e spintonamenti vari in metropolitana all’ora di punta; sfuggente, frenetica, proiettata verso il futuro e l’innovazione, l’anima profonda di Milano sembra davvero difficile da cogliere e, soprattutto, da raccontare a chi è poco pratico di questi luoghi e/o del Bel Paese conosce (e sogna ad occhi aperti) solo i piccoli borghi arroccati su dolci pendii, con le stradicciole lastricate e i gerani appesi ai davanzali.

Se volete scoprire davvero la caotica metropoli del Nord Italia, ma avete purtroppo poco tempo a disposizione, vi consigliamo un breve itinerario low cost da percorrere interamente a piedi, tra mete già note e altre un po’ meno. Pronti?

  1. Mappa alla mano, il punto di ritrovo e di partenza sarà la centralissima piazza Duomo, per la foto di rito, dando le spalle alla cattedrale e dribblando turisti e piccioni molesti. Non vi sfuggirà, naturalmente, che lo sfondo della vostra fotografia o del vostro selfie sarà costituito da uno dei pochissimi esempi di architettura gotica in stile fiorito presente sul suolo italiano (data la collocazione geografica di Milano, l’influenza francese è, infatti, piuttosto forte) e non vi lascerete certo ingannare dal tripudio di statue e pinnacoli trasudanti aria di Medioevo: per completare il Duomo ci sono voluti, infatti, svariati secoli, tanto che la facciata in marmo rosa di Candoglia è stata ultimata… solo nell’Ottocento! esattamente come la piazza antistante il sagrato, risistemata negli stessi anni da Giuseppe Mengoni; per osservare del vero gotico duro e puro e del vero lavorato trecentesco, dovrete spingervi, piuttosto, sul retro della chiesa, nella zona dell’abside poligonale, decorata da statue, da bassorilievi e da vetrate coloratissime.
  2. Ancora in piazza Duomo, aguzzate la vista: alla vostra destra, leggermente arretrato rispetto alla facciata della cattedrale, potrete ammirare Palazzo Reale, opera dell’architetto Giuseppe Piermarini ed esempio mirabile di dimora in stile neoclassico (così chiamato perché un tempo fu abitato niente meno che dagli Asburgo! mentre oggi periodicamente ospita prestigiose mostre temporanee), affiancato dal poderoso Palazzo dell’Arengario (oggi sede del Museo del Novecento e della sua collezione permanente, ma pensato originariamente come sede del Comune cittadino in sostituzione di quello già esistente, detto “vecchio Broletto” e posto all’imbocco della vicinissima via dei Mercanti), edificato tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso su progetto di Muzio, Portaluppi, Griffini e Magistretti. Alla vostra sinistra, invece, non potrete non notare la maestosa Galleria Vittorio Emanuele II (altro soggetto prediletto per foto ricordo), costruita nell’Ottocento, sempre dal Mengoni, in stile neorinascimentale come strada coperta di collegamento tra Piazza Duomo e Piazza della Scala, sede dell’omonimo teatro; se la percorrerete per un buon tratto, sotto la cupola di vetro vi ritroverete circondati da una forma ottagonale definita (per l’appunto) l’“Ottagono”, oggi come allora sede dei cafè più antichi e lussuosi della città, oltre che delle boutiques più costose del circondario (un piccolo assaggio, insomma, di quello che vi aspetterà se avrete tempo e voglia di camminare fino al cosiddetto “Quadrilatero della moda” – sì, la geometria piana piace proprio ai milanesi! –, costituito dalle vie Montenapoleone, della Spiga, Manzoni e corso Venezia). Sul pavimento a litostrato della galleria sono rappresentate le insegne della città e una in particolare è molto amata dai turisti e dagli scaramantici in generale (non tanto dal Comune però che deve provvedere a continui restauri!), poiché si dice che, roteando il tallone sui testicoli del toro rampante a mosaico in campo azzurro posto nel braccio sinistro della Galleria, ci si assicurerà una seconda visita al capoluogo lombardo.
  3. Proseguendo fino alla fine della Galleria, vi ritroverete in Piazza della Scala: tra un albero e l’altro, non potrete non sentire su di voi lo sguardo fiero di quel genio a tutto tondo che fu Leonardo da Vinci, la cui statua è collocata proprio al centro della piazza; celebre artista, architetto, ingegnere, scultore toscano, egli collaborò a fine Quattrocento con Ludovico il Moro (duca di Milano e figlio di Francesco I Sforza), e rese grande e modernissima la città grazie, ad esempio, alla serie di chiuse ideate per rendere navigabili i Navigli (cioè i fiumi cittadini), e la cui opera più nota ed emblematica è il famoso Cenacolo dipinto sulla parete settentrionale del Refettorio della Chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, ubicata in fondo a corso Magenta. Ai due lati opposti della statua di Leonardo si trovano Palazzo Marino, diventato sede del Comune dal 1861 (data che segna l’unificazione nazionale), ma costruito nel Cinquecento dall’architetto Galeazzo Alessi, e il Teatro alla Scala, mirabile opera del già citato Piermarini. Vanto della città grazie alla sua prestigiosissima Accademia di ballo e agli spettacoli d’opera e ai concerti presenti in cartellone tutto l’anno, il teatro inaugura ogni anno la sua stagione il 7 dicembre, giorno in cui Milano festeggia il suo patrono, Sant’Ambrogio (al quale, peraltro, è dedicata una splendida chiesa romanica in mattone a vista all’esterno e marmo bicromo all’interno, ubicata nella zona omonima, nella quale sono contenute le sue spoglie). Proprio accanto al famoso teatro, sulla destra, inizia via Verdi: imboccandola, vi ritroverete presto in via Brera, cuore pulsante della vecchia Milano e ritrovo di artisti.
  4. Una volta approdati nel bel mezzo del quartiere di Brera, sede della prestigiosa Pinacoteca, dell’Accademia di Belle Arti e della Biblioteca Braidense (collocata in fondo rispetto al cortile con la statua di Napoleone, in cima a una scalinata e con ancora all’interno gli scaffali in legno e i soffitti dipinti a trompe-l’œil), sentitevi pure liberi di perdervi nei vicoli stretti e tortuosi dove, nelle sere estive, alcune cartomanti cercheranno di curiosare nel vostro futuro, oppure, d’inverno, luminarie e luci natalizie invaderanno letteralmente la zona, dandone un’aria piuttosto suggestiva. Brera era, infatti, il quartiere degli artisti, fatto di stradine strette e dalle forme piuttosto bizzarre, che si intersecano tra loro formando angoli inusuali (eco del passato medievale della città, in cui non esistevano larghi viali perpendicolari o paralleli, tipici, invece di insediamenti latini come ad esempio Torino, costruita sull’impianto dell’antico castrum romano), sulle quali si affacciano piccoli appartamenti attraverso altrettanto piccole finestre. Quando ne avrete avuto abbastanza (o meglio, quando l’orologio vi imporrà di averne avuto abbastanza), proseguendo lungo via Solferino, incrocerete corso Garibaldi e procederete verso nord fino oltre Porta Garibaldi, una delle antiche porte della città vecchia, squarci che si aprivano nella cerchia di mura che circondavano Milano (la cui migliore descrizione è contenuta nei Promessi sposi, romanzo di ambientazione secentesca scritto da quell’intelletto fine che fu Alessandro Manzoni).
  5. Una volta lasciato alle vostre spalle in quartiere degli artisti, vi troverete catapultati nel bel mezzo della movida di corso Como, zona piena di locali e di posticini alla moda, uno dei quali non potrà che lasciarvi di stucco: non farò nomi, ma vi basti sapere che, contrassegnato da un ingresso piuttosto anonimo, questo luogo nasconde un vero e proprio giardino incantato, illuminato in ogni stagione da centinaia di lampadine che rendono l’atmosfera, gli acquisti e i costosi aperitivi davvero magici. Proprio questa parte del capoluogo lombardo, ultima tappa del nostro breve itinerario, in anni recentissimi è diventata, infatti, oggetto del rinnovamento urbanistico cittadino: assieme al nuovissimo quartiere di “City Life” (zona Portello) e alle tre torri degli “archistar” Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki, l’area raccolta attorno alla stazione Garibaldi forma il polo più innovativo e all’avanguardia in campo architettonico di Milano, dove nelle sere o nei pomeriggi invernali, passeggiando all’ombra del Bosco Verticale dello Studio Boeri, potrete trascorrere qualche ora in compagnia di amici o della vostra dolce metà pattinando sul ghiaccio, o curiosando tra i mercatini disposti tra piazza Gae Aulenti e Alvar Aalto (entrambi celebri architetti, la prima, in particolare, è stata responsabile della risistemazione urbanistica della zona Cadorna).

Se questo breve excursus sulla metropoli del Nord Italia vi ha incuriosito, non potrete che concordare con noi sul fatto che, come si dice da quelle parti, Milan l’è semper on gran Milan!

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Le lingue d’Italia: il dialetto tra letteratura e cultura

Una tra le caratteristiche più affascinanti del Bel Paese è la varietà: varietà di climi (dal freddo montano del Trentino al caldo afoso delle assolate spiagge della Sicilia), varietà di paesaggi (dalle casette colorate arroccate una sull’altra della Liguria alle masserie disperse tra oliveti e muretti a secco della Puglia), varietà di monumenti e di siti storico-artistici (dalla Roma classica e barocca agli eleganti e misteriosi canali della laguna veneta), varietà di lingue. Già: ma che lingua si parla in Italia oggi? E che lingua si è parlata in passato? Questo breve viaggio alla scoperta delle lingue parlate in Italia cercherà di trovare una risposta all’annoso quesito.

In gergo tecnico esiste una lingua definita italiano standard, cioè quella varietà sovraregionale di italiano che, di solito, si ascolta solo a teatro, nei corsi di dizione oppure di storia della lingua italiana all’università; è un prodotto assai recente della nostra storia nazionale e, a dirla tutta, sembra non avere riscosso molto successo perché praticamente nessuno lo parla correntemente come lingua materna. Come mai? Per questioni storiche, il nostro paese è vissuto per secoli e secoli diviso in piccoli o medio-piccoli stati regionali, principati, signorie e potentati locali (prendete una qualunque cartina geografica dell’Italia da un qualunque libro di storia: non è forse coloratissima?) che hanno impedito una qualunque forma di unificazione non solo politica – raggiunta solo nel 1861 dopo lunghe e sanguinose lotte –, ma anche linguistica.

Senza scendere troppo nel dettaglio, la lingua italiana, come tutte le altre lingue romanze (francese, provenzale, spagnolo, portoghese, rumeno), si è formata dall’evoluzione della lingua latina parlata (ebbene sì, potete fregiarvi del titolo di parlanti del “latino contemporaneo”!) che, in ciascuna regione linguistica, ha assunto caratteristiche proprie, diverse da quelle dei vicini. Oggi ne siamo consapevoli, perché basta muoversi su e giù per l’Italia per sentire suoni e parole diverse; ma un tempo? Chi fu il primo a dare conto di tutto questo patrimonio così vario e multiforme? Vi do qualche indizio: viaggiò molto per questioni “politiche” ed è un nome particolarmente caro alla nostra associazione… Avete pensato a Dante Alighieri? Ma certo, è proprio lui!

Nel suo De vulgari eloquentia (“ma è in latino!” potreste arguire. E, in effetti lo è, ma non abbiamo appena finito di dire che ovunque si parlavano lingue diverse incomprensibili tra vicini? Ecco, il latino aveva un po’ la stessa funzione di lingua franca che ha oggi l’inglese: serviva ai dotti per comunicare ed essere sicuri di essere compresi da tutti!), purtroppo incompiuto, Dante si pone come un osservatore esterno del patrimonio linguistico del Bel Paese e analizza ciascuna parlata d’Italia per cercare di rintracciare una lingua che potesse davvero dirsi “italiana”, nobile, consona insomma alla massima ambizione poetica, retorica e politica del nostro. L’inventario dialettologico così compilato comprende ben 14 varietà di dialetti (con tanto di citazioni!), anche se nessuno “al naturale” purtroppo sembra fare al caso suo – nonostante in tutti virtualmente egli rintracci qualcosa del suo ideale vernacolo “cardinale”, “illustre”, “aulico” e “cortigiano”.

Oggi, invece? Grazie alla diffusione del romanzo del primo e secondo ‘800 prima (alzi la mano chi non ha mai letto i Promessi sposi di Alessandro Manzoni!) e della televisione dagli anni ’60 del secolo scorso in poi, una qualche forma di lingua nazionale non più spezzettata in una miriade di dialetti è parlata da più o meno la maggioranza degli abitanti del nostro paese. È italiano standard allora? No, non lo è, proprio perché la lingua locale (il dialetto) ha esercitato una forte influenza sull’italiano “nazionale” idealmente comune a tutti quanti i parlanti sul suolo italico (in gergo tecnico si chiamano “influssi di sostrato”, proprio perché si immagina l’evoluzione della lingua come un continuo sovrapporsi di strati permeabili che si influenzano reciprocamente), generando diverse varietà che sono definite “italiani regionali”. Questo è il motivo per cui, ad esempio, se il vostro coinquilino è siciliano e pronuncerà tutte le vocali aperte o se è fiorentino e aspirerà le “C”, produrrete suoni diversi, ma sarete perfettamente in grado di comprendervi l’uno con l’altro! Incredibile, vero?

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50 sfumature di Puglia: Otranto tra storia locale, natura e acque cristalline

 

L’autunno e il freddo giungono sempre con qualche settimana di ritardo al Sud, dove anche a fine settembre è ancora possibile godersi un po’ di mare, qualche ultimo raggio di sole estivo e una discreta dose di tranquillità, senza sentirsi assediati da troppi turisti sudati intorno. In caso vi fosse rimasto qualche giorno di vacanza da trascorrere tra tuffi in acque cristalline e albe mozzafiato sulla costa, la Puglia è decisamente ciò che fa per voi!

In particolare, Otranto, il centro abitato situato più a oriente dello Stivale, perfetto mix tra interessanti siti storico-artistici e la giusta dose di meritato relax.

 

Il centro storico di Otranto è un piccolo gioiello interamente percorribile a piedi (non temete, le distanze sono assolutamente ragionevoli, anche se siete fuori allenamento!), un labirinto di viuzze strette e irregolari che, in un modo o nell’altro, finiranno sempre per condurvi nei due principali punti di interesse del borgo antico e della travagliata storia locale, fatta di continue conquiste da parte di popoli stranieri (messapi, greci, longobardi, bizantini, angioini, aragonesi…) e di razzie e devastazioni perpetrate da feroci popolazioni provenienti dalle coste del mar Mediterraneo, come ad esempio i Turchi.

La Cattedrale normanna, dedicata a Santa Maria Annunziata e posta proprio nel cuore pulsante della città vecchia, ospita infatti, la Cappella  dei Martiri, a ricordo del sacrificio di 800 otrantini, barbaramente uccisi dai soldati turchi di Maometto II nel 1480 per essersi rifiutati di ripudiare la propria fede cattolica in seguito all’assedio e alla caduta della città (gran parte della toponomastica locale ruota attorno a questo tragico evento, fateci caso); non dimenticate, inoltre, di osservare il mosaico pavimentale rappresentante l’albero della vita e alcune storie del Vecchio Testamento: realizzato intorno al 1160, è, infatti, uno dei cicli più suggestivi di tutto il Medioevo nostrano! 

A poca distanza, invece, non potrete che imbattervi nel poderoso Castello aragonese, edificato fin dal Duecento e oggetto di continui e progressivi ammodernamenti (come ad esempio quello realizzato facendo tesoro degli insegnamenti di Francesco di Giorgio Martini o quello cinquecentesco volto a fortificare ulteriormente il lato rivolto verso il mare) fino a trasformarsi nel ‘700 nell’ambientazione perfetta per il primo romanzo gotico della storia, Il castello di Otranto, per l’appunto, di Horace Walpole.

Per gli amanti dell’abbronzatura 365 giorni all’anno, invece, imperdibile è la sosta alla Baia dei Turchi (così chiamata per ricordare il tratto di costa che, secondo la tradizione più accreditata, assistette allo sbarco dei già sopra citati spietati guerrieri di Maometto II), la spiaggia sabbiosa più famosa della città, situata qualche chilometro a nord rispetto al centro storico. Mare cristallino, sabbia finissima, una leggera brezza che scompiglia i capelli… Cosa chiedere di più? Per chi, invece, volesse rispolverare il proprio animo romantico e sognatore, sempre in riva al mare, cullati dal lento sciabordare delle onde, la meta più indicata è sicuramente Punta Palascìa, il punto geografico situato più a est di tutta la penisola italiana, da cui godere di albe meravigliose nate direttamente dalle splendide acque salentine (posto gettonatissimo dove trascorrere la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, se puntate a essere i primi in tutta Italia a salutare il sole del nuovo anno in compagnia di amici o della vostra dolce metà).

Ultimo, ma non per questo meno suggestivo, must nei dintorni di Otranto è il cosiddetto laghetto di bauxite“, un piccolo specchio d’acqua color smeraldo, originatosi a causa delle infiltrazioni d’acqua penetrate nella cava dell’omonimo minerale dismessa alla fine degli anni ’70, circondato da terra, sabbia e roccia… rossa! Il momento migliore per scattare una foto da cartolina e per godere di panorami da outback australiano pur rimanendo coi piedi saldamente ancorati al suolo italico è, ovviamente, il tramonto, quando le tinte dorate e color rame si accendono, inondando lo scenario di tutte le gradazioni possibili del rosso mattone, dell’arancione e del giallo.

Se non avete ancora avuto l’occasione di scoprire le bellezze pugliesi, Otranto è sicuramente un buon trampolino di lancio per immergervi nella cultura, nelle tradizioni e nella storia di questa regione italiana ricca di fascino e di luoghi interessanti da visitare e da vivere, un buon compromesso tra le preferenze di chi non disdegna lunghe passeggiate in mezzo alla natura e di chi, invece, è un fanatico della tintarella e dell’ombrellone, tra chi è interessato all’architettura e alla storia e chi, invece, è attratto dalla buona cucina. Ce n’è davvero per tutti i gusti… Provare per credere!

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Un borgo sospeso nel tempo: l’anima nascosta di Grottammare

Stanchi delle solite destinazioni balneari dell’affollata riviera romagnola tra tintarella e discoteca? Siete alla ricerca di una meta turistica ma non troppo, rilassante ma non troppo, storico-artistica ma non troppo? Niente paura! Vi basterà percorrere qualche chilometro più a sud di Rimini o di Riccione lungo l’autostrada che costeggia il mar Adriatico per raggiungere le Marche e imbattervi in Grottammare.

Gemella di Cupra Marittima e di San Benedetto del Tronto, Grottammare condivide con le vicine un tratto di costa denominato “Riviera delle Palme” – così ribattezzato per la fitta presenza di queste insolite piante che fanno da cornice a un salutare percorso ciclo-pedonale di circa 8 km; ma le peculiarità non si esauriscono certo qui: la cittadina, all’apparenza anonima, nasconde in realtà un’anima più intima e decisamente suggestiva. L’attuale centro abitato, infatti, con i suoi negozi, i suoi alberghi e la sua movida, altro non è che la versione contemporanea del suo nucleo originario, il “vecchio incasato”, arroccato su un’altura prospicente la marina e abbandonato in seguito all’espansione causata dalla crescita demografica e dallo sviluppo del turismo nella zona. Rimasto intatto nel corso del tempo, con le sue stradine in pendenza, tortuose e lastricate, con le sue case di mattoni a vista coi gerani sui davanzali, una addossata all’altra, e con i suoi scorci mozzafiato aperti sull’azzurro del cielo e di un mare limpidissimo, bloccato in un’atmosfera senza tempo, il centro storico ha attraversato indenne i gorghi della modernità e può regalarci oggi una delle esperienze più insolite e magiche al tempo stesso, quella di camminare sospesi in un eterno presente – come in un quadro.

Il borgo, non a caso insignito del titolo di “uno dei più belli d’Italia”, è comodamente raggiungibile a piedi ed è percorribile in tutti i suoi numerosi dislivelli: da quello più alto, dove svettano i ruderi del vecchio Castello, dal quale, all’ombra di pini imponenti e profumati, si gode di una splendida vista a 360° sulla costa, a quello della cinta muraria fortificata ancora oggi perfettamente conservata, costruita a difesa dell’agglomerato urbano, vittima nel passato di continue incursioni da parte di feroci pirati saraceni; infine, all’altezza di Piazza Peretti, così chiamata in onore di papa Sisto V (al secolo Felice Peretti, nativo del posto e cittadino grottammarese più illustre), è possibile ammirare in un unico colpo d’occhio un insieme di importanti edifici riuniti attorno a una poetica pianta d’arancio in vaso – un tempo custodita da un incaricato del Comune scelto ogni anno tra le famiglie del posto: il Palazzo Comunale con le sue logge panoramiche affacciate sul litorale e con la sua unica torre asimmetrica sormontata da un elegante orologio, il Teatro dell’Arancio con affissi i manifesti della “colonia felina” schedata (con tanto di nomi e di foto!) e protetta dai locali e la Chiesa di S. Giovanni Battista, interamente ricoperta di laterizio. Altri must see da non perdere sono, inoltre, la Chiesa di S. Lucia, commissionata dalla sorella di Sisto V ed edificata sopra alle rovine della modesta casa natale del papa su progetto dell’architetto Domenico Fontana, e il Torrione della Battaglia, a pianta circolare, un tempo eretto per difendere l’antico porto cittadino dagli attacchi provenienti dal mare – oggi ospitante, invece, il museo dedicato allo scultore locale Pericle Fazzini (1913-87).

L’itinerario tra le viuzze della cittadina è tranquillamente percorribile in un’unica giornata, in qualunque mese o stagione dell’anno (in estate può essere una buona alternativa al tuffo in mare, in inverno diventa, invece, scenario di un particolarissimo presepe vivente!), mentre il momento più favorevole per godere del fascino del luogo è, naturalmente, il tramonto, quando il laterizio si accende di tinte calde e avvolgenti. Insomma, se non avete ancora mai pensato alle Marche come a una meta di villeggiatura, è proprio il caso di iniziare a farlo… E Grottammare non si lascia certo sfuggire l’occasione di offrirsi come un ottimo punto di partenza per la vostra esplorazione!

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Sorprese made in Puglia: la serendipità di Conversano

Ancora indecisi sulla destinazione delle imminenti vacanze estive? In cerca di qualche luogo tranquillo un po’ fuori dai soliti iperaffollati itinerari turistici?

La Puglia non manca certo di mare cristallino e/o di prelibatezze culinarie, ma nemmeno in fatto di sorprese sa farsi cogliere impreparata! La piccola città di Conversano, infatti, è la meta ideale per chi non vuole rinunciare alle assolate e famose spiagge della vicina Polignano a Mare, ma nemmeno perdere l’occasione di visitare qualche bell’edificio storico-artistico fresco fresco di restauro.

 

Conversano sta ai viaggi a tappe in macchina programmati al quarto d’ora come la serendipità alla routine quotidiana tra lavoro e stress estremamente prevedibili e poco graditi: insomma, una vera e propria scoperta. Innanzitutto, si presenta come una meta assolutamente non turistica (per quanto i luoghi di interesse non manchino affatto!) senza indicazioni gridate, senza operatori turistici ad eccezione di una “pro loco” gestita da volontari in un piccolo ufficio collocato nella piazza principale, anzi, con quell’aria genuina di cittadina a misura d’uomo, fatta di vere persone che di giorno appendono con noncuranza i panni stesi alle finestre, mentre di sera se ne stanno sedute fuori casa a parlare fino a tarda ora con i vicini.

L’agglomerato urbano ha una conformazione decisamente particolare, riunendo in sé ben tre campagne edilizie succedutesi in tempi diversi (il dedalo di vicoli tortuosi e candidi attorno alla cattedrale cede presto il passo a strette stradine parallele e perpendicolari dritte come fusi per concludersi poi in pittoresche scalinate di pietra), il tutto stretto nell’abbraccio di imponenti mura megalitiche presenti dai tempi antichissimi in cui la città era ancora chiamata Norba. Altra peculiarità non del tutto trascurabile è la presenza di ben tre centri di potere, con le relative (splendide) sedi: la Cattedrale romanica, rivestita di pietra chiara in un tripudio di trafori e di finissimi bassorilievi, il massiccio Castello Acquaviva D’Aragona in posizione sopraelevata, a riprova della presenza e della dominazione secolare della famiglia omonima nella regione in periodo pre-unitario e il Monastero di San Benedetto, un tempo abitato e gestito dall’ordine delle Badesse Mitrate, appoggiato dal papa e unico nel suo genere – tanto da essere entrato più volte in collisione nel corso dei secoli con la locale gerarchia ecclesiastica, tradizionalmente maschile! Sia la Cattedrale che il Monastero (e chiesa annessa, della quale spiccano il campanile in stile barocco e la cupola con bellissime tegole in maiolica gialle e blu) sono stati recentemente restituiti al loro antico splendore grazie a efficaci interventi di restauro.

Quale migliore occasione, dunque, per visitare questo piccolo centro così ricco di storia, pur trovandosi fuori dai tradizionali itinerari turistici! Le cose più belle succedono proprio quando meno ce le si aspetta, perciò, in caso doveste capitare nei pressi delle rinomate Bari o Polignano a Mare, non dimenticatevi di fare un salto in questo piccolo gioiello della Puglia più vera e di mettere alla prova la vostra capacità “serendipica”: chi l’ha detto che nella regione esistano solo oliveti, taralli e trulli?

  1. Piccola nota linguistica: per serendipità, termine coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole e utilizzato per la prima volta in una fiaba del 1754, si intende la capacità o la fortuna di fare scoperte totalmente inattese, per puro caso – spesso mentre si è alla ricerca di qualcos’altro!

 

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Arriccio, tonachino e spolvero: il lessico dell’affresco

Cos’hanno in comune grandi capolavori della storia dell’arte italiana quali la michelangiolesca Cappella Sistina, le Stanze Vaticane di Raffaello o la giottesca Cappella degli Scrovegni? Vi siete mai chiesti come sia possibile dipingere su porzioni di spazio così grandi o godere ancora oggi di colori e di forme così splendidamente preservate, dopo più di cinquecento anni? Il denominatore comune, com’è noto, è la tecnica con cui sono state realizzate, cioè l’affresco, mentre il merito della loro incredibile conservazione è da attribuirsi a un fortunato miscuglio di chimica, di fortuna e di sapienza antica.

 

Innanzitutto, con “affresco” intendiamo la principale tecnica di pittura decorativa realizzata su parete (ne esistono anche altre, dai nomi più esotici, come ad esempio pittura “ad imbratto”, “a piccoli tocchi” o “a encausto”), la cui caratteristica principale è data dal trattamento del supporto (il muro) attraverso la sovrapposizione di vari strati di calce. Dipingere su parete non è, infatti, così semplice come potremmo immaginare, soprattutto se miriamo a un risultato che duri nel tempo! Erano, pertanto, richieste una certa perizia e grande rapidità – entrambe parti integranti del pedigree di artisti davvero degni di questo nome.

Preparare il muro per accogliere l’affresco era un po’ come cucinare una torta a più strati: il primo di questi, ovviamente, era la parete stessa, che costituiva la base da cui partire, realizzata in pietra o in mattoni, ruvida a sufficienza da non far scivolare via lo strato successivo, detto arriccio”. L’arriccio era un miscuglio di acqua, calce spenta e sabbia di fiume, che andava applicato in maniera uniforme sulla parete – era un’operazione piuttosto delicata, perché proprio sull’arriccio si realizzava la prima bozza del disegno finito! Una specie di prova generale “per vedere l’effetto che faceva”… Nel corso del tempo si sono avvicendate diverse tecniche utili a restituire un’idea complessiva e a grandezza reale del risultato finale dell’affresco: la sinopia era semplicemente un disegno poco particolareggiato realizzato con una matita rossa direttamente sull’arriccio, mentre lo spolvero e il cartone erano l’esito di un passaggio del disegno dalla carta al muro (il primo attraverso la traccia lasciata da piccoli fori praticati in corrispondenza delle linee della composizione riempiti con polvere di carbone, il secondo da una lieve pressione esercitata dall’artista lungo gli stessi contorni, come un vero e proprio calco). Sopra agli strati di arriccio, l’artista applicava poi il tonachino, cioè lo strato di intonaco che avrebbe accolto il colore, realizzato mischiando sabbia fine, acqua, polvere di marmo e calce. Centrale era, infatti, la capacità di intrappolare il colore all’interno del muro, un po’ come fa l’inchiostro di un tatuaggio sulla pelle, dipingendo sull’intonaco ancora umido; la chimica, infine, attraverso la cosiddetta carbonatazione della calce durante il processo di asciugatura, faceva il resto del lavoro, sigillando e preservando una volta per tutte il dipinto all’interno della parete.

Per evitare antiestetiche giunture o campiture non uniformi di colore (realizzato polverizzando pigmenti minerali mischiati con acqua), gli artisti erano, inoltre, soliti lavorarea pontate, cioè seguendo l’andamento delle impalcature su cui dipingevano, oppure a giornate, tenendosi impegnati per mesi (o addirittura per anni!), date le enormi dimensioni coperte da queste decorazioni parietali. Fortunatamente (per noi), però, tutto questo impegno non è andato perduto, perché grazie alla geniale intuizione di imprigionare il colore all’interno dell’intonaco, possiamo ancora oggi godere di meravigliosi capolavori, immergendoci anche solo per un istante nello splendore di quei tempi lontani.