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Marie MorelDiMarie Morel

Napoli e l’arte del presepe

Nel cuore di Napoli c’è una strada che è un luogo magico tutto l’anno, ma lo è ancora di più durante le festività natalizie. Si tratta di via San Gregorio Armeno, nota anche come la via dei presepi.

 

La strada si snoda nel centro storico a ridosso del Decumano Maggiore (Via dei Tribunali) ed ospita le botteghe degli artigiani che d’estate e d’inverno si dedicano all’antica arte presepiale, che ebbe origine nel 1200, quando San Francesco d’Assisi ebbe l’idea di mettere in scena la nascita di Gesù, per diventare, poi, una tradizione del folklore napoletano. Passeggiando lungo via San Gregorio Armeno, invasa da turisti e bancarelle, ogni portone e cortile nasconde delle sorprese: all’intero di essi, gli artisti allestiscono veri e propri capolavori, di ogni grandezza e per tutti i gusti, dai minuscoli presepi nei gusci delle noci a quelli con pastori ad altezza naturale, scolpiti nel legno, di terracotta, dipinti a mano. Ci si incanta dinanzi alla perfezione di pastori piccolissimi, all’espressività dei volti, alle caratteristiche di ciascuno legate ad una simbologia sospesa tra il sacro e profano. Già, perché nel presepe napoletano i pastori hanno un nome, una personalità, un significato e vanno collocati in determinate posizioni. In un presepe napoletano che si rispetti non può mancare Benino, il pastorello addormentato in mezzo alle sue dodici pecorelle; il vinaio e il panettiere a simboleggiare l’eucarestia e dall’altro lato Ciccibacco, dio pagano del vino; il pescatore, che rappresenta il pescatore di anime; la meretrice che volge le spalle alla grotta, in contrapposizione alla purezza della Vergine Maria; i re Magi, provenienti dall’Oriente e recanti oro, incenso e mirra in dono al Bambinello e poi il monaco, i due compari, l’oste e i dodici venditori, uno per ciascun mese dell’anno. Altrettanto simbolici sono i luoghi rappresentati nel presepe: l’osteria, che rifiutò l’ospitalità alla Madonna e a San Giuseppe, il forno, il fiume, il ponte, la chiesa e il pozzo. All’interno delle botteghe è facile incontrare appassionati cultori ed estimatori di quest’arte che sono ben lieti di divulgare le loro conoscenze in materia, raccontando aneddoti, storie e tradizioni legate al presepe napoletano, che pur conservando le sue caratteristiche, ogni anno, grazie al lavoro incessante e alla fantasia degli artigiani, si arricchisce di anno in anno di nuove statuine, che raffigurano personaggi moderni.

In tal senso il presepe napoletano non è solo un simbolo religioso, ma diventa uno specchio della società e della comunità napoletana. Ecco così fare la loro comparsa sul presepe delle statuine di Totò, Pino Daniele, Massimo Troisi, Diego Armando Maradona, Berlusconi e Salvini. Insomma non ci sono limiti alla creatività degli artisti del presepe, che riescono a rappresentare scorci di realtà, tra religione e vita quotidiana, quasi come se mettessero in scena delle rappresentazioni teatrali. Tra il profumo di sfogliatelle, pizza, struffoli e roccocò, una passeggiata lungo via dei Tribunali e San Gregorio Armeno è una delle tradizioni natalizie più care ai napoletani e tappa obbligata per tutti i turisti, perché la magia del Natale, tra i vicoli di Napoli, ha il gusto e i colori dell’arte, della poesia e dello stupore.

AvatarDiSilvia La Rosa

La Sicilia dei Presepi

 

Il periodo di Natale resta una delle feste più magiche e suggestive dell’anno. Che lo si voglia ammettere o meno, tutti ne veniamo catturati, a cominciare dai preparativi, e sembra di tornare bambini, per un po’.

Ed ecco che in un paese come la Sicilia, già ricco di tradizioni, anche solo la fase dei preparativi può diventare una festa. Tutto inizia con l’arrivo dell’8 dicembre, la festa cattolica dell’Immacolata Concezione, che segna anche il giorno in cui le case iniziano a scintillare di addobbi e decorazioni natalizie. Con il passare del tempo si sono abbracciate tradizioni che arrivano dall’estero, come nel caso dell’amatissimo albero di Natale che sembra aver fatto la sua prima apparizione in Estonia, nella città di Tallinn, nel lontano 1441, quando fu addobbato presso Raekoja Plats, la piazza del Municipio, mentre uomini e donne vi ballavano attorno alla ricerca dell’anima gemella.

Eppure, nonostante il mondo cambi in fretta, certe tradizioni restano ancora ben salde, diventando talvolta persino l’elemento caratteristico, la peculiarità di un territorio: è questo ciò che avviene ancora oggi con il presepe.

Il presepe, chiamato anche presepio, è la celebrazione della natività per eccellenza, ha origini antichissime, risale infatti al Medioevo, e continua a resistere all’avvento di nuove consuetudini, riuscendo anzi ad andare di pari passo con esse, beneficiando delle nuove tecnologie a disposizione per rinnovarsi. Trattandosi di una rappresentazione della nascita di Gesù, il presepe ha trovato larga diffusione in tutti i paesi cattolici del mondo, a partire dall’Italia, luogo in cui ebbe origine mediante S. Francesco D’Assisi nel 1223. In seguito, infatti, l’usanza di allestire il presepe si affermò in Italia, sino ad estendersi man mano anche al resto d’Europa, prima come pratica ecclesiastica e poi nelle case degli abitanti.

Se il significato del presepe rimane sostanzialmente lo stesso, ad evolversi è la rappresentazione stessa del presepe, che presenta oggi possibilità sceniche un tempo impensabili, come l’utilizzo di meccanismi che permettono il movimento dei figuranti, o la loro realizzazione mediante l’uso di materiali di recupero, insomma nessun limite alla creatività e al genio dei maestri artigiani che creano delle vere e proprie opere d’arte.

Un esempio tutto siciliano nella tradizione del presepe arriva da Giarre, comune sulla costa orientale delle Sicilia, in provincia di Catania. è qui che dal 2003 viene ospitato il Museo del presepe, all’interno di un nobile palazzo ottocentesco, proprio nel centro cittadino. Per la comunità si tratta di un vero orgoglio, considerato che il museo è portato avanti dalla passione travolgente del suo presidente, Salvatore Camiolo, grazie all’Associazione Italiana Amici del Presepio. Il museo, visitabile tutto l’anno, conta la presenza di circa trecento esemplari tra presepi e diorami, ovvero dei presepi molto speciali, dove le scene sono rappresentate all’interno di scatole che, aperte su un lato e mediante una serie di giochi prospettici permettono allo spettatore di addentrarsi all’interno di queste scene secondo una visuale particolarissima. Le opere ospitate dal Museo arrivano da ogni parte d’Italia e del mondo, opere di appassionati come lo stesso Salvatore, e opere di maestri illustri, donazioni che costituiscono un inno alla diversità, sia per le diverse rappresentazioni del tema, sia per i diversi materiali utilizzati. La tradizione, ma anche l’innovazione, come lo stesso Salvatore racconta orgoglioso anticipando l’evento da lui stesso promosso di un corso innovativo di Arte presepiale rivolto a tutti, realizzato il prossimo aprile da un maestro del presepe Francesco Farano, il quale metterà a disposizione la propria esperienza per la realizzazione del presepe.

E poi c’è la Sicilia che si fa magica, è la Sicilia dei presepi viventi, dove figuranti in carne ed ossa riproducono il tema della natività con grande cura dei dettagli, con scenografie realizzate ad hoc, il tutto reso ancora più prezioso dallo spettacolo delle bellezze naturali siciliane. Tra i presepi viventi da non perdere occorre citare il presepe di Montalbano Elicona, borgo medievale in provincia di Messina, già proclamato tra i borghi più belli d’Italia: qui il presepe si svolge nella zona più antica, il quartiere Serro, e coinvolge l’intera cittadina, una celebrazione molto sentita tanto da aver conquistato il premio regionale come miglior presepe.

Altro centro cittadino, altro borgo proclamato tra i più belli d’Italia nel 2014. Si tratta di Gangi, piccolo gioiello in provincia di Palermo. Qui ha luogo uno tra i più suggestivi presepi della Sicilia, dove va in scena “Da Nazareth a Betlemme”, in cui una voce e una colonna sonora guidano lo spettatore nel viaggio della natività. Tutto è realizzato con estrema cura al dettaglio, grazie anche agli studi storico-antropologici e religiosi realizzati.

Infine, tra le numerose rappresentazioni che si svolgono a spasso per la Sicilia, occorre citare Custonaci, città in provincia di Trapani, scenografia naturale mozzafiato di un evento imperdibile. Si tratta di un presepe vivente che conta la presenza di 160 figuranti e di una scenografia naturale di enorme valore, trattandosi di una grotta preistorica denominata Grotta Mangiapane (dal nome del nucleo familiare che vi abitò a partire dal 1800 e fino alla fine dell’ultima guerra mondiale).

La Sicilia può davvero diventare magica a Natale. E talvolta la ricerca delle tradizioni di un territorio e la voglia di autenticità rappresentano forse la chiave per ritrovare il senso del Natale e magari quell’ armonia natalizia ci accompagnerà tutti, almeno per le feste!

AvatarDiChristian Oldenborg

Glædelig jul!

Benvenuti cari lettori ad un breve post sulla tradizione del Natale danese! Ci sono alcune differenze tra gli italiani ed i danesi su questo punto, il più grande é che i danesi celebrano Natale il 24, invece del 25 dicembre e  vanno in chiesa durante il pomeriggio.  Durante il 24 noi danesi facciamo tre cose che gli italiani non fanno:

 

La prima: Vedono l’ultimo episodio del calendario televisivo seguito (ci sono calendari per tutta la famiglia e quest´ anno si trasmettono non uno, non due, ma tanti: http://juleweb.dk/julekalendere/julekalendere-2018/

Il calendario più conosciuto, che quasi ogni danese conosce, è The Julekalender: un calendario televisivo consistente di 24 episodi dai Nattergale, una banda/ un trio di comici che svolgono ruoli diversi in questo calendario; quindi non perdete la possibilità di sentire le canzoni su Youtube, per esempio Støvledance!

 

La seconda: I piatti.

Normalmente il piatto principale dei danesi é  il Flæskesteg un   piatto simile all’arrosto di maiale o Andesteg, anatra arrosto o tutti e due con contorno di patate, cavolo rosso e salsa bruna. Come dolce si mangia il Risalamande   in cui si nasconde una mandorla, e chi trova questa mandorla avrà un regalino, per esempio una scatola di cioccolatini.

 

La terza: Ballare!

Dopo aver mangiato e chiacchierato si afferra la mano dell´altro, formando un circolo attorno all’albero, e si cominciano a cantare salmi e canzoni di Natale. Alcuni finiscono con la canzone Nu er det jul igen (adesso è  arrivato ancora una volta Natale) e corrono in giro per la  casa e senza lasciare la mano dell’altro finché ci si trova di nuovo davanti all’albero.

 

AvatarDiLucia Rota

I Medici

E’ una serie televisiva in onda su Rai 1 dal 18 ottobre 2016. La seconda stagione viene trasmessa dal 23 ottobre. La terza é in produzione.

Descrive l’ascesa della famiglia Medici casata a capo della città di Firenze durante il Rinascimento e le numerose traversie affrontate dalla stessa con le altre famiglie rivali . Essa trae ispirazione da fatti, persone ed eventi realmente avvenuti ed esistiti seppur romanzati per rendere piú appetibile le vicende al pubblico televisivo. Il protagonista della prima parte è Cosimo de Medici succeduto al padre nel 1434 come capo della famiglia e che insieme al fratello Lorenzo dovrà dimostrare di essere all’ altezza del compito affidatogli dal padre. La stagione dei Medici é una stagione fondamentale nella storia non soltanto italiana ma anche europea e rende Firenze uno dei luoghi più importanti del Rinascimento. La famiglia Medici regnerà sulla Toscana con qualche intervallo per un periodo che va dal 1434 al 1737. Più di 300 anni.

Li ritroveremo anche a Roma con ben quattro papi e nelle corti di tutta Europa in particolare in Francia dove le donne dei Medici sposeranno spesso i re diventando regine.

Come riuscì a questa famiglia di banchieri a ritagliarsi un posto cosí importante nella storia d’Europa?

Le riprese della serie televisiva si sono svolte principalmente in Italia a Roma oltre che nel capoluogo fiorentino dove è stata concessa alla produzione di girare all’interno di sedi storiche come Palazzo Vecchio, Basilica di San Lorenzo, Palazzo del Bargello, il Battistero e Duomo di Firenze ma anche a Villa Adriana e villa d’Este e Tivoli e in altre località come Montepulciano, Pistoia, Pienza, San Quirico d’Orcia, Bagno Vignoni, Bracciano, Viterbo, Castello di Rota, Caprarola,Santa Severa e nella val d’Orcia.

Marie MorelDiMarie Morel

La naturale evoluzione di una lingua

Quando diciamo che una lingua è viva, intendiamo dire che è in continuo fermento e cambiamento, che è aperta ad accogliere nuove parole, le quali passando di bocca in bocca entrano nel lessico comune e a lasciar andare quelle che vengono abbandonate e dimenticate.

 La nascita dei neologismi era un fenomeno con una progressione molto più lenta e controllata fino ad una ventina di anni fa, ma con la diffusione delle nuove tecnologie, globalizzazione, social media e per l’effetto del lavoro di pubblicitari, giornalisti, personaggi dello spettacolo, politici, la cui comunicazione diventa sempre più spregiudicata, ogni giorno prendono vita vocaboli inediti. In alcuni casi sono frutto di un atto creativo, con accorciamenti, accorpamenti o reinterpretazioni attraverso figure retoriche di parole già esistenti, in altri di adattamenti di terminologie estere. Si tratta di un’evoluzione così veloce, che i puristi della lingua italiana non possono fare altro che arrendersi, ormai, dinanzi all’evidenza: l’italiano, come lo abbiamo studiato a scuola fino a pochi anni fa, sta morendo sotto i colpi impietosi di neologismi come selfie, apericena, svapare, webete, ciaone, colazionare.  Alle orecchie più sensibili non resta che decidere se continuare a rabbrividire ogni volta che ne sentono uno oppure stare al passo con i tempi e farli propri. Sebbene io sia tra coloro che direbbero ciaone solo sotto la minaccia di un’arma da fuoco puntata alla testa, la scelta mi sembra scontata se si vuole continuare a comunicare con gli altri, soprattutto con i più giovani, che si adeguano facilmente e adoperano con estrema disinvoltura le parole nuove, anzi, spesso sono loro a coniarle e a veicolarle attraverso i social.

Ma quando un neologismo entra a far parte di diritto nella lingua italiana? Semplicemente quando il suo uso è così diffuso da essere notato da istituzioni linguistiche come l’Accademia della Crusca, che dopo averne verificato la rispondenza a determinati criteri di valutazione, ne decretano la correttezza, dopodiché la parola in questione può entrare a pieno titolo nel vocabolario della lingua italiana. Sul sito dell’Accademia è anche possibile segnalare i neologismi, “votare” per quelli già presenti per consolidarne il rango di interesse e chiedere la consulenza linguistica in caso di dubbi sull’uso di parole ed espressioni. Potreste dare un’occhiata, tra un tweet e un post, magari la sera dopo esservi docciati, pigiamati e camomillati, mentre divaneggiate un po’e se quello che leggerete non dovesse piacervi, non lasciatevi prendere dalla tristitudine, potrete sempre divertirvi a spoilerarlo ai vostri amici.

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/parole-piu-segnalate

 

AvatarDiElisa Borella

La Milano che non ti aspetti: un itinerario tra vecchia e nuova metropoli

Capitale della moda e del design italiano, dell’editoria e dei mercati finanziari nostrani grazie alla famosa “Borsa”, Milano sembra essere la meta ideale solo per un weekend mordi e fuggi in giorni di saldi o di Black Friday. Ma siete proprio sicuri che sia davvero così? Quanti di voi, invece, hanno mai pensato di trattenersi in città per un soggiorno un pochino più lungo e totalmente turistico?

Certo, considerare il capoluogo lombardo una destinazione per un viaggio relax è cosa assai ardua da immaginare (e da praticare! Provare per credere…), vista la nomea di città perennemente di fretta che (non a torto, ad essere sinceri) si porta cucita addosso, tra un aperitivo sui Navigli di qua e una conference call con l’ufficio centrale in San Babila di là, dopo corse e spintonamenti vari in metropolitana all’ora di punta; sfuggente, frenetica, proiettata verso il futuro e l’innovazione, l’anima profonda di Milano sembra davvero difficile da cogliere e, soprattutto, da raccontare a chi è poco pratico di questi luoghi e/o del Bel Paese conosce (e sogna ad occhi aperti) solo i piccoli borghi arroccati su dolci pendii, con le stradicciole lastricate e i gerani appesi ai davanzali.

Se volete scoprire davvero la caotica metropoli del Nord Italia, ma avete purtroppo poco tempo a disposizione, vi consigliamo un breve itinerario low cost da percorrere interamente a piedi, tra mete già note e altre un po’ meno. Pronti?

  1. Mappa alla mano, il punto di ritrovo e di partenza sarà la centralissima piazza Duomo, per la foto di rito, dando le spalle alla cattedrale e dribblando turisti e piccioni molesti. Non vi sfuggirà, naturalmente, che lo sfondo della vostra fotografia o del vostro selfie sarà costituito da uno dei pochissimi esempi di architettura gotica in stile fiorito presente sul suolo italiano (data la collocazione geografica di Milano, l’influenza francese è, infatti, piuttosto forte) e non vi lascerete certo ingannare dal tripudio di statue e pinnacoli trasudanti aria di Medioevo: per completare il Duomo ci sono voluti, infatti, svariati secoli, tanto che la facciata in marmo rosa di Candoglia è stata ultimata… solo nell’Ottocento! esattamente come la piazza antistante il sagrato, risistemata negli stessi anni da Giuseppe Mengoni; per osservare del vero gotico duro e puro e del vero lavorato trecentesco, dovrete spingervi, piuttosto, sul retro della chiesa, nella zona dell’abside poligonale, decorata da statue, da bassorilievi e da vetrate coloratissime.
  2. Ancora in piazza Duomo, aguzzate la vista: alla vostra destra, leggermente arretrato rispetto alla facciata della cattedrale, potrete ammirare Palazzo Reale, opera dell’architetto Giuseppe Piermarini ed esempio mirabile di dimora in stile neoclassico (così chiamato perché un tempo fu abitato niente meno che dagli Asburgo! mentre oggi periodicamente ospita prestigiose mostre temporanee), affiancato dal poderoso Palazzo dell’Arengario (oggi sede del Museo del Novecento e della sua collezione permanente, ma pensato originariamente come sede del Comune cittadino in sostituzione di quello già esistente, detto “vecchio Broletto” e posto all’imbocco della vicinissima via dei Mercanti), edificato tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso su progetto di Muzio, Portaluppi, Griffini e Magistretti. Alla vostra sinistra, invece, non potrete non notare la maestosa Galleria Vittorio Emanuele II (altro soggetto prediletto per foto ricordo), costruita nell’Ottocento, sempre dal Mengoni, in stile neorinascimentale come strada coperta di collegamento tra Piazza Duomo e Piazza della Scala, sede dell’omonimo teatro; se la percorrerete per un buon tratto, sotto la cupola di vetro vi ritroverete circondati da una forma ottagonale definita (per l’appunto) l’“Ottagono”, oggi come allora sede dei cafè più antichi e lussuosi della città, oltre che delle boutiques più costose del circondario (un piccolo assaggio, insomma, di quello che vi aspetterà se avrete tempo e voglia di camminare fino al cosiddetto “Quadrilatero della moda” – sì, la geometria piana piace proprio ai milanesi! –, costituito dalle vie Montenapoleone, della Spiga, Manzoni e corso Venezia). Sul pavimento a litostrato della galleria sono rappresentate le insegne della città e una in particolare è molto amata dai turisti e dagli scaramantici in generale (non tanto dal Comune però che deve provvedere a continui restauri!), poiché si dice che, roteando il tallone sui testicoli del toro rampante a mosaico in campo azzurro posto nel braccio sinistro della Galleria, ci si assicurerà una seconda visita al capoluogo lombardo.
  3. Proseguendo fino alla fine della Galleria, vi ritroverete in Piazza della Scala: tra un albero e l’altro, non potrete non sentire su di voi lo sguardo fiero di quel genio a tutto tondo che fu Leonardo da Vinci, la cui statua è collocata proprio al centro della piazza; celebre artista, architetto, ingegnere, scultore toscano, egli collaborò a fine Quattrocento con Ludovico il Moro (duca di Milano e figlio di Francesco I Sforza), e rese grande e modernissima la città grazie, ad esempio, alla serie di chiuse ideate per rendere navigabili i Navigli (cioè i fiumi cittadini), e la cui opera più nota ed emblematica è il famoso Cenacolo dipinto sulla parete settentrionale del Refettorio della Chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, ubicata in fondo a corso Magenta. Ai due lati opposti della statua di Leonardo si trovano Palazzo Marino, diventato sede del Comune dal 1861 (data che segna l’unificazione nazionale), ma costruito nel Cinquecento dall’architetto Galeazzo Alessi, e il Teatro alla Scala, mirabile opera del già citato Piermarini. Vanto della città grazie alla sua prestigiosissima Accademia di ballo e agli spettacoli d’opera e ai concerti presenti in cartellone tutto l’anno, il teatro inaugura ogni anno la sua stagione il 7 dicembre, giorno in cui Milano festeggia il suo patrono, Sant’Ambrogio (al quale, peraltro, è dedicata una splendida chiesa romanica in mattone a vista all’esterno e marmo bicromo all’interno, ubicata nella zona omonima, nella quale sono contenute le sue spoglie). Proprio accanto al famoso teatro, sulla destra, inizia via Verdi: imboccandola, vi ritroverete presto in via Brera, cuore pulsante della vecchia Milano e ritrovo di artisti.
  4. Una volta approdati nel bel mezzo del quartiere di Brera, sede della prestigiosa Pinacoteca, dell’Accademia di Belle Arti e della Biblioteca Braidense (collocata in fondo rispetto al cortile con la statua di Napoleone, in cima a una scalinata e con ancora all’interno gli scaffali in legno e i soffitti dipinti a trompe-l’œil), sentitevi pure liberi di perdervi nei vicoli stretti e tortuosi dove, nelle sere estive, alcune cartomanti cercheranno di curiosare nel vostro futuro, oppure, d’inverno, luminarie e luci natalizie invaderanno letteralmente la zona, dandone un’aria piuttosto suggestiva. Brera era, infatti, il quartiere degli artisti, fatto di stradine strette e dalle forme piuttosto bizzarre, che si intersecano tra loro formando angoli inusuali (eco del passato medievale della città, in cui non esistevano larghi viali perpendicolari o paralleli, tipici, invece di insediamenti latini come ad esempio Torino, costruita sull’impianto dell’antico castrum romano), sulle quali si affacciano piccoli appartamenti attraverso altrettanto piccole finestre. Quando ne avrete avuto abbastanza (o meglio, quando l’orologio vi imporrà di averne avuto abbastanza), proseguendo lungo via Solferino, incrocerete corso Garibaldi e procederete verso nord fino oltre Porta Garibaldi, una delle antiche porte della città vecchia, squarci che si aprivano nella cerchia di mura che circondavano Milano (la cui migliore descrizione è contenuta nei Promessi sposi, romanzo di ambientazione secentesca scritto da quell’intelletto fine che fu Alessandro Manzoni).
  5. Una volta lasciato alle vostre spalle in quartiere degli artisti, vi troverete catapultati nel bel mezzo della movida di corso Como, zona piena di locali e di posticini alla moda, uno dei quali non potrà che lasciarvi di stucco: non farò nomi, ma vi basti sapere che, contrassegnato da un ingresso piuttosto anonimo, questo luogo nasconde un vero e proprio giardino incantato, illuminato in ogni stagione da centinaia di lampadine che rendono l’atmosfera, gli acquisti e i costosi aperitivi davvero magici. Proprio questa parte del capoluogo lombardo, ultima tappa del nostro breve itinerario, in anni recentissimi è diventata, infatti, oggetto del rinnovamento urbanistico cittadino: assieme al nuovissimo quartiere di “City Life” (zona Portello) e alle tre torri degli “archistar” Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki, l’area raccolta attorno alla stazione Garibaldi forma il polo più innovativo e all’avanguardia in campo architettonico di Milano, dove nelle sere o nei pomeriggi invernali, passeggiando all’ombra del Bosco Verticale dello Studio Boeri, potrete trascorrere qualche ora in compagnia di amici o della vostra dolce metà pattinando sul ghiaccio, o curiosando tra i mercatini disposti tra piazza Gae Aulenti e Alvar Aalto (entrambi celebri architetti, la prima, in particolare, è stata responsabile della risistemazione urbanistica della zona Cadorna).

Se questo breve excursus sulla metropoli del Nord Italia vi ha incuriosito, non potrete che concordare con noi sul fatto che, come si dice da quelle parti, Milan l’è semper on gran Milan!

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA CALABRIA : INCONTRO CON PASQUALE ALLEGRO

1) I tuoi maestri. La tua ispirazione. Che libri consiglieresti a quelli che si avvicinano alla poesia?

I miei maestri dici… Io mi sono innamorato della poesia dopo essere passato dalla lettura degli aforismi – il fascino dietro poche parole che significavano un mondo – che spulciavo sulle riviste di cruciverba in casa di mio nonno, ai libri che prendevo in lettura dalla biblioteca della scuola, primo fra tutti I fiori del male di Baudelaire – ricordo ancora la raccomandazione della professoressa perché non mi lasciassi influenzare –, da lì mi sono avvicinato al Simbolismo francese, la realtà desideravo intuirla con la poesia di Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. Poi con la maturità ho approfondito poesia più vicina al nostro tempo, Vittorio Sereni, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Armanda Guiducci, Maria Luisa Spaziani, folgorato dalla Szymborska, oggi rapito dalle parole delicate e scalfenti di Pierluigi Cappello. E tanti altri, maestri vecchi e nuovi, in mezzo a questo percorso di eterno apprendimento. Consiglierei a coloro i quali desiderano avvicinarsi alla poesia un loro contemporaneo, così per non sentire il firmamento o l’inferno che si canta come qualcosa di troppo distante, che so, Azzurro elementare di Cappello o Le cavie di Magrelli, per offrire loro una finestra familiare da cui osservare il mondo.

2) Cosa significa essere poeta e la poesia per te?

Cosa sia la poesia, è qualcosa che mi domando da sempre. E vuoi vedere che la poesia non è altro che questo interrogarsi? Là dove la filosofia alza le mani in segno di resa perché deve dispiegare il concetto e arranca nello smacco della speculazione, la poesia entra in punta di piedi, si trastulla con lo sgomento, è un po’ il suo gioco, riportare il mondo a uno stato di meraviglia, per farne quello che l’esperienza e la vita faticano a elaborare, percependo su un altro piano le ferite, le gioie, i ricordi restituendone bellezza. Un percorso di svelamento.

Essere un poeta è trattenere questo segreto, il fatto che un verso minuscolo possa rimandare a un intreccio universale, proprio come il baco che dà il titolo alla mia raccolta, esserino fragile che custodisce il segreto della seta. E comunque hai formulato bene la domanda, presuppone che poeta si è e non lo si faccia, ci si scopre di non essere perfetti, non si conoscono i nomi delle cose ma si conoscono le parole per definirle: il poeta vive poeticamente questo mondo ma non gli appartiene, il suo mondo dipende dalle sue parole.

3) Cosa ne pensi dei quasi 4 milioni di poeti italiani che scrivono poesia e si sentono poeti arrivati non aspettando il giudizio di esperti e critici di tale arte?

Si continua a scrivere tanta poesia, ma c’è un equivoco di fondo, si è creata confusione tra brevità e poesia, tra il semplice verseggiare e andare a capo e poesia, e tutti la temono (si legge poco e ha un mercato, tolti i grossi nomi e i classici, pressoché inesistente) ma tutti vi si prestono. È un paradosso.

L’avvento dei social e della brevità dei post e del citazionismo a buon mercato ha poi portato all’esasperazione questo percorso, in qualche modo la poesia è diventata strumento per riportare equilibrio – e questo ha anche una certa logica, giustizia è fatta – tra scrittori e non scrittori, entrambe le categorie possono così parlare d’amore, senza alcuna differenza tra chi crea e chi fabbrica. E in mancanza di un passaggio critico e in nome di una tanto sventagliata libertà di pensiero si è arrivati allo spreco di pubblicazioni. Credo comunque che su ognuno di queste ci sia impressa una data di scadenza, forse a caratteri piccoli ma c’è, in quanto prodotti, con il peso di tutte le illusioni addosso. Perché passare al vaglio di una critica seria significa superare la notte.

4) La poesia è stata rivalutata o è ancora una lettura d’élite; solo per pochi?

Nonostante il paradosso di cui ti ho accennato prima, sviluppo dei social uguale a post poetici a tutto spiano, la poesia rimane un luogo attraversato da tutti ma accessibile a pochi, d’altronde la vera poesia è una sosta nell’ombra, un rifugio per pochi, il posto delle fragole in cui resiste il prodigio della bellezza pura, ma in uno schianto. Comprendi allora che c’è bisogno di eroi, soprattutto oggi che c’è tanto bisogno di bellezza, di movimenti di rottura qual è la poesia, perché essa ti dice fermati e approfondisci questa metafora, regalati questa immagine e si allargherà intorno alla tua mente, crea ponti con un mondo che hai dentro. Oggi la poesia serve anche per restare umani, perché ripariamo nella lentezza della composizione, nell’empatia delle sensazioni, nell’umano levigare artistico, la poesia è dello scultore non di chi monta i pezzi dei sentimenti come con un comodino dell’Ikea. La poesia è uno scavo non è un nostro dettaglio allo specchio.

5) Hai qualche poeta dei social (tipo FB) che ti ha in qualche maniera influenzato, piaciuto e che hai acquistato? Perché?

I social mi hanno offerto la possibilità di conoscere tanti autori interessanti e diverse realtà della critica e dell’editoria, sono luoghi fondamentali per attingere alla conoscenza immediata e filtrata – in qualche modo gli algoritmi ci aiutano – del nostro mondo di riferimento. Ho conosciuto la casa editrice Controluna con cui ho pubblicato, alla quale sono arrivato tramite Michele Caccamo (l’editore, importante poeta contemporaneo) e la sua opera (La meccanica del pane, raccolta che consiglio, per la ricerca della parole, i versi estesi a mostrare la dimensione della temerarietà e della fuga), l’editor Paolo Castronuovo, la rete di autori di cui fai parte anche tu, e poi ancora i poeti Miro Gabriele, François Nédel Atèrre, Gabriele Galloni, Eleonora Rimolo e Melania Panico, narratori importanti come Crocifisso Dentello, Ivano Porpora e Gabriele Dadati, amiche ritrovate diventate nel frattempo grandi scrittrici come Nadia Terranova. Ma sono tantissimi i nomi, questi sono i primi che mi sono venuti in mente. La rete ci ha permesso di superare distanze geografiche e sociali, di essere spettatori partecipanti – un ossimoro tutto moderno.

Riguardo agli acquisti, beh io compro tanti libri, mi aggiro furtivo tra i mercatini dell’usato e faccio incetta, e ora una interminabile pila di libri ancora da leggere mi impedisce di acquistare più spesso nuove uscite. Dalle conoscenze social ricordo l’acquisto di Sorvegliato dai fantasmi di Dadati, un valido scrittore che lavora da anni nell’editoria, e che in questi racconti di amore e di solitudine (chi è che scrivendo non si trascina dentro questi spiragli?) rivela una maniera tutta sua di inscenare la felicità che si ritrae.

6) È più facile scrivere poesia o narrativa?

La voce è quella, cambia il passo e il percorso. Dopo l’esordio con il romanzo sono tornato al mio luogo di sempre, alla poesia, da dove tutto è partito, e chi ha avuto modo di leggere la narrativa di Collezioni di cielo si sarà accorto dello stesso sguardo adottato sulle persone e le cose, tutto sembra incontrarsi qui, nelle parole e nel linguaggio che dietro quello sguardo domandano di essere usati.

La poesia è un lieve interrompersi del lungo raccontare di sé che rappresenta invece la narrativa, la poesia parla per stralci, strappi e illuminazioni. Con la poesia non prendi vie di fuga, ti metti a nudo, con la narrativa mascheri, quello che desideri, nuove visioni del mondo e quello che temi, l’utopia e la distopia. Con la poesia il poeta rimane immerso nel suo destino, mostra l’anima, ma si badi bene, è pur sempre un poeta, un passaparola artistico, la poesia succede nell’arte, e allora ti dirà e non ti dirà, parlerà anche nello spazio tra le parole, in quella brevità che è tipica del verso e che lascia al lettore costruire tutto intorno. Ecco, la narrativa, soprattutto la narrazione di storie, ti può lasciare entrare nei mondi, ma la poesia può farti compiere il viaggio.

7) Il gioco della torre… tre libri da gettare e tre da salvare. Quali e perché?

Non amo lasciarmi andare a critiche impietose su quello che non mi piace, sono abbastanza conciliante, almeno pubblicamente, ma tranquillo mi presto al gioco. Ovviamente prendo in considerazione le pubblicazioni più recenti altrimenti dovrei sciorinare i vari Dostoevskij Calvino Montale Mauriac Wiesel eccetera e questa torre verrebbe giù dal troppo peso.

In caduta libera: Milk and honey, la raccolta di poesie di Rupi Kaur, nota per il successo che i suoi versi hanno riscosso su Instagram, temi delicati quali la violenza sulle donne, ma trattati con leggerezza formale spacciata per espressività empatica e distacco, e la sensazione è che il personaggio sia arrivato prima dell’opera; Dimmi che credi al destino di Luca Bianchini, abbandonato alla ventesima pagina, una romantica favola moderna sui sogni e sul destino in cui ho trovato una chiarezza di fondo che mi ha sfiancato, la storia reggeva pure, ma non sentivo occupare dentro di me la vita che andava raccontando; Senza sangue di Alessandro Baricco (e ne avrei citato un altro paio, peccato, sono cresciuto lettore di Castelli di rabbia e Oceano mare), in cui vabbè la scrittura scivola via ma l’anima del racconto si perde in un mosaico di emozioni cesellate nel punto giusto, fin troppo, anche la morte arriva al momento giusto, e poi con quella maniera tutta sua di interrogarsi e di spiegarsi che non riesce a nascondere più.

Tratti in salvo: Il cielo comincia dal basso di Sonia Serazzi, una voce poetica avvezza al racconto, una scrittura perfetta per farci accettare una cosa difettosa quale è la realtà, il Sud, c’è il sole ovunque anche nei piccoli dettagli, in un sorso di terra e in uno scorcio di cielo, aggiunge poesia qua e là in ricordi malinconici che ci costringono a tornare in dei posti che non abbiamo mai conosciuto; Folli i miei passi di Christian Bobin, romanzo dall’atmosfera sognante, il racconto di una ragazza attraverso la sua vita, dall’infanzia nel circo al suo cammino di crescita sempre in marcia verso l’essere semplicemente lei, fino a comprendere il male dentro, e il modo leggiadro di far camminare le parole di Bobin restituisce della storia un quadro sospeso appena al di sotto del cielo; Un altare per la madre di Ferdinando Camon, il racconto sublime e sofferto che l’autore fa della madre, un ricordo che il padre desidera fermare in un altare fatto di pietra e di memoria, una preghiera davanti alla morte come gesto perenne di rinascita, cura per un cuore smarrito, perché un altare è un cimelio che mantiene le promesse, non ti abbandona, è testimonianza.

8) “Il peggior nemico di un poeta è un poeta”… scriveva Rimbaud… sei d’accordo?

Non so cosa volesse dire, che forse i poeti si nutrono di un ego smisurato e la stanza è troppo piccola per contenere anche gli altri? O che solo un suo simile avrebbe potuto smascherare la sua dichiarazione di intenti e dimostrare quanto amasse guardare la vita e trovarvisi dentro nonostante la sua stagione all’inferno?

Ma so che essere poeta poteva essere la cosa peggiore come la migliore che gli potesse accadere. Una benedizione e una maledizione insieme, per chi passa i giorni a cercare di dimostrare la piccolezza della morte e non sapere a chi raccontarlo. Ecco, difficilmente il poeta detta la vita, difficilmente si abbandona a un insegnamento, si perderebbe negli altri, desidera invece procedere all’incontrario, solo perché gli va, insiste nel vivere di parole, ama cedere alla facile tentazione di rassegnarsi, per poter essere perennemente in cerca di un modo per riparare, poi perdersi e ritrovarsi ancora.

9) Cosa detesti in una poesia che leggi?

Detesto il suo camminare sul filo ambiguo della semplicità/banalità, il suo approcciarsi alla realtà a un palmo di naso, senza finzione e senza esasperare i rimandi che necessariamente dovrebbe tirare fuori, che lascia cadere l’ambiguità con calma esasperante, come per dire la foglia è la foglia è inutile che la soffi verso l’alto; d’altro canto detesto l’espressività fuori controllo dove restano impigliati il senso e l’ascolto, quella serietà solenne della ricerca, fatta di parole ricercate appunto, parole di granito ma distanti dall’energia vitale; e ancora detesto quella che decide di lottare per strada con convinzione senza nostalgia, che stringe un patto con la politica e urla slogan e non sussurra che invece la poesia è, sì, legata all’istinto della ribellione, ma dentro il destino inerme del sogno.

10) Hai l’occasione di andare a cena con un tuo poeta preferito (o più poeti) vivente oppure trapassato. Chi sceglieresti e perché?

Salvatore Quasimodo, per chiedergli, facendomi piccolo piccolo, come diamine ha fatto a scrivere Ed è subito sera, la bellezza e la potenza in quei pochi versi, pieni, senza grovigli, la felicità provvisoria accatastata ed esposta con quella voce unica che raggiunge, ovunque esso sia, il centro dell’esistenza.

A Charles Baudelaire confesserei che la prof aveva ragione, ma io non è che abbia seguito i suoi consigli, qualche paradiso artificiale ho voluto attraversarlo anch’io, e c’è stato un periodo in cui ho pure giocato a fare il dandy – non tragicamente affettato come lo era lui – e brinderemmo con le vin des amants o un cicchetto d’assenzio, oggi per me possibilmente annacquato.

E poi a Pierluigi Cappello direi che mi dispiace tanto averlo conosciuto tardi, dopo un anno dalla sua morte, e che non è giusto vedere la poesia oggi monca dei suoi giorni.

Pasquale Allegro è nato nel 1976 a Lamezia Terme. Si è laureato in filosofia con una tesi sulla scrittura di Elie Wiesel. Lavora da anni nell’editoria, scrive recensioni di libri e si occupa di cultura per diversi giornali, riviste e blog.

Alla prima edizione del Premio Letterario Dispatriati (2016), dedicato a opere il cui contenuto richiamasse i temi dell’emigrazione e dell’immigrazione, è stato premiato per le liriche “Poesie di un mare lontano” e il racconto “Sono tristi i pagliacci che ridono”.

Ha pubblicato il romanzo Collezioni di cielo (2016), Premio Muricello come “opera di grande pregio poetico e introspettivo”, e la silloge Baco da sera (2018).

Parigi

 

Di Parigi ricordo il silenzio

di biciclette per strada

quando il nero della sera

si faceva di cartapesta.

 

Scrutare le nubi

dietro i comignoli di Parigi

impregnati nel nero della sera

era un gioco di sbuffi e di tregue.

E ancora immersa dentro al silenzio

una donna raccontava di lucciole

che rubavano spazio al nero della sera

da una ringhiera di mondo che solo a Parigi.


 

La misura delle nuvole

 

Rimanere sospesi per aria

e nuove direzioni

verso cui muoversi

fino a che non s’arrende

il vento

 

e nelle notti

salire ancora

fino a che non scompare

tutto ciò che

ci circonda

 

e attendere la forma

nuova di cui vivere

lo sforzo

di catturare attimi – il cielo.

 

Nel mondo nessuno si salva

ci basti il ricordo di noi

di lunghe code come aquiloni

provenire dal mare

come lenti

sbuffi di cotone.

 

tratti da Baco da sera (Controluna – Edizioni di poesia, 2018)

Continua lontano

 

Continua lontano

quell’azzurro quel grigio

che si rotola ancora

oltre lo strappo del mare

dopo la linea

più non temere

la nave continua lontano.


 

Solo tu rimani intera

 

A volte si ritira il cielo

e il vento cattura tutto

pure il tuo sorriso

e resti sospesa tra la finestra

e il temporale

e non vinci mai.

 

Eppure solo tu rimani intera

a guardare il cielo sgattaiolare via

di vetro in vetro

in milioni di goccioline in marcia.

Marie MorelDiMarie Morel

Parole, magia e cinema

 

Il potere evocativo delle parole è magico.

Quello che in apparenza potrebbe sembrare un banalissimo accostamento di due o più semplici paroline, può trasformarsi in un gancio in grado di ripescare nella nostra memoria colori, profumi, atmosfere, sensazioni ed emozioni, sorprendenti per vividezza ed intensità.

Qualcuno potrebbe pensare: – Che esagerazione! –

Farò allora un esempio, per spiegarmi meglio.

Prendiamo due comunissime parole, un sostantivo e un aggettivo e proviamo ad accostarli l’uno all’altro: notti magiche.

Tutti gli italiani che nel 1990 erano in grado di intendere e di volere e abbastanza grandi per ricordare, nel sentire queste due parole penseranno istantaneamente alla medesima cosa, a quell’indimenticabile estate dei Mondiali di calcio in Italia.

L’emozione per le strade era palpabile, ovunque risuonavano le voci di Gianna Nannini e Edoardo Bennato che cantavano il loro inno dedicato a quell’evento memorabile e per un po’ abbiamo assaporato il gusto della vittoria, fantasticato sui nostri campioni nell’atto di alzare al cielo la coppa più ambita, con orgoglio patriottico.

 

Che si fosse appassionati di calcio oppure no, era impossibile sottrarsi all’entusiasmo che si respirava nell’aria, tra l’onore per il nostro Paese di ospitare la manifestazione sportiva e le soddisfazioni di una Nazionale che ci ha fatti sognare, fino a quella sera del 9 luglio….

Sono certa che quasi tutti ricorderanno con estrema precisione quella serata, dove si trovavano, con chi erano, le emozioni che stavano provando. E ad accendere questo turbinio di ricordi, a far rivivere momenti così speciali, possono bastare due semplici parole. Se non è magia questa, ci si avvicina molto.

Proprio in questo scenario, Paolo Virzì ha deciso di collocare il suo ultimo film, Notti magiche per l’appunto, in cui le vite individuali si intrecciano con il vissuto collettivo di quel particolare momento.

In realtà il tema del film è incentrato sulle miserie e i fasti del cinema tra la fine degli anni 80 e l’inizio del decennio successivo, sul suo inesorabile declino al termine dell’ultima stagione gloriosa, raccontata attraverso le vicende di tre giovani aspiranti sceneggiatori, che sospettati dell’omicidio di un noto produttore, trascorreranno la notte, quella notte, nella caserma dei carabinieri per raccontare la loro versione dei fatti. Il regista ha scelto di ricorrere ad un’inconsueta liaison narrativa, tra il sogno del cinema che sfiorisce e quello calcistico di un’Italia intera sfumati nella stessa notte, ricordata poi come quella “degli errori”.  Un po’giallo, un po’satirico, il film di Paolo Virzì è un nostalgico rendez-vous con la memoria, alla ricerca di quello che poteva essere e non è stato, perché tutti i sogni sono destinati a finire.

Marie MorelDiMarie Morel

Un’introduzione all’arte di scrivere storie: Grammatica della fantasia di Gianni Rodari.

La mia predilezione per la narrativa e le storie ha le sue radici nella mia prima infanzia, in età prescolare, quando trascorrevo il mio tempo in compagnia di ultrasettantenni che non avevano né l’energia, né la voglia di giocare con una bambina di tre anni. Mia madre mi comprò, allora, uno di quei mangiadischi compatti in plastica colorata e l’intera serie di quelle fiabe sonore che all’epoca fecero il loro ingresso nelle case di molti bambini italiani, quelle con il jingle “A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”, con l’obiettivo, pienamente centrato, di farmi stare tranquilla, mentre lei era al lavoro. Quel mangiadischi e quelle fiabe furono a lungo i miei migliori amici e compagni di gioco.

 

Crescendo, il mio interesse per racconti e favole si allargò a vari generi ed autori, tra cui Gianni Rodari, che ha segnato la mia infanzia per sempre. Ora, al di là dei miei nostalgici ricordi e degli indiscussi meriti e riconoscimenti di Rodari, quale scrittore di letteratura per l’infanzia, qualche giorno fa ho scovato una delle suo opere principali, Grammatica della fantasia, che mi era sfuggita poiché non è dedicata ai bambini, ma è un volume teorico in cui egli si propone di ricercare le costanti del processo creativo per renderlo accessibile a tutti, di offrire uno strumento utile “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.

Il libro si ispira al Quaderno di fantastica, un taccuino su cui Rodari annotava le proprie idee e spunti per creare le storie che raccontava ai suoi scolari, quando era maestro, dimenticato per qualche anno e ripescato quando egli decise di scrivere per i bambini. Nell’antefatto lo scrittore fa presente che si tratta di un libro che non ha la pretesa di fondare una nuova materia, la fantastica, da insegnare a scuola insieme a geometria e a matematica, ma ha lo scopo di rispondere con onestà ad una domanda che spesso i bambini gli hanno rivolto: “come nasce una storia?”

Eppure è inevitabile chiedersi come sarebbe la nostra vita, oggi, se a scuola avessimo studiato fantastica? Come sarebbe il mondo se le persone avessero più fede nel potere salvifico dell’immaginazione e della creatività, piuttosto che in quello del potere e della prevaricazione? Se, anziché cercare di riempire ogni singolo momento delle giornate dei nostri bambini con le più svariate attività, lasciassimo loro il tempo per inventare e liberare la fantasia?

Siccome io credo veramente che un mondo con più immaginazione sarebbe migliore, voglio condividere con tutti il motto della Grammatica della fantasia che, come Rodari stesso dice, potrebbe essere “Tutti gli usi della parola a tutti”, “non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.

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”Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano: opportunità e modelli innovativi per uno sviluppo sostenibile”.

Lo scorso 18 ottobre 2018, si è tenuto presso l’Istituto Italiano di Cultura l’evento dal titolo ”Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano: opportunità e modelli innovativi per uno sviluppo sostenibile”. L’iniziativa fa seguito al ciclo di seminari e iniziative disegnate dalla Prof.ssa Oriana Perrone – esperta in Strategia and Sostenibilità sottoil cappello “Business in Society”, realizzate all’interno della divisione “Cultura di Impresa ” che dirige all’interno della Dante Alighieri Copenhagen. Scopo ultimo è favorire la maggiore comprensione e diffusione delle implicazioni per imprese, governi e società civile nell’implementazione di strategie di sostenibilità secondo gli SDGs.

L’evento è stato caratterizzato dal dialogo allargato tra imprese, istituzioni e società civile sulle implicazioni in particolare dell’obiettivo di sostenibilità n.4: si è discusso di cultura ed educazione in chiave SDGs (obiettivi di sviluppo sostenibile) per la crescita dei popoli e dei territori, passando attraverso la centralità del capitale umano quale elemento determinante per il cambiamento.

“ ..nel processo di cambiamento globale per uno sviluppo che sia sostenibile, il capitale umano diventa un fattore determinante per orientare le scelte e i comportamenti degli individui, e nella gestione delle complessità. Dalle imprese ai governi alla società civile, modelli innovativi di sostenibilità prendono forma grazie alla libera espressione dell’individuo e del potenziale umano. Nell’era della globalizzazione, la diversità culturale diventa ricchezza e la multiculturalità base stessa per la creazione di valore” ha detto la Prof.ssa Oriana Perrone.

Sono stati presentati infatti gli sforzi in campo SDGs di Rockwool, dalla strategia alla pratica, con la lente dell’integrazione delle diversità e per la valorizzazione dei talenti per una cultura di impresa di successo. L’azienda , ha raccontando la sua esperienza ed esposto le azioni concrete implementate in termini SDGs. Mentre Reggio Children ha descritto il funzionamento dell’approccio formativo proposto per scuole e istituzioni, mettendo in luce gli aspetti distintivi in esperienze progettuali internazionali di successo per la formazione delle nuove generazioni nell’era globale. La Dante Alighieri Roma ha approfondito le implicazioni legate al linguaggio per l’inclusione sociale in ambienti multiculturali, che condizionano gli aspetti culturali del vivere civile, dalla comunicazione non verbale e verbale alla rete. Infine sono stati presentati alcuni dati sulla presenza della comunità italiana nel territorio danese e messe in luce convergenze e nuove sfide per una piena integrazione culturale, partendo dalla formazione e grazie al linguaggio. Sono state accolte le richieste espresse con riferimento alla necessità di ricercare una realtà in cui gli approcci di tipo pedagogico-formativo, socio-educativo e linguistico, possano esercitare un’azione congiunta nella proposta di processi educativi per la formazione delle future generazioni (per supportare la gestione delle complessità muti-culturali e favorire il benessere e la crescita delle comunità nella piena inclusione sociale).

L’evento è stato realizzato grazie al pieno supporto dell’Ambasciata Italiana in Danimarca che ha accolto l’iniziativa quale evento italiano sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana in occasione della “Settimana della Lingua Italiana nel mondo”, e dell’Istituto Italiano di Cultura.

AvatarDiGiuliana Holm

Cineturismo – Il Gattopardo (1963)

La trasposizione cinematografica di “Il Gattopardo” (1963)

Il film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Entrambi, il romanzo e il film, hanno avuto uno straordinario successo. Non di meno gli spettacolari palazzi e i luoghi delle riprese godono tuttora, dopo cinquantacinque anni, della fama gattopardiana e richiamano l’attenzione dei turisti.

Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa 12º Duca di Palma, 11º Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, Grande di Spagna di prima, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma il 26 luglio 1957. Il suo romanzo narra delle trasformazioni avvenute nella vita e nella società in Sicilia durante il Risorgimento, dal momento del trapasso del regime borbonico alla transizione unitaria del Regno d’Italia, in seguito allo sbarco dei Mille di Garibaldi.

L’ironia della sorte volle che le principali case editrici italiane (Mondadori, Einaudi, Longanesi) rifiutassero di pubblicare l’opera di Tomasi di Lampedusa, ma nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore, il romanzo fu pubblicato da Feltrinelli, vincendo il Premio Strega nel 1959 e diventando uno dei best-seller del secondo Dopoguerra! Oggi ”Il Gattopardo” è considerato uno tra i più grandi romanzi di tutta la letteratura italiana e mondiale.

Lo scrittore Tomasi di Lampedusa trasse ispirazione dalla sua famiglia per la stesura del libro, soprattutto dalla biografia del suo bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, che nel romanzo è il principe Fabrizio Salina. Il racconto inizia proprio nelle sontuose sale del Palazzo Salina, dimora del principe, della moglie Stella e dei loro sette figli e casa natale dello stesso autore. Purtroppo il palazzo del principe fu distrutto da un bombardamento nel 1943. Un altro palazzo importante, che nel romanzo prende il nome di Ponteleone, è il palazzo Monteleone, luogo in cui l’aristocrazia siciliana s’incontrava durante fastosi ricevimenti mondani. Sfortunatamente anch’esso inesistente sin dal 1906, quando fu demolito per dare spazio alla modernizzazione urbana della città. Per quanto riguarda l’immaginario feudo di Donnafugata, lo scrittore si era a sua volta ispirato ai luoghi della residenza estiva della sua famiglia. Possono, infatti, essere riconosciuti due paesi siciliani, luoghi molto cari allo scrittore; Tomasi così scrisse al Barone Enrico Merlo di Tagliavia: “Donnafugata come paese è Palma di Montechiaro, come palazzo è Santa Margherita di Belice”.

Luchino Visconti di Modrone, conte di Lonate Pozzolo (Milano, 2.11.1906 – Roma, 17.3.1976), è stato un regista e sceneggiatore italiano. Per la sua attività di regista cinematografico e teatrale e per le sue sceneggiature è considerato uno dei più importanti artisti e uomini di cultura del XX secolo. È ritenuto uno dei padri del neorealismo italiano, ha diretto numerosi film a carattere storico, dove l’estrema cura delle ambientazioni e le ricostruzioni sceniche sono state ammirate e imitate da intere generazioni di registi.

“Il Gattopardo” di Visconti ha vinto numerosi premi: ha ottenuto una candidatura all’Oscar, la Palma d’oro al regista al Festival di Cannes 1963, ha vinto tre Nastri d’Argento, un premio David di Donatello al Miglior produttore a Goffredo Lombardo, il premio Feltrinelli 1963 per le arti – Regia cinematografica e un National Board of Review Awards 1963 al Miglior film straniero.

Quali furono le scelte del regista per i set cinematografici?
Visconti, dopo aver letto più volte il romanzo, doveva risolvere alcune importanti questioni, infatti era necessario trovare i luoghi adatti a sostituire i palazzi descritti nel romanzo, che però nella realtà non esistevano più.

Se il regista avesse dovuto girare il film oggi, avrebbe avuto un paio di grattacapi in meno. In primo luogo nel 2015 è stato ricostruito il palazzo di Lampedusa, distrutto dalle bombe, da alcuni cittadini. Un gruppo di architetti ha restaurato ciò che rimaneva della villa con i propri finanziamenti e rispettando la struttura dell’edificio come appariva in origine. In secondo luogo oggi, a differenza dell’inizio degli anni ’60, si possono ricostruire interi scenari e palazzi con le tecniche digitali al computer.

Nell’autunno del 1961 Visconti fece dei sopralluoghi in Sicilia assieme allo scenografo Mario Garbuglia e l’organizzatore generale Pietro Notarianni, accompagnati da Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa. Per quanto riguardava la residenza estiva del principe, il regista scartò fin dall’inizio il paese Palma di Montechiaro e il palazzo Santa Margherita di Belice. Visconti aveva inizialmente preso in considerazione il castello di Donnafugata a Ragusa, ma la struttura labirintica ben poco si prestava alle esigenze cinematografiche. Alla fine trovarono un paese assomigliante a quello descritto nel romanzo. Il paese si prestava in particolare per la chiesa che doveva essere limitrofa alla residenza estiva. A Ciminna Visconti s’innamorò della bella chiesa barocca, purtroppo c’era un grosso problema: mancava il palazzo del principe!

Il 14 maggio 1962 iniziarono le riprese.
Come riuscì il regista a ricostruire e sostituire i palazzi mancanti?
Quali furono le scelte per i luoghi dei set?
Come riuscì a ricreare l’arredamento degli interni come descritto nel romanzo?
Come riuscì Visconti, senza tecniche digitali, a eliminare tutti gli elementi della società moderna, come ad esempio i pali della luce e del telefono, le strade asfaltate e negli interni dei palazzi i radiatori, i lampadari e gli interruttori che in un film ambientato nell’Ottocento non possono assolutamente esserci?
Come riuscì a mantenere accese migliaia di candele durante le riprese della scena del ballo?
Come riuscì a filmare sempre perfettamente immacolati i guanti bianchi degli uomini nonostante il sudore per gran caldo?

Queste e molte altre curiosità potranno essere svelate nella mia prossima conferenza sui set cinematografici di “Il Gattopardo” che sarà i 2 novembre al FOF Gentofte.

Per ulteriori informazioni visitate il mio sito:

giulianamedia.dk

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

PREMIO LEONARDO DA VINCI prima edizione 2018-2019

PREMIO LEONARDO DA VINCI
prima edizione 2018-2019

IL PRIMO PREMIO ITALIANO UFFICIALE IN DANIMARCA
DEDICATO AL GENIO DI LEONARDO DA VINCI

Data di scadenza del bando:
tutte le domande di iscrizione con prova di pagamento della relativa quota
devono essere inviate via mail compilando l´apposito modulo di iscrizione
entro e non oltre il 15 dicembre 2018 alle ore 12,30.

Leggi il regolamento completo: REGOLAMENTO

Scarica qui la domanda di partecipazione al concorso:

 MODULO A1: Domanda di partecipazione 

Marie MorelDiMarie Morel

De vulgari eloquentia, come nasce una lingua?

Quand’è che nasce una nuova lingua? E, soprattutto, come? Non è facile dare una risposta a queste domande, perché la nascita di un nuovo idioma è un fenomeno che si sviluppa nel corso del tempo ed è influenzato da un’enormità di fattori e variabili.

Nel caso dell’italiano, che ha origine dal latino, la trasformazione e la continuità tra le due lingue è stata ricostruita a partire da documenti storici nei quali, per la prima volta compariva in maniera ufficiale il volgare, risalenti al 960. Per molto tempo ancora, tuttavia, il latino è rimasto la lingua erudita per eccellenza, per cui non vi è stato un avvicendamento dei due codici linguistici, ma una lunga convivenza.

Questo tema viene affrontato nel 1303 da Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia, un’opera scritta in latino perché rivolta ai dotti dell’epoca, con cui egli si lancia in un’appassionata difesa della lingua volgare, di cui vuole dimostrare la bellezza. Per Dante, infatti, il latino è ormai una lingua artificiosa, che appartiene soltanto ad un élite di persone, mentre il volgare viene appreso naturalmente e spontaneamente dai bambini nel momento in cui iniziano a parlare e si presta, oltretutto, a trattare ogni argomento e genere letterario. Il poeta passa, poi, in rassegna i dialetti che aveva avuto modo di conoscere direttamente o indirettamente, tramite lo studio di testi letterari, poiché vuole individuare tra di essi quel volgare che possa assurgere al rango di lingua letteraria italiana. Un volgare che deve essere illustre, cioè capace di dare fama e nobiltà a chi lo usa ; cardinale, cioè punto di riferimento per tutti gli altri dialetti; aulico e curiale, quindi dotto, usato dalle persone di grande cultura e degno di diventare la lingua delle corti.

Nessuno dei 14 dialetti presi in esame da Dante, tuttavia, ha queste caratteristiche, neppure quello toscano, quello siciliano e quello bolognese, sebbene abbiano un’antica tradizione letteraria. In ciascuno di essi, egli trova qualità diverse che, sommate, dovrebbero costituire la lingua italiana, sovraregionale e unitaria.

Il De vulgari eloquentia , ci giunge incompiuto perché avrebbe dovuto comprendere almeno quattro libri, mentre Dante si interrompe al quattordicesimo capitolo del secondo libro, lasciando addirittura una frase a metà. Qualcuno ipotizza che questa brusca interruzione sia dovuta ad un’idea che colpisce il poeta improvvisamente e prepotentemente : dover mostrare le virtù e la forza letteraria del volgare non più a livello teorico, ma attraverso la composizione di un grande poema e, dunque, abbandona il progetto del De vulgari eloquentia per comincia a dedicarsi alla stesura dell’Inferno.

Dante, con il suo lavoro del De vulgari eloquentia può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo storico della nostra letteratura, ma non solo, egli getta le basi per quell’unità linguistica sulla quale, al di là della frammentazione politica che, in forme diverse, ha sempre connotato l’Italia, si fonda la vera identità nazionale.

AvatarDiElisa Borella

Le lingue d’Italia: il dialetto tra letteratura e cultura

Una tra le caratteristiche più affascinanti del Bel Paese è la varietà: varietà di climi (dal freddo montano del Trentino al caldo afoso delle assolate spiagge della Sicilia), varietà di paesaggi (dalle casette colorate arroccate una sull’altra della Liguria alle masserie disperse tra oliveti e muretti a secco della Puglia), varietà di monumenti e di siti storico-artistici (dalla Roma classica e barocca agli eleganti e misteriosi canali della laguna veneta), varietà di lingue. Già: ma che lingua si parla in Italia oggi? E che lingua si è parlata in passato? Questo breve viaggio alla scoperta delle lingue parlate in Italia cercherà di trovare una risposta all’annoso quesito.

In gergo tecnico esiste una lingua definita italiano standard, cioè quella varietà sovraregionale di italiano che, di solito, si ascolta solo a teatro, nei corsi di dizione oppure di storia della lingua italiana all’università; è un prodotto assai recente della nostra storia nazionale e, a dirla tutta, sembra non avere riscosso molto successo perché praticamente nessuno lo parla correntemente come lingua materna. Come mai? Per questioni storiche, il nostro paese è vissuto per secoli e secoli diviso in piccoli o medio-piccoli stati regionali, principati, signorie e potentati locali (prendete una qualunque cartina geografica dell’Italia da un qualunque libro di storia: non è forse coloratissima?) che hanno impedito una qualunque forma di unificazione non solo politica – raggiunta solo nel 1861 dopo lunghe e sanguinose lotte –, ma anche linguistica.

Senza scendere troppo nel dettaglio, la lingua italiana, come tutte le altre lingue romanze (francese, provenzale, spagnolo, portoghese, rumeno), si è formata dall’evoluzione della lingua latina parlata (ebbene sì, potete fregiarvi del titolo di parlanti del “latino contemporaneo”!) che, in ciascuna regione linguistica, ha assunto caratteristiche proprie, diverse da quelle dei vicini. Oggi ne siamo consapevoli, perché basta muoversi su e giù per l’Italia per sentire suoni e parole diverse; ma un tempo? Chi fu il primo a dare conto di tutto questo patrimonio così vario e multiforme? Vi do qualche indizio: viaggiò molto per questioni “politiche” ed è un nome particolarmente caro alla nostra associazione… Avete pensato a Dante Alighieri? Ma certo, è proprio lui!

Nel suo De vulgari eloquentia (“ma è in latino!” potreste arguire. E, in effetti lo è, ma non abbiamo appena finito di dire che ovunque si parlavano lingue diverse incomprensibili tra vicini? Ecco, il latino aveva un po’ la stessa funzione di lingua franca che ha oggi l’inglese: serviva ai dotti per comunicare ed essere sicuri di essere compresi da tutti!), purtroppo incompiuto, Dante si pone come un osservatore esterno del patrimonio linguistico del Bel Paese e analizza ciascuna parlata d’Italia per cercare di rintracciare una lingua che potesse davvero dirsi “italiana”, nobile, consona insomma alla massima ambizione poetica, retorica e politica del nostro. L’inventario dialettologico così compilato comprende ben 14 varietà di dialetti (con tanto di citazioni!), anche se nessuno “al naturale” purtroppo sembra fare al caso suo – nonostante in tutti virtualmente egli rintracci qualcosa del suo ideale vernacolo “cardinale”, “illustre”, “aulico” e “cortigiano”.

Oggi, invece? Grazie alla diffusione del romanzo del primo e secondo ‘800 prima (alzi la mano chi non ha mai letto i Promessi sposi di Alessandro Manzoni!) e della televisione dagli anni ’60 del secolo scorso in poi, una qualche forma di lingua nazionale non più spezzettata in una miriade di dialetti è parlata da più o meno la maggioranza degli abitanti del nostro paese. È italiano standard allora? No, non lo è, proprio perché la lingua locale (il dialetto) ha esercitato una forte influenza sull’italiano “nazionale” idealmente comune a tutti quanti i parlanti sul suolo italico (in gergo tecnico si chiamano “influssi di sostrato”, proprio perché si immagina l’evoluzione della lingua come un continuo sovrapporsi di strati permeabili che si influenzano reciprocamente), generando diverse varietà che sono definite “italiani regionali”. Questo è il motivo per cui, ad esempio, se il vostro coinquilino è siciliano e pronuncerà tutte le vocali aperte o se è fiorentino e aspirerà le “C”, produrrete suoni diversi, ma sarete perfettamente in grado di comprendervi l’uno con l’altro! Incredibile, vero?

AvatarDiMarina Giametta

Business in Society Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano: opportunità e modelli innovativi per uno sviluppo sostenibile.

“La settimana della Lingua Italiana nel Mondo”
Iniziativa realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana

Business in Society
Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano:
opportunità e modelli innovativi per uno sviluppo sostenibile.
18 ottobre, 2018
Presso l’Istituto Italiano di Cultura
Gjørlingsvej 11, 2900 Hellerup
Ingresso libero

Il prossimo 18 ottobre, si terrà presso l’Istituto Italiano di Cultura a Copenaghen un seminario sul tema
“Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano” nel quale verranno esaminati gli impatti della
trasformazione nel processo culturale vero la sostenibilità, dal punto di vista di imprese, istituzioni e società
civile. La tavola rotonda discuterà dell’importanza della cultura quale fattore strategico di differenziazione
per una gestione sostenibile delle imprese, e per la società più in generale, nel processo di integrazione dei
popoli e per il benessere delle comunità.
Un sistema educativo capace di anticipare il cambiamento può favorire la formazione delle nuove generazioni
nel pieno sviluppo del loro potenziale, in un mondo globale e multiculturale in cui conoscenze, competenze,
abilità, emozioni acquisite, necessitano di essere rielaborate e gestire in considerazione di dinamiche
complesse e talvolta contrastanti ma che concorrono al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici. Il
capitale umano sempre più diventa elemento determinante nella presa di decisioni per i leader del domani,
così come nel costruire cittadini globali che possano essere da modello per le future generazioni quali agenti
di cambiamento per un mondo sostenibile.
In questo quadro, Rockwool Group racconterà il suo punto di vista rispetto all’importanza del capitale umano
in azienda e come questo possa costituire una chiave per il cambiamento in ottica di sostenibilità, dalla
trasformazione culturale alle pratiche di impresa. Mentre, Reggio Children presenterà il suo approccio
formativo e ne evidenzierà i fattori innovativi, unitamente alle migliori esperienze internazionali costruite con
approccio multi-stakeholders nelle diverse territorialità (esempio Progetto Pechino). La Dante Alighieri
approfondirà il tema del linguaggio, con particolare attenzione agli elementi caratterizzanti la lingua italiana
e dei più recenti modelli per l’apprendimento e la certificazione legati al PLIDA. Verranno poi messe in luce
opportunità concrete di sviluppo per nuove realtà educative, da sviluppare sul territorio danese, basate su dati
reali in termini di presenza della comunità italiana in Danimarca e bisogni espressi.

L’evento sarà in lingua italiana, con traduzione in simultanea Italiano-Danese.
La partecipazione è gratuita.

Agenda del Seminario

Ore 16.00 Saluti iniziali:

Mr Luigi Ferrari, Ambasciatore di Italia a Copenaghen, Italian Ministry of Foreign
Affairs and International Cooperation

Ore 16.20 Introduzione e Moderazione:

Ms Oriana Perrone, PhD, Advisor Italian Ministry of the Economic Affairs (NCPOECD),
Adj. Prof. Lumsa University
“Dalla crescita economica agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), come e perché
cultura ed educazione sono tra gli aspetti determinanti nel processo di cambiamento
globale.”
Ore 16.40 Round table
Intervengono:

  • Ms Mirella A. Vitale, SVP Marketing, Communication & Public Affairs,
    ROCKWOOL Group
    “Come gestire il cambiamento culturale in imprese globali? Il valore delle persone nel
    processo creativo per la sostenibilità: gli SDGs in pratica.”
  • Ms Paola Riccò, Responsible for Professional Development, Reggio Children
    “L’identità di Reggio Children ed il Reggio Emilia Approach: esempi applicativi.
    Progetti scuola e istituzioni: come azioni multi-stakeholders creano valore per le
    comunità e favoriscono la crescita socio culturale nell’era moderna.”
  • Ms Barbara D’Annunzio, Resp. ADA Project and PLIDA educational processes,
    PLIDA, Dante Alighieri Roma
    “Come si evolve il linguaggio e quanto influenza gli aspetti culturali del vivere civile.
    Proposte Dante Alighieri: il Progetto PLIDA”.
  • Ms Rosalba Favara, PhD, Foundations and Methods of Educational Processes. ”La lingua italiana degli emigranti di ieri, oggi e domani, in Danimarca. Memorie linguistiche a confronto”.

Ore 18.30 Q&A

Ore 19.15 Conclusione e chiusura dei lavori

Ore 19.30 Light dinner

AvatarDiPablo Paolo Peretti

A TU PER TU CON IL POETA : Intervista ad Andrea MAGNO.

1) Cosa significa essere ”un poeta”?

Salve a tutti e grazie dell’ospitalità. Essere poeta per me significa aprire finestre che altrimenti resterebbero sempre chiuse, avere il coraggio di aprirle e curiosare al di là, e magari fare in modo che altri si affaccino a queste finestre. Un nuovo orizzonte da guardare, e verso cui andare. Il poeta è colui che ci trasmette ansia, gioia, paura, consentendoci di abbracciare luoghi che nemmeno sapevamo esistessero e di diventare fantastici attori di un nuovo mondo tutto nostro, al quale nemmeno il poeta stesso aveva mai pensato.

L’idea e l’essenza della mia poesia credo stia tutta in questi miei versi:

“Capovolgendosi cielo e mare, invece di annegare imparò a volare.”

2) Parlami di come gestisci o ti gestisce la tua creatività.

La creatività è una brutta bestia (sorrido) che ti spinge a sporcare fogli e che non riesci mai a imbrigliare, o forse un poco sì. Quando le parole acquistano un senso, emozionano chi legge, è solo allora che diventano poesia. Credo ci sia una sinergia tra il gestire e essere gestiti, una disponibilità al lasciarsi andare e al cercare di governare il flusso di parole che si presenta quando meno te lo aspetti, nessuna altra possibilità, un accadimento simultaneo che non ha compromessi.

3) Trovi che la poesia sia sorpassata? Chi ha bisogno della poesia ai giorni nostri?

Spesso leggo e sento dire che la poesia è morta. Io credo che, così come era stata erroneamente profetizzata la fine dei libri cartacei in generale con l’avvento degli e-book, non solo la poesia non sia morta ma che non morirà mai finché qualcuno, anche fosse un solo uomo, la leggerà e si emozionerà. Alcuni dicono che la poesia è sorpassata perché forse dalla poesia si aspettano risposte, secondo me, invece, la poesia deve essere la domanda e anche per questo deve restare silenziosamente irrisolta.

4) Come ci si sente ad essere uno degli oltre quattro milioni di poeti o presunti tali solo in Italia?

Detto così direi che mi trovo bene e che sono in buona compagnia. Considerato però che in Italia sembra ci siano cinque milioni di lettori, dei quali quattro milioni, poeti ai quali vanno aggiunti gli scrittori in generale, mi chiedo, chi legge? Il dubbio che mi attanaglia è che forse la stragrande maggioranza di coloro che scrivono non leggano, cosa tristissima. Non è tanto il numero di poeti e scrittori, ma il numero di lettori che mi lascia perplesso.

5) C’è qualche poeta emergente che apprezzi e che invidi in maniera ”sana” e perché?

Che invidio assolutamente no, che apprezzo ben più di uno. Beatrice Orsini è una poetessa che regala versi ricchi di passione e sensualità ma anche di stralci del vivere quotidiano con le sue mille difficoltà. Emoziona a 360 gradi. Nicola Manicardi, poeta e amico, riesce, con versi a volte di una crudezza disarmante, a fotografare istantanee di attimi che ti colpiscono senza alcuna pietà e si imprimono nella mente e nell’anima indelibilmente . Entrambi hanno pubblicato la loro raccolta molto di recente.

6) Hai un libro da consigliare a chi si avvicina per la prima volta alla poesia?

Difficile consigliare un libro di poesie, escludendo il mio ultimo, ma anche quello precedente, consiglierei “50 ANNI DI BIANCA – 1964-2014” edito da Einaudi, anche se sembra difficile da reperire. Aggiungo una raccolta di Dan Fante, “GIN&GENIO” edito da WhiteFly Press, una poesia forte, senza regola, ma che ti entra dentro.

7) Come definiresti il tuo stile?

Premesso che definirsi non è cosa facile, perché un po’ autoreferenziale e supponente e che dovrebbero essere gli altri a definirci e a definire la nostra poesia, la mia la vedo semplice, scarna ed essenziale, una lettura comoda. Credo fruibile a molti, una poesia senza fronzoli, sintetica nei suoi pochi versi, che va dritta al dunque.

8) Quale è la differenza tra un poeta e uno scrittore di narrativa?

Lo scrittore di narrativa è un metodico, il poeta un saltimbanco, entrambi portatori di talento, ma veicolato in maniera diversa. Il primo traccia delle linee diritte su un foglio, mentre il secondo lascia delle macchie. La linea viene interpretata da tutti o quasi allo stesso modo, delle macchie ognuno ne fa quelle vuole. Che poi a scrivere poesia che ci vuole, prendi le parole e le metti in fila, senza nessuna colpa. Poi ognuno ci troverà la colpa che vuole.

9) Come gestiresti un tuo mega successo di vendita?

Ipotesi remotissima, ancora più remota visto che scrivo poesia. Non ho mai pensato a una simile eventualità anche se, forse inconsciamente, è un sogno che accarezziamo tutti in silenzio. Probabilmente mi dedicherei solo alla scrittura o comunque ad attività direttamente a essa connesse, perché scrivere è apprendere, confrontarsi, magari scontrarsi, ma comunque è un continuo crescere.

10) Hai l’occasione in un sogno, di andare a cena con un poeta famosissimo (scegli tu vivo o morto) … chi porteresti al tavolo con te e perché?

Sicuramente Pedro Salinas che leggo praticamente da “sempre”. Salinas è l’amore puro, ma carnale e reale mitizzato, una sorta di ponte tra la realtà e come vorremmo fosse l’amore, un misto di gioia, passione, carne e sangue, sempre vivo, un continuo dolore nella gioia che ci tiene vivi, una speranza mai esaudita. Aggiungo un’ultima cosa (presuntuosamente). In una recensione al mio primo libro vengono accostati alcuni miei versi a “La voce a te dovuta”, immodestamente mi inorgoglisce molto.

-“Non cercherò più / quei baci che non vuoi darmi, / e le tue carezze che erano mie, / non misurerò più il tempo, / sei andata senza ritorno / lì dove io non ci sono, / ne mai ci sarò, …” (da “Di tutto quello…”). Parole che per un attimo riportano a Pedro Salinas in “La voz a ti debida” , dove è sempre l’amore sofferto a regalarci righe intense che ci investono. (Stefania Tani su GialloeCucina) –

CAMERA CON VISTA

Sento solo la mia eco
quando grido nel vento,
ma alla fine,
non vorrò pensare
di non aver avuto tempo,
e ogni sera,
verso speranze
nel mio bicchiere,
adesso le bevo con te,
non annegano più inesorabilmente,
metto in fila parole,
costruendo ponti
per attraversare i tuoi silenzi,
da qui,
ho un posto comodo
per accarezzare la tua anima.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

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PROVANDO AD ACCORCIARE DISTANZE

Padri,
vorrebbero essere madri,
ad abbracciare figli,
separati da lacrime,
sognando quelle piccole mani,
restando soli ogni sera.
Un solo rimpianto e rimorso
che è pensiero latente,
di sangue che scorre lontano,
di piccole mani cercate,
di visi bambini cresciuti,
di nomi mai detti,
di carezze mancate,
di baci non dati,
di giochi comprati a supplir mancanze,
di maglie mai viste,
di quaderni mai letti,
di sbucciature alle ginocchia,
di dolore strisciante nascosto da sorrisi,
di padri che sono stati madri,
e che mai cesseranno di esserlo.

© Andrea Magno
- da "Sotto Falso Nome" ©2014 Rupe Mutevole Edizioni

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ADRIAS KOLPOS

È un mare diverso
un mare che non conosco
fatto di piccole conchiglie
sparse sulla battigia,
di trabocchi
che non sapevo cosa fossero,
di vento che soffia
a ripulire l'anima,
offesa e vilipesa
senza perdono,
di foglie perse
da rami secchi mai tagliati,
di stelle di mare
rosse come sangue,
dell'altro lato,
che se faccio un salto
ci arrivo,
di abbracci che aspettavo
a stringermi le spalle,
e di te,
che disarmi ogni paura.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

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. . . A DONDOLAR PAROLE

Vuole sempre ballare
questa mia terra,
danzatrice senza pudore
raccoglie prebende,
immobile da millenni,
accarezzata e lapidata,
accartocciata su se stessa,
terra arsa colorata dal mandorlo
accoglie senza riserve,
tremando al bacio degli dei,
e io tremo con lei,
e con te,
quando mi sfiori nel profondo
con un sospiro di graffi e sorrisi,
un'onda di sentimenti contraffatti
che camminano sul filo di una nota,
scivolando sull'anima,
raccontando tutta una vita,
e continuo a dondolar parole.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

BIOGRAFIA

Siciliano dell’estremo sud. Poco più di cinquanta anni.
A volte viandante altre stanziale, scrive per diletto, contrapponendo la scrittura alla sua formazione scientifica.
Un capricorno testardo, ma mediatore. Isolano per eccellenza, in lui convivono terra, fuoco, aria e acqua, che ritroviamo nelle sue poesie, e nella descrizione della sua terra che ama visceralmente, e che, come lui ci ricorda, non si è mai fatta mancare nulla, nel bene e nel male.
Per Andrea Magno il bicchiere non è mezzo pieno o mezzo vuoto, vi se ne può sempre ancora versare.
La sua prima raccolta di poesie “Sotto falso nome” è stata pubblicata a dicembre 2014 da Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Le due anime” curata da Enrico Nascimbeni.
La seconda raccolte di poesie “Da qui ho un posto comodo” è stata pubblicata a luglio 2017 da Chiaredizioni nella collana “libero (il) pensiero”.
Nel luglio del 2016 partecipa a Caltanissetta al Festival d’Arte contemporanea ESTRAZIONE ASTRAZIONE con alcune sue poesie.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Fusioni – Un click di parole”, 40 fotografie di 32 fotografi con le sue poesie, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2016 e al CartaCarbone Festival di Treviso nell’ottobre del 2017, al quale partecipa anche come autore, e nell’agosto del 2018 alla Mediateca John Fante di Torricella Peligna.
Nel settembre del 2017 a Sirmione, partecipa al Sirmio International Poetry Festival.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Visioni – Shooting Haiku”, 32 fotografie di 8 fotografi con i suoi haiku, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2017.
Una sua poesia “Una gabbia” è stata ispirazione per un quadro dell’artista Antonio Minerba per il progetto “Atti Intimi”.

Marie MorelDiMarie Morel

La Panini, nei ricordi d’infanzia di tutti gli italiani.

Leggevo che l’otto ottobre ricorre l’anniversario della nascita di Franco Cosimo Panini, che insieme ai tre fratelli Giuseppe, Umberto e Benito, diede vita a quello che non è solo uno straordinario successo editoriale, ma è diventato un vero e proprio fenomeno culturale: le figurine, in particolare dei calciatori e in seguito delle serie di animazione, come Heidi, Lady Oscar, Georgie, Hallo Spank, Daltanious, per citarne alcune. Mi si sono spalancati i cancelli della memoria e, all’improvviso, sono riaffiorati ricordi che neppure sapevo di avere.  Con un bagno in quella nostalgia che fa sorridere e intristisce allo stesso tempo, mi sono tornate in mente le passeggiate fino all’edicola, la sorpresa ad ogni bustina che si apriva, il gioco degli scambi tra cugini e compagni di scuola, l’emozione di rivivere i cartoni animati con la fantasia guardando le figurine e rileggendo le storie. Così sono andata a curiosare per scoprire la storia della Panini, che fa parte di quella di intere generazioni di italiani.

 

 

La società fu fondata nel 1961 dai quattro fratelli, che fin dagli anni ‘50 gestivano insieme alla mamma un chiosco di giornali in provincia di Modena. Venne loro l’idea, che ebbe un successo clamoroso e inaspettato, di vendere delle bustine contenenti delle figurine. Cominciarono con figurine stampate da altre case editrici, ma dopo averne vendute tre milioni, decisero di mettersi in proprio e diedero alla luce il primo albo dei calciatori, che da allora è diventato un appuntamento fisso di ogni stagione calcistica. L’attività si allargò poi alle serie di animazione e a vari settori, come quello delle scienze e della natura, espandendosi a livello internazionale. La società è stata gestita direttamente dalla famiglia Panini fino al 1998 e, dopo essere stata ceduta ad aziende estere, è tornata ad essere italiana, ha attualmente sede in quella originaria a Modena ed è leader mondiale nel settore delle figurine con cinquanta nuove collezioni lanciate ogni anno. Nel 2013 ha acquisito il ramo d’azienda dei periodici Disney, che pubblica fumetti storici come Topolino. Nemmeno a farlo apposta, mentre scrivevo quest’articolo, ho letto una notizia che mi ha confermato quanto la Panini abbia fatto la storia dell’Italia. Una vicenda tenerissima, quella del sig. Renzo Taddei, che a 92 anni aveva un sogno. Collezionista fin da giovane, voleva visitare la sede della Panini e l’azienda lo ha accontentato, aprendogli le porte dello stabilimento. Il sig. Taddei ha potuto conoscere la storia della Panini e vedere come vengono prodotte le figurine prima di essere distribuite. In una lettera di ringraziamento, l’anziano collezionista ha scritto: “Finalmente il mio sogno si è avverato, mi avete reso veramente felice”.
   

Marie MorelDiMarie Morel

“Sulla mia pelle”, il film/documentario sulla vicenda di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi era stato un tossicodipendente, probabilmente era uno spacciatore e, forse, meritava di essere arrestato quella sera del 15 ottobre 2009, di essere processato e condannato alla pena prevista dalla legge.

Ma Stefano Cucchi era anche un figlio, un fratello, un amico e quello che sicuramente non meritava era di morire mentre era in custodia cautelare, solo, tra dolori lancinanti e con il pensiero di essere stato abbandonato dalla sua famiglia.

La storia di Stefano è una storia di violenza e di omertà perpetrata da chi dovrebbe garantire il rispetto della legge, dei diritti e della giustizia, che è venuta alla luce grazie alla tenacia e alla forza di Ilaria Cucchi, che non si è rassegnata alla morte inspiegabile del fratello, avvenuta il 22 ottobre dopo sette giorni dall’arresto.

Nessuno sa cosa sia accaduto veramente a Stefano in quei drammatici 7 giorni, ma dopo quasi 9 anni, due inchieste, un processo già conclusosi ed un altro in corso, la verità sta lentamente venendo a galla, nonostante i depistaggi, le falsificazioni dei verbali e degli atti processuali, le false testimonianze e le omissioni e, forse, giustizia verrà fatta. Il forse è d’obbligo, perché la giustizia è morta la sera di quel maledetto 15 ottobre, mentre due carabinieri massacravano di botte Stefano Cucchi ed altri colleghi coprivano il loro misfatto, mentre polizia penitenziaria, medici, infermieri e persino il pubblico ministero e il giudice all’udienza per la convalida dell’arresto, nella più totale indifferenza, chiudevano gli occhi dinanzi a quel giovane, che aveva difficoltà a parlare a causa della mandibola fratturata e si reggeva a stento in piedi, con due vertebre lesionate.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno che dovrebbe farsi garante del rispetto della legge, rappresentarla, portare il vessillo della legalità, si convince che la propria autorità lo autorizzi a travalicare proprio quella legge che dovrebbe difendere.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno viola i diritti civili di un altro uomo o sceglie di fare quello che è più facile e non ciò che è giusto, ogni volta che burocrazia, indifferenza, ambizione smodata, perdita di valori sopraffanno l’umanità.

Il caso di Stefano Cucchi è solo uno tra le centinaia di morti in carcere, venuto alla ribalta, perché la sua famiglia non si è arresa e la sua storia è stata raccontata in un film/documentario scritto e diretto da Alessio Cremonini,” Sulla mia pelle”, presentato alla 75 ° edizione della mostra del cinema di Venezia e distribuito da Netflix, proprio in questi giorni.

Uno straordinario Alessandro Borghi, nei panni di Stefano Cucchi, porta in scena quell’ultima straziante settimana di agonia del giovane in carcere, secondo una ricostruzione degli eventi effettuata attraverso le testimonianze e gli atti processuali. Un film che scuote le coscienze e fa accapponare la pelle, difficilissimo da digerire, perché rivela verità scomode, che vorremmo non dover conoscere mai e spalanca le porte su realtà e mondi di cui preferiremmo ignorare l’esistenza.

Marie MorelDiMarie Morel

“Perfetti sconosciuti “, di Paolo Genovese

Diretta da Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti” è una commedia che nel 2016 ha vinto sia il David di Donatello che il nastro d’argento come miglior film.

Frutto di un’idea tanto semplice quanto geniale, tutti gli eventi si svolgono in un unico tempo e in un unico luogo, una sera a cena, in un appartamento romano, durante un’eclissi totale di luna. Tre coppie, Rocco ed Eva, Carlotta e Lele, Cosimo e Bianca, e Beppe, che avrebbe dovuto portare con sé la nuova fidanzata Lucilla per presentarla agli amici ma si presenta solo, si riuniscono per cenare insieme. Si conoscono da molti anni, trascorrono insieme le vacanze estive, festeggiano insieme tutti gli eventi lieti e condividono i momenti brutti, sono sicuri di conoscersi alla perfezione l’un l’altro, ma durante la cena la discussione si incentra sui segreti che ciascuno può avere, nascosti nei telefoni cellulari, che sono diventati le scatole nere delle vite di tutti. Eva propone un gioco: i commensali dovranno lasciare i cellulari su tavolo e rispondere a chiamate, sms ed email in vivavoce, condividendone i contenuti con tutti i presenti. C’è chi accetta di buon grado e chi, dopo qualche resistenza, si vede costretto a partecipare. La serata prenderà una piega inaspettata per tutti.

Un film davvero ben fatto, in cui lo spettatore si sente partecipe degli eventi, come se fosse seduto a quella tavola, in quell’atmosfera intima e familiare. Un cast di attori affiatatissimi riesce a dare vita a personaggi molo ben caratterizzati, sia individualmente che nelle relazioni tra loro, con un Marco Giallini superbo come sempre, mentre gli altri gli tengono egregiamente testa.

Man mano che i segreti vengono fuori, lo spettatore scopre debolezze, vizi, difetti, errori, fragilità che svelano la profonda umanità dei personaggi, nella quale non può fare a meno di rispecchiarsi.

Una commedia dai dialoghi brillanti, in cui si ride di gusto, ma a tratti molto amara, che lascia aperti molti interrogativi, sull’uso che facciamo dei cellulari, su quanto sappiamo davvero delle persone che ci sono accanto ogni giorno e crediamo di conoscere e, soprattutto, siamo proprio sicuri di volerle conoscere davvero?

Il film si conclude con un finale a sorpresa e con una semplice, ma fortissima verità, “siamo tutti frangibili”.

Marie MorelDiMarie Morel

Luca Guadagnino e le streghe di “Suspiria”

Dopo il grande successo di Chiamami con il tuo nome, Luca Guadagnino torna nelle sale con il remake del celebre horror di Dario Argento, “Suspiria”, presentato in anteprima mondiale il 1°settembre, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia.

Più che un remake, per Guadagnino si tratta di un omaggio alla forte ed indimenticabile emozione che provò, guardando l’originale per la prima volta. Un’emozione talmente potente da essere rimasta sopita per anni dentro di lui, come il fuoco che cova sotto la cenere e non aspetta che un alito di vento per rianimarsi. In passato, varie volte il regista aveva rispolverato questa idea, che sepolta sotto altri progetti più contingenti, non aveva mai smesso di pulsare, fino a quando non è riemersa, con tutta l’urgenza di qualcosa che non può più essere rimandato. Ed eccolo qui, finalmente.

È ambientato nel 1977, l’anno in cui uscì il film di Dario Argento, a Berlino e non a Friburgo come l’originale e in una scuola di danza contemporanea, anziché classica. Il Suspiria di Luca Guadagnino vanta un cast di attrici di grande personalità e carisma, come Tilda Swinton, nei panni di Madame Blanc, personaggio ispirato alla coreografa Mary Wigman, pioniera della danza libera esistenziale in Germania, con la sua Hexentanz (danza delle streghe); Mia Goth, che pur essendo giovanissima ha già recitato in ruoli complessi con registi del calibro di Lars Von Trier; Chloe Grace Moretz, veterana dei film horror con i suoi Amityville eLo sguardo di Satana-Carrie; Dakota Jhonson, venuta alla ribalta interpretando Anastasia nella serie cult diCinquanta sfumature di grigio; Jessica Harper, protagonista del Suspiria argentiano e che dopo 40 anni torna su questo nuovo set, con un personaggio diverso. L’uscita del film al cinema è prevista in autunno negli Stati Uniti, ma non ci sono voci ufficiali sulla data in Italia.

Nel frattempo, da appassionata di film horror quale sono, ho deciso che non leggerò recensioni prima di vederlo, perché sono già ben fornita di preconcetti sui remake che, di solito, mi deludono, specialmente quelli di grandi classici come Suspiria”. Lascerò, dunque, questo mio bagaglio a casa, portando con me solo i buoni motivi che ho trovato per andare a vedere questo film, il primo dei quali è che Luca Guadagnino è un regista brillante ed io ho molto amato i suoi lavori precedenti. È agli antipodi rispetto a Dario Argento e, dunque, sono molto curiosa di scoprire come abbia riletto e reinterpretato il più inquietante dei film del maestro dell’horror italiano. Sarà emozionante, poi, rivedere in questo film Jessica Harper, attrice di grande talento, che ha però centellinato la sua presenza cinematografica e si vocifera che Luca Guadagnino abbia dovuto sudare, perché accettasse la parte.  E sarà emozionante assistere all’interpretazione corale delle attrici, nei panni delle streghe, combinata con scenografia, fotografia, luci, colonna sonora firmata Thom Yorke, cantante dei Radiohead, come avviene in quella grande alchimia, chiamata cinema.

 

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

Un amore e un “amaro”

È il 2009 quando Enzo Sorbo, per motivi di lavoro, è costretto a lasciare la natìa Casapulla (Ce) e a trasferirsi in Lucania, a Teggiano, un incantevole borgo medioevale arroccato su un’altura e la cui bellezza rasenta la perfezione: un castello, 13 chiese, vari musei, vicoletti che si inerpicano nel centro storico regalando scorci che hanno il sapore del passato, una vista mozzafiato sull’intera Valle di Diano.
Passano quasi 10 anni ed Enzo non torna più indietro, resta, perché qui incontra l’amore della sua vita, Vincenza Tropiano che, invece, a Teggiano ci è nata e cresciuta. I due ragazzi sognano di costruire una vita insieme, che non si esaurisca nell’amore dell’uno per l’altra, ma che rifletta quello che nutrono per la splendida cittadina che li ha accolti e ha dato loro una casa, che li ha visti innamorarsi e mettere radici, come coppia.

L’ispirazione arriva loro quando, per caso, aprono un cassetto del papà di Vincenza, Gaetano, che lì dentro aveva riposto un sogno tanto grande che, da solo, non era riuscito a realizzarlo. Decidono di rispolverarlo, perché sì, finalmente è arrivato il momento per portare avanti quel progetto rimasto abbandonato!

Enzo e Vincenza sanno che è proprio quello il momento giusto, perché hanno dalla loro parte la forza dell’amore e il coraggio della giovinezza, la grinta e la tenacia che attingono dalla loro terra, la saggezza e la benedizione di Gaetano, il suo sguardo benevolo su di loro. In quel cassetto, per tanti anni, il papà di Vincenza aveva custodito gelosamente la ricetta segreta di un infuso di erbe aromatiche ed officinali, assieme all’idea di realizzare un amaro forte e deciso, che avesse gli aromi e i sapori, i profumi e le asprezze della Lucania.

Così, Enzo e Vincenza, aggiungendo un pizzico di dolcezza ed eleganza alla ricetta originaria, danno vita all’”Amaro Teggiano” e, pian piano, creano una piccola azienda di famiglia che produce e vende prodotti tipici locali. Il borgo di Teggiano, con il suo patrimonio storico e culturale, è continua fonte di ispirazione e, nel 2014, in occasione dei festeggiamenti per il tricentenario della statua di San Cono, che veglia sulla comunità e la protegge, la coppia realizza il “Lux Dianensis”, un elisir al mirtillo dolce e delicato, arricchito da uvetta sultanina e fichi bianchi del Cilento, lasciati a macerare nel liquore, una vera delizia! Ultimo nato in famiglia è il “Signore di Diano”, il cui nome è evocativo di antichità, miti e leggende ed ha il sapore forte e deciso degli amari tradizionali. Ma la passione si sa, è foriera di curiosità, sperimentazioni, nuove idee e, così, Enzo e Vincenza non si fermano mai.


Propongono l’ ”Amaro Teggiano” a chef, pasticceri e pizzaioli, che con la loro creatività ne fanno un ingrediente magico: il maestro pasticcere Domenico Manfredi lo usa per il golosissimo ripieno di raffinati cioccolatini; lo chef Domenico Vicinanza per dare ventata di rinnovamento e brio ai cantucci cilentani; lo chef Gerardo Benzato ci fa una glassa aromatica e caramellata per il suo filetto ai funghi porcini e cacio fondente al tartufo; il mastro pizzaiolo Angelo Rubbo lo nebulizza sulla sua pizza farcita con mortadella, fior di latte e pistacchi di Bronte. E ora che l’amaro Teggiano si sta facendo conoscere, apprezzare ed amare, i due ragazzi sono ancora infaticabilmente al lavoro per aprire una vinoteca, in piazza San Cono a Teggiano, dove sarà possibile degustare tutti i loro prodotti ed altri ancora, tutti a km 0, rigorosamente locali e legati alla tradizione.

Il lavoro e la passione di Enzo e Vincenza hanno già avuto importanti riconoscimenti, come il “Premio primula d’oro 2018”, organizzato dalla redazione di “ Info Cilento” e il prestigioso “Premio innovazione del prodotto” della Camera di Commercio di Salerno nel 2014, per “aver originato un prodotto di qualità che è diventato simbolo del territorio”, tanto da recare sull’etichetta la stella, simbolo di Teggiano e la foto di un giovane Gaetano Tropiano, che ha trasmesso ai figli tanti doni, tra cui il legame potente e indissolubile con le proprie radici e quello di continuare a credere ai sogni nonostante le difficoltà, con lo sguardo rivolto al futuro, ma con i piedi ben piantati sulla propria terra.
Ogni anno, l’11, il 12 e il 13 agosto, tra le vie di Teggiano si tiene una festa medievale, “Alla tavola della principessa Costanza”, un itinerario gastronomico nella Diano dei Principi Sanseverino. Percorrendo le stradine del borgo, i visitatori possono ammirare le fedeli ricostruzioni di antiche ambientazioni, il corteo storico, gli sbandieratori, le musiche dei menestrelli, l’assalto al castello e degustare di taverna in taverna, dislocate lungo il percorso, le pietanze medievali.

Quale migliore occasione per visitare Teggiano e conoscere i suoi prodotti enogastronomici?

Info: www.prolocoteggiano.it e www.amaroteggiano.it

AvatarDiElisa Borella

50 sfumature di Puglia: Otranto tra storia locale, natura e acque cristalline

 

L’autunno e il freddo giungono sempre con qualche settimana di ritardo al Sud, dove anche a fine settembre è ancora possibile godersi un po’ di mare, qualche ultimo raggio di sole estivo e una discreta dose di tranquillità, senza sentirsi assediati da troppi turisti sudati intorno. In caso vi fosse rimasto qualche giorno di vacanza da trascorrere tra tuffi in acque cristalline e albe mozzafiato sulla costa, la Puglia è decisamente ciò che fa per voi!

In particolare, Otranto, il centro abitato situato più a oriente dello Stivale, perfetto mix tra interessanti siti storico-artistici e la giusta dose di meritato relax.

 

Il centro storico di Otranto è un piccolo gioiello interamente percorribile a piedi (non temete, le distanze sono assolutamente ragionevoli, anche se siete fuori allenamento!), un labirinto di viuzze strette e irregolari che, in un modo o nell’altro, finiranno sempre per condurvi nei due principali punti di interesse del borgo antico e della travagliata storia locale, fatta di continue conquiste da parte di popoli stranieri (messapi, greci, longobardi, bizantini, angioini, aragonesi…) e di razzie e devastazioni perpetrate da feroci popolazioni provenienti dalle coste del mar Mediterraneo, come ad esempio i Turchi.

La Cattedrale normanna, dedicata a Santa Maria Annunziata e posta proprio nel cuore pulsante della città vecchia, ospita infatti, la Cappella  dei Martiri, a ricordo del sacrificio di 800 otrantini, barbaramente uccisi dai soldati turchi di Maometto II nel 1480 per essersi rifiutati di ripudiare la propria fede cattolica in seguito all’assedio e alla caduta della città (gran parte della toponomastica locale ruota attorno a questo tragico evento, fateci caso); non dimenticate, inoltre, di osservare il mosaico pavimentale rappresentante l’albero della vita e alcune storie del Vecchio Testamento: realizzato intorno al 1160, è, infatti, uno dei cicli più suggestivi di tutto il Medioevo nostrano! 

A poca distanza, invece, non potrete che imbattervi nel poderoso Castello aragonese, edificato fin dal Duecento e oggetto di continui e progressivi ammodernamenti (come ad esempio quello realizzato facendo tesoro degli insegnamenti di Francesco di Giorgio Martini o quello cinquecentesco volto a fortificare ulteriormente il lato rivolto verso il mare) fino a trasformarsi nel ‘700 nell’ambientazione perfetta per il primo romanzo gotico della storia, Il castello di Otranto, per l’appunto, di Horace Walpole.

Per gli amanti dell’abbronzatura 365 giorni all’anno, invece, imperdibile è la sosta alla Baia dei Turchi (così chiamata per ricordare il tratto di costa che, secondo la tradizione più accreditata, assistette allo sbarco dei già sopra citati spietati guerrieri di Maometto II), la spiaggia sabbiosa più famosa della città, situata qualche chilometro a nord rispetto al centro storico. Mare cristallino, sabbia finissima, una leggera brezza che scompiglia i capelli… Cosa chiedere di più? Per chi, invece, volesse rispolverare il proprio animo romantico e sognatore, sempre in riva al mare, cullati dal lento sciabordare delle onde, la meta più indicata è sicuramente Punta Palascìa, il punto geografico situato più a est di tutta la penisola italiana, da cui godere di albe meravigliose nate direttamente dalle splendide acque salentine (posto gettonatissimo dove trascorrere la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, se puntate a essere i primi in tutta Italia a salutare il sole del nuovo anno in compagnia di amici o della vostra dolce metà).

Ultimo, ma non per questo meno suggestivo, must nei dintorni di Otranto è il cosiddetto laghetto di bauxite“, un piccolo specchio d’acqua color smeraldo, originatosi a causa delle infiltrazioni d’acqua penetrate nella cava dell’omonimo minerale dismessa alla fine degli anni ’70, circondato da terra, sabbia e roccia… rossa! Il momento migliore per scattare una foto da cartolina e per godere di panorami da outback australiano pur rimanendo coi piedi saldamente ancorati al suolo italico è, ovviamente, il tramonto, quando le tinte dorate e color rame si accendono, inondando lo scenario di tutte le gradazioni possibili del rosso mattone, dell’arancione e del giallo.

Se non avete ancora avuto l’occasione di scoprire le bellezze pugliesi, Otranto è sicuramente un buon trampolino di lancio per immergervi nella cultura, nelle tradizioni e nella storia di questa regione italiana ricca di fascino e di luoghi interessanti da visitare e da vivere, un buon compromesso tra le preferenze di chi non disdegna lunghe passeggiate in mezzo alla natura e di chi, invece, è un fanatico della tintarella e dell’ombrellone, tra chi è interessato all’architettura e alla storia e chi, invece, è attratto dalla buona cucina. Ce n’è davvero per tutti i gusti… Provare per credere!

AvatarDiPinuccia Panzeri

Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous

Omicidio a piazza Vittorio: una commedia all’italiana scritta da un autore di origine algerina. Questo romanzo di Amara Lakhous è una sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo  La piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell’analisi antropologica, il brio e l’apparente leggerezza del racconto. A partire dall’omicidio di un losco personaggio soprannominato “il Gladiatore”, si snoda un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Forse basta mettere in scena frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all’ascensore, all’origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

 

In questi tempi confusi, in cui voci contrastanti si alzano da tutte le parti per protestare contro un fenomeno su scala mondiale come la mescolanza di culture, una lettura di questo tipo è adatta per conoscere un punto di vista particolare. Anzi, tanti punti di vista particolari, perché il romanzo – breve, per la verità – è costruito in maniera molto curiosa, con le voci di undici residenti dello stabile di Piazza Vittorio che si alternano a raccontare, in prima persona, la “loro” verità. L’aspirante regista olandese accanto alla portinaia napoletana, il negoziante bengalese prima del professore milanese trapiantato suo malgrado a Roma, la povera badante peruviana, il barista Sandro, romano de Roma, insomma tutti descrivono in poche pennellate la loro realtà di solitudine, di rabbia, di perplessità di fronte a certezze di una vita che vacillano sotto i colpi di una strana modernità, di paure e di piccoli grandi atti di coraggio.

 

Ogni narrazione prende lo spunto dal fatto: l’omicidio di un delinquente di mezza tacca che viveva nello stabile, il cui corpo pugnalato è stato ritrovato nell’ascensore, quello stesso ascensore oggetto delle dispute condominiali. Un morto che nessuno rimpiangerà diventa lo spunto per far esplodere rancori nascosti e inaspettate generosità, e su tutti i personaggi, al di sopra delle loro miserie, giganteggia una figura quasi mitica, quell’Amedeo che di tutti è amico, da tutti è rispettato, risolve i problemi, aiuta, sorride, tende la mano: la parte bella di noi, che quasi fatichiamo a riconoscere quando ce la troviamo davanti.

Ciascun personaggio è, in un certo senso, uno stereotipo. Ma l’autore riesce a farlo erigere sopra il ruolo di mera macchietta.

Così abbiamo la signora Benedetta Esposito, napoletana piena di superstizioni e convinta che l’assassino sia qualche immigrato, l’iraniano Amir Iqbal Allah che decide di chiamare il figlio Roberto, per evitargli la confusione fra il nome e il cognome di cui lui stesso è vittima, la peruviana Maria Cristina Gonzales, badante di una signora di ottant’anni e terrorizzata all’idea di perdere il lavoro…. E tanti, tanti altri nomi, altri volti che si intersecano, altre voci che si uniscono al coro. Fra di esse, ne spicca una: quella dell’olandese Van Marten.

Ebbene si: molti italiani guardano con disprezzo gli immigrati e, nel loro sguardo, c’è sempre un malcelato senso di superiorità. Ma cosa succede quando loro stessi devono essere giudicati dal figlio di quell’europa ricca ed organizzata, incapaci di comprendere le lungaggini burocratiche ed il “catenaccio” che ha distrutto il bel calcio?

 

La copertina di questo libro esprime già la varietà e la moltitudine dei personaggi, con tanto di nome e cognome e nazionalità. Ecco, la nazionalità è il vero perno attorno cui ruota il racconto che, partendo dall’omicidio dell’equivoco “Gladiatore”, ci fa conoscere ad uno ad uno i personaggi del condominio da lui abitato, appunto un palazzo di piazza Vittorio, il quartiere più multietnico di Roma. Indovinatissima è la scelta di presentare ognuno di questi con la sua verità e la sua ipotesi su chi possa essere l’assassino, attraverso una miriade di congetture e diatribe condominiali che culminano puntualmente nell’ascensore, oggetto di uso comune di persone di varie provenienze e classi sociali.Ufficialmente c’è un indiziato, Amedeo, che è sospettato per il semplice fatto di essere scomparso dopo l’omicidio, ma i condomini e i suoi amici, sia italiani che no, non sono d’accordo con questa ipotesi. Amedeo sembra anzi essere l’unica persona che tutti rispettano e nel quale hanno fiducia.La portinaia Benedetta Esposito, ad esempio, lo difende perché lo crede una brava persona, e, pur dicendo che bisogna cacciare tutti i lavoratori immigrati, è convinta di non essere razzista… Attraverso le voci dei vari protagonisti affioreranno tutte le incomprensione, le false certezze e le diffidenze con cui le persone si trovano a contatto quotidianamente, in una mescolanza di episodi sia drammatici che divertenti che ci porteranno al finale inaspettato e… veramente illuminante!

 

Amara Lakhous consegna un ritratto vero e neorealista di un’Italia in cui l’integrazione non è vivere tutti felici e nel rispetto altrui, ma sopportare mal volentieri la vicinanza del prossimo, da qualsiasi parte del mondo esso venga.

Il libro è una perla che fa sorridere e allo stesso tempo fa riflettere sugli svariati luoghi comuni che animano la nostra società. Lo consiglio per comprendere i condizionamenti culturali di cui ciascuno di noi volente o nolente si trova ad essere vittima, sia nell’esprimere un’opinione, sia nel riceverla da altri. Un romanzo che fa ridere fino alle lacrime, ma porta anche molte riflessioni. Ed insegna ad avere una mentalità più aperta.

 

Amara Lakhous (nato in Algeri nel 1970) è uno scrittore, antropologo e giornalista algerino con cittadinanza italiana. Ha vissuto e lavorato a Roma dal 1995 al 2015. Ora vive a New York dove continua il suo lavoro di scrittore e sceneggiatore.
Si è laureato in filosofia all’Università di Algeri e in antropologia culturale all’Università La Sapienza di Roma. Ha lavorato sulla prima generazione dei musulmani arabi immigrati in Italia.
Nel 1994 ha lavorato come giornalista della radio nazionale algerina.
Dal 1995 lavora in Italia nel campo dell’immigrazione, svolgendo attività di mediatore culturale, interprete e traduttore.
Ha lavorato dal 2003 al 2006 come giornalista professionista all’agenzia di stampa Adnkronos International a Roma.
Nel 2006 ha vinto il premio Flaiano e il premio Racalmare–Leonardo Sciascia.

 

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Franco Battiato, il cantautore eclettico

Da qualche giorno, su internet si rincorrono notizie, smentite, speculazioni sulle condizioni di salute di Franco Battiato. Pare che il cantautore sia stato costretto ad annullare tutti i suoi impegni pubblici, in seguito alla frattura di un femore e dell’anca e ad una lunga e lenta riabilitazione. Qualcuno, però, ha diffuso la notizia, smentita poco dopo, che sia affetto da Alzheimer e che, il suo abbandono delle scene sia definitivo.

Io mi auguro che Franco Battiato si rimetta presto e che, quanto prima, torni alla ribalta per regalarci qualche nuova perla, frutto del suo instancabile lavoro creativo, sperimentale e innovativo. Non c’è un solo stile musicale che il cantautore non abbia toccato, nell’arco della sua lunga carriera, passando dal progressive rock avanguardista alla musica classica e sacra, dall’elettronica a quella d’autore e pop, contaminandoli con i suoi innumerevoli interessi culturali, filosofici, esoterici, mistici.

Nato a n Sicilia il 23 marzo 1945, a diciannove anni si trasferisce a Milano, dove conosce Giorgio Gaber che lo aiuta ad inserirsi nell’ambiente musicale. Prima abbraccia li filone “della protesta”, che all’epoca era molto in voga tra i cantautori, per abbandonarlo poi agli inizi degli anni 70, quando si dedica alla sperimentazione. Sono gli anni dell’album “Fetus”, “Pollution” e “Click”, molto originali e innovativi nel panorama della musica italiana, in cui Franco Battiato si avvicina alle sonorità elettroniche e d’avanguardia, reinventandole non suo personalissimo stile intellettuale e intimistico. Battiato porta all’interno della sua carriera la passione per il teatro, per le culture orientali, per la letteratura e la poesia, ispirandosi a grandi poeti, filosofi, scrittori, come Proust, Leopardi, Carducci.

Negli anni 80 arriva il successo, con gli album più famosi e canzoni indimenticabili, come “Segnali di vita”, “Bandiera Bianca”, “Gli uccelli”, “Cuccuruccucù”, “Centro di gravità permanente”, “Voglio vederti danzare”, solo per citarne alcune. Ed è, finalmente, il momento dei riconoscimenti. I suoi album scalano le classifiche, arrivano i primi premi e Franco Battiato si impone come uno dei più raffinati cantautori italiani.

Negli corso degli anni, le sue sperimentazioni si sono fermano mai e si intrecciano con il lavoro di altri artisti, come il musicista Pio Giusti, che gli insegnerà a suonare il violino, il filosofo Manlio Sgalambro, autore della sua canzone manifesto, “La cura”, considerata da molti critici una delle più belle canzoni d’amore italiane, e la cantautrice Alice, con cui ha intrattiene un lungo sodalizio artistico. Proprio con quest’ultima, nel 2016, tiene il suo ultimo tour “Battiato e Alice”, in cui i due artisti si esibiscono da soli e in numerosi duetti. Il suo genio l’ha condotto a sperimentare anche diverse forme espressive, come la pittura e la regia.

A cos’altro si dedicherà, quando si ristabilirà completamente? Una sola cosa è certa, ci sorprenderà, come sempre.

AvatarDiGiuliana Holm

Badolato – Cineturismo a rovescio

Intervista al regista Alessandro Genovesi

Di Giuliana Holm

Laurea Magistrale in Cinema e media

 

Mi trovo in Calabria, più precisamente nel borgo di Badolato in provincia di Catanzaro. Da poco è terminato il Magna Grecia Film Festival di Catanzaro, dedicato quest’anno a Vittorio De Sica e al 70esimo anniversario del suo capolavoro Ladri di biciclette, ricco di ospiti nazionali e internazionali tra i quali Oliver Stone, Richard Dreyfuss, Rupert Everett. Badolato Borgo con i suoi incantevoli scorci attira diversi artisti, per questo motivo è chiamato il borgo degli artisti. Molti registi e critici del cinema vengono qua per fare le vacanze. Si discute, infatti, se il cinema si trovi a Badolato oppure lo attraversi? Di fatto qui si incontrano personaggi come Emiliano Morreale, docente di Storia del Cinema Università della Sapienza e critico di Repubblica e l’Espresso, Alina Marazzi regista di Vogliamo anche le rose (2007) e Tutto parla di te (2012) con Charlotte Rampling, Dario Zonta, conduttore di Hollywood Party radio 3 e produttore artistico di Sacro G.R.A (2013) e Fuocammare (2016) e ancora Francesco Munzi regista di Anime nere (2014) e Monica Guerritore, che a luglio si è esibita con la sua grandiosa interpretazione dell’Inferno di Dante e dell’Infinito di Leopardi.

 

Nel borgo Il 13 agosto, in occasione della festa dell’Assunta, è stato proiettato sotto le stelle nello spettacolare sfondo sulla chiesa dell’Immacolata il film Puoi baciare lo sposo (2018). La serata ha avuto come ospite d’eccezione il regista Alessandro Genovesi (regista di La peggior settimana della mia vita (2011) e sceneggiatore di Happy Family (2010), poi divenuto film con la regia di Gabriele Salvatores). Emiliano Morreale, durante una breve presentazione, ci svela che nonostante il film sia stato girato a Civita di Bagnoregio la vera ispirazione del film è stata il borgo di Badolato. Infatti, il titolo della prima versione presentata a Turi Caminiti, badolatese appassionato di cinema e organizzatore di questa XVI rassegna cinematografica, era “Matrimonio a Badolato”. Caminiti sconsigliò vivamente il regista di girare il film nel borgo, temendo in seguito l’assalto del turismo. Ecco perché in questo caso si può definire “Cineturismo a rovescio”. Morreale ci presenta inoltre il montatore del film Claudio Di Mauro, in vacanza nel vicino borgo di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio e invitato qui per la serata, ma anche l’attore Francesco Colella, che con il film Puoi baciare lo sposo non c’entra proprio nulla, ma si trova qui perché in questo periodo sta interpretando un ruolo in Calabria nella nuova serie Zero Zero Zero di Stefano Sollima, tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

 

Ha inizio la proiezione. Il pubblico numeroso ride delle disavventure della giovane coppia gay in difficoltà dopo aver annunciato il proprio matrimonio ai genitori. Alla fine il pubblico applaude divertito. I protagonisti sono Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Salvatore Esposito e Cristiano Caccamo. Nel film si riconoscono chiaramente alcuni particolari del borgo di Badolato, come ad esempio il sindaco noto per l’accoglienza dei migranti, il rischio del crollo in alcune zone, come avvenne dopo l’alluvione del 1951, la tradizionale processione pasquale del sabato santo con tutti i figuranti in costume: i romani, i giudei, gli incappucciati e Gesù sotto il peso della sua croce. Senza dimenticare la chiesa dell’Immacolata, che in realtà non esiste a Civita di Bagnoregio, ma che è il fulcro più importante di Badolato.

Dopo la proiezione ho l’occasione di strappare una breve intervista al regista Alessandro Genovesi che si trova qui in vacanza.

 

Perché il film è stato girato a Civita di Bagnoregio e non a Badolato?

– Questo è un film che viene visto da tante persone in Italia e in genere se un posto molto bello viene raccontato in un film poi c’è un turismo fatto apposta per andare a vedere quel paese. Siccome Badolato è bella perché non è sovraffollata ed io amo questo posto, ho semplicemente voluto proteggerla. Nel film diventa quasi un paese inventato, che prende spunto da Badolato, ma lo sappiamo solo noi che la conosciamo. Il borgo di Civita di Bagnoregio è molto più piccolo di Badolato e come Badolato è una città magica e sta veramente crollando. È un paese che dopo il film è stato assalito dal turismo, però in generale ci sono solo negozi, botteghe e ristoranti, ma ci vivono solo sette persone e basta. Non ci sono gli immigrati, quello è un altro un riferimento a Badolato. Quando l’ho scritto, essendo abituato a venire qua, ho raccontato un posto come se fosse Badolato, anche se nel film, fatti e persone sono puro frutto della fantasia.

 

Nel soggetto ci sono una serie di personaggi fuori dalla norma i quali culminano in uno scontro aperto con il conformismo prevalente nella piccola società ambientata nello sfondo di un borgo dalle antiche tradizioni religiose, quasi a voler ribaltare un paese ben radicato nelle propria etica millenaria.

Era vostra intenzione dare un allegro scossone agli italiani ancora restii ad accettare le famiglie gay e le unioni di coppia di vario genere, come per esempio quella tra un crossdresser di mezza età e una ragazza ricca orfana di padre?

 

Guarda è un film, per cui non è una proposta di legge, è appunto un racconto che tratta un argomento di attualità e prende inevitabilmente una posizione, cioè quella che l’amore non ha sesso. Non sono omosessuale e non sono un’attivista, però credo che è veramente importante per le generazioni future che questa cosa passi come normale. Noi abbiamo visto una storia d’amore e dopo breve tempo ci siamo dimenticati che era una storia tra due uomini. I personaggi sono creati per il divertimento, ma non sono trattati come macchiette, certo sono fuori della norma e chiaramente in contrasto con un borgo attaccato alle proprie tradizioni.

 

Quali reazioni ha avuto il vostro film in un paese cattolico come l’Italia?

La reazione in Italia l’hai appena vista, il pubblico rideva e quello succedeva anche al cinema. Certo che dopo le ultime elezioni, l’Italia è diventata un paese omofobo e populista. Il film è andato comunque bene, è distribuito in otto – nove paesi all’estero e adesso andrà in TV.

 

Uscirà anche in Danimarca?

No in Danimarca non c’è, sarà in Germania, uscirà l’anno prossimo in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti, in Canada e nella Corea del Sud.

 

Finisco augurandomi che Puoi baciare lo sposo arrivi anche in Danimarca.

Il titolo in inglese è My Big Gay Italian Wedding, la canzone finale è Don’t Leave Me This Way (1975) di Kenny Gamble e Ricky Nelson

AvatarDiLucia Rota

Morten Beiter om Scrovegni’erne kapel i Padova

Her er en kort udgave af Morten Beiters artikel i Weekendavisen den15/6, hvor han skriver bl.a om Scrovegni’ernes kapel i Padova

”For ikke så lang tid siden stod jeg i Scrovegni’ernes kapel i Padova og kiggede op til Giottos over 700 år gamle dommedagsfresco på endevæggen. Kapellet var den stenrige Scrovegni-families forsøg på at købe sig ud af det helvede, som var blevet dem tildelt af selveste Dante, der i sin Guddommelige komedie havde placeret patriarken Reginaldo Scrovegni i ågerkarlenes  helvedeskreds. ”Jeg, Paduas søn, blandt florentiner sidder, der fylde mine øren til med rungen af deres råb”. Men uanset hvor frygtet helvede er, så er det nok alligevel her de fleste øjne stopper, når de glider hen over den sublime, malede fortælling om den sidste dag.  Og det er svært ikke at komme i tanke om den gamle vittighed med manden, der døde og blev vist rundt i helvede, der egentlig virkede som et meget hyggeligt og rart sted, hvis det ikke lige var for et enkelt hjørne, der var fuldt af torturinstrumenter.  Og adspurgt, hvad der var, svarede djævelen: ”Det der? Det er bare noget vi har stående til katolikkerne. Jeg ved ikke helt hvorfor, men de er vilde med det.”…..

Su Weekendavisen del 15/6 Morten Beiter pubblica un articolo dove si riallaccia a una sua visita alla Cappella degli Scrovegni.

La cappella fu fatta costruire da Enrico Scrovegni, ricchissimo banchiere padovano nell’area dell’antica arena romana di Padova. Qui fece edificare un sontuoso palazzo di cui la cappella era oratorio privato e futuro mausoleo familiare.Chiamò  ad affrescarla Giotto che vi lavorò dal 1303 al 1305. L’interno si presenta interamente affrescato su tutte e quattro le pareti. Il ciclo pittorico è incentrato sul tema della salvezza. Dio decide la riconciliazione con l’umanità, affidando all’Arcangelo Gabriele il compito di cancellare la colpa di Adamo con il sacrificio di suo figlio fatto uomo. Prosegue con le storie di Gioacchino ed Anna, le Storie di Maria, le  storie di Cristo concludendo con il grandioso giudizio universale. La cappella fu acquistata da Padova nel 1881 che ne curó il restauro e la riconsegnó al mondo in tutto il suo ritrovato splendore. L’articolo di Morten Beiter è molto vivace e come al solito interessante. Divertente è quello che scrive su un’ ipotetica visita all’ inferno di un tale accompagnato da un diavolo “spiritoso” che gli fa vedere gli strumenti di tortura usati per i cattolici che li apprezzano particolarmente.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA SICILIA.

Questo mese vi propongo una bravissima scrittrice-poetessa di Ragusa.

Ho letto quasi tutti i suoi libri trovandoli toccanti e leggermente impregnati di dolce malinconia del ricordo.
Ancora una volta il sud ha fatto dei miracoli regalandoci questa poetessa, molto amata dalla stampa locale e nazionale con un seguito eccezionale di fans virtuali e no.

Letizia Dimartino, ci regalerà alcuni suoi versi, risponderà alla mia intervista e per chi non ancora la conosce, in allegato la sua biografia.
Seguirà nello spazio : Poesia questa conosciuta alcuni bei versi poetici di Michel Houellebecq.
Buona lettura.

Pablo Paolo Peretti – Copenhagen

Intervista lampo a Letizia Dimartino

Quanto hanno influenzato la tua scrittura i posti dove hai abitato e in che modo?

I luoghi sono il tutto del mio scrivere. Le case, le stanze, le finestre, le città. Niente ci sarebbe di me nella scrittura se essi non fossero stati così predominanti. E ogni parola è un posto diverso

Hai dei momenti particolari del giorno o della notte in cui ti senti più portata a scrivere?

Un tempo succedeva spesso di notte, perché insonne a intermittenza. Ma il giorno è stato tempo anche per scrivere, fra le voci di chi mi sta intorno, di chi mi parla, raramente nel silenzio. La vita è lo scrivere… la vita e lo scrivere

Dicono che la poesia non vende. Hai un tuo parere riguardo a questo?

Non vende perché manca l’attitudine ad ascoltarla innanzitutto. Mia madre mi recitava poesie mentre mangiavo con riluttanza, mi commuovevo e la guardavo ammirata. A scuola la amai molto meno. Leggere è un atto difficile per molti, e la poesia si è sempre ritenuta “difficile”. Chi la ama la cerca, la trova. Avere un libro di poesie in borsa, stando in giro, alleggerirebbe il vivere convulso di molti

 Chi sono oggi i lettori della poesia?

Li sconosco. Pochi giovani. Pochi tutti. In ogni caso chi ha un dono dentro

Chi è il poeta che ti ha in qualche maniera influenzata e in che modo…e quale altro poeta ti ha deluso e perché?

Di sicuro Cardarelli. Molto amato. Scrivere poesia novecentesca fu il mio primo approccio, e lui mi è stato vicino. Perché parlare di chi mi ha deluso? 

Hai un tuo libro/raccolta che ti è rimasto nel cuore e perchè?

Quello di Vivian Lemarque. Mi ha tenuto compagnia per anni, in tanti momenti, in tanti vuoti, cercando risposte, trovando pienezza 

Come si distingue un vero poeta da uno che scrive solo bei pensierini?

È la banalità che fa la differenza. Solo che non la si sa sempre distinguere. La parola mediocre, il banale dei versi   

 Cosa vorresti  si dicesse dei tuoi scritti e di te un giorno?

Che sono stata autentica e diversa. E, appunto… mai banale

Hai qualche poeta conosciuto sul web che ti piace e da consigliare al pubblico virtuale? E se si, perché?

Roberto Amato, vincitore di un premio Viareggio. Poeta unico, inventore, che si distingue per i temi e per il frasario

 Hai la possibilità di andare a cena con un poeta Famoso (puoi scegliere da quelli che furono e quelli tutt’ora in vita) …chi vorresti vicino a te e perchè?

Raboni. Era un gran signore

BIOBIBLIOGRAFIA

Letizia Dimartino è nata a Messina nel 1953 e vive a Ragusa. Ha pubblicato libri di poesia, è stata ospitata in antologie e scrive per l’inserto culturale de «La Sicilia». Ha esordito nel 2001 con la raccolta di poesie Verso un mare oscuro (Ibiskos, Empoli), seguita da Differenze (Manni, Lecce 2003), Oltre (Archilibri, Comiso 2007), La voce chiama (Archilibri, Comiso 2010), Ultima stagione (Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2012). Il suo ultimo libro, Stanze con case, è uscito nel 2015 per Giuliano Ladolfi Editore. Recensioni di Ultima stagione e Stanze con case sono apparse su «La Lettura» del «Corriere della sera», «La Stampa», «La Sicilia», interviste e altri scritti sono stati pubblicati sugli inserti “Io Donna”, “Sette” e “Sicilia Style” del «Corriere», oltre che su «La Sicilia». La silloge Cose, tratta da La voce chiama, è stata pubblicata sull’«Almanacco dello Specchio 2009» (Milano, Mondadori 2010), mentre la raccolta Fino a quando esisto è inclusa in «Quadernario – Almanacco di poesia 2015», curato da Maurizio Cucchi per LietoColle. Sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste letterarie, tra cui «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia», «Poesia» (con 25 poesie, a cura di Maria Grazia Calandrone), «Almanacco del ramo d’oro», «La Mosca di Milano», «La Recherche». Racconti e poesie si trovano anche online su corriere.itrainews.itilfattoquotidiano.itaterlierpoesia.it, l’estroverso, carteggiletterari.it. collabora al quotidiano La Sicilia settimanalmente nella rubrica Asterischi. Sul Fatto Quotidiano un articolo di Antonello Caporale uscito nel maggio 2017. Nel luglio 2017 ha pubblicato “Direzione inversa” in prosa poetica.

Poesie inedite di Letizia Dimartino

Mettevo il rossetto. Credevo di vivere
Succede che stando seduta le seggiole diventano leggere. Noi pensiamo di avere ancora braccia che sospirano, giacche su spalle in bilico e scialli che cadono sulle gambe.
Era estate anni fa e mi stringevo le dita, i lacci intorno, uccelli liberi e pietre in attesa.
Le lenzuola dondolavano sui letti, il tulle intorno alle zanzare, le ossa contorte
e un sibilo umile usciva dalla bocca. Perché non eravamo, lo ripetevo stando poggiata ai tavoli, o sui cuscini. Non mi si chieda cosa scrivo.
In fondo, fra vapori e finestre, dietro vetri e giornali, in stanze e balconi, ogni cosa al suo posto, è la testa che duole. Ed il battito.
—————

E se si è stanchi ci resterà la mano nei capelli.
Io ho verruche e forfora e disforia e tu sai ridere se ancora lo so dire.
Su quel tavolo di marmo rosso poggio i gomiti. Sui letti metto
coperte imbarazzanti, apro gli armadi dove nascondo le ossa di questo corpo.
Oggi c’è nebbia – sottile. E sotto, un cielo pallidissimo.
Si sta fermi. In silenzio

————

Se dovessi pensare che in questo fuori, nel gioco di chi è spento, col vuoto e poi il grigio
– tu che prendesti le mani, il treno dove stazioni tacciono, il peso di questo bicchiere le dita sulla tavola le spalle ed il vestito sceso sulla pelle – tu, dovessi mai pensare, tu – dicevo – dove lo porteresti il corpo mio che spezzo.
( son trucioli loro, li vedi?)

————

Parlami. Questo é un marzo di nebbia. Di gocce. Forse di silenzio. Parlami, poco.

————–
Perché il mare era silenzioso e lui stava lì
quando braccia distese dicono
che si può anche non essere
in una terra che rivolta il capo
il suo, il nostro.
Noi stiamo. Fermi. Dove tutto finisce
e non esiste più il pianto

——————–

E si è fatta notte negli armadi,
sui vestiti sui mobili
con le ombre e i cristalli.
Il mare l’ho scordato
e pure il vento e il sonno
e pure le case coi balconi
stavano spalancati, ne usciva il suono.
Io ero contro il buio. Cercando
——————-

I miei capelli cadono
e gridano insieme e forse hanno un sorriso
o forse la paura li attorciglia
mio padre mi guardò in quella sera
chiedeva aiuto, io lo so, era tutto negli occhi
e io avevo ancora chiome bionde sul collo
il mio corpo si disfa piangendo
mia madre con le piaghe
il nero liquirizia della pelle.
Non parliamo più noi tre.
Noi siamo il silenzio.

—————————-

Queste mani. Hanno il bianco
il mattino, le lenzuola, la paura.
Tutto.
Hanno dita, che girano
che piangono. Queste mani.
Loro

—————

E se questo colore dorme
– le braccia
e il collo nella loro piega –
sarà un dolore, una attesa
un semplice rifiuto del mio amare
tu impara a darmi ogni piccolo
grumo di polvere. Così il tuo piede
che batte insieme a quella goccia
avrà un posto, un segno bianco
in me

———–

Le voci d’ospedale
sento il ritmo della cicala
nel grido della donna
oltre la cornetta
le nostre parole
il riso e la pena
stai immobile
leggi Pascal
con vertebre
che ci uniscono
il corpo
i giorni tuoi e miei
domenica di ottobre
città lontane, un sole
tiepido qui. Dimmi
se avremo altri giorni fermi.
Inghiotto una pillola
la tua sul comodino
e stiamo. Stiamo

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Avevi un nome. Un maglione.
Ti avevo stretto le mani
era spesso giorno
e spesso notte
fra medicine e lenzuola
tacere era difficile
poi, senza sguardo,
nel vuoto di un letto
credevo di scordare
il nome, il maglione.
E me
Sono dove le porte si chiudono
e le finestre hanno vetri impolverati
sopra un cuscino sgualcito
davanti a un libro che sconosco
oggi non trovo neanche il mio cappello
la borsa dei rossetti
il labbro in ghigno di guerra
e i cassetti serrati
Avevo un amore un tempo
senza trasparenza.
Ormai dormo in inverno,
il letto e le sue stagioni.
Fu una vita, questa

___

Sono cresciuta d’acqua e di visioni
ma non fui io. Perché le strade non portano mai
lì dove il cuore ha colpi bassi
il peso sulle anche, e gli occhi fuori
le scarpe e l’erba e il cielo che già conoscemmo
noi fummo folli in un altro tempo, ricordi?
E adesso si fa buio come allora
nel sacco il pane ed il rosario
mi salutasti piano, senza la mano
ti dissi vai che poi ritorni tu
il grazie tuo il dopo mio, la strada sotto la notte
avrai dei giorni e non saranno questi
mi salutasti piano e il sonno lo dimenticasti
e tutto, poi, e tutti.

___

Mi scatti una fotografia qui, poggiata ad una porta. Ho il sole sulle spalle
fuori la via e il giorno. Mi manca il senno. Me lo dicono che sono santa e ingenua
che il tempo non passa e le bocce dei profumi brillano sulla consolle.
Sappi che invece spruzzo pensieri senza odore e le mie gonne non bastano
a riempire armadi e questa mente stanca. Non so più muovermi
non conosco il ramo e la foglia che mi porgi. Siamo lontani, in una città
che non si commuove. Qualcuno parla. Ero bambina e stavo in una stanza.
Quando i vetri sbattevano lui correva e il vento lo trascinava, io piccola guardavo
era come una fine, come perdere gli abiti e soffrire.

__
C´è un principio di vuoto
nel passo che non riconosco
una fame di muscoli
la fine di ogni cosa.
Invece stendo il braccio
nel gesto sconosciuto
le dita remote
la luce che si perde sul retro
dei palazzi, i profili neri
lo specchio che taglia
nella lama d’acciaio.
Tutto io tolgo alle labbra
la saliva, il morso, il rosso
del belletto. Tutto.
“Niente io vorrei”. E lo dico
d’un fiato. Con tremore.

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.

 

AvatarDiPinuccia Panzeri

”Scherzetto” di Domenico Starnone, Casa Editrice Einaudi, 2016

Daniele Mallarico, famoso illustratore che vive ormai da anni a Milano, dove ha una brillante carriera, è chiamato dalla figlia per badare al nipote Mario, che vive a Napoli, per alcuni giorni in cui lei e il marito, entrambi studiosi di matematica, saranno assenti per un convegno. A malincuore così il protagonista di Scherzetto, ormai anziano e abituato a vivere da solo dopo anni di vedovanza, accetta e così lascia le sue faccende quotidiane per andare a badare a questo bambino di quattro anni che per lui è un perfettto sconociuto. Non sarà certo facile il ritorno dopo anni a Napoli sua città natale con tutto ciò che questo comporta a livello emotivo.

Una trama semplice che si sviluppa in un arco di quattro giorni, in cui nonno e nipote imparano a conoscersi e ad amarsi talvolta, ma anche, molto più spesso, a non tollerarsi reciprocamente. Riuscire a far passare i giorni che li separano dal ritorno dei genitori diventa un’ impresa, il bambino desidera giocare, il nonno lavorare, soprattutto per potersi allontanare dal bambino per un pochino e negli intramezzi per meglio sopportarsi usano l’escamotage dello scherzetto tra di loro, anche se spesso il piccolo Mario essendo un bambino piccolo non riesce a capirne il limite e questo comporterà qualche problema. Così tra uno scherzetto e l’altro nonno e nipote cercheranno di riuscire a superare e sopportare qualche giorno in compagnia l’uno dell’altro.

Due maschi si fronteggiano, sangue dello stesso sangue. Tra quattro mura e un balcone si svolge il racconto affilato, perfido e divertente, uno “scherzetto” da camera. E’ il riesame di una esistenza sollecitato da una sorta di competizione con il nipotino saccente. Una guerra feroce tra i due e se stesso, tra il tempo andato e quello attuale, tra la capacità di esprimersi con l’arte e la consapevolezza di non esserne più in grado

 

 

AvatarDiElisa Borella

Un borgo sospeso nel tempo: l’anima nascosta di Grottammare

Stanchi delle solite destinazioni balneari dell’affollata riviera romagnola tra tintarella e discoteca? Siete alla ricerca di una meta turistica ma non troppo, rilassante ma non troppo, storico-artistica ma non troppo? Niente paura! Vi basterà percorrere qualche chilometro più a sud di Rimini o di Riccione lungo l’autostrada che costeggia il mar Adriatico per raggiungere le Marche e imbattervi in Grottammare.

Gemella di Cupra Marittima e di San Benedetto del Tronto, Grottammare condivide con le vicine un tratto di costa denominato “Riviera delle Palme” – così ribattezzato per la fitta presenza di queste insolite piante che fanno da cornice a un salutare percorso ciclo-pedonale di circa 8 km; ma le peculiarità non si esauriscono certo qui: la cittadina, all’apparenza anonima, nasconde in realtà un’anima più intima e decisamente suggestiva. L’attuale centro abitato, infatti, con i suoi negozi, i suoi alberghi e la sua movida, altro non è che la versione contemporanea del suo nucleo originario, il “vecchio incasato”, arroccato su un’altura prospicente la marina e abbandonato in seguito all’espansione causata dalla crescita demografica e dallo sviluppo del turismo nella zona. Rimasto intatto nel corso del tempo, con le sue stradine in pendenza, tortuose e lastricate, con le sue case di mattoni a vista coi gerani sui davanzali, una addossata all’altra, e con i suoi scorci mozzafiato aperti sull’azzurro del cielo e di un mare limpidissimo, bloccato in un’atmosfera senza tempo, il centro storico ha attraversato indenne i gorghi della modernità e può regalarci oggi una delle esperienze più insolite e magiche al tempo stesso, quella di camminare sospesi in un eterno presente – come in un quadro.

Il borgo, non a caso insignito del titolo di “uno dei più belli d’Italia”, è comodamente raggiungibile a piedi ed è percorribile in tutti i suoi numerosi dislivelli: da quello più alto, dove svettano i ruderi del vecchio Castello, dal quale, all’ombra di pini imponenti e profumati, si gode di una splendida vista a 360° sulla costa, a quello della cinta muraria fortificata ancora oggi perfettamente conservata, costruita a difesa dell’agglomerato urbano, vittima nel passato di continue incursioni da parte di feroci pirati saraceni; infine, all’altezza di Piazza Peretti, così chiamata in onore di papa Sisto V (al secolo Felice Peretti, nativo del posto e cittadino grottammarese più illustre), è possibile ammirare in un unico colpo d’occhio un insieme di importanti edifici riuniti attorno a una poetica pianta d’arancio in vaso – un tempo custodita da un incaricato del Comune scelto ogni anno tra le famiglie del posto: il Palazzo Comunale con le sue logge panoramiche affacciate sul litorale e con la sua unica torre asimmetrica sormontata da un elegante orologio, il Teatro dell’Arancio con affissi i manifesti della “colonia felina” schedata (con tanto di nomi e di foto!) e protetta dai locali e la Chiesa di S. Giovanni Battista, interamente ricoperta di laterizio. Altri must see da non perdere sono, inoltre, la Chiesa di S. Lucia, commissionata dalla sorella di Sisto V ed edificata sopra alle rovine della modesta casa natale del papa su progetto dell’architetto Domenico Fontana, e il Torrione della Battaglia, a pianta circolare, un tempo eretto per difendere l’antico porto cittadino dagli attacchi provenienti dal mare – oggi ospitante, invece, il museo dedicato allo scultore locale Pericle Fazzini (1913-87).

L’itinerario tra le viuzze della cittadina è tranquillamente percorribile in un’unica giornata, in qualunque mese o stagione dell’anno (in estate può essere una buona alternativa al tuffo in mare, in inverno diventa, invece, scenario di un particolarissimo presepe vivente!), mentre il momento più favorevole per godere del fascino del luogo è, naturalmente, il tramonto, quando il laterizio si accende di tinte calde e avvolgenti. Insomma, se non avete ancora mai pensato alle Marche come a una meta di villeggiatura, è proprio il caso di iniziare a farlo… E Grottammare non si lascia certo sfuggire l’occasione di offrirsi come un ottimo punto di partenza per la vostra esplorazione!