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Marie MorelDiMarie Morel

Nata viva

 

La storia che racconterò oggi è quella di una persona nata viva: un racconto appassionato e antipedagogico di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo. 

“Nata viva è un romanzo ed un mini-film sulla vita della protagonista Zoe Rondini, di come tutti noi possiamo sognare, crescere e diventare adulti. 

Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna. 

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini. 

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene. 

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità. Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico Nata viva (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. 

Con onestà, trasparenza, ironia, Zoe Rondini racconta di cosa voglia dire essere una bambina, poi un’adolescente e, infine, una donna disabile, della scuola, del bullismo, della burocrazia e delle relazioni con chi la circonda, dai familiari ai professori, ai terapisti, agli uomini e di amore e sessualità.   

Una storia di vita, libertà e speranza che vorrei si diffondesse come un’eco, per raggiungere una moltitudine di persone. Quello di Zoe è un romanzo di formazione, è la storia di tutti noi che cresciamo, tra alti e bassi, momenti di difficoltà e soddisfazioni, sconfitte e vittorie, per trovare la nostra dimensione e la nostra serenità. E capire che la diversità è negli occhi di chi guarda e le eventuali difficoltà fisiche possono essere superate con la forza del pensiero, della fantasia, della creatività.

 Questo è il messaggio che Zoe vuole trasmettere agli altri e lo fa portando la sua esperienza nelle scuole, nelle università, partecipando a convegni e seminari.

Nelle scuole è attualmente impegnata nella realizzazione di progetto che si basa sulla narrazione di sé, che coinvolge bambini e ragazzi in prima persona, attraverso il racconto delle loro aspirazioni, prospettive, per prevenire il bullismo e diffondere la cultura del rispetto delle differenze.

Nel frattempo, Zoe sta lavorando al suo secondo libro in cui darà voce, attraverso delle interviste, a persone disabili e normodotate che conoscono bene il mondo della disabilità. Persone che si raccontano, parlano dei loro desideri, dei loro sogni, dei cambiamenti che vorrebbero si realizzassero.

Con il suo lavoro e il suo impegno, Zoe porta un messaggio agli altri, da cui ciascuno può trarre insegnamento: che la vita è un dono e che, in qualunque situazione ci troviamo, possiamo sempre fare qualcosa per dare il nostro contributo; che con tenacia e determinazione si possono superare i propri limiti; che ciascuno di noi può essere sorprendentemente speciale; che è ora di abbattere i tabù e gli stereotipi legati al mondo della disabilità. 

Zoe Rondini, in qualità di pedagogista, autrice, attrice e blogger è pronta a dare il suo contributo, in ambiti accademici e nei convegni per contribuire ad un lento ma progressivo cambiamento culturale.

 Questo è solo un piccolo assaggio del mondo di Zoe, che vi invito a visitare: 

www.piccologenio.it

Lettera di presentazione di “Nata viva”, romanzo e cortometraggio

Zoe torna tra i banchi di scuola: il progetto “Disabilità e narrazione di sé”

“Nata viva, ma con 5 minuti di ritardo” la vita dopo un’asfissia neonatale

Lezione per il master di psicologia della Lumsa 15.07.2018 

https://www.piccologenio.it/category/amore-e-disabilita-sfatiamo-i-tabu/

https://www.facebook.com/groups/146638665460085/?epa=SEARCH_BOX

 

Grazie Zoe, continua così perché: la vita riserva inaspettate sorprese alle persone che nonostante tutto… nascono vive! 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Manuale di napoletanità

 

 

 

Su Facebook mi era capitato di tanto in tanto di imbattermi nei suoi brevi video e li avevo visti con grande piacere, perché è un narratore accattivante e dalla simpatia coinvolgente. Come spesso accade sui social, però, mi ero lasciata distrarre dal susseguirsi dei post e l’avevo perso di vista, senza neppure appuntarmi il suo nome. Ho ripensato a lui un paio di giorni, mentre stavo scrivendo un articolo sulle origini di Napoli. Non è stato difficile rintraccialo, perché ho scoperto che si tratta di un nome e di un volto noti della cultura napoletana.

Si tratta di Amedeo Colella, che delizia il suo pubblico con aneddoti e curiosità sulla città partenopea. Ricercatore senior del CRIAI di Portici (Napoli), centro di ricerca informatico promosso dall’Università Federico II, Amedeo Colella è appassionato degli studi storici, in particolare della storia di Napoli. I suoi racconti sono affascinanti perché non si limita a narrare semplicemente i fatti storici, ma li arricchisce con tutti gli aspetti folkloristici, culturali, antropologici che caratterizzano il popolo napoletano. È proprio l’essere napoletano, quella che viene definita napoletanità, il cuore della sua narrazione. Ora, è difficile spiegare il termine napoletanità a chi non conosce Napoli e i suoi abitanti, ma semplificando molto potremmo definirla l’insieme delle tradizioni, usi, costumi e filosofia di vita di un popolo che si è sempre distinto per la sua vivacità, una fantasia ai limiti della genialità, un istinto di conservazione che ha consentito di tramandare nei secoli un patrimonio culturale di immenso valore.

Amedeo Colella, innamorato della sua Napoli, si è adoperato per contribuire alla conservazione di questo patrimonio culturale, ma anche alla sua diffusione. Ha scritto vari libri, di cui io, per il momento, son riuscita a leggere solo il primo, del 2010, “Manuale di napoletanità”. Si tratta di una lettura facile e piacevole, ma è allo stesso tempo un vero concentrato di aneddoti, curiosità, fatti storici di grande interesse. Io stessa, pur essendo napoletana, ho imparato tante cose che non conoscevo sulla mia città e ho avuto modo di capirne tante altre, che non mi ero mai spiegata.

Il libro si apre con un test di ingresso, per verificare il livello di napoletanità e si conclude con una verifica di quanto appreso ed è strutturato in 365 lezioni semiserie, una per ogni giorno dell’anno. Come l’autore avverte nella premessa, data l’immensità del patrimonio culturale napoletano, non ha alcuna pretesa di esaustività, ma in base al suo gusto e al suo piacere, Amedeo Colella ha scelto 365 chicche da regalarci, a partire dall’etimologia del termine “paraustielli”, passando attraverso il rapporto tra Giacomo Leopardi e Napoli, per finire con il ricordo del compianto Massimo Troisi, che continua a vivere nel cuore di tutti i napoletani. Ogni lezione è fine a se stessa e può avere ad oggetto, senza un ordine precisato, storia, geografia, leggende, modi di dire e proverbi, musica e poesia, commedia e cinematografia, senza tralasciare la gastronomia, che si sa, a Napoli è fondamentale.

Un libro che si fa leggere con il sorriso sulle labbra, ma che custodisce soprese insospettabili, sia per i napoletani, sia per chi decide di avvicinarsi al mondo della napoletanità per curiosità o per amore di questa stupenda città.

Altri libri di Amedeo Colella sono: 1000 quesiti di napoletanità del 2011, Mangianapoli 180 cose da mangiare a Napoli almeno una volta nella vita del 2012, Manuale di filosofia napoletanta del 2014, Mille paraustielli di cucina napoletana del 2018.

 

 

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Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous

Omicidio a piazza Vittorio: una commedia all’italiana scritta da un autore di origine algerina. Questo romanzo di Amara Lakhous è una sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo  La piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell’analisi antropologica, il brio e l’apparente leggerezza del racconto. A partire dall’omicidio di un losco personaggio soprannominato “il Gladiatore”, si snoda un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Forse basta mettere in scena frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all’ascensore, all’origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

 

In questi tempi confusi, in cui voci contrastanti si alzano da tutte le parti per protestare contro un fenomeno su scala mondiale come la mescolanza di culture, una lettura di questo tipo è adatta per conoscere un punto di vista particolare. Anzi, tanti punti di vista particolari, perché il romanzo – breve, per la verità – è costruito in maniera molto curiosa, con le voci di undici residenti dello stabile di Piazza Vittorio che si alternano a raccontare, in prima persona, la “loro” verità. L’aspirante regista olandese accanto alla portinaia napoletana, il negoziante bengalese prima del professore milanese trapiantato suo malgrado a Roma, la povera badante peruviana, il barista Sandro, romano de Roma, insomma tutti descrivono in poche pennellate la loro realtà di solitudine, di rabbia, di perplessità di fronte a certezze di una vita che vacillano sotto i colpi di una strana modernità, di paure e di piccoli grandi atti di coraggio.

 

Ogni narrazione prende lo spunto dal fatto: l’omicidio di un delinquente di mezza tacca che viveva nello stabile, il cui corpo pugnalato è stato ritrovato nell’ascensore, quello stesso ascensore oggetto delle dispute condominiali. Un morto che nessuno rimpiangerà diventa lo spunto per far esplodere rancori nascosti e inaspettate generosità, e su tutti i personaggi, al di sopra delle loro miserie, giganteggia una figura quasi mitica, quell’Amedeo che di tutti è amico, da tutti è rispettato, risolve i problemi, aiuta, sorride, tende la mano: la parte bella di noi, che quasi fatichiamo a riconoscere quando ce la troviamo davanti.

Ciascun personaggio è, in un certo senso, uno stereotipo. Ma l’autore riesce a farlo erigere sopra il ruolo di mera macchietta.

Così abbiamo la signora Benedetta Esposito, napoletana piena di superstizioni e convinta che l’assassino sia qualche immigrato, l’iraniano Amir Iqbal Allah che decide di chiamare il figlio Roberto, per evitargli la confusione fra il nome e il cognome di cui lui stesso è vittima, la peruviana Maria Cristina Gonzales, badante di una signora di ottant’anni e terrorizzata all’idea di perdere il lavoro…. E tanti, tanti altri nomi, altri volti che si intersecano, altre voci che si uniscono al coro. Fra di esse, ne spicca una: quella dell’olandese Van Marten.

Ebbene si: molti italiani guardano con disprezzo gli immigrati e, nel loro sguardo, c’è sempre un malcelato senso di superiorità. Ma cosa succede quando loro stessi devono essere giudicati dal figlio di quell’europa ricca ed organizzata, incapaci di comprendere le lungaggini burocratiche ed il “catenaccio” che ha distrutto il bel calcio?

 

La copertina di questo libro esprime già la varietà e la moltitudine dei personaggi, con tanto di nome e cognome e nazionalità. Ecco, la nazionalità è il vero perno attorno cui ruota il racconto che, partendo dall’omicidio dell’equivoco “Gladiatore”, ci fa conoscere ad uno ad uno i personaggi del condominio da lui abitato, appunto un palazzo di piazza Vittorio, il quartiere più multietnico di Roma. Indovinatissima è la scelta di presentare ognuno di questi con la sua verità e la sua ipotesi su chi possa essere l’assassino, attraverso una miriade di congetture e diatribe condominiali che culminano puntualmente nell’ascensore, oggetto di uso comune di persone di varie provenienze e classi sociali.Ufficialmente c’è un indiziato, Amedeo, che è sospettato per il semplice fatto di essere scomparso dopo l’omicidio, ma i condomini e i suoi amici, sia italiani che no, non sono d’accordo con questa ipotesi. Amedeo sembra anzi essere l’unica persona che tutti rispettano e nel quale hanno fiducia.La portinaia Benedetta Esposito, ad esempio, lo difende perché lo crede una brava persona, e, pur dicendo che bisogna cacciare tutti i lavoratori immigrati, è convinta di non essere razzista… Attraverso le voci dei vari protagonisti affioreranno tutte le incomprensione, le false certezze e le diffidenze con cui le persone si trovano a contatto quotidianamente, in una mescolanza di episodi sia drammatici che divertenti che ci porteranno al finale inaspettato e… veramente illuminante!

 

Amara Lakhous consegna un ritratto vero e neorealista di un’Italia in cui l’integrazione non è vivere tutti felici e nel rispetto altrui, ma sopportare mal volentieri la vicinanza del prossimo, da qualsiasi parte del mondo esso venga.

Il libro è una perla che fa sorridere e allo stesso tempo fa riflettere sugli svariati luoghi comuni che animano la nostra società. Lo consiglio per comprendere i condizionamenti culturali di cui ciascuno di noi volente o nolente si trova ad essere vittima, sia nell’esprimere un’opinione, sia nel riceverla da altri. Un romanzo che fa ridere fino alle lacrime, ma porta anche molte riflessioni. Ed insegna ad avere una mentalità più aperta.

 

Amara Lakhous (nato in Algeri nel 1970) è uno scrittore, antropologo e giornalista algerino con cittadinanza italiana. Ha vissuto e lavorato a Roma dal 1995 al 2015. Ora vive a New York dove continua il suo lavoro di scrittore e sceneggiatore.
Si è laureato in filosofia all’Università di Algeri e in antropologia culturale all’Università La Sapienza di Roma. Ha lavorato sulla prima generazione dei musulmani arabi immigrati in Italia.
Nel 1994 ha lavorato come giornalista della radio nazionale algerina.
Dal 1995 lavora in Italia nel campo dell’immigrazione, svolgendo attività di mediatore culturale, interprete e traduttore.
Ha lavorato dal 2003 al 2006 come giornalista professionista all’agenzia di stampa Adnkronos International a Roma.
Nel 2006 ha vinto il premio Flaiano e il premio Racalmare–Leonardo Sciascia.

 

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.

 

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”Scherzetto” di Domenico Starnone, Casa Editrice Einaudi, 2016

Daniele Mallarico, famoso illustratore che vive ormai da anni a Milano, dove ha una brillante carriera, è chiamato dalla figlia per badare al nipote Mario, che vive a Napoli, per alcuni giorni in cui lei e il marito, entrambi studiosi di matematica, saranno assenti per un convegno. A malincuore così il protagonista di Scherzetto, ormai anziano e abituato a vivere da solo dopo anni di vedovanza, accetta e così lascia le sue faccende quotidiane per andare a badare a questo bambino di quattro anni che per lui è un perfettto sconociuto. Non sarà certo facile il ritorno dopo anni a Napoli sua città natale con tutto ciò che questo comporta a livello emotivo.

Una trama semplice che si sviluppa in un arco di quattro giorni, in cui nonno e nipote imparano a conoscersi e ad amarsi talvolta, ma anche, molto più spesso, a non tollerarsi reciprocamente. Riuscire a far passare i giorni che li separano dal ritorno dei genitori diventa un’ impresa, il bambino desidera giocare, il nonno lavorare, soprattutto per potersi allontanare dal bambino per un pochino e negli intramezzi per meglio sopportarsi usano l’escamotage dello scherzetto tra di loro, anche se spesso il piccolo Mario essendo un bambino piccolo non riesce a capirne il limite e questo comporterà qualche problema. Così tra uno scherzetto e l’altro nonno e nipote cercheranno di riuscire a superare e sopportare qualche giorno in compagnia l’uno dell’altro.

Due maschi si fronteggiano, sangue dello stesso sangue. Tra quattro mura e un balcone si svolge il racconto affilato, perfido e divertente, uno “scherzetto” da camera. E’ il riesame di una esistenza sollecitato da una sorta di competizione con il nipotino saccente. Una guerra feroce tra i due e se stesso, tra il tempo andato e quello attuale, tra la capacità di esprimersi con l’arte e la consapevolezza di non esserne più in grado

 

 

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“Barlume” trilogia di gialli di Marco Malvaldi, Sellerio Editore Palermo,2007, 2008, 2010

Quando hai ottant’anni, l’unica cosa che puoi fare in un giorno di pieno agosto è andare al bar. E che fare al bar? Le carte, i fatti altrui, discussioni continue, e dopo: investigare. Come fanno i vecchietti del BarLume: Nonno Ampelio, l’oste Aldo, il Rimediotti pensionato di destra, il Del Tacca-del-Comune. Se c’è un delitto nei dintorni di Pineta, il loro onnisciente pettegolezzo diventa una formidabile macchina da indagine. Da dove Massimo il barrista estrae la chiave dell’enigma, come una Miss Marple in puro toscano.

Con passo felpato, Marco Malvaldi ha fatto il suo ingresso nel mondo del giallo italiano con alcuni piccoli romanzi ambientati a Pineta, un’immaginaria località livornese. Non si tratta senz’altro di romanzi impegnativi, che si propongano letture duplici, o che abbiano rimandi – più o meno cifrati – a fatti reali. Nulla di tutto questo. Si tratta infatti di storie agili, le cui trame non sono poi molto diverse da quelle di tante fiction a sfondo poliziesco. Ma, come spesso avviene, il successo che Malvaldi si è conquistato – un successo notevole, se i suoi primi tre romanzi, raccolti in questo volume (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi), hanno venduto complessivamente 250.000 copie – non è dovuto tanto all’intreccio, quanto alla simpatia dei personaggi che fanno da contorni alla storia. I vecchietti assidui frequentatori del BarLume, insieme al giovane barista, sono infatti l’ingrediente che rende i romanzi di Malvaldi una pietanza gustosa. Una pietanza che conserva gli elementi classici del giallo, ma che rassicura e diverte con l’atmosfera provinciale del BarLume, con la sagace ironia dei suoi avventori e – da non trascurare – un umorismo spesso grossolano, come vuole la tradizione toscana. Consigliato a chi ama un noir tinto di commedia.

La briscola in cinque

Siamo in piena estate, e il caldo della piccola città toscana di Pineta sulla costa è insopportabile. In realtà, c’è solo un posto dove stare, cioè nel BarLume, un caffè che il proprietario Massimo ha comprato con soldi vinti a una lotteria. Tra i clienti abituali ce ne sono quattro che passano il tempo giocando a carte, bevendo caffè e commentando grandi e piccoli. Un giorno, hanno davvero qualcosa di cui parlare perché, quando il corpo di una ragazza viene trovato in un contenitore della spazzatura. Massimo viene coinvolto nelle indagini sull’omicidio, completamente  aiutato dai quattro giocatori di carte, e costretto a collaborare con Fusco, un sciocco e aspro carabiniere calabrese.

 

Il gioco delle tre carte

Massimo cerca un nuovo dipendente del BarLume, dopo che Tiziana si è sposata e perciò si è dimessa. Non è affatto impressionato dalle qualifiche dei candidati, e quando Tiziana telefona per chiedere se puó ritornare al BarLume perché ha divorziato, non esita a dire sì. I quattro anziani abituali del bar si annoiavano quando si fanno avanti nuove informazioni su di un vecchio episodio circa la compravendita  di una  proprietà che diede adito a morte, omicidio e suicidio.


Il re dei giochi

La giornata inizia male per Massimo. E peggiora alla notizia di un incidente automobilistico, una notizia che il quartetto dei vecchietti del caffè accolgono con piacere. Nel veicolo si trovavano una donna e suo figlio, erano entrambi eredi di un ricco palazzinaro. La donna è anche la segretaria di un politico, che è attualmente candidato alle elezioni straordinarie a Pineta. I quattro vecchietti cominciano a intravvedere una bella storia. Massimo cerca di mantenere la testa fredda. Ha altro a cui pensare, di cui un matrimonio. Terzo volume nella serie BarLume.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Una valigia piena di libri

L’estate per me è il profumo del mare, il rumore delle onde sulla battigia, la freschezza dell’alba e la dolcezza dei lunghi pomeriggi pigri, trascorsi completamente immersi nella lettura di un libro, vivendo le storie dei personaggi che, per qualche ora, sono diventate le mie.  Io sono stata Jo March ed Elizabeth Bennet, Sherlock Holmes e Phileas Fogg, Sara Crewe ed Harry Potter e tanti altri ancora e ho vissuto mille vite e mille avventure. Chi, come me, nutre per i libri un amore innato può capire; gli altri possono provare a prenderne in mano uno, a sgombrare la mente e a immedesimarsi completamente nei personaggi, a fare della lettura un’esperienza totalizzante che coinvolga non solo il pensiero, ma l’immaginazione, i sensi, il cuore, perché, spesso, le passioni scovate tardivamente recano con sé una ventata di freschezza insperata.  Quando ero più giovane, mi lasciavo guidare nella lettura dai consigli altrui e il senso del dovere mi costringeva a finire di leggere qualunque libro avessi cominciato, anche se non incontrava i miei gusti. Con la maturità, ho capito che la vita è troppo breve per vivere di costrizioni e la lettura è uno di quei piccoli piaceri che proprio non posso negarmi, per cui la scelta stessa è diventata un voluttuoso rituale in cui mi faccio guidare dall’istinto, dall’intuito, dall’umore del momento, dalle sensazioni che provo quando prendo un in mano un libro, ne leggo il titolo, la quarta di copertina, qualche breve passo pescato a caso sfogliandolo. Raramente mi sbaglio, ma se non dovesse piacermi, lo passo a qualcun altro che possa apprezzarlo e vado oltre, senza alcun rammarico, alla ricerca di un altro di libro che riesca ad avvincermi. Proprio stamattina, ho preparato la lista dei miei libri per l’estate e la mia scelta è caduta su dei titoli che promettono grandi emozioni e tanta ironia, lacrime e risate, tra porte che si chiudono ed altre che si aprono rivelando orizzonti inattesi, dolori messi nell’ombra dalla luce della speranza. Eccola:

L’Arminuta- Donatella Di Pietrantonio

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli- Chiara Moscardelli

La verità del serpente- Gianni Farinetti

E tu splendi-Giuseppe Catozzella

Tu, sanguinosa infanzia- Michele Mari

L’animale femmina- Emanuela Canepa

Mia madre non lo deve sapere- Chiara Francini

Un amore- Dino Buzzati

Vittoria- Barbara Fiorio

Una piccola selezione di libri ambientati nell’ Italia di oggi e di ieri, di autori italiani che, con lo strumento magico della parola, riaccendono piccole memorie, il ricordo di usi e costumi dimenticati, raccontano di relazioni vere e autentiche, del perdersi e ritrovarsi, perché estate significa anche partire, andare altrove. Per me, spesso, quest’altrove, questo nuovo mondo, questo nuovo viaggio è un libro: una piccola vacanza che posso concedermi un po’ ogni giorno, per tutto l’anno.

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L’ estate del cane bambino, Editore: 66th and 2nd, anno 2014 Mario Pistacchio,Laura Toffanello

Brondolo, alle porte di Venezia, primi anni ’60. Paesino dove ognuno ha un soprannome e qualche volta qualcosa da nascondere. Fossero pure vecchie superstizioni non esattamente scoraggiate dal parroco locale. Vittorio, Ercole, Menego, Michele e Stalino sono ragazzini all’inizio di un’estate lunga e piena di aspettative. Qualche libro da leggere, i genitori da aiutare nei campi, fratellini rompiscatole a cui badare. Ma soprattutto giochi e avventure: epiche partite di calcio riecheggianti le gesta di Sivori e Corso, pesche misteriose, gite segrete di notte e i racconti paurosi di nonno Cestilio. E poi tutto sterza bruscamente. E, dolore su orrore, tutto si disgrega. Il gruppo, la famiglia, la comunità. Molti anni dopo, Vittorio, riceve un vecchio foglio di quaderno e forse una piccola occasione per rimettere a posto, almeno qualcosa.

È un libro bellissimo. È bello per il ritratto perfetto che da’ della vita dei paesi dell’epoca, per le ipocrisie che sottolinea, i silenzi, i pettegolezzi, ma anche di quel forte legame che si crea tra i ragazzini a quell’età, delle piccole e grandi avventure che si condividono. E rimane un libro bello anche quando l’innocenza è definitivamente perduta, quando la cattiveria degli adulti raggiunge il suo culmine e questi ragazzi si ritrovano a combattere contro qualcosa di più grande di loro

Marie MorelDiMarie Morel

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che, durante l’ormai prossima estate, inizieranno le riprese per la trasposizione televisiva dei quattro romanzi di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta “e “Storia della bambina perduta”.

La scrittrice, che da sempre usa uno pseudonimo per proteggere la propria identità, in un’intervista al New York Times, ha espresso la speranza che la serie tv, diretta da Saverio Costanzo, riesca a trasmettere emozioni autentiche e sentimenti complessi e contraddittori; perché è proprio questo che Elena Ferrante fa nei suoi libri: racconta di emozioni e sentimenti con grande autenticità.

La storia è ambientata, per lo più, in una Napoli che conosco bene, in un rione vicino al quale sono cresciuta e ho lavorato per vari anni. Leggerli è stato per me come fare un viaggio nel tempo, in quei luoghi a me così familiari, mentre ai personaggi del libro si mescolavano voci e volti di persone reali che hanno popolato la mia infanzia. Attraverso la penna della scrittrice, conosciamo le due protagoniste Elena Greco, detta Lenù, e Raffaella Cerullo, detta Lila, prima bambine e adolescenti, mentre cercano di trovare la strada per affrancarsi dall’esistenza toccata in sorte alle loro madri; poi donne, ciascuna con le proprie difficoltà, con i propri errori e drammi, ma sempre unite, anche quando la vita le separerà e le porterà lontano, a vivere due esistenze molto diverse fra loro.

Sullo sfondo, Elena Ferrante dipinge un affresco, che parte dal microcosmo del rione e si allarga alla città di Napoli e all’Italia intera, in un arco di tempo lungo cinquant’anni, con frammenti di storia che si mescolano alle esistenze delle protagoniste, dei loro vicini di casa, amici, nemici; ci racconta i cambiamenti politici, sociali e culturali di 5 decenni, dalle lotte femministe a quelle sindacali, visti sia attraverso la prospettiva dei salotti intellettuali e altolocati, che si troverà a frequentare Lenù  e sia attraverso quella del degrado della strada, vissuto da Lila.

In primo piano, invece, colloca l’amicizia tra Lenu’ e Lila, la descrizione dei loro mondi interiori, così diversi eppure così uguali. Un’amicizia, quella tra le due protagoniste, che è un intreccio di sentimenti ed emozioni: affetto, invidia, amore, rancore, perché Lenù e Lila sono così umane da non risparmiarsi nulla, neppure i tradimenti. Non c’è spazio per il buonismo, in questi libri di Elena Ferrante, tutte le debolezze, fragilità, miserie dei personaggi vengono messe a nudo, non c’è catarsi, consolazione, una chiusura definitiva, ma solo un realismo puro e tormentato, che tratteggia l’intera narrazione.

Lenù e Lila si perderanno e si ritroveranno più e più volte, nel corso degli anni, perché alla fine l’unica certezza è che nulla di definitivo vi sia nella vita e che, per quanto si possa andare lontano, dalle proprie origini non si può mai fuggire del tutto ; ma ciò che più mi è rimasto nel cuore di questi libri è una mia personale considerazione sull’amicizia: un vero amico è colui che, quando la vita ti farà dubitare di te stesso, sarà lì a ricordarti chi sei veramente, perché potrai rispecchiarti dentro di lui e ritrovarti sempre, a dispetto del tempo e delle distanze.

 

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“Accabadora” di Michela Murgia, Casa editrice italiana Einaudi

“Accabadora” è un romanzo scritto da Michela Murgia e pubblicato nel maggio 2009 per la casa editrice italiana Einaudi.

Il romanzo è stato tradotto in numerose lingue straniere, qui incluso il danese.

Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.

Accabadora significa in dialetto sardo colei che finisce. La vecchia sarta tzia Bonaria Urrai essendo senza figli prende in prestito Maria, di 6 anni, quarta figlia di un’altra vedova che con grande piacere si priva di una bocca da sfamare. Maria osserva la zia e impara il mestiere di sarta, ma scopre anche che Bonaria sa fare altro quando si assenta la notte. La prima madre dá la vita, l’ultima madre “accabadora” aiuta a farla finita, se si fa fatica a morire. Questo è stato fatto in Sardegna da centenni, ma negli anni 50 le vecchie regole e gli accordi segreti stanno per perdere la loro validitá, un nuovo mondo si fa avanti minaccioso. Seguiamo l’ ingenuinitá della bambina e la sua trasformazione in donna a fianco della vecchia donna che pensa di esercitare un gesto d’amore, necessario a chi soffre, alla sua famiglia, al suo popolo. L’Accabadora è un essere pieno di migliaia di punti interrogativi, ma con l’unica certezza di aver raggiunto la consapevolezza della sofferenza, della misericordia e della morte.

Una lettura affascinante, agrodolce, profumata di mare, di luce e di giovinezza, ma con il puzzo di terra, di tenebra e di morte. Il linguaggio è asciutto e poetico allo stesso tempo, cadenzato sí che si vorrebbe leggere ad alta voce, lo stile delinea i contorni di ogni personaggio, di ogni frase con la stessa accuratezza usata da Tzia Bonaria Urrai per cucire le asole.

Nel romanzo c’è piú amore che morte.

AvatarDiPinuccia Panzeri

Proposte per chi vuole leggere libri di autori italiani in danese

“La Ferocia” di Nicola Lagioia

Libro feroce, come feroci sono, ognuno a modo suo, i componenti della famiglia Salvemini.Clara è magnetica. Illumina le stanze in cui entra o le oscura, a seconda della tempesta che l’accompagna. L’ultima volta che l’hanno vista viva, camminava nuda nel centro della statale Bari-Taranto. Questa è la storia di due giovinezze, una famiglia, una città, delle colpe dei padri annidate nella debolezza dei figli, di un mondo dove il denaro può aggiustare ogni cosa fino all’attimo preciso in cui è già troppo tardi. Al centro c’è un corpo di donna chiuso nello sguardo di tutti quelli che hanno creduto di poterlo possedere, e intorno l’abissale cruenta vanità del potere. Mobile e intenso, La ferocia è un libro che costruisce un mondo – il nostro.

Libro dallo stile impeccabile, mi ha ricordato i grandi classici. All’inizio un po’ lento ma la magistrale struttura narrativa tiene incollati alle pagine che scorrono man mano che si procede. La ferocia di Lagioia segue e detta perfettamente una scrittura per il noir nella letteratura: un’altalena tra passato e presente dove vediamo ogni membro della famiglia Salvemini alle prese con la giovane Clara e con un sistema (tipico dell’edilizia e della politica) che ormai ha marchiato pesantemente l’immagine del Bel Paese e in particolare la Puglia.

Nella ricca carrellata di personaggi spicca su tutti Michele Salvemini, il fratello di Clara, lui è l’unico ad avere un rapporto con la ragazza, raccontato forse più del dovuto nelle quattrocento pagine. Un personaggio che spesso si mette contro il volere del padre costruttore e degli altri membri, creando degli attimi di astio in casa della famiglia pugliese. Da ammirare i capitoli in cui l’animale, totalmente immerso nella natura, viene totemizzato come un elemento atto a descrivere il marcio e la ferocia dell’uomo citata nel titolo. Contro la purezza e l’innocenza del regno animale.Questo libro è un capolavoro, e come tutti i capolavori parla della miseria.

Lo consiglio vivamente, ma solo per chi ha “palato fino”.

 

AvatarDiMaria D'Andrea

Musica, romanzi e passione: Donato Cutolo, scrittore, musicista.

“C’è un’età in cui l’amore è valico al sogno, al delirio. Ma anche al primo approccio con la paura dell’abbandono.” – D. Cutolo

 

È cosi che in Vimini, il suo secondo romanzo, Donato Cutolo definisce quell´aspetto della vita che ci accomuna, che ci caratterizza e ci forma. Le parole, intense, vere che si accompagnano ad una melodia talvolta estenuante, talvolta assordante ma sempre profonda e colloquiale con chi ascolta.

Per i nostri amici della Dante Alighieri, abbiamo incontrato in rete Donato Cutolo per una breve intervista che riportiamo qui fedelmente.

Come nasce la tua passione per la scrittura e come nasce la tua passione per la musica? Come si conciliano intellettualismo ed arte nella tua vita quotidiana?

Tutto è incominciato dalla musica: dal 1998 al 2008 ho composto colonne sonore per spettacoli teatrali e cortometraggi ed è proprio la magia dell’intreccio tra parole e musica che m’ha fatto partorire Carillon, il mio primo romanzo con colonna sonora dedicata. Fu una sorta di esperimento, una novità ben accolta dal pubblico con quasi tremila copie vendute. La collaborazione, poi, con compositori come Fausto Mesolella, Daniele Sepe, Rita Marcotulli, ha fatto sì che mi concentrassi molto di più sulla scrittura. In genere, giro ai musicisti la prima bozza del romanzo così che possano lasciarsi ispirare liberamente e quando finiscono il loro lavoro io mi “limito” a creare paesaggi sonori (con campioni e sintetizzatori) che danno una dimensione ambientale e temporale alla colonna sonora simile a quella del romanzo.

Cosa è cambiato da allora e cosa ti aspetti che cambi ora?

Come ti dicevo prima, è cambiato che scrivo molto di più anziché comporre, soprattutto sento una maggiore esigenza di dare uno sfondo sociale, attuale, “politico”, alle mie storie. Credo poi che la piccola realtà, la provincia, sia un banco di prova importante e che abbia i suoi vantaggi: le difficoltà, la lentezza, avere il tempo necessario per sviluppare al meglio un’idea senza lasciarsi divorare dalla velocità e dalle mille luci e false opportunità dei grossi centri. La provincia ti educa, ecco, indipendentemente dal successo.

Parliamo del tuo ultimo libro: “Occhi chiusi spalle al mare” (Edizioni Spartaco). Una ambientazione insolita, immaginaria ed una storia legata per certi versi allo stereotipo della famiglia patriarcale dei clan, che tuttavia “sbarca” (perdona il gioco di parole) in uno scenario che certamente non ti aspetti. Occhi chiusi, spalle al mare, appunto. Un viaggio. Un viaggio intenso, ricco di dettagli e di sensazioni, di sentimenti descritti da chi sembra averli vissuti. Un viaggio intimo che Sergio Rubini racconta con magistrale passione. (Sergio Rubini, insieme a Rita Marcatulli, è autore della colonna sonora che accompagna il libro).

Come nasce l´idea di Piero, il personaggio principale?

Il tema dei migranti, i “viaggi della speranza” che si trasformano sempre più spesso in “viaggi della morte”, mi stanno molto a cuore: da tempo avevo in mente di scrivere una storia che ne parlasse, ma ogni volta che rileggevo i miei appunti c’era troppa enfasi, oppure troppa crudezza nelle descrizioni, e poi ho capito che il mio vero scopo consisteva nel portare le persone che leggevano il mio scritto a superare la paura verso i migranti… Avevo bisogno di trovare un modo per aprire i cuori con delicatezza e scardinare la diffidenza… E così, all’improvviso, un giorno ho immaginato Piero, un ragazzo schivo, timoroso, che però trova finalmente il coraggio di cambiare grazie all’esempio di due fratelli migranti, Jasmine e Youssef, che lo salvano dai preconcetti che gli sono stati inculcati fin da piccolo e lo aiutano a diventare una persona libera, libera innanzitutto di esprimersi per come è nel profondo del suo cuore.

Un riferimento esplicito. Un legame con la terra nordica per eccellenza a concludere questo viaggio. Perché la Danimarca?

La comunità palestinese e siriana in Danimarca è molto consistente e la cultura dell’accoglienza è certamente diversa da quella del Sud Europa. Abbiamo molto da imparare.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Occhi chiusi spalle al mare sta avendo il suo corso. I media ne parlano con interesse, così con Edizioni Spartaco sto mettendo a punto un tour di presentazioni nelle scuole. Io parlerò poco, sono piuttosto molto curioso di stimolare un confronto sul tema tra gli studenti. Sono certo che il dibattito sarà interessante. Dal 9 marzo, poi, sarò a teatro assieme a Sergio Rubini e Rita Marcotulli: più che presentare il libro sarà uno spettacolo multimediale così come è stato per i miei lavori precedenti; inizierò dalla mia città, Santa Maria Capua Vetere.

Biografia.

Donato Cutolo, autore e compositore, nel 2009 la prima pubblicazione, “Carillon” (Libro + Cd), romanzo con colonna sonora allegata: quasi 3000 copie vendute fra spettacoli teatrali e showcase nelle librerie.

Nell’Autunno 2012 esce un secondo lavoro, “Vimini” (Libro + Cd), stessa formula: romanzo con colonna sonora, questa volta composta da Fausto Mesolella – Avion Travel. Il lavoro conferma le vendite di “Carillon”, viene recensito positivamente su numerosi portali, blog e in radio. Novembre 2014 esce il terzo lavoro, “19 Dicembre ’43“, un romanzo di Cutolo con la colonna sonora di Fausto Mesolella e Daniele Sepe, voce di Paolo Rossi, che nel giro di un anno arriva alla seconda ristampa, grazie anche all’adozione del testo in tantissimi Istituti Scolastici e recensioni su portali come “Che Tempo Che Fa”, “Panorama”, “La Repubblica”.

Dal 26 ottobre 2017, “Occhi chiusi spalle al mare”, romanzo di Donato Cutolo con la colonna sonora di Sergio Rubini e Rita Marcotulli, Edizioni Spartaco.
Dai lavori sono stati realizzati otto cortometraggi, pubblicati dalle più importanti WebTv e utilizzati per le presentazioni in libreria e spettacoli teatrali, eventi che hanno spesso registrato ‘sold out’.

Tutte le recensioni e le foto dei live teatrali/scuole sono reperibili su donatocutolo.it, i cortometraggi su youtube.com/user/donatocutolo

Scarica qui il PDF del testo letto nel video da Sergio Rubini. Segui il link.

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

Equazione di un amore

Simona Sparaco, scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma.

Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino.

Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Lovebook e, nel 2010, Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Nel 2013 è uscito per Giunti Nessuno sa di noi, un istantaneo bestseller del passaparola, ristampato in 21 edizioni, vincitore del Premio Roma e finalista al Premio Strega.

Nel 2014 è uscito, sempre per Giunti, Se chiudo gli occhi (Premio Selezione Bancarella, Premio Salerno Libro d’Europa e Premio Tropea). Equazione di un amoreè il suo ultimo romanzo.

Il romanzo…

“In fisica quantistica, se due particelle interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separate, non possono più essere descritte come due entità distinte, perché tutto quello che accade a una
continua a influenzare il destino dell’altra. Anche ad anni luce di distanza.”

Un  libro dal finale per niente scontato o banale, forse il più interessante di questa autrice.

Ulteriori informazioni e acquisto del libro