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Marie MorelDiMarie Morel

Nata viva

 

La storia che racconterò oggi è quella di una persona nata viva: un racconto appassionato e antipedagogico di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo. 

“Nata viva è un romanzo ed un mini-film sulla vita della protagonista Zoe Rondini, di come tutti noi possiamo sognare, crescere e diventare adulti. 

Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna. 

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini. 

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene. 

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità. Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico Nata viva (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. 

Con onestà, trasparenza, ironia, Zoe Rondini racconta di cosa voglia dire essere una bambina, poi un’adolescente e, infine, una donna disabile, della scuola, del bullismo, della burocrazia e delle relazioni con chi la circonda, dai familiari ai professori, ai terapisti, agli uomini e di amore e sessualità.   

Una storia di vita, libertà e speranza che vorrei si diffondesse come un’eco, per raggiungere una moltitudine di persone. Quello di Zoe è un romanzo di formazione, è la storia di tutti noi che cresciamo, tra alti e bassi, momenti di difficoltà e soddisfazioni, sconfitte e vittorie, per trovare la nostra dimensione e la nostra serenità. E capire che la diversità è negli occhi di chi guarda e le eventuali difficoltà fisiche possono essere superate con la forza del pensiero, della fantasia, della creatività.

 Questo è il messaggio che Zoe vuole trasmettere agli altri e lo fa portando la sua esperienza nelle scuole, nelle università, partecipando a convegni e seminari.

Nelle scuole è attualmente impegnata nella realizzazione di progetto che si basa sulla narrazione di sé, che coinvolge bambini e ragazzi in prima persona, attraverso il racconto delle loro aspirazioni, prospettive, per prevenire il bullismo e diffondere la cultura del rispetto delle differenze.

Nel frattempo, Zoe sta lavorando al suo secondo libro in cui darà voce, attraverso delle interviste, a persone disabili e normodotate che conoscono bene il mondo della disabilità. Persone che si raccontano, parlano dei loro desideri, dei loro sogni, dei cambiamenti che vorrebbero si realizzassero.

Con il suo lavoro e il suo impegno, Zoe porta un messaggio agli altri, da cui ciascuno può trarre insegnamento: che la vita è un dono e che, in qualunque situazione ci troviamo, possiamo sempre fare qualcosa per dare il nostro contributo; che con tenacia e determinazione si possono superare i propri limiti; che ciascuno di noi può essere sorprendentemente speciale; che è ora di abbattere i tabù e gli stereotipi legati al mondo della disabilità. 

Zoe Rondini, in qualità di pedagogista, autrice, attrice e blogger è pronta a dare il suo contributo, in ambiti accademici e nei convegni per contribuire ad un lento ma progressivo cambiamento culturale.

 Questo è solo un piccolo assaggio del mondo di Zoe, che vi invito a visitare: 

www.piccologenio.it

Lettera di presentazione di “Nata viva”, romanzo e cortometraggio

Zoe torna tra i banchi di scuola: il progetto “Disabilità e narrazione di sé”

“Nata viva, ma con 5 minuti di ritardo” la vita dopo un’asfissia neonatale

Lezione per il master di psicologia della Lumsa 15.07.2018 

https://www.piccologenio.it/category/amore-e-disabilita-sfatiamo-i-tabu/

https://www.facebook.com/groups/146638665460085/?epa=SEARCH_BOX

 

Grazie Zoe, continua così perché: la vita riserva inaspettate sorprese alle persone che nonostante tutto… nascono vive! 

 

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200 ANNI E NON SENTIRLI: L’INFINITO DI LEOPARDI E IL SEGRETO DELLA SUA FAMA

Recanatese, classe 1798, il suo è il mare letterario nel quale più dolcemente è facile naufragare… Avete capito di chi sto parlando? Ma certo, è proprio lui, Giacomo Leopardi! E proprio in questo 2019 appena cominciato ricorrono i duecento anni dalla stesura di una tra le sue poesie più celebri e suggestive: l’Infinito.

 

Parte del ciclo degli Idilli, insieme a La sera del dì di festa, ad Alla luna, a Il sogno e a La vita solitaria (componimenti concepiti negli anni 1819-21, ma pubblicati per la prima volta solo nel 1825 e poi, nuovamente, sei anni più tardi nell’edizione fiorentina dei Canti), l’Infinito è anche uno tra i testi poetici più studiati a scuola e conosciuti di tutto il patrimonio letterario nostrano… tanto che ancora oggi sentiamo l’esigenza di ascoltarlo, di scriverne e di parlarne! Già, ma perché? Perché ci affascina così tanto e a cosa si deve quella fama plurisecolare che gli ha permesso di resistere ai pericolosi colpi del tempo e delle mode?
I segreti, in realtà (se di “segreti” davvero si può parlare!), sono più di uno: innanzitutto, come per tutti i prodotti della mente umana presenti e passati, ciò che resta più impresso e che fa subito presa sul vasto pubblico non è tanto l’oggetto in sé, quanto la personalità che l’ha prodotto. Mi spiego: è più facile scolpire in mente un Giacomo Leopardi (spirito irrequieto/profondo/sensibile, ma prigioniero di un corpo fragile e incapace di stare al passo con un intelletto invece straordinariamente dotato) o un A Silvia? Forse nel caso di un “big” della letteratura come Leopardi la risposta non è così semplice da formulare, ma al “personaggio-Leopardi” sicuramente si deve una buona parte del suo successo (anche e soprattutto postumo), tanto che il grande schermo si è speso parecchio in questo senso ricostruendone più volte la biografia! Un buon ritratto, parzialmente riabilitante rispetto alla figura canonica (ma imprecisa!) del pessimistico “cantore dell’umana tristezza”, ci viene, ad esempio, offerta in tempi più o meno recenti sul grande schermo da Mario Martone attraverso Il giovane favoloso, film (da non perdere!) del 2014 che vede protagonista un Elio Germano decisamente calato nella parte. O ancora, ciò che ha contribuito (e che tutt’oggi contribuisce) alla notorietà del componimento è, naturalmente, l’insieme delle parole impiegate dall’autore, quello che in gergo tecnico si chiama “lessico”. I termini più ricorrenti, infatti, rimandano al “vago” e all’“indefinito”, concetti che più di altri sono, infatti, capaci di solleticare la nostra immaginazione e che sono, dunque, destinati a imprimersi più facilmente nella nostra memoria. Non dobbiamo scordare che la poesia e il canto nella notte dei tempi sono entrambi nati con l’accompagnamento della musica e proprio come quando ascoltiamo una canzone, non è tanto ciò che viene descritto o rappresentato ad avvicinarci, quanto le sensazioni e le emozioni che, dentro di noi, hanno fatto vibrare le corde giuste, attraverso i suoni e le parole impiegati! Insomma, per dirla con Leopardi e con il suo Zibaldone di pensieri, è facile sentirsi vicini all’io poetico tratteggiato dall’Infinito perché qualunque “anima s’immagina quello che non vede […] e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s’estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”

Se volete testare sul campo quanto appena esposto e ascoltare il componimento recitato da un esponente importante del teatro italiano (cioè niente meno che Vittorio Gassman!) cliccate sul link https://bit.ly/1PS3PO  e lasciatevi trasportare dalla magia delle parole!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Marie MorelDiMarie Morel

Manuale di napoletanità

 

 

 

Su Facebook mi era capitato di tanto in tanto di imbattermi nei suoi brevi video e li avevo visti con grande piacere, perché è un narratore accattivante e dalla simpatia coinvolgente. Come spesso accade sui social, però, mi ero lasciata distrarre dal susseguirsi dei post e l’avevo perso di vista, senza neppure appuntarmi il suo nome. Ho ripensato a lui un paio di giorni, mentre stavo scrivendo un articolo sulle origini di Napoli. Non è stato difficile rintraccialo, perché ho scoperto che si tratta di un nome e di un volto noti della cultura napoletana.

Si tratta di Amedeo Colella, che delizia il suo pubblico con aneddoti e curiosità sulla città partenopea. Ricercatore senior del CRIAI di Portici (Napoli), centro di ricerca informatico promosso dall’Università Federico II, Amedeo Colella è appassionato degli studi storici, in particolare della storia di Napoli. I suoi racconti sono affascinanti perché non si limita a narrare semplicemente i fatti storici, ma li arricchisce con tutti gli aspetti folkloristici, culturali, antropologici che caratterizzano il popolo napoletano. È proprio l’essere napoletano, quella che viene definita napoletanità, il cuore della sua narrazione. Ora, è difficile spiegare il termine napoletanità a chi non conosce Napoli e i suoi abitanti, ma semplificando molto potremmo definirla l’insieme delle tradizioni, usi, costumi e filosofia di vita di un popolo che si è sempre distinto per la sua vivacità, una fantasia ai limiti della genialità, un istinto di conservazione che ha consentito di tramandare nei secoli un patrimonio culturale di immenso valore.

Amedeo Colella, innamorato della sua Napoli, si è adoperato per contribuire alla conservazione di questo patrimonio culturale, ma anche alla sua diffusione. Ha scritto vari libri, di cui io, per il momento, son riuscita a leggere solo il primo, del 2010, “Manuale di napoletanità”. Si tratta di una lettura facile e piacevole, ma è allo stesso tempo un vero concentrato di aneddoti, curiosità, fatti storici di grande interesse. Io stessa, pur essendo napoletana, ho imparato tante cose che non conoscevo sulla mia città e ho avuto modo di capirne tante altre, che non mi ero mai spiegata.

Il libro si apre con un test di ingresso, per verificare il livello di napoletanità e si conclude con una verifica di quanto appreso ed è strutturato in 365 lezioni semiserie, una per ogni giorno dell’anno. Come l’autore avverte nella premessa, data l’immensità del patrimonio culturale napoletano, non ha alcuna pretesa di esaustività, ma in base al suo gusto e al suo piacere, Amedeo Colella ha scelto 365 chicche da regalarci, a partire dall’etimologia del termine “paraustielli”, passando attraverso il rapporto tra Giacomo Leopardi e Napoli, per finire con il ricordo del compianto Massimo Troisi, che continua a vivere nel cuore di tutti i napoletani. Ogni lezione è fine a se stessa e può avere ad oggetto, senza un ordine precisato, storia, geografia, leggende, modi di dire e proverbi, musica e poesia, commedia e cinematografia, senza tralasciare la gastronomia, che si sa, a Napoli è fondamentale.

Un libro che si fa leggere con il sorriso sulle labbra, ma che custodisce soprese insospettabili, sia per i napoletani, sia per chi decide di avvicinarsi al mondo della napoletanità per curiosità o per amore di questa stupenda città.

Altri libri di Amedeo Colella sono: 1000 quesiti di napoletanità del 2011, Mangianapoli 180 cose da mangiare a Napoli almeno una volta nella vita del 2012, Manuale di filosofia napoletanta del 2014, Mille paraustielli di cucina napoletana del 2018.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

La naturale evoluzione di una lingua

Quando diciamo che una lingua è viva, intendiamo dire che è in continuo fermento e cambiamento, che è aperta ad accogliere nuove parole, le quali passando di bocca in bocca entrano nel lessico comune e a lasciar andare quelle che vengono abbandonate e dimenticate.

 La nascita dei neologismi era un fenomeno con una progressione molto più lenta e controllata fino ad una ventina di anni fa, ma con la diffusione delle nuove tecnologie, globalizzazione, social media e per l’effetto del lavoro di pubblicitari, giornalisti, personaggi dello spettacolo, politici, la cui comunicazione diventa sempre più spregiudicata, ogni giorno prendono vita vocaboli inediti. In alcuni casi sono frutto di un atto creativo, con accorciamenti, accorpamenti o reinterpretazioni attraverso figure retoriche di parole già esistenti, in altri di adattamenti di terminologie estere. Si tratta di un’evoluzione così veloce, che i puristi della lingua italiana non possono fare altro che arrendersi, ormai, dinanzi all’evidenza: l’italiano, come lo abbiamo studiato a scuola fino a pochi anni fa, sta morendo sotto i colpi impietosi di neologismi come selfie, apericena, svapare, webete, ciaone, colazionare.  Alle orecchie più sensibili non resta che decidere se continuare a rabbrividire ogni volta che ne sentono uno oppure stare al passo con i tempi e farli propri. Sebbene io sia tra coloro che direbbero ciaone solo sotto la minaccia di un’arma da fuoco puntata alla testa, la scelta mi sembra scontata se si vuole continuare a comunicare con gli altri, soprattutto con i più giovani, che si adeguano facilmente e adoperano con estrema disinvoltura le parole nuove, anzi, spesso sono loro a coniarle e a veicolarle attraverso i social.

Ma quando un neologismo entra a far parte di diritto nella lingua italiana? Semplicemente quando il suo uso è così diffuso da essere notato da istituzioni linguistiche come l’Accademia della Crusca, che dopo averne verificato la rispondenza a determinati criteri di valutazione, ne decretano la correttezza, dopodiché la parola in questione può entrare a pieno titolo nel vocabolario della lingua italiana. Sul sito dell’Accademia è anche possibile segnalare i neologismi, “votare” per quelli già presenti per consolidarne il rango di interesse e chiedere la consulenza linguistica in caso di dubbi sull’uso di parole ed espressioni. Potreste dare un’occhiata, tra un tweet e un post, magari la sera dopo esservi docciati, pigiamati e camomillati, mentre divaneggiate un po’e se quello che leggerete non dovesse piacervi, non lasciatevi prendere dalla tristitudine, potrete sempre divertirvi a spoilerarlo ai vostri amici.

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/parole-piu-segnalate

 

Marie MorelDiMarie Morel

Un’introduzione all’arte di scrivere storie: Grammatica della fantasia di Gianni Rodari.

La mia predilezione per la narrativa e le storie ha le sue radici nella mia prima infanzia, in età prescolare, quando trascorrevo il mio tempo in compagnia di ultrasettantenni che non avevano né l’energia, né la voglia di giocare con una bambina di tre anni. Mia madre mi comprò, allora, uno di quei mangiadischi compatti in plastica colorata e l’intera serie di quelle fiabe sonore che all’epoca fecero il loro ingresso nelle case di molti bambini italiani, quelle con il jingle “A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”, con l’obiettivo, pienamente centrato, di farmi stare tranquilla, mentre lei era al lavoro. Quel mangiadischi e quelle fiabe furono a lungo i miei migliori amici e compagni di gioco.

 

Crescendo, il mio interesse per racconti e favole si allargò a vari generi ed autori, tra cui Gianni Rodari, che ha segnato la mia infanzia per sempre. Ora, al di là dei miei nostalgici ricordi e degli indiscussi meriti e riconoscimenti di Rodari, quale scrittore di letteratura per l’infanzia, qualche giorno fa ho scovato una delle suo opere principali, Grammatica della fantasia, che mi era sfuggita poiché non è dedicata ai bambini, ma è un volume teorico in cui egli si propone di ricercare le costanti del processo creativo per renderlo accessibile a tutti, di offrire uno strumento utile “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.

Il libro si ispira al Quaderno di fantastica, un taccuino su cui Rodari annotava le proprie idee e spunti per creare le storie che raccontava ai suoi scolari, quando era maestro, dimenticato per qualche anno e ripescato quando egli decise di scrivere per i bambini. Nell’antefatto lo scrittore fa presente che si tratta di un libro che non ha la pretesa di fondare una nuova materia, la fantastica, da insegnare a scuola insieme a geometria e a matematica, ma ha lo scopo di rispondere con onestà ad una domanda che spesso i bambini gli hanno rivolto: “come nasce una storia?”

Eppure è inevitabile chiedersi come sarebbe la nostra vita, oggi, se a scuola avessimo studiato fantastica? Come sarebbe il mondo se le persone avessero più fede nel potere salvifico dell’immaginazione e della creatività, piuttosto che in quello del potere e della prevaricazione? Se, anziché cercare di riempire ogni singolo momento delle giornate dei nostri bambini con le più svariate attività, lasciassimo loro il tempo per inventare e liberare la fantasia?

Siccome io credo veramente che un mondo con più immaginazione sarebbe migliore, voglio condividere con tutti il motto della Grammatica della fantasia che, come Rodari stesso dice, potrebbe essere “Tutti gli usi della parola a tutti”, “non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.

Marie MorelDiMarie Morel

De vulgari eloquentia, come nasce una lingua?

Quand’è che nasce una nuova lingua? E, soprattutto, come? Non è facile dare una risposta a queste domande, perché la nascita di un nuovo idioma è un fenomeno che si sviluppa nel corso del tempo ed è influenzato da un’enormità di fattori e variabili.

Nel caso dell’italiano, che ha origine dal latino, la trasformazione e la continuità tra le due lingue è stata ricostruita a partire da documenti storici nei quali, per la prima volta compariva in maniera ufficiale il volgare, risalenti al 960. Per molto tempo ancora, tuttavia, il latino è rimasto la lingua erudita per eccellenza, per cui non vi è stato un avvicendamento dei due codici linguistici, ma una lunga convivenza.

Questo tema viene affrontato nel 1303 da Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia, un’opera scritta in latino perché rivolta ai dotti dell’epoca, con cui egli si lancia in un’appassionata difesa della lingua volgare, di cui vuole dimostrare la bellezza. Per Dante, infatti, il latino è ormai una lingua artificiosa, che appartiene soltanto ad un élite di persone, mentre il volgare viene appreso naturalmente e spontaneamente dai bambini nel momento in cui iniziano a parlare e si presta, oltretutto, a trattare ogni argomento e genere letterario. Il poeta passa, poi, in rassegna i dialetti che aveva avuto modo di conoscere direttamente o indirettamente, tramite lo studio di testi letterari, poiché vuole individuare tra di essi quel volgare che possa assurgere al rango di lingua letteraria italiana. Un volgare che deve essere illustre, cioè capace di dare fama e nobiltà a chi lo usa ; cardinale, cioè punto di riferimento per tutti gli altri dialetti; aulico e curiale, quindi dotto, usato dalle persone di grande cultura e degno di diventare la lingua delle corti.

Nessuno dei 14 dialetti presi in esame da Dante, tuttavia, ha queste caratteristiche, neppure quello toscano, quello siciliano e quello bolognese, sebbene abbiano un’antica tradizione letteraria. In ciascuno di essi, egli trova qualità diverse che, sommate, dovrebbero costituire la lingua italiana, sovraregionale e unitaria.

Il De vulgari eloquentia , ci giunge incompiuto perché avrebbe dovuto comprendere almeno quattro libri, mentre Dante si interrompe al quattordicesimo capitolo del secondo libro, lasciando addirittura una frase a metà. Qualcuno ipotizza che questa brusca interruzione sia dovuta ad un’idea che colpisce il poeta improvvisamente e prepotentemente : dover mostrare le virtù e la forza letteraria del volgare non più a livello teorico, ma attraverso la composizione di un grande poema e, dunque, abbandona il progetto del De vulgari eloquentia per comincia a dedicarsi alla stesura dell’Inferno.

Dante, con il suo lavoro del De vulgari eloquentia può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo storico della nostra letteratura, ma non solo, egli getta le basi per quell’unità linguistica sulla quale, al di là della frammentazione politica che, in forme diverse, ha sempre connotato l’Italia, si fonda la vera identità nazionale.

AvatarDiElisa Borella

Le lingue d’Italia: il dialetto tra letteratura e cultura

Una tra le caratteristiche più affascinanti del Bel Paese è la varietà: varietà di climi (dal freddo montano del Trentino al caldo afoso delle assolate spiagge della Sicilia), varietà di paesaggi (dalle casette colorate arroccate una sull’altra della Liguria alle masserie disperse tra oliveti e muretti a secco della Puglia), varietà di monumenti e di siti storico-artistici (dalla Roma classica e barocca agli eleganti e misteriosi canali della laguna veneta), varietà di lingue. Già: ma che lingua si parla in Italia oggi? E che lingua si è parlata in passato? Questo breve viaggio alla scoperta delle lingue parlate in Italia cercherà di trovare una risposta all’annoso quesito.

In gergo tecnico esiste una lingua definita italiano standard, cioè quella varietà sovraregionale di italiano che, di solito, si ascolta solo a teatro, nei corsi di dizione oppure di storia della lingua italiana all’università; è un prodotto assai recente della nostra storia nazionale e, a dirla tutta, sembra non avere riscosso molto successo perché praticamente nessuno lo parla correntemente come lingua materna. Come mai? Per questioni storiche, il nostro paese è vissuto per secoli e secoli diviso in piccoli o medio-piccoli stati regionali, principati, signorie e potentati locali (prendete una qualunque cartina geografica dell’Italia da un qualunque libro di storia: non è forse coloratissima?) che hanno impedito una qualunque forma di unificazione non solo politica – raggiunta solo nel 1861 dopo lunghe e sanguinose lotte –, ma anche linguistica.

Senza scendere troppo nel dettaglio, la lingua italiana, come tutte le altre lingue romanze (francese, provenzale, spagnolo, portoghese, rumeno), si è formata dall’evoluzione della lingua latina parlata (ebbene sì, potete fregiarvi del titolo di parlanti del “latino contemporaneo”!) che, in ciascuna regione linguistica, ha assunto caratteristiche proprie, diverse da quelle dei vicini. Oggi ne siamo consapevoli, perché basta muoversi su e giù per l’Italia per sentire suoni e parole diverse; ma un tempo? Chi fu il primo a dare conto di tutto questo patrimonio così vario e multiforme? Vi do qualche indizio: viaggiò molto per questioni “politiche” ed è un nome particolarmente caro alla nostra associazione… Avete pensato a Dante Alighieri? Ma certo, è proprio lui!

Nel suo De vulgari eloquentia (“ma è in latino!” potreste arguire. E, in effetti lo è, ma non abbiamo appena finito di dire che ovunque si parlavano lingue diverse incomprensibili tra vicini? Ecco, il latino aveva un po’ la stessa funzione di lingua franca che ha oggi l’inglese: serviva ai dotti per comunicare ed essere sicuri di essere compresi da tutti!), purtroppo incompiuto, Dante si pone come un osservatore esterno del patrimonio linguistico del Bel Paese e analizza ciascuna parlata d’Italia per cercare di rintracciare una lingua che potesse davvero dirsi “italiana”, nobile, consona insomma alla massima ambizione poetica, retorica e politica del nostro. L’inventario dialettologico così compilato comprende ben 14 varietà di dialetti (con tanto di citazioni!), anche se nessuno “al naturale” purtroppo sembra fare al caso suo – nonostante in tutti virtualmente egli rintracci qualcosa del suo ideale vernacolo “cardinale”, “illustre”, “aulico” e “cortigiano”.

Oggi, invece? Grazie alla diffusione del romanzo del primo e secondo ‘800 prima (alzi la mano chi non ha mai letto i Promessi sposi di Alessandro Manzoni!) e della televisione dagli anni ’60 del secolo scorso in poi, una qualche forma di lingua nazionale non più spezzettata in una miriade di dialetti è parlata da più o meno la maggioranza degli abitanti del nostro paese. È italiano standard allora? No, non lo è, proprio perché la lingua locale (il dialetto) ha esercitato una forte influenza sull’italiano “nazionale” idealmente comune a tutti quanti i parlanti sul suolo italico (in gergo tecnico si chiamano “influssi di sostrato”, proprio perché si immagina l’evoluzione della lingua come un continuo sovrapporsi di strati permeabili che si influenzano reciprocamente), generando diverse varietà che sono definite “italiani regionali”. Questo è il motivo per cui, ad esempio, se il vostro coinquilino è siciliano e pronuncerà tutte le vocali aperte o se è fiorentino e aspirerà le “C”, produrrete suoni diversi, ma sarete perfettamente in grado di comprendervi l’uno con l’altro! Incredibile, vero?

AvatarDiPinuccia Panzeri

Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous

Omicidio a piazza Vittorio: una commedia all’italiana scritta da un autore di origine algerina. Questo romanzo di Amara Lakhous è una sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo  La piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell’analisi antropologica, il brio e l’apparente leggerezza del racconto. A partire dall’omicidio di un losco personaggio soprannominato “il Gladiatore”, si snoda un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Forse basta mettere in scena frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all’ascensore, all’origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

 

In questi tempi confusi, in cui voci contrastanti si alzano da tutte le parti per protestare contro un fenomeno su scala mondiale come la mescolanza di culture, una lettura di questo tipo è adatta per conoscere un punto di vista particolare. Anzi, tanti punti di vista particolari, perché il romanzo – breve, per la verità – è costruito in maniera molto curiosa, con le voci di undici residenti dello stabile di Piazza Vittorio che si alternano a raccontare, in prima persona, la “loro” verità. L’aspirante regista olandese accanto alla portinaia napoletana, il negoziante bengalese prima del professore milanese trapiantato suo malgrado a Roma, la povera badante peruviana, il barista Sandro, romano de Roma, insomma tutti descrivono in poche pennellate la loro realtà di solitudine, di rabbia, di perplessità di fronte a certezze di una vita che vacillano sotto i colpi di una strana modernità, di paure e di piccoli grandi atti di coraggio.

 

Ogni narrazione prende lo spunto dal fatto: l’omicidio di un delinquente di mezza tacca che viveva nello stabile, il cui corpo pugnalato è stato ritrovato nell’ascensore, quello stesso ascensore oggetto delle dispute condominiali. Un morto che nessuno rimpiangerà diventa lo spunto per far esplodere rancori nascosti e inaspettate generosità, e su tutti i personaggi, al di sopra delle loro miserie, giganteggia una figura quasi mitica, quell’Amedeo che di tutti è amico, da tutti è rispettato, risolve i problemi, aiuta, sorride, tende la mano: la parte bella di noi, che quasi fatichiamo a riconoscere quando ce la troviamo davanti.

Ciascun personaggio è, in un certo senso, uno stereotipo. Ma l’autore riesce a farlo erigere sopra il ruolo di mera macchietta.

Così abbiamo la signora Benedetta Esposito, napoletana piena di superstizioni e convinta che l’assassino sia qualche immigrato, l’iraniano Amir Iqbal Allah che decide di chiamare il figlio Roberto, per evitargli la confusione fra il nome e il cognome di cui lui stesso è vittima, la peruviana Maria Cristina Gonzales, badante di una signora di ottant’anni e terrorizzata all’idea di perdere il lavoro…. E tanti, tanti altri nomi, altri volti che si intersecano, altre voci che si uniscono al coro. Fra di esse, ne spicca una: quella dell’olandese Van Marten.

Ebbene si: molti italiani guardano con disprezzo gli immigrati e, nel loro sguardo, c’è sempre un malcelato senso di superiorità. Ma cosa succede quando loro stessi devono essere giudicati dal figlio di quell’europa ricca ed organizzata, incapaci di comprendere le lungaggini burocratiche ed il “catenaccio” che ha distrutto il bel calcio?

 

La copertina di questo libro esprime già la varietà e la moltitudine dei personaggi, con tanto di nome e cognome e nazionalità. Ecco, la nazionalità è il vero perno attorno cui ruota il racconto che, partendo dall’omicidio dell’equivoco “Gladiatore”, ci fa conoscere ad uno ad uno i personaggi del condominio da lui abitato, appunto un palazzo di piazza Vittorio, il quartiere più multietnico di Roma. Indovinatissima è la scelta di presentare ognuno di questi con la sua verità e la sua ipotesi su chi possa essere l’assassino, attraverso una miriade di congetture e diatribe condominiali che culminano puntualmente nell’ascensore, oggetto di uso comune di persone di varie provenienze e classi sociali.Ufficialmente c’è un indiziato, Amedeo, che è sospettato per il semplice fatto di essere scomparso dopo l’omicidio, ma i condomini e i suoi amici, sia italiani che no, non sono d’accordo con questa ipotesi. Amedeo sembra anzi essere l’unica persona che tutti rispettano e nel quale hanno fiducia.La portinaia Benedetta Esposito, ad esempio, lo difende perché lo crede una brava persona, e, pur dicendo che bisogna cacciare tutti i lavoratori immigrati, è convinta di non essere razzista… Attraverso le voci dei vari protagonisti affioreranno tutte le incomprensione, le false certezze e le diffidenze con cui le persone si trovano a contatto quotidianamente, in una mescolanza di episodi sia drammatici che divertenti che ci porteranno al finale inaspettato e… veramente illuminante!

 

Amara Lakhous consegna un ritratto vero e neorealista di un’Italia in cui l’integrazione non è vivere tutti felici e nel rispetto altrui, ma sopportare mal volentieri la vicinanza del prossimo, da qualsiasi parte del mondo esso venga.

Il libro è una perla che fa sorridere e allo stesso tempo fa riflettere sugli svariati luoghi comuni che animano la nostra società. Lo consiglio per comprendere i condizionamenti culturali di cui ciascuno di noi volente o nolente si trova ad essere vittima, sia nell’esprimere un’opinione, sia nel riceverla da altri. Un romanzo che fa ridere fino alle lacrime, ma porta anche molte riflessioni. Ed insegna ad avere una mentalità più aperta.

 

Amara Lakhous (nato in Algeri nel 1970) è uno scrittore, antropologo e giornalista algerino con cittadinanza italiana. Ha vissuto e lavorato a Roma dal 1995 al 2015. Ora vive a New York dove continua il suo lavoro di scrittore e sceneggiatore.
Si è laureato in filosofia all’Università di Algeri e in antropologia culturale all’Università La Sapienza di Roma. Ha lavorato sulla prima generazione dei musulmani arabi immigrati in Italia.
Nel 1994 ha lavorato come giornalista della radio nazionale algerina.
Dal 1995 lavora in Italia nel campo dell’immigrazione, svolgendo attività di mediatore culturale, interprete e traduttore.
Ha lavorato dal 2003 al 2006 come giornalista professionista all’agenzia di stampa Adnkronos International a Roma.
Nel 2006 ha vinto il premio Flaiano e il premio Racalmare–Leonardo Sciascia.

 

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.

 

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”Scherzetto” di Domenico Starnone, Casa Editrice Einaudi, 2016

Daniele Mallarico, famoso illustratore che vive ormai da anni a Milano, dove ha una brillante carriera, è chiamato dalla figlia per badare al nipote Mario, che vive a Napoli, per alcuni giorni in cui lei e il marito, entrambi studiosi di matematica, saranno assenti per un convegno. A malincuore così il protagonista di Scherzetto, ormai anziano e abituato a vivere da solo dopo anni di vedovanza, accetta e così lascia le sue faccende quotidiane per andare a badare a questo bambino di quattro anni che per lui è un perfettto sconociuto. Non sarà certo facile il ritorno dopo anni a Napoli sua città natale con tutto ciò che questo comporta a livello emotivo.

Una trama semplice che si sviluppa in un arco di quattro giorni, in cui nonno e nipote imparano a conoscersi e ad amarsi talvolta, ma anche, molto più spesso, a non tollerarsi reciprocamente. Riuscire a far passare i giorni che li separano dal ritorno dei genitori diventa un’ impresa, il bambino desidera giocare, il nonno lavorare, soprattutto per potersi allontanare dal bambino per un pochino e negli intramezzi per meglio sopportarsi usano l’escamotage dello scherzetto tra di loro, anche se spesso il piccolo Mario essendo un bambino piccolo non riesce a capirne il limite e questo comporterà qualche problema. Così tra uno scherzetto e l’altro nonno e nipote cercheranno di riuscire a superare e sopportare qualche giorno in compagnia l’uno dell’altro.

Due maschi si fronteggiano, sangue dello stesso sangue. Tra quattro mura e un balcone si svolge il racconto affilato, perfido e divertente, uno “scherzetto” da camera. E’ il riesame di una esistenza sollecitato da una sorta di competizione con il nipotino saccente. Una guerra feroce tra i due e se stesso, tra il tempo andato e quello attuale, tra la capacità di esprimersi con l’arte e la consapevolezza di non esserne più in grado

 

 

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“Barlume” trilogia di gialli di Marco Malvaldi, Sellerio Editore Palermo,2007, 2008, 2010

Quando hai ottant’anni, l’unica cosa che puoi fare in un giorno di pieno agosto è andare al bar. E che fare al bar? Le carte, i fatti altrui, discussioni continue, e dopo: investigare. Come fanno i vecchietti del BarLume: Nonno Ampelio, l’oste Aldo, il Rimediotti pensionato di destra, il Del Tacca-del-Comune. Se c’è un delitto nei dintorni di Pineta, il loro onnisciente pettegolezzo diventa una formidabile macchina da indagine. Da dove Massimo il barrista estrae la chiave dell’enigma, come una Miss Marple in puro toscano.

Con passo felpato, Marco Malvaldi ha fatto il suo ingresso nel mondo del giallo italiano con alcuni piccoli romanzi ambientati a Pineta, un’immaginaria località livornese. Non si tratta senz’altro di romanzi impegnativi, che si propongano letture duplici, o che abbiano rimandi – più o meno cifrati – a fatti reali. Nulla di tutto questo. Si tratta infatti di storie agili, le cui trame non sono poi molto diverse da quelle di tante fiction a sfondo poliziesco. Ma, come spesso avviene, il successo che Malvaldi si è conquistato – un successo notevole, se i suoi primi tre romanzi, raccolti in questo volume (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi), hanno venduto complessivamente 250.000 copie – non è dovuto tanto all’intreccio, quanto alla simpatia dei personaggi che fanno da contorni alla storia. I vecchietti assidui frequentatori del BarLume, insieme al giovane barista, sono infatti l’ingrediente che rende i romanzi di Malvaldi una pietanza gustosa. Una pietanza che conserva gli elementi classici del giallo, ma che rassicura e diverte con l’atmosfera provinciale del BarLume, con la sagace ironia dei suoi avventori e – da non trascurare – un umorismo spesso grossolano, come vuole la tradizione toscana. Consigliato a chi ama un noir tinto di commedia.

La briscola in cinque

Siamo in piena estate, e il caldo della piccola città toscana di Pineta sulla costa è insopportabile. In realtà, c’è solo un posto dove stare, cioè nel BarLume, un caffè che il proprietario Massimo ha comprato con soldi vinti a una lotteria. Tra i clienti abituali ce ne sono quattro che passano il tempo giocando a carte, bevendo caffè e commentando grandi e piccoli. Un giorno, hanno davvero qualcosa di cui parlare perché, quando il corpo di una ragazza viene trovato in un contenitore della spazzatura. Massimo viene coinvolto nelle indagini sull’omicidio, completamente  aiutato dai quattro giocatori di carte, e costretto a collaborare con Fusco, un sciocco e aspro carabiniere calabrese.

 

Il gioco delle tre carte

Massimo cerca un nuovo dipendente del BarLume, dopo che Tiziana si è sposata e perciò si è dimessa. Non è affatto impressionato dalle qualifiche dei candidati, e quando Tiziana telefona per chiedere se puó ritornare al BarLume perché ha divorziato, non esita a dire sì. I quattro anziani abituali del bar si annoiavano quando si fanno avanti nuove informazioni su di un vecchio episodio circa la compravendita  di una  proprietà che diede adito a morte, omicidio e suicidio.


Il re dei giochi

La giornata inizia male per Massimo. E peggiora alla notizia di un incidente automobilistico, una notizia che il quartetto dei vecchietti del caffè accolgono con piacere. Nel veicolo si trovavano una donna e suo figlio, erano entrambi eredi di un ricco palazzinaro. La donna è anche la segretaria di un politico, che è attualmente candidato alle elezioni straordinarie a Pineta. I quattro vecchietti cominciano a intravvedere una bella storia. Massimo cerca di mantenere la testa fredda. Ha altro a cui pensare, di cui un matrimonio. Terzo volume nella serie BarLume.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Una valigia piena di libri

L’estate per me è il profumo del mare, il rumore delle onde sulla battigia, la freschezza dell’alba e la dolcezza dei lunghi pomeriggi pigri, trascorsi completamente immersi nella lettura di un libro, vivendo le storie dei personaggi che, per qualche ora, sono diventate le mie.  Io sono stata Jo March ed Elizabeth Bennet, Sherlock Holmes e Phileas Fogg, Sara Crewe ed Harry Potter e tanti altri ancora e ho vissuto mille vite e mille avventure. Chi, come me, nutre per i libri un amore innato può capire; gli altri possono provare a prenderne in mano uno, a sgombrare la mente e a immedesimarsi completamente nei personaggi, a fare della lettura un’esperienza totalizzante che coinvolga non solo il pensiero, ma l’immaginazione, i sensi, il cuore, perché, spesso, le passioni scovate tardivamente recano con sé una ventata di freschezza insperata.  Quando ero più giovane, mi lasciavo guidare nella lettura dai consigli altrui e il senso del dovere mi costringeva a finire di leggere qualunque libro avessi cominciato, anche se non incontrava i miei gusti. Con la maturità, ho capito che la vita è troppo breve per vivere di costrizioni e la lettura è uno di quei piccoli piaceri che proprio non posso negarmi, per cui la scelta stessa è diventata un voluttuoso rituale in cui mi faccio guidare dall’istinto, dall’intuito, dall’umore del momento, dalle sensazioni che provo quando prendo un in mano un libro, ne leggo il titolo, la quarta di copertina, qualche breve passo pescato a caso sfogliandolo. Raramente mi sbaglio, ma se non dovesse piacermi, lo passo a qualcun altro che possa apprezzarlo e vado oltre, senza alcun rammarico, alla ricerca di un altro di libro che riesca ad avvincermi. Proprio stamattina, ho preparato la lista dei miei libri per l’estate e la mia scelta è caduta su dei titoli che promettono grandi emozioni e tanta ironia, lacrime e risate, tra porte che si chiudono ed altre che si aprono rivelando orizzonti inattesi, dolori messi nell’ombra dalla luce della speranza. Eccola:

L’Arminuta- Donatella Di Pietrantonio

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli- Chiara Moscardelli

La verità del serpente- Gianni Farinetti

E tu splendi-Giuseppe Catozzella

Tu, sanguinosa infanzia- Michele Mari

L’animale femmina- Emanuela Canepa

Mia madre non lo deve sapere- Chiara Francini

Un amore- Dino Buzzati

Vittoria- Barbara Fiorio

Una piccola selezione di libri ambientati nell’ Italia di oggi e di ieri, di autori italiani che, con lo strumento magico della parola, riaccendono piccole memorie, il ricordo di usi e costumi dimenticati, raccontano di relazioni vere e autentiche, del perdersi e ritrovarsi, perché estate significa anche partire, andare altrove. Per me, spesso, quest’altrove, questo nuovo mondo, questo nuovo viaggio è un libro: una piccola vacanza che posso concedermi un po’ ogni giorno, per tutto l’anno.

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L’ estate del cane bambino, Editore: 66th and 2nd, anno 2014 Mario Pistacchio,Laura Toffanello

Brondolo, alle porte di Venezia, primi anni ’60. Paesino dove ognuno ha un soprannome e qualche volta qualcosa da nascondere. Fossero pure vecchie superstizioni non esattamente scoraggiate dal parroco locale. Vittorio, Ercole, Menego, Michele e Stalino sono ragazzini all’inizio di un’estate lunga e piena di aspettative. Qualche libro da leggere, i genitori da aiutare nei campi, fratellini rompiscatole a cui badare. Ma soprattutto giochi e avventure: epiche partite di calcio riecheggianti le gesta di Sivori e Corso, pesche misteriose, gite segrete di notte e i racconti paurosi di nonno Cestilio. E poi tutto sterza bruscamente. E, dolore su orrore, tutto si disgrega. Il gruppo, la famiglia, la comunità. Molti anni dopo, Vittorio, riceve un vecchio foglio di quaderno e forse una piccola occasione per rimettere a posto, almeno qualcosa.

È un libro bellissimo. È bello per il ritratto perfetto che da’ della vita dei paesi dell’epoca, per le ipocrisie che sottolinea, i silenzi, i pettegolezzi, ma anche di quel forte legame che si crea tra i ragazzini a quell’età, delle piccole e grandi avventure che si condividono. E rimane un libro bello anche quando l’innocenza è definitivamente perduta, quando la cattiveria degli adulti raggiunge il suo culmine e questi ragazzi si ritrovano a combattere contro qualcosa di più grande di loro

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Marie MorelDiMarie Morel

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che, durante l’ormai prossima estate, inizieranno le riprese per la trasposizione televisiva dei quattro romanzi di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta “e “Storia della bambina perduta”.

La scrittrice, che da sempre usa uno pseudonimo per proteggere la propria identità, in un’intervista al New York Times, ha espresso la speranza che la serie tv, diretta da Saverio Costanzo, riesca a trasmettere emozioni autentiche e sentimenti complessi e contraddittori; perché è proprio questo che Elena Ferrante fa nei suoi libri: racconta di emozioni e sentimenti con grande autenticità.

La storia è ambientata, per lo più, in una Napoli che conosco bene, in un rione vicino al quale sono cresciuta e ho lavorato per vari anni. Leggerli è stato per me come fare un viaggio nel tempo, in quei luoghi a me così familiari, mentre ai personaggi del libro si mescolavano voci e volti di persone reali che hanno popolato la mia infanzia. Attraverso la penna della scrittrice, conosciamo le due protagoniste Elena Greco, detta Lenù, e Raffaella Cerullo, detta Lila, prima bambine e adolescenti, mentre cercano di trovare la strada per affrancarsi dall’esistenza toccata in sorte alle loro madri; poi donne, ciascuna con le proprie difficoltà, con i propri errori e drammi, ma sempre unite, anche quando la vita le separerà e le porterà lontano, a vivere due esistenze molto diverse fra loro.

Sullo sfondo, Elena Ferrante dipinge un affresco, che parte dal microcosmo del rione e si allarga alla città di Napoli e all’Italia intera, in un arco di tempo lungo cinquant’anni, con frammenti di storia che si mescolano alle esistenze delle protagoniste, dei loro vicini di casa, amici, nemici; ci racconta i cambiamenti politici, sociali e culturali di 5 decenni, dalle lotte femministe a quelle sindacali, visti sia attraverso la prospettiva dei salotti intellettuali e altolocati, che si troverà a frequentare Lenù  e sia attraverso quella del degrado della strada, vissuto da Lila.

In primo piano, invece, colloca l’amicizia tra Lenu’ e Lila, la descrizione dei loro mondi interiori, così diversi eppure così uguali. Un’amicizia, quella tra le due protagoniste, che è un intreccio di sentimenti ed emozioni: affetto, invidia, amore, rancore, perché Lenù e Lila sono così umane da non risparmiarsi nulla, neppure i tradimenti. Non c’è spazio per il buonismo, in questi libri di Elena Ferrante, tutte le debolezze, fragilità, miserie dei personaggi vengono messe a nudo, non c’è catarsi, consolazione, una chiusura definitiva, ma solo un realismo puro e tormentato, che tratteggia l’intera narrazione.

Lenù e Lila si perderanno e si ritroveranno più e più volte, nel corso degli anni, perché alla fine l’unica certezza è che nulla di definitivo vi sia nella vita e che, per quanto si possa andare lontano, dalle proprie origini non si può mai fuggire del tutto ; ma ciò che più mi è rimasto nel cuore di questi libri è una mia personale considerazione sull’amicizia: un vero amico è colui che, quando la vita ti farà dubitare di te stesso, sarà lì a ricordarti chi sei veramente, perché potrai rispecchiarti dentro di lui e ritrovarti sempre, a dispetto del tempo e delle distanze.

 

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“Accabadora” di Michela Murgia, Casa editrice italiana Einaudi

“Accabadora” è un romanzo scritto da Michela Murgia e pubblicato nel maggio 2009 per la casa editrice italiana Einaudi.

Il romanzo è stato tradotto in numerose lingue straniere, qui incluso il danese.

Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.

Accabadora significa in dialetto sardo colei che finisce. La vecchia sarta tzia Bonaria Urrai essendo senza figli prende in prestito Maria, di 6 anni, quarta figlia di un’altra vedova che con grande piacere si priva di una bocca da sfamare. Maria osserva la zia e impara il mestiere di sarta, ma scopre anche che Bonaria sa fare altro quando si assenta la notte. La prima madre dá la vita, l’ultima madre “accabadora” aiuta a farla finita, se si fa fatica a morire. Questo è stato fatto in Sardegna da centenni, ma negli anni 50 le vecchie regole e gli accordi segreti stanno per perdere la loro validitá, un nuovo mondo si fa avanti minaccioso. Seguiamo l’ ingenuinitá della bambina e la sua trasformazione in donna a fianco della vecchia donna che pensa di esercitare un gesto d’amore, necessario a chi soffre, alla sua famiglia, al suo popolo. L’Accabadora è un essere pieno di migliaia di punti interrogativi, ma con l’unica certezza di aver raggiunto la consapevolezza della sofferenza, della misericordia e della morte.

Una lettura affascinante, agrodolce, profumata di mare, di luce e di giovinezza, ma con il puzzo di terra, di tenebra e di morte. Il linguaggio è asciutto e poetico allo stesso tempo, cadenzato sí che si vorrebbe leggere ad alta voce, lo stile delinea i contorni di ogni personaggio, di ogni frase con la stessa accuratezza usata da Tzia Bonaria Urrai per cucire le asole.

Nel romanzo c’è piú amore che morte.

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Il Bue Gualtiero e l’Uccello Grifone

Tanti e tanti anni fa, in una stalla un po’ malandata, viveva un vecchio Bue, di nome Gualtiero. Le sue giornate scorrevano lente e tutte uguali : si svegliava la mattina tardi, beveva la sua acqua stagnante, e mangiava un po’ del suo fieno. Dopo, una bella passeggiata e finalmente il pisolino. E il pomeriggio la storia si ripeteva.
Ma un giorno…
Un giorno, durante la sua solita passeggiata mattutina, accade qualcosa di strano : mentre passeggia tranquillo con la sua andatura lenta e pesante, vede da lontano uno strano movimento di ali, un uccello gigantesco  dalle grandi piume scure che si agita e si dimena come in preda ad una trappola che cerca di liberarsi. Gualtiero, un po’ incuriosito, e un po’ spaventato, si avvicina mesto e solo quando è a pochissimi metri dal grosso uccello indemoniato si accorge che la sua zampetta è rimasta impigliata in una radice. “Chi sei?”- gli urla Gualtiero – ” e come hai fatto a rimanere impigliato in quella radice?”
L’uccello non curante di quella voce continua a barcamenarsi a sbattere le sua grosse ali per cercare di liberarsi.
“Se non mi dici chi sei non posso aiutarti! E’ una mia regola!” – ribatte Gualtiero, che quasi si inizia ad innervosire. Quello sbattere di ali turba la sua serena e quotidiana passeggiata.
Anche a quelle parole l’uccello tuttavia non desiste, continua a sbattere le ali, sempre più forte. Ma mentre Gualtiero, ormai indispettito fa per andarsene,  ecco che l’uccello inizia a parlare  : “Arrete s’il te plait! Sono l’uccello Grifone, e vengo da paesi molto lontani..”  A queste parole Gualtiero quasi compiaciuto si ferma, ma senza voltarsi, e con toni decisi ma pacati chiede : “e come hai fatto ad impigliarti in quella radice?”
L’uccello Grifone seccato risponde “Zut! è stato un incidente, è successo .. vieni ad aiutarmi!!”
Gualtiero si gira lentamente, invertendo il senso di marcia e piano piano arriva di nuovo a pochi metri dal grosso uccellaccio maleducato. Lo guarda scuotendo la testa.
“Zut! Perchè scuoti la testa in quel modo? Aiutami, non vedi che sono impigliato?” gli dice il Grifone.
A queste parole Gualtiero…
A queste parole Gualtiero scuote la testa ulteriormente, poi si china lento verso la radice e con un morso la strappa dal terreno liberando l’uccello Grifone che con un grande slancio vola in alto e non torna più indietro.
Gualtiero lo osserva sparire tra le nuvole per qualche istante, poi scuote la testa e riprende la sua passeggiata mattutina, lenta e pesante, proprio come piace a lui.
Mentre fa per andarsene sente una vocina flebile flebile che gli urla : “Ehi! Pss.. tu!! Perchè l’hai fatto?”
Si guarda intorno e non vedendo nessuno fa per andar via.. quando..
“Ehi!! Siii Si dico a te! Sono qui! Qui sotto,  non mi vedi??”
Un bruchino piccino piccino si agitava meticolosamente per farsi vedere.  “Ah!- esclama Gualtiero – E tu chi saresti?”
Il bruchino con fare goffamente elegante, si inchina e dice : “Sono Bruno il Bruco, ma tutti mi chiamano Il Barone. E tu sei..?” – “Ciao bruco Il Barone, sono il Bue Gualtiero ma tutti mi chiamano Bue Gualtiero. Eh Eh! Cosa posso fare per te?” ribatte scherzosamente Gualtiero.
“Perchè lo hai fatto?? ma siii ?? perchè hai liberato quell’uccellaccio imbalsamato? Uno cosi maleducato meritava le bastonate altro che una piccola radice!!”  – chiede curioso il bruco! “non ti aspettavi mica che ti ringraziasse vero? Era ovvio che scappasse via!”
Il Bue Gualtiero ascolta con interesse il bruco, poi fa un cenno di saluto e riprende il suo cammino e con un sorriso leggero e soddisfatto è pronto per il suo abituale riposino.
La morale : non importa come gli altri si comportano con noi, ciò che conta è agire in base a ciò che noi riteniamo sia giusto.

AvatarDiPinuccia Panzeri

Proposte per chi vuole leggere libri di autori italiani in danese

“La Ferocia” di Nicola Lagioia

Libro feroce, come feroci sono, ognuno a modo suo, i componenti della famiglia Salvemini.Clara è magnetica. Illumina le stanze in cui entra o le oscura, a seconda della tempesta che l’accompagna. L’ultima volta che l’hanno vista viva, camminava nuda nel centro della statale Bari-Taranto. Questa è la storia di due giovinezze, una famiglia, una città, delle colpe dei padri annidate nella debolezza dei figli, di un mondo dove il denaro può aggiustare ogni cosa fino all’attimo preciso in cui è già troppo tardi. Al centro c’è un corpo di donna chiuso nello sguardo di tutti quelli che hanno creduto di poterlo possedere, e intorno l’abissale cruenta vanità del potere. Mobile e intenso, La ferocia è un libro che costruisce un mondo – il nostro.

Libro dallo stile impeccabile, mi ha ricordato i grandi classici. All’inizio un po’ lento ma la magistrale struttura narrativa tiene incollati alle pagine che scorrono man mano che si procede. La ferocia di Lagioia segue e detta perfettamente una scrittura per il noir nella letteratura: un’altalena tra passato e presente dove vediamo ogni membro della famiglia Salvemini alle prese con la giovane Clara e con un sistema (tipico dell’edilizia e della politica) che ormai ha marchiato pesantemente l’immagine del Bel Paese e in particolare la Puglia.

Nella ricca carrellata di personaggi spicca su tutti Michele Salvemini, il fratello di Clara, lui è l’unico ad avere un rapporto con la ragazza, raccontato forse più del dovuto nelle quattrocento pagine. Un personaggio che spesso si mette contro il volere del padre costruttore e degli altri membri, creando degli attimi di astio in casa della famiglia pugliese. Da ammirare i capitoli in cui l’animale, totalmente immerso nella natura, viene totemizzato come un elemento atto a descrivere il marcio e la ferocia dell’uomo citata nel titolo. Contro la purezza e l’innocenza del regno animale.Questo libro è un capolavoro, e come tutti i capolavori parla della miseria.

Lo consiglio vivamente, ma solo per chi ha “palato fino”.

 

AvatarDiLucia Rota

Tempo di libri

Da giovedì 8 marzo a lunedí 12 Milano ospiterà “Tempo di Libri ” in un padiglione della Fiera city nel cuore della città.
Le cinque giornate saranno precedute da una festa inaugurale durante la quale gli studenti universitari leggeranno centinaia di prime frasi di romanzi famosi.

Molti gli ospiti, ben 900.

Tra questi il regista Pupi Avati, il presentatore Pippo Baudo, gli scrittori Gianrico Carofiglio , Paolo Cognetti, Marco Malvaldi, la scrittrice Dacia Maraini, lo chef Carlo Craco, attori , giornalisti, cantanti…

Molti gli appuntamenti che esploreranno vari campi dal mondo enogastronomico alle narrazioni sportive, dagli incanti del libro antico al digitale Potrá così accadere di essere accolti dalle note di una playlist d’autore, partecipare a una tombola letteraria, votare la copertina più bella, scoprire qualcosa in più sul proprio segno zodiacale,…. ascoltare la lettura dell” Infinito” di Leopardi a 200 anni dalla sua composizione. Sempre caro mi fu quest’ermo colle, E questa siepe, che da tanta parte Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e rimirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo, ove per poco Il cor non si spaura. Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare. In quel periodo dovrei essere a Milano con mio marito.

Spero di poterlo corrompere ed andare alla Fiera possibilmente quando sarà presente lo scrittore Paolo Cognetti autore de “Le otto montagne” , libro che mi piace moltissimo dato l’argomento.

 

Nel caso contrario potrei seguire “Tempo di Libri” su www.tempodilibri.it o meglio via you tube.

Chi ama i libri può fare lo stesso.

AvatarDiMaria D'Andrea

Musica, romanzi e passione: Donato Cutolo, scrittore, musicista.

“C’è un’età in cui l’amore è valico al sogno, al delirio. Ma anche al primo approccio con la paura dell’abbandono.” – D. Cutolo

 

È cosi che in Vimini, il suo secondo romanzo, Donato Cutolo definisce quell´aspetto della vita che ci accomuna, che ci caratterizza e ci forma. Le parole, intense, vere che si accompagnano ad una melodia talvolta estenuante, talvolta assordante ma sempre profonda e colloquiale con chi ascolta.

Per i nostri amici della Dante Alighieri, abbiamo incontrato in rete Donato Cutolo per una breve intervista che riportiamo qui fedelmente.

Come nasce la tua passione per la scrittura e come nasce la tua passione per la musica? Come si conciliano intellettualismo ed arte nella tua vita quotidiana?

Tutto è incominciato dalla musica: dal 1998 al 2008 ho composto colonne sonore per spettacoli teatrali e cortometraggi ed è proprio la magia dell’intreccio tra parole e musica che m’ha fatto partorire Carillon, il mio primo romanzo con colonna sonora dedicata. Fu una sorta di esperimento, una novità ben accolta dal pubblico con quasi tremila copie vendute. La collaborazione, poi, con compositori come Fausto Mesolella, Daniele Sepe, Rita Marcotulli, ha fatto sì che mi concentrassi molto di più sulla scrittura. In genere, giro ai musicisti la prima bozza del romanzo così che possano lasciarsi ispirare liberamente e quando finiscono il loro lavoro io mi “limito” a creare paesaggi sonori (con campioni e sintetizzatori) che danno una dimensione ambientale e temporale alla colonna sonora simile a quella del romanzo.

Cosa è cambiato da allora e cosa ti aspetti che cambi ora?

Come ti dicevo prima, è cambiato che scrivo molto di più anziché comporre, soprattutto sento una maggiore esigenza di dare uno sfondo sociale, attuale, “politico”, alle mie storie. Credo poi che la piccola realtà, la provincia, sia un banco di prova importante e che abbia i suoi vantaggi: le difficoltà, la lentezza, avere il tempo necessario per sviluppare al meglio un’idea senza lasciarsi divorare dalla velocità e dalle mille luci e false opportunità dei grossi centri. La provincia ti educa, ecco, indipendentemente dal successo.

Parliamo del tuo ultimo libro: “Occhi chiusi spalle al mare” (Edizioni Spartaco). Una ambientazione insolita, immaginaria ed una storia legata per certi versi allo stereotipo della famiglia patriarcale dei clan, che tuttavia “sbarca” (perdona il gioco di parole) in uno scenario che certamente non ti aspetti. Occhi chiusi, spalle al mare, appunto. Un viaggio. Un viaggio intenso, ricco di dettagli e di sensazioni, di sentimenti descritti da chi sembra averli vissuti. Un viaggio intimo che Sergio Rubini racconta con magistrale passione. (Sergio Rubini, insieme a Rita Marcatulli, è autore della colonna sonora che accompagna il libro).

Come nasce l´idea di Piero, il personaggio principale?

Il tema dei migranti, i “viaggi della speranza” che si trasformano sempre più spesso in “viaggi della morte”, mi stanno molto a cuore: da tempo avevo in mente di scrivere una storia che ne parlasse, ma ogni volta che rileggevo i miei appunti c’era troppa enfasi, oppure troppa crudezza nelle descrizioni, e poi ho capito che il mio vero scopo consisteva nel portare le persone che leggevano il mio scritto a superare la paura verso i migranti… Avevo bisogno di trovare un modo per aprire i cuori con delicatezza e scardinare la diffidenza… E così, all’improvviso, un giorno ho immaginato Piero, un ragazzo schivo, timoroso, che però trova finalmente il coraggio di cambiare grazie all’esempio di due fratelli migranti, Jasmine e Youssef, che lo salvano dai preconcetti che gli sono stati inculcati fin da piccolo e lo aiutano a diventare una persona libera, libera innanzitutto di esprimersi per come è nel profondo del suo cuore.

Un riferimento esplicito. Un legame con la terra nordica per eccellenza a concludere questo viaggio. Perché la Danimarca?

La comunità palestinese e siriana in Danimarca è molto consistente e la cultura dell’accoglienza è certamente diversa da quella del Sud Europa. Abbiamo molto da imparare.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Occhi chiusi spalle al mare sta avendo il suo corso. I media ne parlano con interesse, così con Edizioni Spartaco sto mettendo a punto un tour di presentazioni nelle scuole. Io parlerò poco, sono piuttosto molto curioso di stimolare un confronto sul tema tra gli studenti. Sono certo che il dibattito sarà interessante. Dal 9 marzo, poi, sarò a teatro assieme a Sergio Rubini e Rita Marcotulli: più che presentare il libro sarà uno spettacolo multimediale così come è stato per i miei lavori precedenti; inizierò dalla mia città, Santa Maria Capua Vetere.

Biografia.

Donato Cutolo, autore e compositore, nel 2009 la prima pubblicazione, “Carillon” (Libro + Cd), romanzo con colonna sonora allegata: quasi 3000 copie vendute fra spettacoli teatrali e showcase nelle librerie.

Nell’Autunno 2012 esce un secondo lavoro, “Vimini” (Libro + Cd), stessa formula: romanzo con colonna sonora, questa volta composta da Fausto Mesolella – Avion Travel. Il lavoro conferma le vendite di “Carillon”, viene recensito positivamente su numerosi portali, blog e in radio. Novembre 2014 esce il terzo lavoro, “19 Dicembre ’43“, un romanzo di Cutolo con la colonna sonora di Fausto Mesolella e Daniele Sepe, voce di Paolo Rossi, che nel giro di un anno arriva alla seconda ristampa, grazie anche all’adozione del testo in tantissimi Istituti Scolastici e recensioni su portali come “Che Tempo Che Fa”, “Panorama”, “La Repubblica”.

Dal 26 ottobre 2017, “Occhi chiusi spalle al mare”, romanzo di Donato Cutolo con la colonna sonora di Sergio Rubini e Rita Marcotulli, Edizioni Spartaco.
Dai lavori sono stati realizzati otto cortometraggi, pubblicati dalle più importanti WebTv e utilizzati per le presentazioni in libreria e spettacoli teatrali, eventi che hanno spesso registrato ‘sold out’.

Tutte le recensioni e le foto dei live teatrali/scuole sono reperibili su donatocutolo.it, i cortometraggi su youtube.com/user/donatocutolo

Scarica qui il PDF del testo letto nel video da Sergio Rubini. Segui il link.

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Tre versi di Dante al giorno e togli il medico di torno.

email abbiati – foto –

Una curiosità a proposito del fascino che ancora esercita la Divina Commedia di Dante ai giorni nostri è rappresentata da ”…una sperimentazione poetica e sociale…” realizzata tutti i giorni da un giornalista di nuovi media. Un’opera che potremmo definire di ”Twitteratura”(perdonate il neologismo NDR). Si tratta di Marc Mentré che dal 27 maggio 2012 traduce e twitta tre versi de La Divina Commedia di Dante al giorno. Dopo aver twittato l’Inferno, si trova ora alle prese con il Purgatorio ma intende proseguire con Il Paradiso fino al 2022, ”se twitter esisterà ancora”…(NDT). Questo l’incipit di un articolo di Claire Darfeuille dal titolo ”La Divina Commedia in 10.000 tweets, una sperimentazione poetica e sociale” pubblicato sul sito: ”www.actualitte.com. Proponiamo qui una riduzione del medesimo articolo in base a ciò che riteniamo più interessante di quest’esperienza ai fini dei nostri interessi di divulgatori di cultura italiana e di apprendimento della lingua italiana.

Un’ avventura twitteraria?

Ebbene sì il poema di Dante é scritto in terzetti di endecasillabi che corrispondono a 140 caratteri di twitter ashtag compreso. Una felice coincidenza che ha permesso di stabilire un rapporto con l’opera dantesca in modo assolutamente social grazie alla scoperta di Marc Mentré.

Sperimentazione nella traduzione e apprendimento dell’italiano.

La limitazione ai 140 caratteri di twitter ha costretto il giornalista a provvedere personalmente alla traduzione in francese evitando quindi di essere costretto a pagare eventuali diritti d’autore. Per cui cinque anni fa ha cominciato a prendere lezioni d’italiano oltre ad utilizzare tutti gli ausili utili e canonici dell’interpretazione di Dante.

Non solo paparazzi

Marc Mentré considera Dante come un precursore dei grandi reporter. ” …Fa prova di una curiosità insaziabile, interroga incessantemente Virgilio sulle persone che sia bene incontrare…e quando qualcosa non merita di essere raccontata Dante fa un’ ellissi, cosa molto praticata dai giornalisti che gerarchizzano l’informazione per raccontarne solo l’essenziale… ”(parte liberamente tradotta dal testo originale).

Uno yoga quotidiano

Interpellato su un possibile bilancio il giornalista dice che non ha un obiettivo preciso tranne quello di portare a termine la durata del progetto di dieci anni fino alla fine. Tuttavia riferisce che il piacere è ogni giorno crescente al punto di divenire il proprio yoga quotidiano, una pausa di meditazione edificante della propria giornata. Conclude quindi dicendo: ” …La Divina Commedia è uno dei più bei poemi mai scritti ed il mio desiderio è di condividere con i mezzi attuali, la sua bellezza e la sua forza. E questo fino all’ultimo verso del Paradiso, ”L’amor che muove il sole e l’altre stelle”, l’amour qui meut le soleil et les autres étoiles…”

N.B.
Le citazioni dell’articolo sono liberamente tradotte dal testo in francese.

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Equazione di un amore

Simona Sparaco, scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma.

Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino.

Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Lovebook e, nel 2010, Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Nel 2013 è uscito per Giunti Nessuno sa di noi, un istantaneo bestseller del passaparola, ristampato in 21 edizioni, vincitore del Premio Roma e finalista al Premio Strega.

Nel 2014 è uscito, sempre per Giunti, Se chiudo gli occhi (Premio Selezione Bancarella, Premio Salerno Libro d’Europa e Premio Tropea). Equazione di un amoreè il suo ultimo romanzo.

Il romanzo…

“In fisica quantistica, se due particelle interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separate, non possono più essere descritte come due entità distinte, perché tutto quello che accade a una
continua a influenzare il destino dell’altra. Anche ad anni luce di distanza.”

Un  libro dal finale per niente scontato o banale, forse il più interessante di questa autrice.

Ulteriori informazioni e acquisto del libro

 

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Luigi Malerba: Historietter & Historietter i lommeformat, Forlaget Arvids

Consigliato da Johannes Thomsen

Luigi Malerba: Historietter & Historietter i lommeformat, Forlaget Arvids
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Leggi e Gusta

Sei appassionato della lingua italiana? Non hai ancora scelto il prossimo libro da leggere?

Ti aspettiamo all’evento Leggi e Gusta!

 

L’evento è aperto a tutti coloro che amano leggere libri in italiano o vorrebbero cominciare a coltivare questa passione!

L’ingresso è gratuito.

I partecipanti potranno condividere opinioni ed emozioni su libri già letti e scambiarli con nuovi libri. Inoltre saranno disponibili libri in Italiano da poter prendere gratuitamente.

Sarà accolto con entusiasmo chiunque vorrà leggere un passo di un libro che ha trovato particolarmente significativo ed avvincente.

Per tutti i soci Dante e’ inoltre previsto un menù promozionale con pizza e bibita al costo di sole 150 Kr.

È gradita conferma di adesione all’indirizzo email: dantegiovani@dante-alighieri-cph.dk

 

All’evento parteciperanno:

– Il gruppo musicale VOLTA LA CARTA

con cover di cantautori italiani

– Il poeta-scrittore Pablo Paolo Peretti

che presenterà le sue opere più importanti e ci racconterà dei suoi progetti futuri.

Simonetta Battista

che presenterà i libri di Alessandro Raffaelli “Versilia nascosta” e Tesori nascosti”, per chi vuole avventurarsi in un viaggio attraverso i tesori artistici, culturali e naturalistici della Versilia e di alcune località italiane lontane dai consueti itinerari turistici

L’evento è organizzato dalla sezione Giovani della Società Dante Alighieri di Copenaghen in collaborazione con Olimpia Grussu del Ristorante Pizzeria Trattoria “La Vecchia Signora”.

EVENTO FACEBOOK

AvatarDiLucia Rota

Paolo Cognetti :”Le otto montagne”

Paolo Cognetti da 8 anni vive in una baita a 2000 m. sopra Brusson  in Val d’Aosta

Qui vi ha ambientato questo potentissimo romanzo che ha vinto il premio Strega, un libro sulle montagne e sull’amicizia.

La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita…..Il protagonista è Pietro, un ragazzino di città solitario e un po’ scontroso. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune: la montagna dove si sono conosciuti, innamorati, si sono  sposati “ ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo davanti alla chiesetta che c’è lì”.

Pietro trascorre tutte le estati a Grana (paese immaginario) ai piedi del Monte Rosa, quel luogo chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. Ad aspettarlo c’è Bruno, il suo grande amico….

Recentemente ha presentato il suo libro all’IIC di Oslo. Chissá se avremo il piacere di averlo  a Copenaghen.

 

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“Leggi e Gusta” – a settembre (Copenaghen centro)

In occasione del prossimo evento “Leggi e Gusta”, organizzato dalla Sezione Giovani della Società Dante Alighieri di Copenaghen, che si terrà agli inizi di settembre stiamo raccogliendo libri e giochi da tavola in lingua italiana di ogni genere. Chiunque volesse partecipare alla raccolta può inviare una mail a dantealighierigiovani@gmail.com  per stabilire la consegna o il ritiro.

Tutti i partecipanti alla raccolta libri riceveranno un gradito omaggio durante l’evento.

E’ possibile (su richiesta) mettere in vendita i libri, ma occorre specificarlo in anticipo.

 

Referente: Emilia Ciarcia

 

AvatarDiMaria D'Andrea

Simona Vinci – La prima verità

La prima verità è un romanzo di Simona Vinci, vincitore del Premio Campiello 2016. Pubblicato il 29 marzo 2016 da Einaudi Stile libero, è ambientato prevalentemente nell’isola greca di Leros e a Budrio, dove l’autrice vive. Il romanzo è dedicato a Stefano Tassinari e al figlio dell’autrice.

Una giovane donna va alla ricerca del misterioso passato dei reclusi di un enorme lager in un’isola greca dove il regime dei colonnelli confinò insieme folli, poeti e oppositori politici.

E sprofonda, come il coniglio di Alice, seguendo tracce semicancellate archivi polverosi e segni magici, in una catena imprevista di orrori e segreti dove la pazzia sempre più si mostra come eterno segno dell’opposizione e della ribellione e il passato rivive in storie miracolose, in una festa del linguaggio e della parola. Nella seconda parte del romanzo la detection su follia, normalità e violenza della giovane donna si allarga al mondo contemporaneo e finisce col diventare inevitabile, sconvolgente autobiografia dell’autrice, dove il nodo del rapporto con la madre e la scoperta del fantasma della propria follia (e di quella materna) si aprono in immagini di rara forza. Unica salvezza è la parola poetica, la passione di dire e raccontare che unisce i mondi nel gesto individuale di chi ha il coraggio di cercare ancora “la prima verità”.