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Marie MorelDiMarie Morel

“Loro”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino: “Tutto è documentato. Tutto è arbitrario” (Giorgio Manganelli)

“Loro” è l’ultimo film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale in due parti, il 24 aprile e il 10 maggio, e racconta la parabola discendente del politico e dell’uomo Silvio Berlusconi che, ci piaccia oppure no, è stata una figura rappresentativa dell’Italia degli ultimi 25 anni. Come tutti i film del regista napoletano, ha diviso la critica in due schieramenti nettamente contrapposti: chi lo ha amato e chi lo ha odiato.

In un’intervista a Vanity Fair, Paolo Sorrentino ha dichiarato di non avere alcuna pretesa di fare film perfetti, ma “roboanti, straripanti, invasivi e disturbanti, perché si va in sala per essere scossi, subissati e magari nauseati”.  Ha spiegato, anche, di aver pensato per anni di realizzare un film che avesse come soggetto Silvio Berlusconi, ma di aver atteso, perché voleva che il tema fosse spogliato da quella carica emotiva che accompagna l’attualità e la cronaca, sganciato dalla contemporaneità della politica. Il suo obiettivo, pienamente centrato a mio avviso, era quello di realizzare un film storico, un affresco di un’epoca ormai tramontata, durante la quale si è passati dalla “disincarnazione” della politica andreottiana a quella fin troppo carnale e vitale, ma al tempo stesso amorale e decadente di Berlusconi.

È un film sentimentale “Loro”, nel quale emerge l’uomo Silvio Berlusconi, circondato dalla sua corte, un circo fatto di faccendieri, politicanti, starlette televisive, escort, eppure incredibilmente solo, tanto che nessuno lo chiama per mai nome, ma solo “Lui”.  L’uomo che non può fidarsi neppure dei suoi amici e collaboratori più stretti, che gli volteranno le spalle senza pensarci due volte, nel momento del bisogno. L’uomo che deve fare i conti con le proprie paure, quella del tempo che passa e di restare indietro, della vecchiaia e della morte. L’uomo che deve prendere atto del fallimento del proprio matrimonio e di aver perso l’unica cosa che ha avuto nella sua vita un valore effettivo, reale, la storia d’amore con Veronica Lario. L’uomo potente, eppure oppresso dal complesso di inferiorità, da quel delirio di onnipotenza che gli fa ripetere che “tutto non è abbastanza” e che lo fa rotolare inesorabilmente verso il dirupo, senza riuscire a porre un freno.

Un film che parla di “Loro”, intesi come “quelli che contano”, ma che racconta degli italiani, sia di quelli che hanno voluto credere a Berlusconi, sia di quelli che non l’hanno mai fatto, perché in un modo o nell’altro tutti siamo stati irretiti da lui, attratti dal sogno che proponeva, che ci esaltava o ci indignava, ma che ci faceva parlare, nel bene o nel male.

Io ho trovato emblematica la scena iniziale di Loro 1: una pecora, alla ricerca di un riparo dal caldo, si rifugia nella villa di Berlusconi, dove rimane inebetita davanti alla televisione accesa e non scappa quando la temperatura continua a scendere vertiginosamente, conducendola alla morte. Paolo Sorrentino ha dichiarato che non vi è alcuna spiegazione profondamente intellettualistica, ma che essa sia stata inserita per puro divertimento, eppure io non riesco a smettere di pensare che sia un’indovinatissima, tragicomica metafora della politica berlusconiana.

 

Marie MorelDiMarie Morel

L’eccellenza italiana del fumetto: la Sergio Bonelli Editore

Era una soleggiata giornata di ottobre dell’anno 1998, quando la mia amica Gabriella, conoscendo e condividendo la mia passione per la carta stampata, mi mostrò con soddisfazione il primo albo di un nuovo fumetto che aveva scovato in edicola: “Julia. Le avventure di una criminologa”, della Sergio Bonelli editore.

Eravamo sulla banchina della stazione ferroviaria dove, alla fine di ogni settimana universitaria, ci incontravamo per tornare a casa e insieme demmo una prima, avida scorsa ai disegni e ai dialoghi. Fu amore a prima vista e lì, su quella panchina, mentre aspettavamo il treno, si cementò quel sodalizio tra me, Julia e Gabriella, che dura da venti anni, ormai. Sono cambiate tante cose da allora, ma non il nostro appuntamento mensile, che inizia con l’acquisto dell’albo e finisce con lo scambio delle impressioni ed opinioni sulla nuova avventura della nostra eroina. Ho collezionato tutti gli albi ed ognuno di essi ha rappresentato un momento speciale, ma quello di cui vado più orgogliosa è il numero 200, che mi è stato autografato da Giancarlo Berardi, lo straordinario fumettista che ha dato vita al personaggio di Julia e che ho avuto l’onore e il piacere di incontrare al Comicon di Napoli nel 2015. Si colloca al fuori dall’ordinario e, per l’esattezza al di sopra, Berardi, per i suoi indiscutibili talenti professionali, ma soprattutto per le sue doti umane e per la sua sensibilità, per la capacità di affrontare temi sempre nuovi, moderni, complessi e delicati, per il suo enorme bagaglio culturale grazie al quale ogni mese, con sorprendente semplicità, offre ai lettori spunti di lettura, di ascolto, di riflessione, che aprono nuovi orizzonti e punti di vista.

Del resto Giancarlo Berardi si è formato in quella fabbrica di sogni, talenti e passioni che è la Sergio Bonelli Editore, che egli avrà contribuito ad arricchire culturalmente e da cui sarà stato a sua volta arricchito in uno scambio reciproco di conoscenze ed esperienze.

Alla Sergio Bonelli Editore dobbiamo la più vasta produzione di letteratura disegnata, interamente italiana, dal 1940 ad oggi: fondata da Giovanni Luigi Bonelli con il nome di “Redazione Audace”, la società è passata di padre in figlio, prima a Sergio, che è venuto a mancare nel 2011 e, in seguito, a Davide.

Alla famiglia Bonelli va riconosciuto il merito di aver dato vita a quella scuola di sceneggiatori e disegnatori italiani, che, andando alla ricerca della propria identità ed autonomia espressiva, hanno contrastato con produzioni originali il predominio del fumetto di importazione americana, giunto in Italia negli anni trenta. Nel corso di quasi ottant’anni di lavoro, grazie alla loro incontenibile fantasia e alla passione per l’avventura e la scrittura, Giovanni Luigi e Sergio Bonelli hanno dato vita a numerosissimi personaggi, tra cui Tex, Ken Parker e Martin Mystère, Dylan Dog, Nick Raider e Nathan Never, per citare solo alcuni tra i più famosi.

La casa editrice è riuscita a tenersi sempre al passo con i tempi, continuando ad incontrare il gusto degli appassionati e dei nuovi lettori, proponendo una grande varietà di titoli, formati differenti, produzioni a colori, facendosi conoscere ed amare anche oltre confine e, soprattutto, ha saputo valorizzare il lavoro degli artisti che collaborano con essa.

Nel 2017, ha cominciato a produrre, tra le altre, un’edizione a fumetti dei libri dello scrittore partenopeo Maurizio de Giovanni, “Le stagioni del commissario Ricciardi”, che assieme a Julia occupa un posto speciale nel mio cuore. I disegni e le sceneggiature animano i personaggi e tratteggiano una Napoli dei primi del ‘900 con una tale intensità da condurre il lettore in un viaggio nell’immaginario dell’autore, tra i vicoli della città e tra sentimenti ed emozioni forti e contrastanti.

Per maggiori informazioni sulla casa editrice, gli autori, i fumetti, i personaggi, le novità, gli acquisti, consiglio di visitare il sito http://www.sergiobonelli.it/.

 

AvatarDiPinuccia Panzeri

“Barlume” trilogia di gialli di Marco Malvaldi, Sellerio Editore Palermo,2007, 2008, 2010

Quando hai ottant’anni, l’unica cosa che puoi fare in un giorno di pieno agosto è andare al bar. E che fare al bar? Le carte, i fatti altrui, discussioni continue, e dopo: investigare. Come fanno i vecchietti del BarLume: Nonno Ampelio, l’oste Aldo, il Rimediotti pensionato di destra, il Del Tacca-del-Comune. Se c’è un delitto nei dintorni di Pineta, il loro onnisciente pettegolezzo diventa una formidabile macchina da indagine. Da dove Massimo il barrista estrae la chiave dell’enigma, come una Miss Marple in puro toscano.

Con passo felpato, Marco Malvaldi ha fatto il suo ingresso nel mondo del giallo italiano con alcuni piccoli romanzi ambientati a Pineta, un’immaginaria località livornese. Non si tratta senz’altro di romanzi impegnativi, che si propongano letture duplici, o che abbiano rimandi – più o meno cifrati – a fatti reali. Nulla di tutto questo. Si tratta infatti di storie agili, le cui trame non sono poi molto diverse da quelle di tante fiction a sfondo poliziesco. Ma, come spesso avviene, il successo che Malvaldi si è conquistato – un successo notevole, se i suoi primi tre romanzi, raccolti in questo volume (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi), hanno venduto complessivamente 250.000 copie – non è dovuto tanto all’intreccio, quanto alla simpatia dei personaggi che fanno da contorni alla storia. I vecchietti assidui frequentatori del BarLume, insieme al giovane barista, sono infatti l’ingrediente che rende i romanzi di Malvaldi una pietanza gustosa. Una pietanza che conserva gli elementi classici del giallo, ma che rassicura e diverte con l’atmosfera provinciale del BarLume, con la sagace ironia dei suoi avventori e – da non trascurare – un umorismo spesso grossolano, come vuole la tradizione toscana. Consigliato a chi ama un noir tinto di commedia.

La briscola in cinque

Siamo in piena estate, e il caldo della piccola città toscana di Pineta sulla costa è insopportabile. In realtà, c’è solo un posto dove stare, cioè nel BarLume, un caffè che il proprietario Massimo ha comprato con soldi vinti a una lotteria. Tra i clienti abituali ce ne sono quattro che passano il tempo giocando a carte, bevendo caffè e commentando grandi e piccoli. Un giorno, hanno davvero qualcosa di cui parlare perché, quando il corpo di una ragazza viene trovato in un contenitore della spazzatura. Massimo viene coinvolto nelle indagini sull’omicidio, completamente  aiutato dai quattro giocatori di carte, e costretto a collaborare con Fusco, un sciocco e aspro carabiniere calabrese.

 

Il gioco delle tre carte

Massimo cerca un nuovo dipendente del BarLume, dopo che Tiziana si è sposata e perciò si è dimessa. Non è affatto impressionato dalle qualifiche dei candidati, e quando Tiziana telefona per chiedere se puó ritornare al BarLume perché ha divorziato, non esita a dire sì. I quattro anziani abituali del bar si annoiavano quando si fanno avanti nuove informazioni su di un vecchio episodio circa la compravendita  di una  proprietà che diede adito a morte, omicidio e suicidio.


Il re dei giochi

La giornata inizia male per Massimo. E peggiora alla notizia di un incidente automobilistico, una notizia che il quartetto dei vecchietti del caffè accolgono con piacere. Nel veicolo si trovavano una donna e suo figlio, erano entrambi eredi di un ricco palazzinaro. La donna è anche la segretaria di un politico, che è attualmente candidato alle elezioni straordinarie a Pineta. I quattro vecchietti cominciano a intravvedere una bella storia. Massimo cerca di mantenere la testa fredda. Ha altro a cui pensare, di cui un matrimonio. Terzo volume nella serie BarLume.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Una valigia piena di libri

L’estate per me è il profumo del mare, il rumore delle onde sulla battigia, la freschezza dell’alba e la dolcezza dei lunghi pomeriggi pigri, trascorsi completamente immersi nella lettura di un libro, vivendo le storie dei personaggi che, per qualche ora, sono diventate le mie.  Io sono stata Jo March ed Elizabeth Bennet, Sherlock Holmes e Phileas Fogg, Sara Crewe ed Harry Potter e tanti altri ancora e ho vissuto mille vite e mille avventure. Chi, come me, nutre per i libri un amore innato può capire; gli altri possono provare a prenderne in mano uno, a sgombrare la mente e a immedesimarsi completamente nei personaggi, a fare della lettura un’esperienza totalizzante che coinvolga non solo il pensiero, ma l’immaginazione, i sensi, il cuore, perché, spesso, le passioni scovate tardivamente recano con sé una ventata di freschezza insperata.  Quando ero più giovane, mi lasciavo guidare nella lettura dai consigli altrui e il senso del dovere mi costringeva a finire di leggere qualunque libro avessi cominciato, anche se non incontrava i miei gusti. Con la maturità, ho capito che la vita è troppo breve per vivere di costrizioni e la lettura è uno di quei piccoli piaceri che proprio non posso negarmi, per cui la scelta stessa è diventata un voluttuoso rituale in cui mi faccio guidare dall’istinto, dall’intuito, dall’umore del momento, dalle sensazioni che provo quando prendo un in mano un libro, ne leggo il titolo, la quarta di copertina, qualche breve passo pescato a caso sfogliandolo. Raramente mi sbaglio, ma se non dovesse piacermi, lo passo a qualcun altro che possa apprezzarlo e vado oltre, senza alcun rammarico, alla ricerca di un altro di libro che riesca ad avvincermi. Proprio stamattina, ho preparato la lista dei miei libri per l’estate e la mia scelta è caduta su dei titoli che promettono grandi emozioni e tanta ironia, lacrime e risate, tra porte che si chiudono ed altre che si aprono rivelando orizzonti inattesi, dolori messi nell’ombra dalla luce della speranza. Eccola:

L’Arminuta- Donatella Di Pietrantonio

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli- Chiara Moscardelli

La verità del serpente- Gianni Farinetti

E tu splendi-Giuseppe Catozzella

Tu, sanguinosa infanzia- Michele Mari

L’animale femmina- Emanuela Canepa

Mia madre non lo deve sapere- Chiara Francini

Un amore- Dino Buzzati

Vittoria- Barbara Fiorio

Una piccola selezione di libri ambientati nell’ Italia di oggi e di ieri, di autori italiani che, con lo strumento magico della parola, riaccendono piccole memorie, il ricordo di usi e costumi dimenticati, raccontano di relazioni vere e autentiche, del perdersi e ritrovarsi, perché estate significa anche partire, andare altrove. Per me, spesso, quest’altrove, questo nuovo mondo, questo nuovo viaggio è un libro: una piccola vacanza che posso concedermi un po’ ogni giorno, per tutto l’anno.

AvatarDiLucia Rota

”Addio do Fantin”

Nel cuore della Riviera di Levante, a  40 km da Genova, ecco Lavagna,  simbolo del turismo balneare grazie alla splendida spiaggia sabbiosa che si estende per chilometri . E’ una cittá da visitare  per la sua cucina, per i suoi monumenti e per la sua storia.

Dal 1982 ogni 13 agosto, il sagrato della  basilica dei Fieschi a San Salvatore di Cogorno,  ospita la rievocazione storica medievale dell’”Addio do Fantin”, l’addio  al celibato del conte Opizzo Fiesco. Il sontuoso matrimonio del conte Opizzo è un appuntamento reso suggestivo dalla straordinaria cornice monumentale del borgo dei Fieschi che comprende oltre alla basilica, il sagrato in ciottoli marini  ad anfiteatro con una meravigliosa acustica e possibili 600 posti a sedere. Addio do Fantin è una rievocazione storica strabiliante con migliaia di figuranti che si chiude con  “La torta dei Fieschi” una torta gigantesca oltre 13 quintali di dolce confezionato dai maestri pasticcieri di Lavagna in base a una ricetta segreta  .

La sera del 14 agosto un corteo imponente   parte da piazza Marconi , segue l’uscita della sposa dalla chiesa e arriva fino ai piedi della torre Fieschi. All’ arrivo del corteo in Piazza Vittorio Veneto, dopo la lettura del proclama delle nozze dall’Araldo, la contessa taglia simbolicamente la torta gigante dando il via a un simpatico gioco. Per poter mangiare la torta ogni partecipante al gioco deve acquistare uno o più biglietti azzurri per gli uomini e rosa per le donne con un nome di fantasia scritto sopra e deve poi cercare il ragazzo o la ragazza che possiede un biglietto identico al suo. E cosí i due “novelli innamorati” potranno ritirare le due fette dello squisito dolce lavagnese. Il gioco e tutta la rievocazione storica si svolgono in un’affascinante scenografia tra danze, giochi d’arme e di bandiera, gare di abilità con l’arco, musiche medievali eseguite dal vivo e il rullo dei tamburi.

I Fieschi nel tredicesimo secolo raggiunsero il culmine dello splendore e della potenza. Due suoi esponenti  salirono al soglio pontificio come Adriano V ricordato da Dante nel XIX canto del Purgatorio “……intra Siestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima….

D’estate quando siamo a Rapallo andiamo talvolta a Lavagna o a Cogorno per partecipare alla festa Addio du Fantin. E’ sempre molto interessante.

Se non ci siete mai andati provateci la prossima volta che siete in Liguria. Buon divertimento!

 

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Foto http://www.tortadeifieschi.it/104__Programma_2017

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

Benvenuto Ambasciatore!

In Danimarca per promuovere l’#Italia e le sue eccellenze : esportazioni, cultura, arte, scienza, tecnologia, turismo e sport. Lavoreremo per i cittadini e per le imprese, a sostegno del sistema Paese”.

Queste sono le parole del nuovo ambasciatore italiano in Danimarca, Luigi Ferrari. Le leggiamo sul notiziario dell’Aise e non possiamo che esprimere tutto il nostro entusiasmo per le intenzioni e la determinazione che il massimo rappresentante dell’Italia in terra danese dichiara.

La Società Dante Alighieri di Copenaghen, attiva proprio in Danimarca nel campo della promozione artistica e culturale, nutre curiosità e interesse per questo importante cambiamento e sorride entusiasta alla nuova rappresentanza, non dimenticando di ringraziare con la massima sincerità e stima l’Ambasciatore uscente, Stefano Quierolo Palmas, il cui ricordo resta delicato e presente.

Laureato a Roma nel 1993, Luigi Ferrari si dedica fin da subito alla carriera diplomatica.

Nel ’94 è a Stoccolma, nel ’99 in Luanda, poi nel 2003 di nuovo a Roma alla Direzione Generale dei Paesi dell’Europa.

Nel 2004 svolge la funzione di capo Uff. II del Servizio per l’Informatica e le Comunicazioni e la Cifra, e nel 2010 è vice direttore generale per l’Amministrazione, l’Informatica e le Comunicazioni.

Nel 2014 presta servizio presso il Ministero della Salute (fuori ruolo) in qualità di Consigliere diplomatico dell’ On. Ministro, e nel 2015 diviene ministro plenipotenziario.

Dall’ 11 luglio 2018, Luigi Ferrari è dunque ufficialmente il nuovo ambasciatore italiano in Danimarca, e noi cogliamo l’ occasione per augurargli un caloroso e sentito benvenuto!

AvatarDiElisa Borella

Sorprese made in Puglia: la serendipità di Conversano

Ancora indecisi sulla destinazione delle imminenti vacanze estive? In cerca di qualche luogo tranquillo un po’ fuori dai soliti iperaffollati itinerari turistici?

La Puglia non manca certo di mare cristallino e/o di prelibatezze culinarie, ma nemmeno in fatto di sorprese sa farsi cogliere impreparata! La piccola città di Conversano, infatti, è la meta ideale per chi non vuole rinunciare alle assolate e famose spiagge della vicina Polignano a Mare, ma nemmeno perdere l’occasione di visitare qualche bell’edificio storico-artistico fresco fresco di restauro.

 

Conversano sta ai viaggi a tappe in macchina programmati al quarto d’ora come la serendipità alla routine quotidiana tra lavoro e stress estremamente prevedibili e poco graditi: insomma, una vera e propria scoperta. Innanzitutto, si presenta come una meta assolutamente non turistica (per quanto i luoghi di interesse non manchino affatto!) senza indicazioni gridate, senza operatori turistici ad eccezione di una “pro loco” gestita da volontari in un piccolo ufficio collocato nella piazza principale, anzi, con quell’aria genuina di cittadina a misura d’uomo, fatta di vere persone che di giorno appendono con noncuranza i panni stesi alle finestre, mentre di sera se ne stanno sedute fuori casa a parlare fino a tarda ora con i vicini.

L’agglomerato urbano ha una conformazione decisamente particolare, riunendo in sé ben tre campagne edilizie succedutesi in tempi diversi (il dedalo di vicoli tortuosi e candidi attorno alla cattedrale cede presto il passo a strette stradine parallele e perpendicolari dritte come fusi per concludersi poi in pittoresche scalinate di pietra), il tutto stretto nell’abbraccio di imponenti mura megalitiche presenti dai tempi antichissimi in cui la città era ancora chiamata Norba. Altra peculiarità non del tutto trascurabile è la presenza di ben tre centri di potere, con le relative (splendide) sedi: la Cattedrale romanica, rivestita di pietra chiara in un tripudio di trafori e di finissimi bassorilievi, il massiccio Castello Acquaviva D’Aragona in posizione sopraelevata, a riprova della presenza e della dominazione secolare della famiglia omonima nella regione in periodo pre-unitario e il Monastero di San Benedetto, un tempo abitato e gestito dall’ordine delle Badesse Mitrate, appoggiato dal papa e unico nel suo genere – tanto da essere entrato più volte in collisione nel corso dei secoli con la locale gerarchia ecclesiastica, tradizionalmente maschile! Sia la Cattedrale che il Monastero (e chiesa annessa, della quale spiccano il campanile in stile barocco e la cupola con bellissime tegole in maiolica gialle e blu) sono stati recentemente restituiti al loro antico splendore grazie a efficaci interventi di restauro.

Quale migliore occasione, dunque, per visitare questo piccolo centro così ricco di storia, pur trovandosi fuori dai tradizionali itinerari turistici! Le cose più belle succedono proprio quando meno ce le si aspetta, perciò, in caso doveste capitare nei pressi delle rinomate Bari o Polignano a Mare, non dimenticatevi di fare un salto in questo piccolo gioiello della Puglia più vera e di mettere alla prova la vostra capacità “serendipica”: chi l’ha detto che nella regione esistano solo oliveti, taralli e trulli?

  1. Piccola nota linguistica: per serendipità, termine coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole e utilizzato per la prima volta in una fiaba del 1754, si intende la capacità o la fortuna di fare scoperte totalmente inattese, per puro caso – spesso mentre si è alla ricerca di qualcos’altro!

 

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Arriccio, tonachino e spolvero: il lessico dell’affresco

Cos’hanno in comune grandi capolavori della storia dell’arte italiana quali la michelangiolesca Cappella Sistina, le Stanze Vaticane di Raffaello o la giottesca Cappella degli Scrovegni? Vi siete mai chiesti come sia possibile dipingere su porzioni di spazio così grandi o godere ancora oggi di colori e di forme così splendidamente preservate, dopo più di cinquecento anni? Il denominatore comune, com’è noto, è la tecnica con cui sono state realizzate, cioè l’affresco, mentre il merito della loro incredibile conservazione è da attribuirsi a un fortunato miscuglio di chimica, di fortuna e di sapienza antica.

 

Innanzitutto, con “affresco” intendiamo la principale tecnica di pittura decorativa realizzata su parete (ne esistono anche altre, dai nomi più esotici, come ad esempio pittura “ad imbratto”, “a piccoli tocchi” o “a encausto”), la cui caratteristica principale è data dal trattamento del supporto (il muro) attraverso la sovrapposizione di vari strati di calce. Dipingere su parete non è, infatti, così semplice come potremmo immaginare, soprattutto se miriamo a un risultato che duri nel tempo! Erano, pertanto, richieste una certa perizia e grande rapidità – entrambe parti integranti del pedigree di artisti davvero degni di questo nome.

Preparare il muro per accogliere l’affresco era un po’ come cucinare una torta a più strati: il primo di questi, ovviamente, era la parete stessa, che costituiva la base da cui partire, realizzata in pietra o in mattoni, ruvida a sufficienza da non far scivolare via lo strato successivo, detto arriccio”. L’arriccio era un miscuglio di acqua, calce spenta e sabbia di fiume, che andava applicato in maniera uniforme sulla parete – era un’operazione piuttosto delicata, perché proprio sull’arriccio si realizzava la prima bozza del disegno finito! Una specie di prova generale “per vedere l’effetto che faceva”… Nel corso del tempo si sono avvicendate diverse tecniche utili a restituire un’idea complessiva e a grandezza reale del risultato finale dell’affresco: la sinopia era semplicemente un disegno poco particolareggiato realizzato con una matita rossa direttamente sull’arriccio, mentre lo spolvero e il cartone erano l’esito di un passaggio del disegno dalla carta al muro (il primo attraverso la traccia lasciata da piccoli fori praticati in corrispondenza delle linee della composizione riempiti con polvere di carbone, il secondo da una lieve pressione esercitata dall’artista lungo gli stessi contorni, come un vero e proprio calco). Sopra agli strati di arriccio, l’artista applicava poi il tonachino, cioè lo strato di intonaco che avrebbe accolto il colore, realizzato mischiando sabbia fine, acqua, polvere di marmo e calce. Centrale era, infatti, la capacità di intrappolare il colore all’interno del muro, un po’ come fa l’inchiostro di un tatuaggio sulla pelle, dipingendo sull’intonaco ancora umido; la chimica, infine, attraverso la cosiddetta carbonatazione della calce durante il processo di asciugatura, faceva il resto del lavoro, sigillando e preservando una volta per tutte il dipinto all’interno della parete.

Per evitare antiestetiche giunture o campiture non uniformi di colore (realizzato polverizzando pigmenti minerali mischiati con acqua), gli artisti erano, inoltre, soliti lavorarea pontate, cioè seguendo l’andamento delle impalcature su cui dipingevano, oppure a giornate, tenendosi impegnati per mesi (o addirittura per anni!), date le enormi dimensioni coperte da queste decorazioni parietali. Fortunatamente (per noi), però, tutto questo impegno non è andato perduto, perché grazie alla geniale intuizione di imprigionare il colore all’interno dell’intonaco, possiamo ancora oggi godere di meravigliosi capolavori, immergendoci anche solo per un istante nello splendore di quei tempi lontani.

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Assolutamente da non perdere!

In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup, parte a settembre la nostra prima piccola Rassegna Cinematografica Italiana.

Non perdere i nostri appuntamenti con il Cinema… ti aspettiamo!!!


Piccola Rassegna Cinematografica Italiana

Cinema italiano – il primo lunedi del mese

Biblioteca di Ordrup, Ejgårdsvej 11, 2920 Charlottenlund


Lunedì 3 settembre, ore 17-19

Uno dei migliori modi per incontrare la cultura e la storia di un paese è attraverso i film. In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup vi offriamo la possibilità di incontrare l’Italia moderna in tre nuovi film italiani il primo lunedì del mese di settembre, ottobre e novembre 2018. Ogni film sarà introdotto da una breve presentazione in danese, e tutti i film avranno sottotitoli in danese.

Si offrirà un bicchiere di vino rosso italiano all’inizio del film.

Nel primo film “La Cena” si cena in un ristorante a Roma. Flora, la padrona, interpretata dall’attrice francese Fanny Ardant, serve gli ospiti, che  chiaccherano del più e del meno, mentre i destini si incontrano e si staglia l’immagine delle abitudini e della vita quotidiana in Italia.  I dialoghi dei clienti ai tavoli della trattoria – alcuni sconci, altri intimi, affettuosi, tristi e poi i monologhi – vite ridotte in sugo alla carbonara vengono servite nel film del 2010 di Ettore Scola con un sorriso appena accennato.


Lunedì 1 ottobre, ore 17-19

“Perfetti sconosciuti”, proiezione di film

Nel secondo film della rassegna Cinema Italiano siamo anche qui seduti a tavola, ma questa volta si tratta di una cena fra amici, dove tre coppie e un single, benché pensino di conoscersi molto bene, scoprono che in verità sono degli sconosciuti. In questo film del regista Paolo Genovese, superpremiato e da grandi incassi che si avvicina ad un pezzo di teatro, Eva, la padrona di casa, propone un gioco azzardato: tutti posano il cellulare sul tavolo e permettono di rivelare ai presenti il contenuto di tutte le comunicazioni che riceveranno nel corso della serata per dimostrare che non hanno niente da nascondere. E così saltano fuori segreti e quella vita che si era voluta nascondere.

 


Lunedì 5 novembre, ore 17-19
“La Pazza Gioia”, proiezione di film

Arrivati al terzo e ultimo appuntamento sul cinema italiano siamo pronti a buttarci nel paesaggio toscano. Il regista Paolo Virzì, che diresse anche Capitale Umano, ci racconta in questo film del 2017 di due donne diverse che si incontrano in un ospedale psichiatrico in Toscana. La coppia strampalata finisce di scappare insieme, e durante la fuga attraverso la bellissima Toscana trovano la bellezza in ciò che non è perfetto, perchè sui documenti sono dichiarate totalmente pazze, ma in verità fuori fra i sani si comportano da  “normali”. Il melodramma, che ci offre un commento critico della società con una piega di comicità, vinse il premio cinematografico Davide di Donatello per il miglior film, miglior regista e miglior ruolo femminile.

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: L’isola di Ischia ( terza e ultima parte)

L’isola di Ischia non offre ai visitatori solo mare, spiagge e terme, ma anche un patrimonio storico, artistico, culturale ed enogastronomico, che la rendono una meta turistica perfetta in ogni stagione dell’anno.

Tra un tuffo in mare ed un altro in una piscina termale, una tappa obbligata per i turisti è il Castello Aragonese che, oltre ad offrire un panorama spettacolare, ospita il Museo delle armi usate tra il XVI e il XVI. Visitando il museo del mare e quello del contadino, è possibile immergersi nelle antiche tradizioni e comprendere le due vocazioni dell’isola, quella marinara e quella legata alla terra, con i suoi orti e le sue vigne che si stagliano sui pendii, tra cielo e mare.

Per tornare indietro nel tempo fino alle origini, i luoghi perfetti sono il museo di villa Arbusto, che raccoglie preziosi reperti come la coppa di Nestore, su cui è inciso il più antico frammento di poesia greca e gli scavi di Santa Restituta, che sono testimonianza delle antiche civiltà e delle attività che esse svolgevano sull’isola.

Gli animi romantici si innamoreranno dei giardini di La Mortella dove il tempo sembra essersi fermato a quando Sir William Walton, uno dei più grandi compositori inglesi del XX secolo, vi abitava con la sua adorata moglie Susanna e della Colombaia, dimora storica del grande regista Luchino Visconti, oggi trasformata in un museo a lui dedicato.

Ischia non deluderà neppure chi, come me, ama in particolare le chiese, a cui sono spesso legate celebrazioni e feste che animano l’isola tutto l’anno.

Una delle chiese più belle è quella del Soccorso che, appollaiata su un costone di roccia a picco sul mare, vegliava sui marinai, i quali potevano scorgerla da lontano e sentirsi rassicurati alla sua vista.

La chiesa di Santa Restituta è intitolata alla patrona dell’isola ed ogni anno il 17 maggio, durante i festeggiamenti a lei dedicati, i devoti mettono in scena il suo approdo sulla spiaggia in una barca in fiamme.

Nella chiesa dedicata a San Giovan Giuseppe della Croce, altro patrono di Ischia, invece, si celebra il culto della “Bambinella”, la Madonna bambina, che il 12 settembre viene portata in processione in una culla a forma di barca tra le vie del borgo, in riva al mare, mentre le donne intonano un antico canto in dialetto, che viene tramandato di generazione in generazione.

Il fulcro delle celebrazioni liturgiche è la cattedrale dell’Assunta, a pochi passi dal Castello Aragonese, mentre, ormai sconsacrato, ma molto suggestivo è l’eremo di San Nicola, che si trova sul punto più alto dell’isola, sulla cima del monte Epomeo e rappresenta uno dei più antichi esempi di architettura rupestre.

Un’altra festa molto sentita è quella di Sant’Antonio Abate che si celebra il 17 gennaio. In quella data, nella località Piellero viene appiccato un falò intorno al quale i padroni radunano i loro animali, perché ricevano la benedizione del Santo, dopodiché la festa prosegue con musiche, balli e gustosi panini con salsiccia alla brace.

L’estate ad Ischia inizia con la festa in onore di San Vito, che si celebra a Forio, dal 13 al 17 giugno. Secondo la leggenda, il Santo approdò sull’isola nel XIX, durante un’epidemia che aveva aggredito le viti, con una nave carica di zolfo, grazie al quale riuscì a salvare le preziose coltivazioni.

Ogni anno, il 26 luglio si rinnova la tradizione della festa di Sant’Anna, a cui le partorienti e le donne chiedono il miracolo di avere figli belli e sani. Per questa festa vengono preparati carri allegorici galleggianti che sfilano nella baia di Cartaromana e viene simulato l’incendio del Castello Aragonese, che si conclude con uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio.

 

 

 

 

Uno degli eventi più attesi dell’estate ischitana è la festa di Sant’Alessandro, il 26 agosto, quando più di 200 figuranti, vestiti con preziosi abiti antichi, sfilano tra cavalli e carrozze, interpretando personaggi storici che nei secoli hanno popolato l’isola.

 

 

 

A Sant’Angelo, invece, si trova la Chiesa di San Michele Arcangelo, i cui devoti organizzano una festa in suo onore, il 29 e il 30 settembre, quando il Santo viene posto su un peschereccio e al crepuscolo e tante piccole barche addobbate a festa lo seguono, unite in processione fino alla spiaggia dei Maronti, mentre dalle abitazioni ed attività commerciali site lungo la costa vengono esplose centinaia di fuochi di artificio.

Il girono di Pasqua, a Forio, si celebra una tradizione che risale al 1600: la corsa dell’Angelo. Dopo la messa vengono portate in processione le statue del Cristo risorto, della Madonna, dell’Angelo e di San Giovanni Apostolo. L’Angelo, interamente ricoperto di oro zecchino corre tra le statue, facendo tre inchini prima dinanzi al Cristo risorto, poi dinanzi alla Madonna che si accompagna con San Giovanni. Il momento più toccante è quello dell’incontro tra la Madonna e il Cristo, che proseguono insieme la processione in un tripudio di canti, colori e petali di fiori che le donne gettano dai balconi.

L’actus Tragicus è un dipinto del 1750 di Alfonso Di Spigna, collocato nella Basilica di San Vito a Forio e che ha ispirato l’omonimo evento che, da oltre trent’anni ormai, viene messo in scena con una rappresentazione itinerante ogni venerdì santo. Oltre 150 figuranti rappresentano la passione di Cristo, dall’ultima cena, fino alla deposizione dalla croce tra le braccia di Maria Addolorata, spostandosi in varie stazioni lungo le strade cittadine, tra la suggestione e l’emozione degli astanti.

 

Ischia può rivelarsi una magnifica meta dove trascorrere anche le vacanze di Natale, con il suo bosco incantato, una favola a cielo aperto di luci e suoni, allestito in una delle più antiche pinete dell’sola, con la pista di pattinaggio a pochi passi dal mare, i mercatini nei borghi antichi, gli zampognari ed eventi ricchi di storia e di folklore. In questo periodo dell’anno, l’intero borgo di Campagnano di trasforma in un presepe vivente, in cui lo spettatore diviene parte integrante dello spettacolo, seguendo un percorso tra stradine, profumi, sapori e canti della tradizione ischitana, botteghe in cui può acquistare i prodotti degli artigiani, fino alla grotta in cui viene rappresentata la natività.

All’alba della vigilia di Natale, da tempo immemore, si tiene ” l’Assise ‘pesce “, tradizione che viene tramandata di padre in figlio. Grandi e piccini si riuniscono in piazza San Gaetano a Forio d’Ischia, attorno ad un falò, mentre i pescatori allestiscono i banchi su cui fa bella mostra il pescato del giorno, che sarà protagonista delle tavolate della Vigilia e del giorno di Natale, in attesa della benedizione. Al termine del rito religioso, la festa si conclude mangiando un piatto caldo di pasta e fagioli, in piedi tra amici e parenti, scambiandosi i primi auguri. Le festività natalizie si concludono con l’evento più atteso dai bambini, l’arrivo dei re magi dal mare, che il giorno dell’epifania sbarcano sulla spiaggia della Mandra, con i doni da portare alla capanna di Gesù bambino e tante caramelle da distribuire ai piccoli spettatori, che attendevano il loro arrivo.

Mi sono limitata qui a ricordare brevemente solo le più importanti feste, per lo più religiose e legate alle tradizioni dell’isola, perché si ripetono ogni anno in date fisse, ma gli eventi che vengono organizzati sono innumerevoli e di ogni genere, per incontrare i gusti di tutti i turisti e rendere ancora più piacevole il soggiorno ad Ischia, in ogni stagione.

Non posso concludere senza un breve accenno all’enogastronomia ischitana, che abbonda di piatti tipici e ricchi di gusto. Su di un’isola, i piatti di pesce come la tradizionale zuppa e le alici fritte, sono eccellenti e freschissimi, ma la specialità di Ischia è il coniglio, che non manca mai sulla tavola domenicale e delle feste. La ricetta del coniglio all’ischitana, insaporito con differenti erbe e spezie a seconda del borgo dove viene cucinato, è stata rivisitata da vari chef, ma quello tradizionale può essere assaggiato solo qui, dove i segreti per renderlo speciale vengono tramandati di generazione in generazione. Un’eccellenza di Ischia è il fagiolo zampognaro, prodotto autoctono, che è stato salvato dall’estinzione ed ora è largamente usato anche per preparazioni veramente originali, tra cui il gelato.

Un piatto tipicamente estivo è l’insalata cafona, con patate lesse a tocchetti, pomodori, cipolla fresca, olive e capperi, tutto rigorosamente prodotto negli orti dell’isola a km 0, così come la minestra salvagioia, preparata con un misto di erbe selvatiche e fagioli zampognari, secondo una ricetta antichissima e segreta, custodita da poche persone.

Chi vuole consumare un pasto veloce può ordinare “la zingara”, un panino tipico di Ischia, con prosciutto crudo, insalata, pomodori e un velo di maionese, semplice ma di una bontà eccezionale, il cui segreto sta nel pane, che deve essere freschissimo e cotto nei tipici forni a legna ischitani.

A Ischia, poi, è possibile gustare i piatti tipici della tradizione partenopea, come la parmigiana di melanzane, la minestra maritata, la pizza di scarole, gli struffoli e la pastiera.

Come dimenticare la tradizione vinicola ad Ischia? Secondo alcuni essa va fatta risalire ad un’epoca antecedente alla coppa di Nestore, che già reca traccia nella sua incisione della produzione di vino sull’isola. Si tratta, dunque, di una tradizione millenaria, che si è radicata grazie al clima dell’isola, alle caratteristiche del terreno, alla varietà del paesaggio, che conferiscono ai vini di Ischia sapori e profumi caratteristici e che hanno consentito ai vitigni autoctoni, il Biancolella, il Piedirosso e il Forastera, di potersi fregiare della denominazione di origine controllata.

Le meraviglie dell’isola di Ischia sono tante e tali, che in questo mio breve excursus ho dovuto, mio malgrado, optare per la sintesi. A chi volesse approfondire o maggiori informazioni, suggerisco questi link

http://www.comuneischia.it/comuneischia/index.php

https://it.wikipedia.org/wiki/Ischia_(Italia)

http://www.prontoischia.it

 

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

Torta salata con formaggio di capra e pomodorini

1

Impastate la farina con il burro freddo fino a ottenere dei bricioloni, poi unite 50 g di acqua in cui avrete sciolto un pizzico di sale. Raccogliete la pasta in una ciotola, sigillatela con la pellicola e lasciatela riposare in frigo per 1 ora circa. Ungete di burro uno stampo a cerniera (ø 16 cm, h 4 cm) e foderate il fondo con un disco di carta da forno. Stendete la pasta a 3 mm di spessore e con essa foderate lo stampo, rifilando i bordi.

2

Sbattete 2 tuorli e 1 uovo con 150 g di latte, un pizzico di sale e qualche foglia di menta tritata. Versate il composto all’interno dello stampo e completate con la fetta di tronchetto di capra e i pomodorini, disposti intorno. Infornate a 180 °C per 30-35’. Sfornate, lasciate intiepidire per almeno una decina di minuti, poi sformate la torta e servitela.

  • 150 g Farina
  • 150 g Latte
  • 75 g Burro più un po’
  • 1 pz Fetta di tronchetto di capra
  • 20 pz Pomodorini ciliegia
  • 2 pz Tuorli
  • 1 pz Uovo
  • Menta
  • Sale

Durata: 1 h 
Livello: Medio
Dosi: 4 persone

da lacucinaitaliana.it

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DEL BELLISSIMO SUD…

François Nédel Atèrre

In questo appuntamento incontriamo un poeta amatissimo dal pubblico dei social; uno stile elegante, unico e intenso. 
François Nédel Atèrre è una delle voci più interessanti del Sud Italia.
L’ho voluto intensamente portare in terra danese, per far conoscere agli estimatori della nostra lingua e della poesia le sue composizioni, piccoli gioielli di scrittura che tanto piacciono ai lettori italiani, inglesi e anche danesi.
Fra note biografiche e intervista, alla fine potrete leggere quattro composizioni dello stesso… un regalo ai lettori di questa mia rubrica.
…E per concludere nella sezione “Poesia questa conosciuta” … leggeremo alcuni brani del grande poeta Milo de Angelis.
 
Buona Lettura.

INTERVISTA

1)   Che sensazione fa, essere “chiamato” poeta?
 
Non mi definisco mai “poeta”: non credo spetti a me riconoscere o accreditare
quello che scrivo. Posso dire cosa significhi la poesia per me, ma questa è altra cosa. Mi fa piacere, naturalmente, che i lettori mi seguano con attenzione, in qualche caso con affetto. Che apprezzino le cose che scrivo. Sono loro, in definitiva, a poter dire l’ultima parola.
 
2)   Ti devono per forza di cose chiedere qual è il tuo stile. Come lo definiresti?
 
Sono un autore -e un uomo- dell’Ottocento, credo. Le mie incursioni nella modernità consolidano, invece di smentirla, questa appartenenza. La corrente e il periodo sono ancora i miei, gli edifici, i tavoli dei caffè immersi nel fumo, i passages. Le capitali europee su fiumi o canali, due in particolare, con la veduta del periodo. Sono, credo ancora, un lirico: classico nei fondamenti, famelico del futuro. Torno alla tradizione, rinnovandola, dopo la più accanita sperimentazione.  Alcuni se ne accorgono, talvolta.
 
3)   Quando ti sei sentito poeta per la prima volta?
 
Mi sforzo di non cadere in questo pericoloso tranello: se leggo qualcosa di Rimbaud o di Auden, devo fare uno sforzo grande per continuare a proporre qualcosa di mio. Diciamo che mi faccio perdonare studiando molto, ed esercitando verso me stesso la massima severità possibile.
 
4)   Qual è il peggior nemico della poesia?
 
Il dilettantismo. La colpevole approssimazione. La negazione, per partito preso, della possibilità di farne ancora: l’ultima, credo, è la più pericolosa.
 
5)   Si legge spesso che la poesia “è morta”, che non vende e non la legge quasi nessuno. Vorrei una tua considerazione in merito.
 
Ho sperimentato, in questi anni, l’esatto contrario di questa opinione: di poesia c’è bisogno, eccome. Probabilmente bisognerebbe modificare qualcosa nelle dinamiche della sua fruizione. A chi decreta ogni giorno la morte della poesia, vorrei ricordare che nessuno degli eventi o dei reading ai quali ho preso parte
-come autore o spettatore, negli ultimi cinque anni- ha mai avuto meno di cinquanta spettatori: senza sponsor, senza conoscenze eccellenti, senza aiuti dall’alto.
 
6)   A quale poeta non vorreste mai essere paragonato (dato che purtroppo tutti fanno dei paragoni) e perché?
 
A nessuno, perché non amo i paragoni. Non mi piace l’habitus di procedere per somiglianze o associazioni forzate: ciascun autore è sempre diverso da un altro, anche se proviene da un retroterra comune. Alcuni non ammettono mai la possibile verità dei comprimari, posso comprenderlo: solo un banditore d’asta, diceva Wilde può ammirare imparzialmente e allo stesso modo tutte le scuole d’arte. A me piace, invece, riconoscere la grandezza, quando la trovo, in quelli che incontro. Non aderirvi, nutrirmene: è uno dei piaceri più sottili che conosca.
 
7)   Come si dovrebbe vendere la poesia ai giorni nostri?
 
Con attenzione, questo è sicuro: non è un prodotto come tutti gli altri. Andrebbe privata di quell’inutile alone di sacralità, ampiamente frainteso, che la danneggia irrimediabilmente.
Bisognerebbe trovarle uno spazio nella grande distribuzione, per le strade. Nelle botteghe, nelle fabbriche.
  
8)   Ci sono, solo in Italia, circa quattro milioni di poeti. Vorrei una tua personale considerazione.
 
In Italia ci sono quattro milioni o più di qualsiasi categoria professionale: di allenatori, di tributaristi, di medici; di architetti e arredatori d’interni.
Pochi sono tali per studio o capacità: da noi chiunque crede di poter fare un mestiere che non è il suo, senza possederne titoli e attitudine. È un problema tutto italiano, credo. Va preso con sense of humor, di quello corrosivo, intendo.
Se i quattro milioni di poeti, tornando a noi, cominciassero a farsi qualche domanda, ad esempio chiedersi “che cosa voglio dire?”-“come voglio dirlo?”, credo che il numero si assottiglierebbe. Considerevolmente.
In ogni caso, meglio avere alcuni milioni di poeti -il cui percorso rispetto comunque, anche quando è diverso dal mio- che inquietanti schiere di sedicenti politologi, o economisti della domenica.
 
9)   Quello che ami e vorresti fare tuo della scrittura di un poeta del web che ritieni speciale, che ami leggere, che consiglieresti a chi non lo/la conosce ancora e perché.
 
Mi piace il percorso di Sam Riviere, il suo spogliare il testo poetico di confortanti, riconoscibili topoi: difficile riportare la sua esperienza fuori dell’universo inglese contemporaneo, ma mi piacerebbe avere il suo registro, colloquiale e colto, intuitivo -abbreviazioni tipiche degli sms e delle e-mail- e complesso.
Anche Kathleen Jamie, il suo essere una sola cosa con la Natura che canta, cupa e luminosa a un tempo. Nessuno dei due fa un uso smodato del web, ma li vedo spesso citati dai frequentatori dei social, soprattutto in UK.
In Italia seguo con interesse Gabriele Galloni. E Bruno Di Pietro. E Vanina Zaccaria, e Melania Panico: percorsi differenti per linguaggio e metodo, ma poeti straordinari, tutti. Consiglierei vivamente di leggerli, sì.
  
10 – Hai  la possibilità di far resuscitare e andare a cena (bacchetta magica) con uno dei poeti che ami di più. Chi sarebbe e perché?
 
Dovrebbe essere un convito, più che una cenetta intima! Scherzo, ma neanche troppo: premesso che non avrei bisogno di resuscitarli, perché li considero più vivi di tanti automi che camminano, ci sarebbero: Rimbaud a capotavola, che contende il posto a Keats e a Shelley, Auden, Yeats, Baudelaire: Ungaretti, Saba, Luzi, Gozzano: D’annunzio (quello delle Laudi), Pascoli: la Achmatova, che adoro, Mandel’stam: Milosz e Herbert: Brodskij. Qualcun altro sul pianerottolo, ma con la porta di casa aperta.
Non lascerei nessuno in piedi, aggiungerei sedie e tavolini di fortuna. Li intratterrei tutti, direi loro: “vi ho studiato tanto, amato a lungo: adesso, per favore, ascoltate qualcosa di mio e ditemi cosa ne pensate”.
Ecco, farei così. Per lo champagne, Il Dagonet 1880 -the heavy amber coloured, indeed almost amber-scented champagne-: un doveroso omaggio alla Ballata dal carcere di Reading.
 

François Nédel Atèrre, da Mistica del quotidiano, Terra d’Ulivi Edizioni 2018

Poesie

***
Dritto negli occhi, un lampo, l’altopiano:
stoppie e ginestre tacciono, tra i monti.
Sassi rigati e vento, pioggia nuova,
frutti maturi al grembo, la radura.
 
***
Hai la perfetta geometria di un tempio,
le volte salde, tra i palazzi nuovi.
Le tue colonne bianche, dritte ai fianchi,
hanno respinto i barbari e gli incendi.
Per celle piccole, rivolte a oriente,
proteggi ancora i riccioli e la fronte
di dèi d’avorio calmi e luminosi.
Ero nel tuo recinto, nelle notti
di neve o esposto al caldo soffocante
che tiene a bada sacerdoti e ancelle.
Dei muri e dei dipinti so il colore
e le ragioni. Spesso, alla tua pietra
ho fatto nuove metope, iscrizioni
senza scalpello, con le mani nude.
 

***
Le cose ci dimenticano, è un fatto.
Ci voltano le spalle, se ne vanno.
Povero bene, il nostro tempo è andato
a riposare, come un sole stanco,
sul muschio delle pietre intorno al lago,
alla sua bocca d’acqua, luccicante,
mossa soltanto da un cavallo bianco.
Nemmeno la più piccola memoria
di noi qui avanza, quel che siamo stati
è pula al vento. Anche le insegne nuove
dicono di altri negozi, diversi
dai soliti ritrovi che avevamo
lungo la strada, finito il lavoro.
– Che dirti, se ti vedo? – Che passare
forse è più atroce ancora che finire.
 

Biografia

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terracciano) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967.
È laureato in Economia e Commercio.
La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione.

Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti.
Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.

Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni.

***
Dell’impero ignoriamo il confine,
le guarnigioni fragili, assediate
da barbari cordiali, inclini al bere.
Di decadenza abbiamo le nozioni
esauste, sprofondate nella sabbia
dei naufraghi con l’acqua nei polmoni.
Manchiamo, preoccupati di iscrizioni,
di dare ascolto a scricchiolii del legno,
rimproveri per utilizzi impropri.
Il piombo ci sta avvelenando, è in atto
un ordinato sterminio, festoso
che ignora le stoviglie e i grani ai tubi.
Una codifica nuova ci cambia
ogni mattina il viso, ma restiamo
vecchie monete col bordo rigato,
profili consumati dal passaggio
di mano in mano, e non ci sono acquisti.
 
F.N.A.

POESIA :QUESTA CONOSCIUTA

Oggi vi presento un poeta molto popolare e ancora in vita. Un giocoliere della parola, una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea, vive a Milano; classe  1951.

La poesia di Milo De Angelis è impregnata della sua esperienza di vita; una capacità grandissima di  descrivere il disagio della esistenza, il dolore dell’esserci. Una poesia, che va dritta al cuore e delle cose che ci circondano e del loro mistero esistenziale. Per chi si avvicina a questo poeta, consiglio uno dei suoi capolavori  dal titolo “Tema dell’addio”, un libro che ti rapisce grazie al suo meraviglioso descrivere il ”dolore” derivato dalla perdita di una persona cara… Veramente toccante.

Altre suepubblicazioni : Somiglianze (Guanda, 1976), Millimetri (Einaudi, 1983), Terra del viso(Mondadori, 1985), Distante un padre (Mondadori, 1989), Biografia sommaria(Mondadori, 1999), Tema dell’addio (Mondadori, 2005). Ha scritto una fiaba (La corsa dei mantelli, Guanda, 1979) e un volume di saggi (Poesia e destino, Cappelli, 1982). Ha tradotto dal francese (Baudelaire, Blanchot, Drieu La Rochelle) e dalle lingue classiche (Virgilio, Lucrezio, Antologia Palatina). Nel 2008, presso La Vita Felice, è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Nello stesso anno viene pubblicato un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi (Poesie, Oscar Mondadori). L’ultimo libro di versi è Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010).

Alcune sue poesie:

SOLTANTO
soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.

 

Viene la prima (Somiglianze, 1976)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Semifinale (Biografia sommaria, 1999)

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

 

 

 
I bastoni (Millimetri,1982)

I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.

MILO DE ANGELIS

AvatarDiPinuccia Panzeri

L’ estate del cane bambino, Editore: 66th and 2nd, anno 2014 Mario Pistacchio,Laura Toffanello

Brondolo, alle porte di Venezia, primi anni ’60. Paesino dove ognuno ha un soprannome e qualche volta qualcosa da nascondere. Fossero pure vecchie superstizioni non esattamente scoraggiate dal parroco locale. Vittorio, Ercole, Menego, Michele e Stalino sono ragazzini all’inizio di un’estate lunga e piena di aspettative. Qualche libro da leggere, i genitori da aiutare nei campi, fratellini rompiscatole a cui badare. Ma soprattutto giochi e avventure: epiche partite di calcio riecheggianti le gesta di Sivori e Corso, pesche misteriose, gite segrete di notte e i racconti paurosi di nonno Cestilio. E poi tutto sterza bruscamente. E, dolore su orrore, tutto si disgrega. Il gruppo, la famiglia, la comunità. Molti anni dopo, Vittorio, riceve un vecchio foglio di quaderno e forse una piccola occasione per rimettere a posto, almeno qualcosa.

È un libro bellissimo. È bello per il ritratto perfetto che da’ della vita dei paesi dell’epoca, per le ipocrisie che sottolinea, i silenzi, i pettegolezzi, ma anche di quel forte legame che si crea tra i ragazzini a quell’età, delle piccole e grandi avventure che si condividono. E rimane un libro bello anche quando l’innocenza è definitivamente perduta, quando la cattiveria degli adulti raggiunge il suo culmine e questi ragazzi si ritrovano a combattere contro qualcosa di più grande di loro

AvatarDiLucia Rota

Matera

 

Morten Beiter scrive un articolo su Matera pubblicato da Weekendavisen il 9 maggio scorso.

Si riferisce  alla visita di Luisa Levi  al fratello Carlo condannato al confino ad Aliano (in  provincia di Matera) perché antifascista e al libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” pubblicato da  Einaudi nel 1945.

80 anni dopo  Morten Beiter va a Matera .

Si  ferma a guardare la città dal Sasso Barisano che Luisa Levi  aveva paragonato all’inferno.

Nel 1993 Matera è  riconosciuta patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

10 anni dopo vi viene girato il film “La passione di Cristo “con Mel Gibson.

In passato i politici parlarono di Matera come “vergogna nazionale”. Si corse ai ripari .  

Dalla ”città alta” si cominciò  a scendere nella città vecchia dove oggi   abitano 3000 persone sulle 60000 che abitano a Matera.

Abitare qui  non è come abitare in altre vecchie città italiane note per la loro bellezza.”- dice Raffaele Pentasuglia.  Aveva lasciato la città per Milano dove aveva studiato fisica. Nel 2008 ritorna a Matera. “ Come fisico non ho un futuro.Torno a Matera e mi occupo di ceramica per i turisti” . Un  turista entra nella sua bottega. Desidera  comprare un “monachicchio” figura di creta che rappresenta una specie di nanetto burlone. Tra i  temi prediletti di Pentasuglia c’è il mondo fantastico popolato da gnomi e fattucchiere della tradizione magico- popolare lucana.

In una costruzione in fondo al Sasso Barisano c’è la sede di Fondazione Matera 2019. La direttrice Rossella Tarantino  parla di alcune mostre in programma. Una  si occuperà di turismo con i suoi aspetti positivi e negativi (  vedi Firenze e Venezia , diventate talvolta brutta copia di sè.)

 

A Matera, capitale europea della cultura 2019, ci si aspetta almeno un milione di visitatori.

 

Nella Pinacoteca , nel bel Palazzo Lanfranchi, una volta sede del liceo classico e dove insegnò Pascoli, si possono ammirare quadri di  Carlo Levi. Tra questi, imperdibile, la sua grande tela dedicata alla civiltà contadina lucana che l’artista ebbe modo di conoscere durante i mesi di confino.

 

Morten Beiter parla con la direttrice Marta Ragozzino anche di altro come ad esempio dove  si può cenare. Lei nomina l’Osteria Malatesta a due passi dalla bellissima piazza San Giovanni nel  centro storico di Matera . La cucina è casalinga. Durante le calde serate estive , in piazza San Giovanni, proprio vicino all’ osteria, spesso ci sono concerti . L‘osteria è nata e continua ad evolversi attraverso il contributo di tanti “amici”. I menù li ha realizzati un “amico” che lavora il cuoio.  Le brocche in cui si serve il vino sono dipinte a mano da un’ amica ceramista.

L’osteria è anche un cibo per l’anima.  Scrittori, scultori e fotografi possono esporre sulle pareti dell’osteria le loro opere.  I concerti dell’osteria sono ormai un appuntamento fisso per la musica dal vivo a Matera.

 

Quest’articolo di Morten Beiter é un invito ad andare a Matera per scoprirne la storia e la bellezza.

 

 

AvatarDiPinuccia Panzeri

”Scherzetto” di Domenico Starnone, Casa Editrice Einaudi, 2016

Daniele Mallarico, famoso illustratore che vive ormai da anni a Milano, dove ha una brillante carriera, è chiamato dalla figlia per badare al nipote Mario, che vive a Napoli, per alcuni giorni in cui lei e il marito, entrambi studiosi di matematica, saranno assenti per un convegno. A malincuore così il protagonista di Scherzetto, ormai anziano e abituato a vivere da solo dopo anni di vedovanza, accetta e così lascia le sue faccende quotidiane per andare a badare a questo bambino di quattro anni che per lui è un perfettto sconociuto. Non sarà certo facile il ritorno dopo anni a Napoli sua città natale con tutto ciò che questo comporta a livello emotivo.

Una trama semplice che si sviluppa in un arco di quattro giorni, in cui nonno e nipote imparano a conoscersi e ad amarsi talvolta, ma anche, molto più spesso, a non tollerarsi reciprocamente. Riuscire a far passare i giorni che li separano dal ritorno dei genitori diventa un’ impresa, il bambino desidera giocare, il nonno lavorare, soprattutto per potersi allontanare dal bambino per un pochino e negli intramezzi per meglio sopportarsi usano l’escamotage dello scherzetto tra di loro, anche se spesso il piccolo Mario essendo un bambino piccolo non riesce a capirne il limite e questo comporterà qualche problema. Così tra uno scherzetto e l’altro nonno e nipote cercheranno di riuscire a superare e sopportare qualche giorno in compagnia l’uno dell’altro.

Due maschi si fronteggiano, sangue dello stesso sangue. Tra quattro mura e un balcone si svolge il racconto affilato, perfido e divertente, uno “scherzetto” da camera. E’ il riesame di una esistenza sollecitato da una sorta di competizione con il nipotino saccente. Una guerra feroce tra i due e se stesso, tra il tempo andato e quello attuale, tra la capacità di esprimersi con l’arte e la consapevolezza di non esserne più in grado

 

AvatarDiGiuliana Holm

Benvenuti al sud / Welcome to the South

Tema: Commedia

Regista: Luca Miniero, 2010

Interpreti: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini

 

 

 

 

 

 

Alberto è responsabile delle poste della bassa Brianza e spera in un trasferimento nel centro di Milano. Per non deludere le speranze della moglie e del figlio, decide di spacciarsi per disabile. Sarà scoperto e come punizione, gli sarà imposto un trasferimento in Campania, in un piccolo paese del Cilento. Per un lombardo pieno di preconcetti sul meridione come lui, la prospettiva di vivere almeno due anni in quei luoghi rappresenta un incubo. Munito di giubbotto antiproiettile si avventurerà di malavoglia verso il sud. Il film è un remake della versione francese Bienvenue chez les Ch’tis (2008). Le location del film ci porteranno verso i panorami mozzafiato di Santa Maria di Castellabate.

 

Benvenuti al Sud – Trailer Ufficiale (HD)

AvatarDiGiuliana Holm

Non ci resta che piangere/ Nothing Left to Do But Cry/ 1984

In Italia il “cineturismo” è una forma consolidata del turismo e ci sono molte agenzie turistiche specializzate nell’offerta di visite guidate nei luoghi dove sono state girate scene di film famosi. Molti turisti vengono da tutto il mondo e fanno la fila per visitare e conoscere i famosi set cinematografici, sia dei film di Hollywood, ambientati in Italia, ma anche dei film italiani. La mia attenzione è principalmente sui film italiani girati in Italia.

 

Tema – Commedia

Non ci resta che piangere/ Nothing Left to Do But Cry/ 1984

Registi: Roberto Benigni, Massimo Troisi

Interpreti: Roberto Benigni, Massimo Troisi, Iris Peynado, Amanda Sandrelli

Set cinematografici: Toscana & Lazio

 

 

È il mio film preferito, infatti, nell’estate del 1984 avevo diciotto anni e i due comici Roberto Benigni e Massimo Troisi hanno accompagnato il sorriso nella mia gioventù spensierata. Il film è uscito un anno prima del famoso film americano Ritorno al futuro (1985). Unico film in coppia di due grandi amici e straordinari interpreti, Non ci resta che piangere (1984) è ricco di citazioni storiche ed è rimasto nell’immaginario collettivo per le invenzioni e gli sketch di Troisi e Benigni. Sono le gag dei due talenti a sostenere l’intero film. Beningni e Troisi sono anche i registi e gli sceneggiatori. Il bidello Mario (Troisi) e l’insegnante Saverio (Benigni), trovato chiuso un passaggio a livello, passano la notte in una locanda, ma la mattina scoprono di essersi risvegliati a “Frittole”, nel 1492.

Mario, per stupire la giovane e bella Pia (Sandrelli) si vanta di aver scritto l’inno nazionale di Mameli. Canta per lei anche Yesterday dei Beatles, Volare ecc. Quando incontrano Leonardo da Vinci gli insegnano a giocare a scopa. Il loro obiettivo è di impedire a Cristoforo Colombo di scoprire l’America in modo che la sorella di Saverio non incontri mai il suo fidanzato americano che la farà soffrire e il popolo autoctono eviterà la violenza subita nel corso dei secoli. Sarà un viaggio nel tempo in cui non si può fare a meno di sorridere. Il film è un viaggio nel tempo attraverso gli splendidi paesaggi rinascimentali della Toscana e il Lazio, poco prima che Cristoforo Colombo salpasse da Palos (Spagna) nel 1942.

Il film è stato girato tra Capranica (Viterbo, per la scena iniziale del passaggio a livello), Lago di Bracciano (Roma, per la scenda dei protagonisti che si rifugiano sotto un albero per ripararsi dalla pioggia, quando un fulmine innescherà il processo che li conduce nel 1400 – quasi 1500), al Castello di Rota (Tolfa, Roma, per la famosissima scena della dogana “un fiorino!”), Parco archeologico di Vulci (nella Maremma laziale, in provincia di Viterbo, per la scena di Leonardo da Vinci che effettua gli esperimenti). La scena toscana è girata nella suggestiva spiaggia di Cala di Forno (maremma grossetana, nel comune di Magliano in Toscana, nel cuore del Parco Naturale della Maremma; è qui che viene girata una delle scene finali del film, quando arrivano correndo sulla spiaggia spagnola di Palos per fermare Cristoforo Colombo che però è già partito).

 

Non ci resta che piangere – Lettera a Savonarola

 

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: l’isola di Ischia (parte seconda)

Proseguendo questo brevissimo viaggio immaginario nella splendida isola di Ischia, attraversiamo rapidamente gli altri tre comuni: Forio, Barano e Serrara Fontana.

Il nome del comune di Forio deriva dal greco “phòros” ferace, fertile ed infatti è proprio qui che, grazie alla fertilità del suolo e alla favorevole esposizione a occidente, vengono prodotti grandi quantità dei pregiati vini ischitani. Esso è suddiviso in varie zone: Zaro, Marecoco, Citara, Cuotto, Cignano, San Francesco, Scentone Monterone, Cierco, San Domenico, Casa Pietra Mosca, Santa Maria del Monte, Pietra Martone, Ciglio, Battaglia, Fiorentino e Panza.

La caratteristica principale di questo comune sono le torri, che si stagliano lungo tutto il territorio, costruite a difesa dalle numerose scorrerie barbaresche. La più famosa è il Torrione, che è divenuto il simbolo del paese ed oggi è sede di mostre ed eventi.

 Le spiagge di Forio sono famose, oltre che per la loro bellezza, anche perchè qui si verifica un raro effetto ottico, grazie al quale, con un po’ di fortuna, è possibile assistere ad uno dei tramonti più spettacolari al mondo: mentre il sole scompare nell’acqua all’orizzonte, un raggio di luce verde smeraldo avvolge lo spettatore, una caratteristica questa, che accomuna Ischia a poche altre località, come i Caraibi e il Madagascar.

 

La spiaggia di Citara è la più grande di questo comune. Nota soprattutto perché ospita il parco termale del Poseidon, è facile da raggiungere e offre ai turisti un’ampia scelta tra stabilimenti privati e spiagge libere. Da qui, poi, è possibile ammirare gli scogli degli innamorati, due blocchi di tufo che, modellati da vento e mare, hanno assunto le sembianze dei profili di due amanti che stanno per baciarsi.

Selvaggia e nascosta rispetto al centro cittadino, la spiaggia di Cava dell’isola, quasi tutta libera, è la più amata dai giovani, con i suoi campi di beach volley e musica da ballare in riva mare, che si protrae fino a sera. Per chi ama la tranquillità, invece, le spiagge ideali sono quelle di San Francesco e quella di Chiaia con fondali bassi e sabbiosi e mare cristallino.

Nella frazione di Panza, percorrendo 200 gradini, si raggiunge la baia di Sorgeto, che è unica al mondo per le sue caratteristiche. In riva al mare, infatti, ci sono delle vasche naturali delimitate con dei sassi, alcuni dei quali, se sfregati, formano una sostanza fangosa che ha proprietà rigeneranti e curative per la pelle. Al di sotto delle vasche naturali vi sono delle sorgenti di acqua calda, che possono raggiungere anche temperature piuttosto elevate e si rinfrescano incontrando le onde del mare. Proprio grazie al tepore delle acque, la baia di Sorgeto è frequentata anche di notte e in tutte le stagioni, per godere dei benefici e del relax di quel bagno rigenerante, che solo nelle sue vasche è possibile fare.

A circa 287 metri sul livello del mare c’è il comune di Barano d’Ischia, che si compone delle frazioni di Buonopane, Testaccio, Fiaiano e Piedimonte e di numerose altre località.

La storia del comune di Barano è molto antica: il suo territorio è composto da molti agglomerati di età romana sviluppatisi nel Medioevo e divenuti più ampi tra ‘700 e ‘800.L’etimologia del nome traduce Barano in “luogo delizioso”, per il potere medicamentoso delle acque di Olmitello e di Nitrodi.

Comune ricco di storia e di tradizioni, ha sempre avuto una vocazione prevalentemente contadina e viticola e custodisce il patrimonio di antiche tradizioni, come ad esempio la “ ‘Ndrezzata” un ballo che ricorda la pace tra le fazioni dei Moropanesi e dei Baranesi raggiunta nel lontano ‘600. L’unica spiaggia del comune di Barano è quella dei Maronti, che si raggiunge dalle pendici del Monte Epomeo percorrendo una strada fatta di tornanti ed è tra le spiagge più frequentate, soprattutto dai giovani, per il suo carattere a tratti selvaggio e perché offre una serie di attività, come il beach volley e il Sup , che rendono l’ambiente piuttosto movimentato.

Alle pendici del Monte Epomeo sorge il comune di Serrara Fontana, in cui sono ben radicate le antiche caratteristiche contadine e montanare, folklore e tradizione. Ancora oggi, esso è costituito da varie località, ciascuna dotata di una sua storia: Noja, Calimera, Pantano, Ciglio, Succhivo e Sant’Angelo.

Il toponimo di Serrara deriva da “Serrano” che significa “chiuso tra i monti”, mentre la frazione più antica è quella di Fontana il cui toponimo deriva da “Funtane” – “Fundus” cioè il fondo di Sant’Andrea, una sorgente scoperta nel secolo scorso in seguito a una frana.  I due paesi, quello di Serrara e quello di Fontana, erano in antichità villaggi di pastori e contadini divenuti un comune unico nel 1806.

Fontana è il comune più in alto dell’isola e conserva ancora le caratteristiche case di pietra e nella piana della Falanga, le tipiche “fosse della neve” in cui, secondo alcune usanze, veniva conservata la neve o la grandine durante l’inverno per assicurarsi un minimo di rifresco durante la calura estiva.

 

La piazza principale di Serrara si affaccia sulla costa della frazione di Sant’Angelo, chiamata la “piccola Capri”, che comprende un piccolo borgo marinaro, molto caratteristico e suggestivo con i suoi vicoletti e le case, addossate le una alle altre e da quattro splendide spiagge, dove il mare cambia colore assumendo sfumature verde smeraldo.

La vita del piccolo borgo è organizzata intorno alla piazzetta dove si svolge la vita mondana, tra importanti bar e ristoranti che richiamano il turismo d’élite. La piazzetta si affaccia sull’istmo che lega alla terra ferma lo scoglio di Sant’Angelo, una roccia trachitica di forma conica che si eleva a 104 m dal mare sulla cui sommità è possibile scorgere una piccola torre diroccata, raggiungibile attraverso un sentiero abbandonato.  A pochi passi dalla piazzetta c’è la spiaggia di Sant’Angelo, con stabilimenti balneari privati lussuosi ed eleganti; nascosta all’interno di una piccola insenatura tra i costoni c’è la spiaggia di Cava Ruffano; tanti piccoli scalini in pietra, poi, conducono alla spiaggia di Cava Grado, un angolo di paradiso dove potersi godere sole e mare in assoluto relax, prediletta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, quando trascorre le vacanze ad Ischia. Qui a Sant’Angelo, infine, si trova una piccola spiaggia dove l’attività vulcanica dell’isola è forte ed evidente con le Fumarole. In quest’area il sottosuolo emana una grande energia termica, che produce nuvole di vapore nell’arie e bolle di gas nell’acqua del mare. Sin dall’antichità, l’aria calda emanata dal sottosuolo è stata usata per curare il corpo, con le sabbiature, traendo tutti i benefici possibili da questo fenomeno naturale.

Le Fumarole, secondo un’antichissima usanza, ancora oggi, soprattutto durante le sere d’estate, vengono utilizzate anche a scopo culinarie per cucinare al cartoccio. Le pietanze vengono avvolte nella carta stagnola, insabbiate e cucinate da questo vapore che conferisce ad esse un gusto unico al mondo. In una delle cave presenti lungo la baia vi è poi Cava Scura, un’antica ma potente sorgente di acqua termale, che sgorga tra il tufo verde, dove è possibile adagiarsi e rilassarsi, come già facevano gli antichi greci e romani che scoprirono le virtù di queste acque terapeutiche e furono i primi a beneficiarne. Da quest’antica sorgente termale attingono tre dei più importanti parchi termali del comune di Serrara Fontana: Aphrodite, Apollon e Tropical .

 

Continua…….

 

Marie

 

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: l’isola di Ischia (parte prima)

Con vero piacere, vi racconterò un po’ dell’isola di Ischia, che per anni è stata meta delle vacanze dei miei genitori e di cui serbo alcuni ricordi dei più teneri ricordi della mia infanzia.

Ischia è la più grande dell’arcipelago delle isole Flegree e si trova nel mar Tirreno, all’estremità settentrionale del golfo di Napoli, a poca distanza da Procida e Vivara.

Nota fin dall’antichità con il nome di Pithecusa, le sue origini vulcaniche le conferiscono delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: antichissime sorgenti termali sgorgano direttamente sulla spiaggia, formando vasche naturali in cui le acque del mare si mescolano a quelle terapeutiche, famose in tutta Italia già nel Cinquecento, per le loro proprietà rigeneranti; sulle sue montagne, getti di vapore sulfureo la rendono un grande aerosol naturale, con grandi benefici per le vie respiratorie.

L’isola di Ischia, dunque, è un vero paradiso non solo per i paesaggi mozzafiato, per il connubio tra il suo bellissimo mare e il monte Epomeo, ma, soprattutto, per la salubrità dell’aria e le sue acque “miracolose”, a cui si aggiungono l’arte e la storia dei luoghi, il folklore e l’enogastronomia partenopea, che rendono ogni soggiorno, in qualunque stagione dell’anno, indimenticabile.

Amministrativamente, l’isola è divisa in sei comuni: Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Barano d’Ischia e Serrara Fontana

Il comune di Ischia è il più popolato dell’isola e abbraccia l’intera area a nord-est. Si divide in due frazioni, poco distanti tra loro, Ischia Porto e Ischia Ponte. È qui che si snoda la strada principale dell’isola, via Roma, luogo privilegiato dello shopping, tra negozi tipici e chiese, come quella di Portosalvo, quella di San Pietro e la cattedrale di Santa Maria dell’Assunta. Costeggiando le spiagge, passando dinanzi al museo diocesano, attraverso il borgo di Celsa, si giunge al piazzale delle Alghe, alle pendici del magnifico Castello Aragonese.

Questo comune offre ai visitatori bellissime spiagge, adatte a tutte le esigenze.

La spiaggia del lido abbraccia buona parte di Ischia Porto. È una delle spiagge più frequentate, perché è vicina al porto e a pochi passi da via Roma. Agli stabilimenti privati si alternano grandi aree di spiaggia libera ed è particolarmente adatta alle famiglie con i bambini, grazie ai suoi fondali bassi e alla sabbia fine; è comoda anche per i diversamente abili, poiché molti stabilimenti balneari offrono la passerella fin su la riva e servizi utili ai portatori di handicap.

A ridosso di Ischia Porto, vi è la spiaggia dei Pescatori, famosa perché lo scrittore Erri De Luca vi ha ambientato uno dei suoi romanzi più belli, “Tu, Mio”. È una pittoresca e tranquilla spiaggia di sabbia dorata con un paesaggio molto suggestivo, tra il Castello Aragonese, le casette colorate del borgo della Mandra e le isole di Procida e Vivara ben visibili al largo. I fondali degradanti e sabbiosi sono molto confortevoli per fare il bagno e, anche qui, gli stabilimenti privati si alternano a tratti di spiaggia libera.

L’incantevole spiaggia di Cartaromana è situata nell’omonima baia che ospita nei suoi fondali un vero e proprio tesoro faunistico e archeologico, la città sommersa di Arenaria. È poco frequentata, perché può essere raggiunta solo percorrendo un sentiero di gradini di pietra lavica o prendendo un taxi boat ad Ischia Ponte, ma una volta raggiunta ci si ritrova in un piccolo angolo di paradiso, con sabbia fine e mare cristallino, tra il Castello Aragonese, la Torre di Michelangelo e gli scogli di Sant’Anna. Qui è possibile fare l’esperienza del bagno caldo, grazie all’effetto di una fumarola termale sottomarina.

Percorrendo un piccolo sentiero immerso nei colori e nei profumi di glicini e buganville, si raggiunge la spiaggia degli inglesi, che, probabilmente, deve il suo nome al fatto che furono proprio questi i primi turisti a frequentare quest’oasi di pace, raggiungibile anche via mare. La spiaggia degli inglesi presenta piccole insenature e grotte da esplorare con maschera e boccaglio e offre agli amanti dello snorkeling un vero spettacolo sommerso.

Una delle storiche spiagge libere del comune d’Ischia è quella del muro rotto, sul cui arenile ha sede il servizio di taxi boat, che consente di raggiungere altre mete di mare situate nei dintorni, come gli scogli di Ischia Ponte o la baia di Cartaromana.

Famoso soprattutto per le sue acque terapeutiche, il comune di Casamicciola Terme è sede del più antico e importante nucleo termale, la sorgente del Gurgitello di Piazza Bagni, nonché dei giardini termali del Castiglione, uno dei  più importanti dell’isola.

Tra le spiagge di questo comune, la più indicata per le famiglie, con la sua sabbia fine e l’acqua cristallina, è quella della Marina, situata sul lungomare che da Casamicciola conduce al comune di Lacco Ameno.

Lontana dal traffico del centro cittadino, vi è una piccola spiaggia, i sassi del Bagnetiello, dove si trova un rinomato centro balneare e termale, ma con un tratto dove le sorgenti naturali di acqua, particolarmente ricca di principi attivi, sgorgano sulla riva e sono accessibili a tutti.

Situata a cinquanta gradini dalla strada principale e a pochi passi dal convento dei Padri Passionisti, infine, c’è la spiaggia del Convento.  La sabbia fine e i fondali bassi la rendono adatta alle famiglie con bambini, che possono nuotare liberamente, poiché la posizione della scogliera antistante crea una piccola baia dove si tocca per diversi metri.

Il comune di Lacco Ameno è il più piccolo dell’isola. Il suo nome deriva dal greco “Lapis”, pietra, per la presenza sul territorio di massi di tufo bianco. Solo nel 1863 si aggiunse “ameno”, per l’amenità, appunto, del luogo. Qui si trova l’antico sito di Pithecusae, dove si stanziarono i Greci Eubei che, approdati sull’isola, diedero vita alla prima colonia della Magna Grecia in Occidente. I reperti più significativi, venuti alla luce durante gli scavi di Pithecusae e di Arenaria, tra cui la coppa di Nestore, sono conservati, oggi, nel museo che ha sede a Villa Arbusto, costruita nel seicento.

Nella piazza di Lacco Ameno c’è un altro museo, quello archeologico di Santa Restituta, situato sotto al santuario dell’omonima chiesa, dove si trova un’area di circa 1550 mq su due piani, con antichi reperti storici risalenti al VII secolo. Qui si trovano anche le rinomate terme Regina Isabella.

Caratteristica principale del comune di Lacco Ameno è il Fungo, un masso di tufo verde alto 10 metri probabilmente precipitato dall’Epomeo, che sorge dal mare ed ha, appunto, le sembianze di un fungo. Esso dà il nome ad una piccola spiaggia, che si trova proprio alle spalle del porto turistico, vicino alla fermata degli autobus e ai parcheggi e offre la possibilità sia di fittare lettini e ombrellone, sia di fermarsi nel piccolo tratto di spiaggia libera.

Una delle spiagge più belle di Lacco Ameno, è la baia di San Montano, una mezzaluna di sabbia dorata che fa da cornice al parco idrotermale del Negombo, dove il Duca Lugi Silvestro Camerini introdusse le prime cicas e palme dell’isola, andando a creare un’oasi di relax immersa nel verde con caratteristiche più esotiche che mediterranee. La leggenda vuole che proprio su questa spiaggia il corpo di Santa Restituta, una dei Santi patroni dell’isola, sia giunto completamente intatto dall’Africa e che, nel momento in cui la barca ha toccato terra, essa si sia ricoperta di gigli bianchi.

Una delle baie raggiungibili solo via mare è la spiaggia delle monache o Varulo, un’insenatura poco frequentata dove è possibile rilassarsi a contatto con la natura. Essa prende il nome dalle aplysie, molluschi che sui fondali di quest’angolo di mare hanno trovato il loro habitat ideale, chiamati anche monache di mare, perché ricordano, nella forma e nel colore, il velo indossato dalle suore.

Nelle vicinanze dell’eliporto, sul lungomare che conduce verso il comune di Lacco Ameno, è situata, infine, la spiaggia della Fundera, che è piccina ma è un gioiello dal mare cristallino e dal basso fondale.

Continua…….

 

Marie

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

I maccheroni alla chitarra

I maccheroni alla chitarra sono il piatto tipico abruzzese per eccellenza. La “chitarra” è il nome del telaio in legno sul quale vengono tirati dei sottili fili di acciaio, utilizzato per modellare i maccheroni.

Ingredienti
•400 gr. di farina di grano duro•
•4 uova intere•
•200 gr. di polpa di maiale macinata•
•500 gr. di pomodori pelati•
•1 carota•
•1 gambo di sedano•
•1 cipolla•
•Pecorino abruzzese q.b.•
•Olio extravergine d’oliva q.b.•
•Sale q.b.•
•Pepe q.b.

Preparazione
Preparate il ragù di maiale. Mondate, lavate e tritate sedano, carota e cipolla e fateli imbiondire in una casseruola con due cucchiai di olio extravergine di oliva.
Aggiungete la polpa di maiale macinata, rosolate bene la carne e aggiungete i pelati. Regolate di sale e pepe e lasciate cuocere il ragù per almeno 30 minuti.

Nel frattempo setacciate la farina sulla spianatoia, formate la fontana, aggiungete le uova, una presa di sale e impastate energicamente finché l’impasto non avrà una superficie lucida e liscia.
Tirate una sfoglia non troppo sottile con il mattarello, trasferite la sfoglia sulla chitarra e premete facendo scorrere il mattarello in modo da formare i maccheroni, che si presenteranno come lunghi “spaghetti” a sezione quadrata.

Lessate in maccheroni in abbondante acqua salata e scolateli al dente.
Condite i maccheroni alla chitarra con il ragù di maiale e serviteli con un’abbondante spolverata di pecorino abruzzese.

Accorgimenti
Questa ricetta prevede un uovo a porzione per l’impasto. Verificate il grado di cottura dei maccheroni dopo un paio di minuti che sono in pentola.
Idee e varianti
Alcune ricette non prevedono l’aggiunta di uova all’impasto, ma solo farina, acqua e sale.
I maccheroni alla chitarra vengono solitamente conditi con un ricco ragù preparato con carne di maiale o di agnello.

AvatarDiLucia Rota

Ravenna

Il 7 maggio Jeanette Varberg scrive su Kristeligt Dagblad un articolo dal titolo: ”Un eretico venuto dal nord porta la corona di imperatore romano”

Tratta di Teodorico a Ravenna.

Il 5 marzo del 493 Teodorico, re dei Goti, conquista Ravenna.
Assume il governo d’Italia con il titolo di Dominus stabilendo Ravenna come capitale.
Nel 520 fa costruire il Battistero Ariano. 4 giorni dopo la sua costruzione Teodorico muore, forse avvelenato e viene sepolto nel mausoleo. Il suo corpo sparisce.
I cattolici raccontano che il diavolo, sotto forma di cavallo nero , lo ha rapito portandolo da Vulcano il dio del fuoco, cioè all’inferno. I suoi goti dicono che Teodorico non è morto. Lo hanno visto sulla schiena nera del cavallo del dio Odino che andava verso il Valhalla dove avrebbe passato la vita eterna tra i guerrieri morti.
Oggi il Battistero Ariano si presenta come un piccolo edificio realizzato in mattoni a pianta ottogonale. La cupola è rivestita di mosaici . Il disco centrale presenta il battesimo di Cristo con Giovanni Battista, la personificazione del fiume Giordano e la colomba dello Spirito Santo.
Nella larga fascia concentrica gli apostoli con Pietro e Paolo.
(Dal 1996 il Battistero è inserito nella lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità dall’Unesco)

AvatarDiDante Racconta

14 maggio – 27 maggio 2018

Vi avevamo promesso di tenervi aggiornati, e lo faremmo volentieri, se ci fosse qualcosa da dire. Invece, niente: la situazione politica, in Italia, da due mesi a questa parte non cambia. Ci sono state consultazioni, tentativi di alleanze e prese di distanza, ma la soluzione sembra davvero lontana. Ora pare che si vada verso un governo tecnico, e questo significa una cosa sola: l’Italia ha bisogno di riforme e cambiamenti, e questi cambiamenti saranno impopolari. Nessun partito vuole legare il proprio nome ad una serie di azioni che porteranno la gente a odiare chi le farà, quindi è necessario trovare un “capro espiatorio”, qualcuno che non si preoccupi di bruciarsi ogni possibilità di rielezione. Allo stesso tempo, la scelta di questo nome non è facile, perchè ogni gruppo vuole dimostrare di essere il più forte, il più influente, e tante, troppe persone vogliono avere “voce in capitolo”, per prenotare un posto al prossimo tavolo delle trattative. Per gli elettori, che ora stanno a guardare, non resta che ridere con le “foto parlanti” di un gruppo facebook. Abbiamo scelto una delle più divertenti, che ricorda quando, a scuola, c’era il “tema di italiano”, e mancava sempre il tempo per copiare “in bella” – cioè nella versione senza cancellature e ripensamenti.

La redazione

 

Leggete qui il nostro ultimo numero.

Se volete leggere i nostri numeri arretrati potete scaricare il pdf nel nostro archivio online.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

SCRIVENDO E LEGGENDO POESIA.

Cari amici questo mese vi proporrò la prima  delle tantissime interviste che hanno a che fare con il tema a noi caro; la poesia.

Intervisterò quei poeti che sono ancora sconosciuti al grande pubblico, ma che hanno già chi li segue da tempo e che sono molto apprezzati nei social, con la speranza possano in qualche maniera lasciare una loro ”bellissima” traccia nel mondo poetico attuale scarso di belle penne e ricco di amatori, talvolta anche presuntuosi che sono la vera passione di chi non capisce fino in fondo questa arte. In ogni caso auguro anche a loro tanto successo…E noi, alla nostra maniera andiamo avanti. La poesia è un terreno non proprio popolare e proprio perché difficile , noi cerchiamo di rendelo meno tale, studiandola, leggendola e proponendola ai nostri giorni.

Dopo l’intervista, alcuni brani poetici di poeti già affermati. Buona lettura.

INTERVISTA CON CARLA PAOLINI:

Carla Paolini è una poetessa raffinata, vive e lavora a Cremona. Ha pubblicato diversi libri di poesia,collaborato a progetti per varie manifestazioni culturali, ha scritto narrativa e gestisce anche un blog : specchio. Ilcannocchiale.it.

Poetessa raffinatissima e d’elité, adorata da un ristretto circolo culturale e non solo, ma anche capace di prendersi in giro e ironizzare con i suoi versi.

Adorata anche dallo scrittore Aldo Busi che ha elogiato la sua poetica.

Ma lasciamo la parola alla stessa artista.

 

NEL MAGICO MONDO CI CARLA:

 1 – Chi è Carla Paolini?

Premetto di non amare le definizioni e ancor  meno le autodefinizioni, penso che siano degli steccati che ci costruiamo intorno  e nei quali ci rifugiamo nel tentativo di non disperderci nel nulla che ci circonda. Per quanto mi riguarda sono convinta che solo nella mia scrittura, inevitabilmente, si manifesti il mio modo di essere ed è lì che si può conoscermi.

2 – Quali sono le caratteristiche per fare poesia; chi può essere definito un poeta?

Potrei fare un lungo elenco di qualità intellettuali o etiche, ma non con queste avrei identificato un poeta, mancherebbe quel quid  misterioso che spesso  nemmeno chi scrive conosce o sa di avere.

Ogni tanto  succede e allora… ecco la poesia!

3 – Quali sono state le tue influenze poetiche e perché?

Sono rimasta contaminata da tutto ciò che ho letto.

Ma ho amato, fra gli altri Federico García Lorca: per la potenza immaginifica dei suoi versi; Giuseppe Ungaretti: per l’energia  della parola scagliata “come pietra”  e la scelta   sintetica; più tardi Sylvia Plat: per la forza dirompente della sua disperazione.

4- Cosa pensi del pensiero che la poesia non è “una cosa” moderna?

La poesia non c’entra niente con la modernità, anzi meno è moderna, nel senso di legata alle mode, tanto più è duratura. Come ogni altra fatica letteraria, per essere considerata tale dovrebbe avere la capacità di sprigionare una intensità germinativa  che le permetta di prolungare nel tempo l’essenza dei suoi contenuti.

5 – Quali testi poetici di un grande autore presente o passato avresti voluto scrivere tu?

Io non so scrivere versi d’amore e invidio  la straordinaria efficacia  di quelli di Pablo Neruda.

6 – Ci parli un po’ del tuo Blog? É ancora moderno averne uno, e a cosa serve secondo il tuo punto di vista?

Il mio blog era essenzialmente impostato a veicolare i miei interessi: letteratura,  cinema e musica. Ho cercato, almeno nei primi tempi, di essere sempre presente con post, spero, di buona qualità. Ultimamente dopo l’iscrizione a FB ho un po’ rallentato…Credo che  sia ancora uno strumento valido perché permette di postare contenuti  più meditati  e completi rispetto ad altri social.

7 –  Che consigli daresti a un aspirante poeta?

3 consigli: leggere, leggere di tutto, rileggere quello che ti ha stregato.

8 –  Purtroppo ti obbligano a buttare giù dalla torre due libri che non ti sono per niente piaciuti. Quali sono e perché?

Mi rifiutereii libri sono preziosi. Dai libri si impara sempre. Se sono buoni impari a scrivere bene se sono cattivi impari come non si deve scrivere.

9 –  Ci parli dei tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a una raccolta di monologhi.

10 – Con la bacchetta magica, hai la possibilità di far ritornare in vita anche chi non c’è più. Un invito a cena: quale poeta sceglieresti e perché?

Sceglierei Guido Gozzano. Per la disincantata consapevolezza dell’effimero… e  l’attrazione  per la bellezza fuggitiva della farfalla.

Carla Paolini 

Laureata in lettere con una tesi sulla retorica  per immagini nella pubblicità.

Si è dedicata per qualche anno allo studio di  tecniche per  modellare la creta, sotto la guida del maestro Carlo Fayer.

Partecipa, in collaborazione con altri artisti a progetti per varie manifestazioni culturali e a reading di poesia.

E’ stata finalista (con la silloge MODULATI modulati) e più volte segnalata al premio Lorenzo Montano – Edizioni Anterem, Verona – per la ricerca letteraria.


Ha pubblicato racconti, poesie, favole, su antologie e riviste:

le sillogi poetiche    

Impronte digitali (1993);  Diverso inverso (1995); 

UNAxUNA (1998);  Ai cancelli del flusso (2001); 

Amori diVERSI (2002);

MODULATImodulati (2004); Installazioni (2015).

 e  le raccolte di brevi prose  poetiche:   

 Prosemi (2009);  Internectasie (2011);

Translalie 2014). 


Il volume di  favole “Gli oggetti da favola

1^ edizione (2017)-2^edizione (2018)

Ha tradotto dall’inglese il Book IV- cap. I , del

Finnegans Wake “  di   James Joyce –

mai tradotto in italiano    


 e-mail :  carla.paolini@tin.it

website:  www.carlapaolini.com

La poesia di Carla Paolini sulla Rete. Biografia, opere, inediti, critica

blog:  specchio.ilcannocchiale.it

book trailer: youtube.com /INTERNECTASIE 


MONOLOGO — LA PAUSA

Dico a te
avvicinati
ho un disegno per attrarti

c’è pronta una cuccia d’erbe fiorite
ci accartocceremo
disattivati da ciò che sembrava destinato

ti aiuterò a fermare tutto
a travestirti
perché non ti riconoscano
a mutare i sensi in plasticità

galleggeremo
sulle ultime scremature di perfezione
al riparo da intenti di squilibrio

discorreremo solo
delle cose che non esistono più
nutriti
dal midollo tenero dell’assenza                              

 

                                                            

MONOLOGUE – PAUSE

Come closer
a pattern is framed
just for you

a grassy bed in bloom will shelter us
so crouched down
as to be detached
from what was meant

I’ll give you help to stop everything
to disguise yourself
beyond recognition
all senses changed into plasticity

floating
over the last skims of perfection
protected
from unbalanced issues

giving voice
to things forevermore silent
nurtured
by the tender core of the absence

CINQUANTAQUATTRO

Per dare corpo al mio pensiero
scelgo un corpo di ballo
potrò farlo danzare
inventargli acrobazie
guardarlo volteggiare sull’aria
costruirgli attrezzi che lo aiutino
a potenziare le sue intuizioni

un corpo atletico con increspature poetiche
che facciano capolino nello spettacolo
dilatandosi in bolle di trasparenza
verso il tumulto trasfigurato degli spettatori

quale coreografo è capace di tanto?

 

FIFTYFOUR

To give my thought a body
I choose a corps de ballet
I’d have it dance
excogitate acrobatic tricks
see it dancing about on the air
I’d create suitable tools to enable it
strengthen its intuitions

an athletic corps endowed with poetic ripples
hither and thither peepin’n the show
enormously increasin’n bubbles of transparency
to reach the transfigured tumult of the audience

which choreographer has this very power?

L’ opera senza nome

Inizia come un caotico sciame di scotomi scintillanti che perforano il buio.

Se cerchi di seguire la loro direzione ti disperdi, è importante che sia uno solo a darti il via. Il luminoso microfolletto guida che stuzzica e chiede sostanza.

Ora tocca te. È il gioco del fruga fruga, del dare corpo… e vai avanti all’incerta, cercando un midollo forte che tenga, rivoltando l’interno delle tasche, scucendo orli, stracciando vecchi pastrani, perquisendo,scandagliando, perché fra polvere e pieghe a volte trovi una parola solitaria che aspetta.

È sempre la prima a mancarti, quella seria, importante, che ha un grande potere. L’assoluto potere di attrarre le altre, di convogliarle verso il luogo della aggregazione dove si annusano guardinghe per sapere se possono affidarsi scambievolmente o prendere le distanze e comporsi in antagonismi che si scontrano, distribuendosi in labirinti e biforcazioni…

È indispensabile creare un favoreggiamento, una connivenza fra te e le rotte, senza perdere d’occhio l’intuizione, fare in modo che non ti sfuggano i movimenti oscillatori della reminescenza, masticare bene i reperti e le tracce, digerirli per poterli risostanziare. In fondo è tutto qui: sostanziare. Anche quando le parole non hanno voglia di stare nella tua recinzione… si agitano, mettono le ali e tentano di sfuggirti alzandosi o si interrano disperate perché non sono più di moda. Quello che vale è solo la tua capacità di tenerle in riga.

Ma attenzione, non le soffocare, non stritolarle nelle spire della razionalità, del voler far bene o del voler far bello, un po’ di conteggio è concesso, un po’ di ragioneria non guasta purché lasci una percentuale di spaccature, crepe, sbocchi in cui siano libere di infilarsi e dove solo tu hai il diritto di andare a stanarle.

Scaturirà una frenesia di raschiature, il rimescolarsi complice in cerca di un concetto chiave che non ha voglia di farsi conoscere, un’astuzia di compromissioni senza pudore, tentativi squilibrati e improvvidi fra esigenze alterne di contenersi o rivelarsi…

All’ultimo poi, che importa! Un groviglio di parole si rende conto di essere spaventosamente legato, più di tutto, a ciò da cui vorrebbe sentirsi libero. Fatica a decidere quello che gli serve e infine si chiede cosa fare di sé pretende solo un nome per esistere. È questo che tu puoi dargli: un’identità fresca che lo metta in circolazione nel mondo…

VICTORINE SI VENDICA

Dal 1863, quando il suo ritratto fu esposto al Salon  des  Refusès, Victorine* soffriva… Il freddo così nuda in quel bosco umido, i crampi che la tormentavano per essere costretta all’immobilità in una posa assurda, la fame nonostante il cibo per la colazione fosse a portata di mano.

Ma quello che più la scocciava era l’espressione invitante e soddisfatta che era costretta a sciorinare. Che noia, dover apparire orgogliosa di esporsi nuda davanti a incompetenti voyeur che col pretesto dell’arte la sbirciavano per soddisfare pulsioni inconfessabili.

Edouard l’aveva creata così. E lei aveva incominciato ad odiarlo da subito: il suo desiderio più ardente  era di trovare qualcuno che la guardasse con occhi diversi al quale poter chiedere aiuto per uscire da quella situazione incresciosa, ma i decenni passavano e quello sguardo non l’aveva ancora incontrato.

Da ragazza sana e fiorente qual era Victorine aspettava con ottimistica pazienza.
Pazie
nza, costanza,  perseveranza, persistenza… queste cosucce in nza danno buoni frutti.

Così infine, dopo tanta attesa Lui arrivò: l’avvolse nel suo sguardo giovane, pieno di ardimenti e di generosità, e capì senza bisogno di parole l’aspirazione della bella digiunatrice. Nottetempo fu ancora da lei, le diede la mano perché uscisse dal quadro senza farsi male, la sfiorò appena, abbracciandola col suo mantello e la lasciò libera di riscoprire la vita.

La stampa si occupò a lungo di questo strano evento: la misteriosa comparsa di una deturpante macchia gessosa su uno dei più ammirati capolavori della scuola impressionista francese. La vendetta di Victorine si era attuata: il quadro senza più alcun valore venne relegato nei sotterranei del Musée d’Orsey.

POESIA QUESTA CONOSCIUTA :

 Per concludere vi propongo :

 Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)  è considerato uno dei poeti più importanti del Novecento.

 Ecco alcune sue bellissime liriche.


Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

**

E poi son solo. Resta
la dolce compagnia
di luminose ingenue bugie.

**

Nel chiuso lago, solo, senza vento
La mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
La mia tristezza accendersi ancora.

**

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

**

Amico, sei lontano. E la tua vita
ha intorno a sé colori ch’io non vedo.
Ha la mia vita intorno a sé colori
che io non vedo.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
Fra gli altri animali, unica terra
La tua forma casuale quanto amai.

**

Nel sonno incerto dormo ancora un poco.
È forse giorno. Dalla strada il fischio
di un pescatore e la sua voce calda.
A lui risponde una voce assonnata.


Un caro saluto e al prossimo appuntamento.

Pablo Paolo Peretti.

Marie MorelDiMarie Morel

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che, durante l’ormai prossima estate, inizieranno le riprese per la trasposizione televisiva dei quattro romanzi di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta “e “Storia della bambina perduta”.

La scrittrice, che da sempre usa uno pseudonimo per proteggere la propria identità, in un’intervista al New York Times, ha espresso la speranza che la serie tv, diretta da Saverio Costanzo, riesca a trasmettere emozioni autentiche e sentimenti complessi e contraddittori; perché è proprio questo che Elena Ferrante fa nei suoi libri: racconta di emozioni e sentimenti con grande autenticità.

La storia è ambientata, per lo più, in una Napoli che conosco bene, in un rione vicino al quale sono cresciuta e ho lavorato per vari anni. Leggerli è stato per me come fare un viaggio nel tempo, in quei luoghi a me così familiari, mentre ai personaggi del libro si mescolavano voci e volti di persone reali che hanno popolato la mia infanzia. Attraverso la penna della scrittrice, conosciamo le due protagoniste Elena Greco, detta Lenù, e Raffaella Cerullo, detta Lila, prima bambine e adolescenti, mentre cercano di trovare la strada per affrancarsi dall’esistenza toccata in sorte alle loro madri; poi donne, ciascuna con le proprie difficoltà, con i propri errori e drammi, ma sempre unite, anche quando la vita le separerà e le porterà lontano, a vivere due esistenze molto diverse fra loro.

Sullo sfondo, Elena Ferrante dipinge un affresco, che parte dal microcosmo del rione e si allarga alla città di Napoli e all’Italia intera, in un arco di tempo lungo cinquant’anni, con frammenti di storia che si mescolano alle esistenze delle protagoniste, dei loro vicini di casa, amici, nemici; ci racconta i cambiamenti politici, sociali e culturali di 5 decenni, dalle lotte femministe a quelle sindacali, visti sia attraverso la prospettiva dei salotti intellettuali e altolocati, che si troverà a frequentare Lenù  e sia attraverso quella del degrado della strada, vissuto da Lila.

In primo piano, invece, colloca l’amicizia tra Lenu’ e Lila, la descrizione dei loro mondi interiori, così diversi eppure così uguali. Un’amicizia, quella tra le due protagoniste, che è un intreccio di sentimenti ed emozioni: affetto, invidia, amore, rancore, perché Lenù e Lila sono così umane da non risparmiarsi nulla, neppure i tradimenti. Non c’è spazio per il buonismo, in questi libri di Elena Ferrante, tutte le debolezze, fragilità, miserie dei personaggi vengono messe a nudo, non c’è catarsi, consolazione, una chiusura definitiva, ma solo un realismo puro e tormentato, che tratteggia l’intera narrazione.

Lenù e Lila si perderanno e si ritroveranno più e più volte, nel corso degli anni, perché alla fine l’unica certezza è che nulla di definitivo vi sia nella vita e che, per quanto si possa andare lontano, dalle proprie origini non si può mai fuggire del tutto ; ma ciò che più mi è rimasto nel cuore di questi libri è una mia personale considerazione sull’amicizia: un vero amico è colui che, quando la vita ti farà dubitare di te stesso, sarà lì a ricordarti chi sei veramente, perché potrai rispecchiarti dentro di lui e ritrovarti sempre, a dispetto del tempo e delle distanze.

 

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“Accabadora” di Michela Murgia, Casa editrice italiana Einaudi

“Accabadora” è un romanzo scritto da Michela Murgia e pubblicato nel maggio 2009 per la casa editrice italiana Einaudi.

Il romanzo è stato tradotto in numerose lingue straniere, qui incluso il danese.

Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.

Accabadora significa in dialetto sardo colei che finisce. La vecchia sarta tzia Bonaria Urrai essendo senza figli prende in prestito Maria, di 6 anni, quarta figlia di un’altra vedova che con grande piacere si priva di una bocca da sfamare. Maria osserva la zia e impara il mestiere di sarta, ma scopre anche che Bonaria sa fare altro quando si assenta la notte. La prima madre dá la vita, l’ultima madre “accabadora” aiuta a farla finita, se si fa fatica a morire. Questo è stato fatto in Sardegna da centenni, ma negli anni 50 le vecchie regole e gli accordi segreti stanno per perdere la loro validitá, un nuovo mondo si fa avanti minaccioso. Seguiamo l’ ingenuinitá della bambina e la sua trasformazione in donna a fianco della vecchia donna che pensa di esercitare un gesto d’amore, necessario a chi soffre, alla sua famiglia, al suo popolo. L’Accabadora è un essere pieno di migliaia di punti interrogativi, ma con l’unica certezza di aver raggiunto la consapevolezza della sofferenza, della misericordia e della morte.

Una lettura affascinante, agrodolce, profumata di mare, di luce e di giovinezza, ma con il puzzo di terra, di tenebra e di morte. Il linguaggio è asciutto e poetico allo stesso tempo, cadenzato sí che si vorrebbe leggere ad alta voce, lo stile delinea i contorni di ogni personaggio, di ogni frase con la stessa accuratezza usata da Tzia Bonaria Urrai per cucire le asole.

Nel romanzo c’è piú amore che morte.

Marie MorelDiMarie Morel

L’estate danzante di Roberto Bolle

Roberto Bolle è un ballerino italiano dal talento straordinario.

All’età di 12 anni è entrato nella scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala e, da allora, ha collezionato un successo dopo l’altro. Già dal 1996, ha danzato come protagonista in innumerevoli balletti, sia di danza classica che moderna, per diversi coreografi di fama internazionale, ed attualmente è il primo ballerino al mondo ad essere contemporaneamente Étoile del Teatro alla Scala di Milano e Principal Dancer dell’American Ballet Theatre di New York.  All’estero ha avuto occasione di danzare con il Royal Ballet di Londra, il Balletto nazionale canadese, il Balletto di Stoccarda, lo Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’opera di Vienna, il Teatro dell’opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, il Tokyo Ballet.

Nel 2002 ha danzato a Buckingham Palace per la regina Elisabetta II e il 1° aprile 2004, in occasione della Giornata della gioventù, sul sagrato di Piazza San Pietro, al cospetto di Papa Giovanni Paolo II.

Roberto Bolle è anche socialmente molto impegnato: nel 1999 è diventato “ambasciatore di buona volontà” per l’UNICEF, per la quale ha partecipato a un viaggio effettuato nel 2006 nel sud del Sudan e a uno nel novembre del 2010 nella Repubblica Centrafricana e dal 2007 collabora con il FAI.

Nel 2012 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana

L’anno 2018 è iniziato , per Roberto Bolle, con la conduzione, il I gennaio, dello show televisivo “Danza con me”, che è stato un trionfo di critica e pubblico, è proseguito con i clamorosi successi delle sue esibizioni in teatro e, a partire da giugno, vedrà il ballerino impegnato come protagonista e direttore artistico di On Dance, la festa della danza, che si svolgerà in cinque serate, dal 13 al 17 giugno , al Teatro degli Arcimboldi, dove si terranno spettacoli con artisti internazionali e workshop per i giovani e contaminerà l’intera città di Milano con esibizioni, happening, flash mob, incontri.

In estate, poi, come già da qualche anno a questa parte, il  famoso e talentuoso ballerino italiano porterà sui palchi dei grandi teatri storici, il suo gran galà della danza “Roberto Bolle and friends”, del quale è non solo interprete, ma anche direttore artistico, invitando ad esibirsi con lui colleghi ed amici ballerini provenienti dai teatri più importanti del mondo, mescolando  generi e stili diversi della danza in uno spettacolo che, ogni volta, lascia il pubblico senza fiato.
C’è ancora grande riserbo sul cast e il programma, ma di certo, Roberto Bolle , come ogni anno finora, non mancherà di stupire i suoi fans con  uno show favoloso.

Il tour estivo si aprirà con una serata unica a Genova, sabato 14 luglio, al Teatro Carlo Felice, proseguirà alle terme di Caracalla di Roma il 17 e il 18 luglio, a Firenze in Piazza SS. Annunziata il 20 luglio, a Ravenna il 22 luglio al Palazzo Mauro D’André e si concluderà all’Arena di Verona il 25 luglio.

Tutte le informazioni su Roberto Bolle , i suoi spettacoli, la sua agenda per prossimi mesi, sono disponibili sul sito ufficiale www.robertobolle.com.

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Il Bue Gualtiero e l’Uccello Grifone

Tanti e tanti anni fa, in una stalla un po’ malandata, viveva un vecchio Bue, di nome Gualtiero. Le sue giornate scorrevano lente e tutte uguali : si svegliava la mattina tardi, beveva la sua acqua stagnante, e mangiava un po’ del suo fieno. Dopo, una bella passeggiata e finalmente il pisolino. E il pomeriggio la storia si ripeteva.
Ma un giorno…
Un giorno, durante la sua solita passeggiata mattutina, accade qualcosa di strano : mentre passeggia tranquillo con la sua andatura lenta e pesante, vede da lontano uno strano movimento di ali, un uccello gigantesco  dalle grandi piume scure che si agita e si dimena come in preda ad una trappola che cerca di liberarsi. Gualtiero, un po’ incuriosito, e un po’ spaventato, si avvicina mesto e solo quando è a pochissimi metri dal grosso uccello indemoniato si accorge che la sua zampetta è rimasta impigliata in una radice. “Chi sei?”- gli urla Gualtiero – ” e come hai fatto a rimanere impigliato in quella radice?”
L’uccello non curante di quella voce continua a barcamenarsi a sbattere le sua grosse ali per cercare di liberarsi.
“Se non mi dici chi sei non posso aiutarti! E’ una mia regola!” – ribatte Gualtiero, che quasi si inizia ad innervosire. Quello sbattere di ali turba la sua serena e quotidiana passeggiata.
Anche a quelle parole l’uccello tuttavia non desiste, continua a sbattere le ali, sempre più forte. Ma mentre Gualtiero, ormai indispettito fa per andarsene,  ecco che l’uccello inizia a parlare  : “Arrete s’il te plait! Sono l’uccello Grifone, e vengo da paesi molto lontani..”  A queste parole Gualtiero quasi compiaciuto si ferma, ma senza voltarsi, e con toni decisi ma pacati chiede : “e come hai fatto ad impigliarti in quella radice?”
L’uccello Grifone seccato risponde “Zut! è stato un incidente, è successo .. vieni ad aiutarmi!!”
Gualtiero si gira lentamente, invertendo il senso di marcia e piano piano arriva di nuovo a pochi metri dal grosso uccellaccio maleducato. Lo guarda scuotendo la testa.
“Zut! Perchè scuoti la testa in quel modo? Aiutami, non vedi che sono impigliato?” gli dice il Grifone.
A queste parole Gualtiero…
A queste parole Gualtiero scuote la testa ulteriormente, poi si china lento verso la radice e con un morso la strappa dal terreno liberando l’uccello Grifone che con un grande slancio vola in alto e non torna più indietro.
Gualtiero lo osserva sparire tra le nuvole per qualche istante, poi scuote la testa e riprende la sua passeggiata mattutina, lenta e pesante, proprio come piace a lui.
Mentre fa per andarsene sente una vocina flebile flebile che gli urla : “Ehi! Pss.. tu!! Perchè l’hai fatto?”
Si guarda intorno e non vedendo nessuno fa per andar via.. quando..
“Ehi!! Siii Si dico a te! Sono qui! Qui sotto,  non mi vedi??”
Un bruchino piccino piccino si agitava meticolosamente per farsi vedere.  “Ah!- esclama Gualtiero – E tu chi saresti?”
Il bruchino con fare goffamente elegante, si inchina e dice : “Sono Bruno il Bruco, ma tutti mi chiamano Il Barone. E tu sei..?” – “Ciao bruco Il Barone, sono il Bue Gualtiero ma tutti mi chiamano Bue Gualtiero. Eh Eh! Cosa posso fare per te?” ribatte scherzosamente Gualtiero.
“Perchè lo hai fatto?? ma siii ?? perchè hai liberato quell’uccellaccio imbalsamato? Uno cosi maleducato meritava le bastonate altro che una piccola radice!!”  – chiede curioso il bruco! “non ti aspettavi mica che ti ringraziasse vero? Era ovvio che scappasse via!”
Il Bue Gualtiero ascolta con interesse il bruco, poi fa un cenno di saluto e riprende il suo cammino e con un sorriso leggero e soddisfatto è pronto per il suo abituale riposino.
La morale : non importa come gli altri si comportano con noi, ciò che conta è agire in base a ciò che noi riteniamo sia giusto.

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Proposte per chi vuole leggere libri di autori italiani in danese

“La Ferocia” di Nicola Lagioia

Libro feroce, come feroci sono, ognuno a modo suo, i componenti della famiglia Salvemini.Clara è magnetica. Illumina le stanze in cui entra o le oscura, a seconda della tempesta che l’accompagna. L’ultima volta che l’hanno vista viva, camminava nuda nel centro della statale Bari-Taranto. Questa è la storia di due giovinezze, una famiglia, una città, delle colpe dei padri annidate nella debolezza dei figli, di un mondo dove il denaro può aggiustare ogni cosa fino all’attimo preciso in cui è già troppo tardi. Al centro c’è un corpo di donna chiuso nello sguardo di tutti quelli che hanno creduto di poterlo possedere, e intorno l’abissale cruenta vanità del potere. Mobile e intenso, La ferocia è un libro che costruisce un mondo – il nostro.

Libro dallo stile impeccabile, mi ha ricordato i grandi classici. All’inizio un po’ lento ma la magistrale struttura narrativa tiene incollati alle pagine che scorrono man mano che si procede. La ferocia di Lagioia segue e detta perfettamente una scrittura per il noir nella letteratura: un’altalena tra passato e presente dove vediamo ogni membro della famiglia Salvemini alle prese con la giovane Clara e con un sistema (tipico dell’edilizia e della politica) che ormai ha marchiato pesantemente l’immagine del Bel Paese e in particolare la Puglia.

Nella ricca carrellata di personaggi spicca su tutti Michele Salvemini, il fratello di Clara, lui è l’unico ad avere un rapporto con la ragazza, raccontato forse più del dovuto nelle quattrocento pagine. Un personaggio che spesso si mette contro il volere del padre costruttore e degli altri membri, creando degli attimi di astio in casa della famiglia pugliese. Da ammirare i capitoli in cui l’animale, totalmente immerso nella natura, viene totemizzato come un elemento atto a descrivere il marcio e la ferocia dell’uomo citata nel titolo. Contro la purezza e l’innocenza del regno animale.Questo libro è un capolavoro, e come tutti i capolavori parla della miseria.

Lo consiglio vivamente, ma solo per chi ha “palato fino”.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Alla scoperta dell’opera lirica

Devo ammettere di non essere mai stata appassionata di opera lirica, o meglio, di non essermici mai avvicinata abbastanza per capire se mi piacesse oppure no.

Non è un mondo che mi è del tutto sconosciuto, ma che ho appena sfiorato, probabilmente perché non ho mai colto alcun input che mi spingesse ad esplorarlo, come sto facendo ora e mi sto rendendo conto, con grande rammarico, di essermi persa, fino ad oggi, tanta, tanta bellezza, oltre ad avere una grave lacuna culturale da colmare.

Tanto più grave se consideriamo che, l’opera lirica è nata in Italia nel XVI, fa parte della nostra identità culturale e molti dei più grandi compositori sono italiani.

Si tratta di una vera e propria eccellenza italiana nel mondo, eppure è una forma d’arte a cui viene dato un risalto inferiore rispetto ad altre, in una società in cui la cultura personale è orientata, soprattutto, dagli stimoli dei media ed è dettata dalle mode, piuttosto che dall’educazione e dalla formazione scolastica.

Ancora oggi, infatti, l’opera lirica, nata come intrattenimento per un élite di intellettuali ed aristocratici, appare circondata da un’aura di esclusività e di complessità e, in effetti, è un genere musicale di grande qualità e raffinatezza, ma proprio per questo merita di essere valorizzato e diffuso, soprattutto ora che la musica sta attraversando un grave periodo di crisi creativa in tutto il mondo.  

Qualcuno definisce l’opera lirica “l’arte delle emozioni”, poiché ogni spettacolo è un’alchimia di musica, canto, teatro, danza, in cui tutti questi elementi si fondono tra loro, coinvolgendo tutti i sensi dello spettatore, toccando la sua sensibilità ed immaginazione ed è innegabilmente così, impossibile non emozionarsi.

Ed è l’emozione che spinge alla conoscenza, di questo sono intimamente convinta, che fa spalancare gli occhi su qualcosa che prima non attirava la nostra attenzione.

Se, dunque, il mio approccio con l’opera lirica, è stato superficiale, scoprire quanto sia, in realtà, uno spettacolo emozionante, ha acceso in me l’interesse verso questo mondo antico, eppure ancora nuovo, perché le storie che parlano di passioni umane e riescono a farle rivivere in chi ascolta, sono sempre attuali.

Andando alla ricerca di notizie sull’opera lirica, mi sono imbattuta in un programma televisivo, trasmesso l’estate scorsa su Rai5 e le cui puntate sono disponibili su Raiplay: “L’opera italiana”.

Voce narrante è Elio, eccentrico e poliedrico cantautore del gruppo “Elio e le storie tese”, il quale conduce lo spettatore in un viaggio alla scoperta delle storie e dei personaggi che animano le opere di autori come Monteverdi, Donizetti, Puccini, Verdi, Bellini, dalla loro genesi fino al successo, raccogliendo anche le testimonianze di artisti ed esperti del mondo della lirica.

Si tratta, ovviamente, di un programma didascalico che ha ben poco a che vedere con la messa in scena teatrale delle opere di cui tratta, ma fornisce una panoramica generale che, a mio avviso, rappresenta un buon punto di partenza per i neofiti.

Lascio di seguito il link e auguro buon viaggio a chi come me, si sta imbarcando ora in questa nuova avventura e anche a chi, invece, ha avuto già modo di godere delle dolcezze e dei piaceri dell’opera lirica.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Pizza, cartoni animati e un pizzico di magia

Scrivere di enogastronomia in Italia può sembrare facile, ma non lo è, perché è come trovarsi in un enorme giardino nel pieno della fioritura primaverile, tra colori sgargianti e profumi inebrianti e dover scegliere, tra tanti, il fiore che si preferisce.

 

Se, poi, chi scrive ama il cibo, il vino e la convivialità a prescindere dalle preferenze, ma perché crede che si tratti di uno dei piaceri della vita essenziali, allora la scelta si fa ardua.

 

D’altro canto, il pericolo è quello di cadere nella banalità, nei luoghi comuni, di riproporre argomenti che sono stati trattati e ritrattati all’infinito… Io correrò questo rischio e parlerò della pizza.

Sì, perché sono poche le cose che fanno sentire gli italiani sparsi nel mondo riuniti sotto la stessa bandiera ed una di queste è, secondo me, sedersi davanti ad una calda, profumata, saporita pizza, ovunque essi si trovino.

Proprio per quei tre colori che rappresentano la bandiera italiana, il rosso del pomodoro, il verde del basilico e il bianco della mozzarella, secondo l’ormai famosa storia, la regina Margherita di Savoia amò tanto quella pizza che porta il suo nome, oltre che per la sua semplicità e il gusto straordinario. Miti e leggende si rincorrono sulle vere origini della pizza, ma tra i tanti racconti, il mio preferito è quello frutto della fantasia di Umberto Marino e Paolo Cananzi, che hanno dato vita ad un gioiellino d’animazione tutto italiano: “Totò Sapore e la magica storia della pizza”, diretto da Maurizio Forestieri e prodotto da “Lanterna magica”, un piccolo studio con sede a Torino.  

La storia narra di come Totò Sapore, un giovane squattrinato col sogno di diventare cuoco, con la collaborazione di un bizzarro Pulcinella ed altri magici aiutanti, riesca a mettere pace tra Napoli e la Francia, in guerra per futili motivi, sfamando le truppe e riportando l’allegria in città, grazie alla pizza.

Mi piace questo film, perché condivido l’idea che nella pizza ci sia un po’ di magia: quella del lievito, che trasforma l’acqua e farina in un soffice impasto, delle mani che lo lavorano energicamente, del fuoco che lo rende dorato e fragrante, quella degli ingredienti che si fondono in un’alchimia perfetta che ha il sapore di casa e di quell’allegria infantile che esplodeva, quando la mamma mi diceva che c’era la pizza per cena ed un giorno normale diventava, improvvisamente, speciale.

In un attimo mi rivedo bambina, in un lungo e noioso pomeriggio invernale, nel tepore e nell’intimità della cucina, a sbirciare sotto un tovagliolo come l’impasto stesse lievitando, o accovacciata accanto al forno, in trepidante attesa, durante la cottura; oppure in una sera d’estate, intorno al tavolo, con amici, a ridere e scherzare. Perché questa è la vera magia della pizza, che non si riduce al piacere di mangiarla, ma si espande ai nostri ricordi, alla nostra tradizione, al nostro senso di appartenenza e rievoca in noi, a qualunque latitudine, parole come casa, famiglia, amici, festa, allegria, facendo comparire sul nostro volto il sorriso.

Se ti piacciono gli articoli di Marie Morel segui qui il suo blog personale.