Il BLOG DELLA DANTE

Marie MorelDiMarie Morel

De vulgari eloquentia, come nasce una lingua?

Quand’è che nasce una nuova lingua? E, soprattutto, come? Non è facile dare una risposta a queste domande, perché la nascita di un nuovo idioma è un fenomeno che si sviluppa nel corso del tempo ed è influenzato da un’enormità di fattori e variabili.

Nel caso dell’italiano, che ha origine dal latino, la trasformazione e la continuità tra le due lingue è stata ricostruita a partire da documenti storici nei quali, per la prima volta compariva in maniera ufficiale il volgare, risalenti al 960. Per molto tempo ancora, tuttavia, il latino è rimasto la lingua erudita per eccellenza, per cui non vi è stato un avvicendamento dei due codici linguistici, ma una lunga convivenza.

Questo tema viene affrontato nel 1303 da Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia, un’opera scritta in latino perché rivolta ai dotti dell’epoca, con cui egli si lancia in un’appassionata difesa della lingua volgare, di cui vuole dimostrare la bellezza. Per Dante, infatti, il latino è ormai una lingua artificiosa, che appartiene soltanto ad un élite di persone, mentre il volgare viene appreso naturalmente e spontaneamente dai bambini nel momento in cui iniziano a parlare e si presta, oltretutto, a trattare ogni argomento e genere letterario. Il poeta passa, poi, in rassegna i dialetti che aveva avuto modo di conoscere direttamente o indirettamente, tramite lo studio di testi letterari, poiché vuole individuare tra di essi quel volgare che possa assurgere al rango di lingua letteraria italiana. Un volgare che deve essere illustre, cioè capace di dare fama e nobiltà a chi lo usa ; cardinale, cioè punto di riferimento per tutti gli altri dialetti; aulico e curiale, quindi dotto, usato dalle persone di grande cultura e degno di diventare la lingua delle corti.

Nessuno dei 14 dialetti presi in esame da Dante, tuttavia, ha queste caratteristiche, neppure quello toscano, quello siciliano e quello bolognese, sebbene abbiano un’antica tradizione letteraria. In ciascuno di essi, egli trova qualità diverse che, sommate, dovrebbero costituire la lingua italiana, sovraregionale e unitaria.

Il De vulgari eloquentia , ci giunge incompiuto perché avrebbe dovuto comprendere almeno quattro libri, mentre Dante si interrompe al quattordicesimo capitolo del secondo libro, lasciando addirittura una frase a metà. Qualcuno ipotizza che questa brusca interruzione sia dovuta ad un’idea che colpisce il poeta improvvisamente e prepotentemente : dover mostrare le virtù e la forza letteraria del volgare non più a livello teorico, ma attraverso la composizione di un grande poema e, dunque, abbandona il progetto del De vulgari eloquentia per comincia a dedicarsi alla stesura dell’Inferno.

Dante, con il suo lavoro del De vulgari eloquentia può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo storico della nostra letteratura, ma non solo, egli getta le basi per quell’unità linguistica sulla quale, al di là della frammentazione politica che, in forme diverse, ha sempre connotato l’Italia, si fonda la vera identità nazionale.

AvatarDiElisa Borella

Le lingue d’Italia: il dialetto tra letteratura e cultura

Una tra le caratteristiche più affascinanti del Bel Paese è la varietà: varietà di climi (dal freddo montano del Trentino al caldo afoso delle assolate spiagge della Sicilia), varietà di paesaggi (dalle casette colorate arroccate una sull’altra della Liguria alle masserie disperse tra oliveti e muretti a secco della Puglia), varietà di monumenti e di siti storico-artistici (dalla Roma classica e barocca agli eleganti e misteriosi canali della laguna veneta), varietà di lingue. Già: ma che lingua si parla in Italia oggi? E che lingua si è parlata in passato? Questo breve viaggio alla scoperta delle lingue parlate in Italia cercherà di trovare una risposta all’annoso quesito.

In gergo tecnico esiste una lingua definita italiano standard, cioè quella varietà sovraregionale di italiano che, di solito, si ascolta solo a teatro, nei corsi di dizione oppure di storia della lingua italiana all’università; è un prodotto assai recente della nostra storia nazionale e, a dirla tutta, sembra non avere riscosso molto successo perché praticamente nessuno lo parla correntemente come lingua materna. Come mai? Per questioni storiche, il nostro paese è vissuto per secoli e secoli diviso in piccoli o medio-piccoli stati regionali, principati, signorie e potentati locali (prendete una qualunque cartina geografica dell’Italia da un qualunque libro di storia: non è forse coloratissima?) che hanno impedito una qualunque forma di unificazione non solo politica – raggiunta solo nel 1861 dopo lunghe e sanguinose lotte –, ma anche linguistica.

Senza scendere troppo nel dettaglio, la lingua italiana, come tutte le altre lingue romanze (francese, provenzale, spagnolo, portoghese, rumeno), si è formata dall’evoluzione della lingua latina parlata (ebbene sì, potete fregiarvi del titolo di parlanti del “latino contemporaneo”!) che, in ciascuna regione linguistica, ha assunto caratteristiche proprie, diverse da quelle dei vicini. Oggi ne siamo consapevoli, perché basta muoversi su e giù per l’Italia per sentire suoni e parole diverse; ma un tempo? Chi fu il primo a dare conto di tutto questo patrimonio così vario e multiforme? Vi do qualche indizio: viaggiò molto per questioni “politiche” ed è un nome particolarmente caro alla nostra associazione… Avete pensato a Dante Alighieri? Ma certo, è proprio lui!

Nel suo De vulgari eloquentia (“ma è in latino!” potreste arguire. E, in effetti lo è, ma non abbiamo appena finito di dire che ovunque si parlavano lingue diverse incomprensibili tra vicini? Ecco, il latino aveva un po’ la stessa funzione di lingua franca che ha oggi l’inglese: serviva ai dotti per comunicare ed essere sicuri di essere compresi da tutti!), purtroppo incompiuto, Dante si pone come un osservatore esterno del patrimonio linguistico del Bel Paese e analizza ciascuna parlata d’Italia per cercare di rintracciare una lingua che potesse davvero dirsi “italiana”, nobile, consona insomma alla massima ambizione poetica, retorica e politica del nostro. L’inventario dialettologico così compilato comprende ben 14 varietà di dialetti (con tanto di citazioni!), anche se nessuno “al naturale” purtroppo sembra fare al caso suo – nonostante in tutti virtualmente egli rintracci qualcosa del suo ideale vernacolo “cardinale”, “illustre”, “aulico” e “cortigiano”.

Oggi, invece? Grazie alla diffusione del romanzo del primo e secondo ‘800 prima (alzi la mano chi non ha mai letto i Promessi sposi di Alessandro Manzoni!) e della televisione dagli anni ’60 del secolo scorso in poi, una qualche forma di lingua nazionale non più spezzettata in una miriade di dialetti è parlata da più o meno la maggioranza degli abitanti del nostro paese. È italiano standard allora? No, non lo è, proprio perché la lingua locale (il dialetto) ha esercitato una forte influenza sull’italiano “nazionale” idealmente comune a tutti quanti i parlanti sul suolo italico (in gergo tecnico si chiamano “influssi di sostrato”, proprio perché si immagina l’evoluzione della lingua come un continuo sovrapporsi di strati permeabili che si influenzano reciprocamente), generando diverse varietà che sono definite “italiani regionali”. Questo è il motivo per cui, ad esempio, se il vostro coinquilino è siciliano e pronuncerà tutte le vocali aperte o se è fiorentino e aspirerà le “C”, produrrete suoni diversi, ma sarete perfettamente in grado di comprendervi l’uno con l’altro! Incredibile, vero?

AvatarDiMarina Giametta

Business in Society Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano: opportunità e modelli innovativi per uno sviluppo sostenibile.

“La settimana della Lingua Italiana nel Mondo”
Iniziativa realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana

Business in Society
Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano:
opportunità e modelli innovativi per uno sviluppo sostenibile.
18 ottobre, 2018
Presso l’Istituto Italiano di Cultura
Gjørlingsvej 11, 2900 Hellerup
Ingresso libero

Il prossimo 18 ottobre, si terrà presso l’Istituto Italiano di Cultura a Copenaghen un seminario sul tema
“Meccanismi di formazione e crescita del capitale umano” nel quale verranno esaminati gli impatti della
trasformazione nel processo culturale vero la sostenibilità, dal punto di vista di imprese, istituzioni e società
civile. La tavola rotonda discuterà dell’importanza della cultura quale fattore strategico di differenziazione
per una gestione sostenibile delle imprese, e per la società più in generale, nel processo di integrazione dei
popoli e per il benessere delle comunità.
Un sistema educativo capace di anticipare il cambiamento può favorire la formazione delle nuove generazioni
nel pieno sviluppo del loro potenziale, in un mondo globale e multiculturale in cui conoscenze, competenze,
abilità, emozioni acquisite, necessitano di essere rielaborate e gestire in considerazione di dinamiche
complesse e talvolta contrastanti ma che concorrono al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici. Il
capitale umano sempre più diventa elemento determinante nella presa di decisioni per i leader del domani,
così come nel costruire cittadini globali che possano essere da modello per le future generazioni quali agenti
di cambiamento per un mondo sostenibile.
In questo quadro, Rockwool Group racconterà il suo punto di vista rispetto all’importanza del capitale umano
in azienda e come questo possa costituire una chiave per il cambiamento in ottica di sostenibilità, dalla
trasformazione culturale alle pratiche di impresa. Mentre, Reggio Children presenterà il suo approccio
formativo e ne evidenzierà i fattori innovativi, unitamente alle migliori esperienze internazionali costruite con
approccio multi-stakeholders nelle diverse territorialità (esempio Progetto Pechino). La Dante Alighieri
approfondirà il tema del linguaggio, con particolare attenzione agli elementi caratterizzanti la lingua italiana
e dei più recenti modelli per l’apprendimento e la certificazione legati al PLIDA. Verranno poi messe in luce
opportunità concrete di sviluppo per nuove realtà educative, da sviluppare sul territorio danese, basate su dati
reali in termini di presenza della comunità italiana in Danimarca e bisogni espressi.

L’evento sarà in lingua italiana, con traduzione in simultanea Italiano-Danese.
La partecipazione è gratuita.

Agenda del Seminario

Ore 16.00 Saluti iniziali:

Mr Luigi Ferrari, Ambasciatore di Italia a Copenaghen, Italian Ministry of Foreign
Affairs and International Cooperation

Ore 16.20 Introduzione e Moderazione:

Ms Oriana Perrone, PhD, Advisor Italian Ministry of the Economic Affairs (NCPOECD),
Adj. Prof. Lumsa University
“Dalla crescita economica agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), come e perché
cultura ed educazione sono tra gli aspetti determinanti nel processo di cambiamento
globale.”
Ore 16.40 Round table
Intervengono:

  • Ms Mirella A. Vitale, SVP Marketing, Communication & Public Affairs,
    ROCKWOOL Group
    “Come gestire il cambiamento culturale in imprese globali? Il valore delle persone nel
    processo creativo per la sostenibilità: gli SDGs in pratica.”
  • Ms Paola Riccò, Responsible for Professional Development, Reggio Children
    “L’identità di Reggio Children ed il Reggio Emilia Approach: esempi applicativi.
    Progetti scuola e istituzioni: come azioni multi-stakeholders creano valore per le
    comunità e favoriscono la crescita socio culturale nell’era moderna.”
  • Ms Barbara D’Annunzio, Resp. ADA Project and PLIDA educational processes,
    PLIDA, Dante Alighieri Roma
    “Come si evolve il linguaggio e quanto influenza gli aspetti culturali del vivere civile.
    Proposte Dante Alighieri: il Progetto PLIDA”.
  • Ms Rosalba Favara, PhD, Foundations and Methods of Educational Processes. ”La lingua italiana degli emigranti di ieri, oggi e domani, in Danimarca. Memorie linguistiche a confronto”.

Ore 18.30 Q&A

Ore 19.15 Conclusione e chiusura dei lavori

Ore 19.30 Light dinner

AvatarDiPablo Paolo Peretti

A TU PER TU CON IL POETA : Intervista ad Andrea MAGNO.

1) Cosa significa essere ”un poeta”?

Salve a tutti e grazie dell’ospitalità. Essere poeta per me significa aprire finestre che altrimenti resterebbero sempre chiuse, avere il coraggio di aprirle e curiosare al di là, e magari fare in modo che altri si affaccino a queste finestre. Un nuovo orizzonte da guardare, e verso cui andare. Il poeta è colui che ci trasmette ansia, gioia, paura, consentendoci di abbracciare luoghi che nemmeno sapevamo esistessero e di diventare fantastici attori di un nuovo mondo tutto nostro, al quale nemmeno il poeta stesso aveva mai pensato.

L’idea e l’essenza della mia poesia credo stia tutta in questi miei versi:

“Capovolgendosi cielo e mare, invece di annegare imparò a volare.”

2) Parlami di come gestisci o ti gestisce la tua creatività.

La creatività è una brutta bestia (sorrido) che ti spinge a sporcare fogli e che non riesci mai a imbrigliare, o forse un poco sì. Quando le parole acquistano un senso, emozionano chi legge, è solo allora che diventano poesia. Credo ci sia una sinergia tra il gestire e essere gestiti, una disponibilità al lasciarsi andare e al cercare di governare il flusso di parole che si presenta quando meno te lo aspetti, nessuna altra possibilità, un accadimento simultaneo che non ha compromessi.

3) Trovi che la poesia sia sorpassata? Chi ha bisogno della poesia ai giorni nostri?

Spesso leggo e sento dire che la poesia è morta. Io credo che, così come era stata erroneamente profetizzata la fine dei libri cartacei in generale con l’avvento degli e-book, non solo la poesia non sia morta ma che non morirà mai finché qualcuno, anche fosse un solo uomo, la leggerà e si emozionerà. Alcuni dicono che la poesia è sorpassata perché forse dalla poesia si aspettano risposte, secondo me, invece, la poesia deve essere la domanda e anche per questo deve restare silenziosamente irrisolta.

4) Come ci si sente ad essere uno degli oltre quattro milioni di poeti o presunti tali solo in Italia?

Detto così direi che mi trovo bene e che sono in buona compagnia. Considerato però che in Italia sembra ci siano cinque milioni di lettori, dei quali quattro milioni, poeti ai quali vanno aggiunti gli scrittori in generale, mi chiedo, chi legge? Il dubbio che mi attanaglia è che forse la stragrande maggioranza di coloro che scrivono non leggano, cosa tristissima. Non è tanto il numero di poeti e scrittori, ma il numero di lettori che mi lascia perplesso.

5) C’è qualche poeta emergente che apprezzi e che invidi in maniera ”sana” e perché?

Che invidio assolutamente no, che apprezzo ben più di uno. Beatrice Orsini è una poetessa che regala versi ricchi di passione e sensualità ma anche di stralci del vivere quotidiano con le sue mille difficoltà. Emoziona a 360 gradi. Nicola Manicardi, poeta e amico, riesce, con versi a volte di una crudezza disarmante, a fotografare istantanee di attimi che ti colpiscono senza alcuna pietà e si imprimono nella mente e nell’anima indelibilmente . Entrambi hanno pubblicato la loro raccolta molto di recente.

6) Hai un libro da consigliare a chi si avvicina per la prima volta alla poesia?

Difficile consigliare un libro di poesie, escludendo il mio ultimo, ma anche quello precedente, consiglierei “50 ANNI DI BIANCA – 1964-2014” edito da Einaudi, anche se sembra difficile da reperire. Aggiungo una raccolta di Dan Fante, “GIN&GENIO” edito da WhiteFly Press, una poesia forte, senza regola, ma che ti entra dentro.

7) Come definiresti il tuo stile?

Premesso che definirsi non è cosa facile, perché un po’ autoreferenziale e supponente e che dovrebbero essere gli altri a definirci e a definire la nostra poesia, la mia la vedo semplice, scarna ed essenziale, una lettura comoda. Credo fruibile a molti, una poesia senza fronzoli, sintetica nei suoi pochi versi, che va dritta al dunque.

8) Quale è la differenza tra un poeta e uno scrittore di narrativa?

Lo scrittore di narrativa è un metodico, il poeta un saltimbanco, entrambi portatori di talento, ma veicolato in maniera diversa. Il primo traccia delle linee diritte su un foglio, mentre il secondo lascia delle macchie. La linea viene interpretata da tutti o quasi allo stesso modo, delle macchie ognuno ne fa quelle vuole. Che poi a scrivere poesia che ci vuole, prendi le parole e le metti in fila, senza nessuna colpa. Poi ognuno ci troverà la colpa che vuole.

9) Come gestiresti un tuo mega successo di vendita?

Ipotesi remotissima, ancora più remota visto che scrivo poesia. Non ho mai pensato a una simile eventualità anche se, forse inconsciamente, è un sogno che accarezziamo tutti in silenzio. Probabilmente mi dedicherei solo alla scrittura o comunque ad attività direttamente a essa connesse, perché scrivere è apprendere, confrontarsi, magari scontrarsi, ma comunque è un continuo crescere.

10) Hai l’occasione in un sogno, di andare a cena con un poeta famosissimo (scegli tu vivo o morto) … chi porteresti al tavolo con te e perché?

Sicuramente Pedro Salinas che leggo praticamente da “sempre”. Salinas è l’amore puro, ma carnale e reale mitizzato, una sorta di ponte tra la realtà e come vorremmo fosse l’amore, un misto di gioia, passione, carne e sangue, sempre vivo, un continuo dolore nella gioia che ci tiene vivi, una speranza mai esaudita. Aggiungo un’ultima cosa (presuntuosamente). In una recensione al mio primo libro vengono accostati alcuni miei versi a “La voce a te dovuta”, immodestamente mi inorgoglisce molto.

-“Non cercherò più / quei baci che non vuoi darmi, / e le tue carezze che erano mie, / non misurerò più il tempo, / sei andata senza ritorno / lì dove io non ci sono, / ne mai ci sarò, …” (da “Di tutto quello…”). Parole che per un attimo riportano a Pedro Salinas in “La voz a ti debida” , dove è sempre l’amore sofferto a regalarci righe intense che ci investono. (Stefania Tani su GialloeCucina) –

CAMERA CON VISTA

Sento solo la mia eco
quando grido nel vento,
ma alla fine,
non vorrò pensare
di non aver avuto tempo,
e ogni sera,
verso speranze
nel mio bicchiere,
adesso le bevo con te,
non annegano più inesorabilmente,
metto in fila parole,
costruendo ponti
per attraversare i tuoi silenzi,
da qui,
ho un posto comodo
per accarezzare la tua anima.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

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PROVANDO AD ACCORCIARE DISTANZE

Padri,
vorrebbero essere madri,
ad abbracciare figli,
separati da lacrime,
sognando quelle piccole mani,
restando soli ogni sera.
Un solo rimpianto e rimorso
che è pensiero latente,
di sangue che scorre lontano,
di piccole mani cercate,
di visi bambini cresciuti,
di nomi mai detti,
di carezze mancate,
di baci non dati,
di giochi comprati a supplir mancanze,
di maglie mai viste,
di quaderni mai letti,
di sbucciature alle ginocchia,
di dolore strisciante nascosto da sorrisi,
di padri che sono stati madri,
e che mai cesseranno di esserlo.

© Andrea Magno
- da "Sotto Falso Nome" ©2014 Rupe Mutevole Edizioni

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ADRIAS KOLPOS

È un mare diverso
un mare che non conosco
fatto di piccole conchiglie
sparse sulla battigia,
di trabocchi
che non sapevo cosa fossero,
di vento che soffia
a ripulire l'anima,
offesa e vilipesa
senza perdono,
di foglie perse
da rami secchi mai tagliati,
di stelle di mare
rosse come sangue,
dell'altro lato,
che se faccio un salto
ci arrivo,
di abbracci che aspettavo
a stringermi le spalle,
e di te,
che disarmi ogni paura.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

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. . . A DONDOLAR PAROLE

Vuole sempre ballare
questa mia terra,
danzatrice senza pudore
raccoglie prebende,
immobile da millenni,
accarezzata e lapidata,
accartocciata su se stessa,
terra arsa colorata dal mandorlo
accoglie senza riserve,
tremando al bacio degli dei,
e io tremo con lei,
e con te,
quando mi sfiori nel profondo
con un sospiro di graffi e sorrisi,
un'onda di sentimenti contraffatti
che camminano sul filo di una nota,
scivolando sull'anima,
raccontando tutta una vita,
e continuo a dondolar parole.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

BIOGRAFIA

Siciliano dell’estremo sud. Poco più di cinquanta anni.
A volte viandante altre stanziale, scrive per diletto, contrapponendo la scrittura alla sua formazione scientifica.
Un capricorno testardo, ma mediatore. Isolano per eccellenza, in lui convivono terra, fuoco, aria e acqua, che ritroviamo nelle sue poesie, e nella descrizione della sua terra che ama visceralmente, e che, come lui ci ricorda, non si è mai fatta mancare nulla, nel bene e nel male.
Per Andrea Magno il bicchiere non è mezzo pieno o mezzo vuoto, vi se ne può sempre ancora versare.
La sua prima raccolta di poesie “Sotto falso nome” è stata pubblicata a dicembre 2014 da Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Le due anime” curata da Enrico Nascimbeni.
La seconda raccolte di poesie “Da qui ho un posto comodo” è stata pubblicata a luglio 2017 da Chiaredizioni nella collana “libero (il) pensiero”.
Nel luglio del 2016 partecipa a Caltanissetta al Festival d’Arte contemporanea ESTRAZIONE ASTRAZIONE con alcune sue poesie.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Fusioni – Un click di parole”, 40 fotografie di 32 fotografi con le sue poesie, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2016 e al CartaCarbone Festival di Treviso nell’ottobre del 2017, al quale partecipa anche come autore, e nell’agosto del 2018 alla Mediateca John Fante di Torricella Peligna.
Nel settembre del 2017 a Sirmione, partecipa al Sirmio International Poetry Festival.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Visioni – Shooting Haiku”, 32 fotografie di 8 fotografi con i suoi haiku, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2017.
Una sua poesia “Una gabbia” è stata ispirazione per un quadro dell’artista Antonio Minerba per il progetto “Atti Intimi”.

Marie MorelDiMarie Morel

La Panini, nei ricordi d’infanzia di tutti gli italiani.

Leggevo che l’otto ottobre ricorre l’anniversario della nascita di Franco Cosimo Panini, che insieme ai tre fratelli Giuseppe, Umberto e Benito, diede vita a quello che non è solo uno straordinario successo editoriale, ma è diventato un vero e proprio fenomeno culturale: le figurine, in particolare dei calciatori e in seguito delle serie di animazione, come Heidi, Lady Oscar, Georgie, Hallo Spank, Daltanious, per citarne alcune. Mi si sono spalancati i cancelli della memoria e, all’improvviso, sono riaffiorati ricordi che neppure sapevo di avere.  Con un bagno in quella nostalgia che fa sorridere e intristisce allo stesso tempo, mi sono tornate in mente le passeggiate fino all’edicola, la sorpresa ad ogni bustina che si apriva, il gioco degli scambi tra cugini e compagni di scuola, l’emozione di rivivere i cartoni animati con la fantasia guardando le figurine e rileggendo le storie. Così sono andata a curiosare per scoprire la storia della Panini, che fa parte di quella di intere generazioni di italiani.

 

 

La società fu fondata nel 1961 dai quattro fratelli, che fin dagli anni ‘50 gestivano insieme alla mamma un chiosco di giornali in provincia di Modena. Venne loro l’idea, che ebbe un successo clamoroso e inaspettato, di vendere delle bustine contenenti delle figurine. Cominciarono con figurine stampate da altre case editrici, ma dopo averne vendute tre milioni, decisero di mettersi in proprio e diedero alla luce il primo albo dei calciatori, che da allora è diventato un appuntamento fisso di ogni stagione calcistica. L’attività si allargò poi alle serie di animazione e a vari settori, come quello delle scienze e della natura, espandendosi a livello internazionale. La società è stata gestita direttamente dalla famiglia Panini fino al 1998 e, dopo essere stata ceduta ad aziende estere, è tornata ad essere italiana, ha attualmente sede in quella originaria a Modena ed è leader mondiale nel settore delle figurine con cinquanta nuove collezioni lanciate ogni anno. Nel 2013 ha acquisito il ramo d’azienda dei periodici Disney, che pubblica fumetti storici come Topolino. Nemmeno a farlo apposta, mentre scrivevo quest’articolo, ho letto una notizia che mi ha confermato quanto la Panini abbia fatto la storia dell’Italia. Una vicenda tenerissima, quella del sig. Renzo Taddei, che a 92 anni aveva un sogno. Collezionista fin da giovane, voleva visitare la sede della Panini e l’azienda lo ha accontentato, aprendogli le porte dello stabilimento. Il sig. Taddei ha potuto conoscere la storia della Panini e vedere come vengono prodotte le figurine prima di essere distribuite. In una lettera di ringraziamento, l’anziano collezionista ha scritto: “Finalmente il mio sogno si è avverato, mi avete reso veramente felice”.
   

Marie MorelDiMarie Morel

“Sulla mia pelle”, il film/documentario sulla vicenda di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi era stato un tossicodipendente, probabilmente era uno spacciatore e, forse, meritava di essere arrestato quella sera del 15 ottobre 2009, di essere processato e condannato alla pena prevista dalla legge.

Ma Stefano Cucchi era anche un figlio, un fratello, un amico e quello che sicuramente non meritava era di morire mentre era in custodia cautelare, solo, tra dolori lancinanti e con il pensiero di essere stato abbandonato dalla sua famiglia.

La storia di Stefano è una storia di violenza e di omertà perpetrata da chi dovrebbe garantire il rispetto della legge, dei diritti e della giustizia, che è venuta alla luce grazie alla tenacia e alla forza di Ilaria Cucchi, che non si è rassegnata alla morte inspiegabile del fratello, avvenuta il 22 ottobre dopo sette giorni dall’arresto.

Nessuno sa cosa sia accaduto veramente a Stefano in quei drammatici 7 giorni, ma dopo quasi 9 anni, due inchieste, un processo già conclusosi ed un altro in corso, la verità sta lentamente venendo a galla, nonostante i depistaggi, le falsificazioni dei verbali e degli atti processuali, le false testimonianze e le omissioni e, forse, giustizia verrà fatta. Il forse è d’obbligo, perché la giustizia è morta la sera di quel maledetto 15 ottobre, mentre due carabinieri massacravano di botte Stefano Cucchi ed altri colleghi coprivano il loro misfatto, mentre polizia penitenziaria, medici, infermieri e persino il pubblico ministero e il giudice all’udienza per la convalida dell’arresto, nella più totale indifferenza, chiudevano gli occhi dinanzi a quel giovane, che aveva difficoltà a parlare a causa della mandibola fratturata e si reggeva a stento in piedi, con due vertebre lesionate.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno che dovrebbe farsi garante del rispetto della legge, rappresentarla, portare il vessillo della legalità, si convince che la propria autorità lo autorizzi a travalicare proprio quella legge che dovrebbe difendere.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno viola i diritti civili di un altro uomo o sceglie di fare quello che è più facile e non ciò che è giusto, ogni volta che burocrazia, indifferenza, ambizione smodata, perdita di valori sopraffanno l’umanità.

Il caso di Stefano Cucchi è solo uno tra le centinaia di morti in carcere, venuto alla ribalta, perché la sua famiglia non si è arresa e la sua storia è stata raccontata in un film/documentario scritto e diretto da Alessio Cremonini,” Sulla mia pelle”, presentato alla 75 ° edizione della mostra del cinema di Venezia e distribuito da Netflix, proprio in questi giorni.

Uno straordinario Alessandro Borghi, nei panni di Stefano Cucchi, porta in scena quell’ultima straziante settimana di agonia del giovane in carcere, secondo una ricostruzione degli eventi effettuata attraverso le testimonianze e gli atti processuali. Un film che scuote le coscienze e fa accapponare la pelle, difficilissimo da digerire, perché rivela verità scomode, che vorremmo non dover conoscere mai e spalanca le porte su realtà e mondi di cui preferiremmo ignorare l’esistenza.

Marie MorelDiMarie Morel

“Perfetti sconosciuti “, di Paolo Genovese

Diretta da Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti” è una commedia che nel 2016 ha vinto sia il David di Donatello che il nastro d’argento come miglior film.

Frutto di un’idea tanto semplice quanto geniale, tutti gli eventi si svolgono in un unico tempo e in un unico luogo, una sera a cena, in un appartamento romano, durante un’eclissi totale di luna. Tre coppie, Rocco ed Eva, Carlotta e Lele, Cosimo e Bianca, e Beppe, che avrebbe dovuto portare con sé la nuova fidanzata Lucilla per presentarla agli amici ma si presenta solo, si riuniscono per cenare insieme. Si conoscono da molti anni, trascorrono insieme le vacanze estive, festeggiano insieme tutti gli eventi lieti e condividono i momenti brutti, sono sicuri di conoscersi alla perfezione l’un l’altro, ma durante la cena la discussione si incentra sui segreti che ciascuno può avere, nascosti nei telefoni cellulari, che sono diventati le scatole nere delle vite di tutti. Eva propone un gioco: i commensali dovranno lasciare i cellulari su tavolo e rispondere a chiamate, sms ed email in vivavoce, condividendone i contenuti con tutti i presenti. C’è chi accetta di buon grado e chi, dopo qualche resistenza, si vede costretto a partecipare. La serata prenderà una piega inaspettata per tutti.

Un film davvero ben fatto, in cui lo spettatore si sente partecipe degli eventi, come se fosse seduto a quella tavola, in quell’atmosfera intima e familiare. Un cast di attori affiatatissimi riesce a dare vita a personaggi molo ben caratterizzati, sia individualmente che nelle relazioni tra loro, con un Marco Giallini superbo come sempre, mentre gli altri gli tengono egregiamente testa.

Man mano che i segreti vengono fuori, lo spettatore scopre debolezze, vizi, difetti, errori, fragilità che svelano la profonda umanità dei personaggi, nella quale non può fare a meno di rispecchiarsi.

Una commedia dai dialoghi brillanti, in cui si ride di gusto, ma a tratti molto amara, che lascia aperti molti interrogativi, sull’uso che facciamo dei cellulari, su quanto sappiamo davvero delle persone che ci sono accanto ogni giorno e crediamo di conoscere e, soprattutto, siamo proprio sicuri di volerle conoscere davvero?

Il film si conclude con un finale a sorpresa e con una semplice, ma fortissima verità, “siamo tutti frangibili”.

Marie MorelDiMarie Morel

Luca Guadagnino e le streghe di “Suspiria”

Dopo il grande successo di Chiamami con il tuo nome, Luca Guadagnino torna nelle sale con il remake del celebre horror di Dario Argento, “Suspiria”, presentato in anteprima mondiale il 1°settembre, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia.

Più che un remake, per Guadagnino si tratta di un omaggio alla forte ed indimenticabile emozione che provò, guardando l’originale per la prima volta. Un’emozione talmente potente da essere rimasta sopita per anni dentro di lui, come il fuoco che cova sotto la cenere e non aspetta che un alito di vento per rianimarsi. In passato, varie volte il regista aveva rispolverato questa idea, che sepolta sotto altri progetti più contingenti, non aveva mai smesso di pulsare, fino a quando non è riemersa, con tutta l’urgenza di qualcosa che non può più essere rimandato. Ed eccolo qui, finalmente.

È ambientato nel 1977, l’anno in cui uscì il film di Dario Argento, a Berlino e non a Friburgo come l’originale e in una scuola di danza contemporanea, anziché classica. Il Suspiria di Luca Guadagnino vanta un cast di attrici di grande personalità e carisma, come Tilda Swinton, nei panni di Madame Blanc, personaggio ispirato alla coreografa Mary Wigman, pioniera della danza libera esistenziale in Germania, con la sua Hexentanz (danza delle streghe); Mia Goth, che pur essendo giovanissima ha già recitato in ruoli complessi con registi del calibro di Lars Von Trier; Chloe Grace Moretz, veterana dei film horror con i suoi Amityville eLo sguardo di Satana-Carrie; Dakota Jhonson, venuta alla ribalta interpretando Anastasia nella serie cult diCinquanta sfumature di grigio; Jessica Harper, protagonista del Suspiria argentiano e che dopo 40 anni torna su questo nuovo set, con un personaggio diverso. L’uscita del film al cinema è prevista in autunno negli Stati Uniti, ma non ci sono voci ufficiali sulla data in Italia.

Nel frattempo, da appassionata di film horror quale sono, ho deciso che non leggerò recensioni prima di vederlo, perché sono già ben fornita di preconcetti sui remake che, di solito, mi deludono, specialmente quelli di grandi classici come Suspiria”. Lascerò, dunque, questo mio bagaglio a casa, portando con me solo i buoni motivi che ho trovato per andare a vedere questo film, il primo dei quali è che Luca Guadagnino è un regista brillante ed io ho molto amato i suoi lavori precedenti. È agli antipodi rispetto a Dario Argento e, dunque, sono molto curiosa di scoprire come abbia riletto e reinterpretato il più inquietante dei film del maestro dell’horror italiano. Sarà emozionante, poi, rivedere in questo film Jessica Harper, attrice di grande talento, che ha però centellinato la sua presenza cinematografica e si vocifera che Luca Guadagnino abbia dovuto sudare, perché accettasse la parte.  E sarà emozionante assistere all’interpretazione corale delle attrici, nei panni delle streghe, combinata con scenografia, fotografia, luci, colonna sonora firmata Thom Yorke, cantante dei Radiohead, come avviene in quella grande alchimia, chiamata cinema.

 

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Un amore e un “amaro”

È il 2009 quando Enzo Sorbo, per motivi di lavoro, è costretto a lasciare la natìa Casapulla (Ce) e a trasferirsi in Lucania, a Teggiano, un incantevole borgo medioevale arroccato su un’altura e la cui bellezza rasenta la perfezione: un castello, 13 chiese, vari musei, vicoletti che si inerpicano nel centro storico regalando scorci che hanno il sapore del passato, una vista mozzafiato sull’intera Valle di Diano.
Passano quasi 10 anni ed Enzo non torna più indietro, resta, perché qui incontra l’amore della sua vita, Vincenza Tropiano che, invece, a Teggiano ci è nata e cresciuta. I due ragazzi sognano di costruire una vita insieme, che non si esaurisca nell’amore dell’uno per l’altra, ma che rifletta quello che nutrono per la splendida cittadina che li ha accolti e ha dato loro una casa, che li ha visti innamorarsi e mettere radici, come coppia.

L’ispirazione arriva loro quando, per caso, aprono un cassetto del papà di Vincenza, Gaetano, che lì dentro aveva riposto un sogno tanto grande che, da solo, non era riuscito a realizzarlo. Decidono di rispolverarlo, perché sì, finalmente è arrivato il momento per portare avanti quel progetto rimasto abbandonato!

Enzo e Vincenza sanno che è proprio quello il momento giusto, perché hanno dalla loro parte la forza dell’amore e il coraggio della giovinezza, la grinta e la tenacia che attingono dalla loro terra, la saggezza e la benedizione di Gaetano, il suo sguardo benevolo su di loro. In quel cassetto, per tanti anni, il papà di Vincenza aveva custodito gelosamente la ricetta segreta di un infuso di erbe aromatiche ed officinali, assieme all’idea di realizzare un amaro forte e deciso, che avesse gli aromi e i sapori, i profumi e le asprezze della Lucania.

Così, Enzo e Vincenza, aggiungendo un pizzico di dolcezza ed eleganza alla ricetta originaria, danno vita all’”Amaro Teggiano” e, pian piano, creano una piccola azienda di famiglia che produce e vende prodotti tipici locali. Il borgo di Teggiano, con il suo patrimonio storico e culturale, è continua fonte di ispirazione e, nel 2014, in occasione dei festeggiamenti per il tricentenario della statua di San Cono, che veglia sulla comunità e la protegge, la coppia realizza il “Lux Dianensis”, un elisir al mirtillo dolce e delicato, arricchito da uvetta sultanina e fichi bianchi del Cilento, lasciati a macerare nel liquore, una vera delizia! Ultimo nato in famiglia è il “Signore di Diano”, il cui nome è evocativo di antichità, miti e leggende ed ha il sapore forte e deciso degli amari tradizionali. Ma la passione si sa, è foriera di curiosità, sperimentazioni, nuove idee e, così, Enzo e Vincenza non si fermano mai.


Propongono l’ ”Amaro Teggiano” a chef, pasticceri e pizzaioli, che con la loro creatività ne fanno un ingrediente magico: il maestro pasticcere Domenico Manfredi lo usa per il golosissimo ripieno di raffinati cioccolatini; lo chef Domenico Vicinanza per dare ventata di rinnovamento e brio ai cantucci cilentani; lo chef Gerardo Benzato ci fa una glassa aromatica e caramellata per il suo filetto ai funghi porcini e cacio fondente al tartufo; il mastro pizzaiolo Angelo Rubbo lo nebulizza sulla sua pizza farcita con mortadella, fior di latte e pistacchi di Bronte. E ora che l’amaro Teggiano si sta facendo conoscere, apprezzare ed amare, i due ragazzi sono ancora infaticabilmente al lavoro per aprire una vinoteca, in piazza San Cono a Teggiano, dove sarà possibile degustare tutti i loro prodotti ed altri ancora, tutti a km 0, rigorosamente locali e legati alla tradizione.

Il lavoro e la passione di Enzo e Vincenza hanno già avuto importanti riconoscimenti, come il “Premio primula d’oro 2018”, organizzato dalla redazione di “ Info Cilento” e il prestigioso “Premio innovazione del prodotto” della Camera di Commercio di Salerno nel 2014, per “aver originato un prodotto di qualità che è diventato simbolo del territorio”, tanto da recare sull’etichetta la stella, simbolo di Teggiano e la foto di un giovane Gaetano Tropiano, che ha trasmesso ai figli tanti doni, tra cui il legame potente e indissolubile con le proprie radici e quello di continuare a credere ai sogni nonostante le difficoltà, con lo sguardo rivolto al futuro, ma con i piedi ben piantati sulla propria terra.
Ogni anno, l’11, il 12 e il 13 agosto, tra le vie di Teggiano si tiene una festa medievale, “Alla tavola della principessa Costanza”, un itinerario gastronomico nella Diano dei Principi Sanseverino. Percorrendo le stradine del borgo, i visitatori possono ammirare le fedeli ricostruzioni di antiche ambientazioni, il corteo storico, gli sbandieratori, le musiche dei menestrelli, l’assalto al castello e degustare di taverna in taverna, dislocate lungo il percorso, le pietanze medievali.

Quale migliore occasione per visitare Teggiano e conoscere i suoi prodotti enogastronomici?

Info: www.prolocoteggiano.it e www.amaroteggiano.it

AvatarDiElisa Borella

50 sfumature di Puglia: Otranto tra storia locale, natura e acque cristalline

 

L’autunno e il freddo giungono sempre con qualche settimana di ritardo al Sud, dove anche a fine settembre è ancora possibile godersi un po’ di mare, qualche ultimo raggio di sole estivo e una discreta dose di tranquillità, senza sentirsi assediati da troppi turisti sudati intorno. In caso vi fosse rimasto qualche giorno di vacanza da trascorrere tra tuffi in acque cristalline e albe mozzafiato sulla costa, la Puglia è decisamente ciò che fa per voi!

In particolare, Otranto, il centro abitato situato più a oriente dello Stivale, perfetto mix tra interessanti siti storico-artistici e la giusta dose di meritato relax.

 

Il centro storico di Otranto è un piccolo gioiello interamente percorribile a piedi (non temete, le distanze sono assolutamente ragionevoli, anche se siete fuori allenamento!), un labirinto di viuzze strette e irregolari che, in un modo o nell’altro, finiranno sempre per condurvi nei due principali punti di interesse del borgo antico e della travagliata storia locale, fatta di continue conquiste da parte di popoli stranieri (messapi, greci, longobardi, bizantini, angioini, aragonesi…) e di razzie e devastazioni perpetrate da feroci popolazioni provenienti dalle coste del mar Mediterraneo, come ad esempio i Turchi.

La Cattedrale normanna, dedicata a Santa Maria Annunziata e posta proprio nel cuore pulsante della città vecchia, ospita infatti, la Cappella  dei Martiri, a ricordo del sacrificio di 800 otrantini, barbaramente uccisi dai soldati turchi di Maometto II nel 1480 per essersi rifiutati di ripudiare la propria fede cattolica in seguito all’assedio e alla caduta della città (gran parte della toponomastica locale ruota attorno a questo tragico evento, fateci caso); non dimenticate, inoltre, di osservare il mosaico pavimentale rappresentante l’albero della vita e alcune storie del Vecchio Testamento: realizzato intorno al 1160, è, infatti, uno dei cicli più suggestivi di tutto il Medioevo nostrano! 

A poca distanza, invece, non potrete che imbattervi nel poderoso Castello aragonese, edificato fin dal Duecento e oggetto di continui e progressivi ammodernamenti (come ad esempio quello realizzato facendo tesoro degli insegnamenti di Francesco di Giorgio Martini o quello cinquecentesco volto a fortificare ulteriormente il lato rivolto verso il mare) fino a trasformarsi nel ‘700 nell’ambientazione perfetta per il primo romanzo gotico della storia, Il castello di Otranto, per l’appunto, di Horace Walpole.

Per gli amanti dell’abbronzatura 365 giorni all’anno, invece, imperdibile è la sosta alla Baia dei Turchi (così chiamata per ricordare il tratto di costa che, secondo la tradizione più accreditata, assistette allo sbarco dei già sopra citati spietati guerrieri di Maometto II), la spiaggia sabbiosa più famosa della città, situata qualche chilometro a nord rispetto al centro storico. Mare cristallino, sabbia finissima, una leggera brezza che scompiglia i capelli… Cosa chiedere di più? Per chi, invece, volesse rispolverare il proprio animo romantico e sognatore, sempre in riva al mare, cullati dal lento sciabordare delle onde, la meta più indicata è sicuramente Punta Palascìa, il punto geografico situato più a est di tutta la penisola italiana, da cui godere di albe meravigliose nate direttamente dalle splendide acque salentine (posto gettonatissimo dove trascorrere la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, se puntate a essere i primi in tutta Italia a salutare il sole del nuovo anno in compagnia di amici o della vostra dolce metà).

Ultimo, ma non per questo meno suggestivo, must nei dintorni di Otranto è il cosiddetto laghetto di bauxite“, un piccolo specchio d’acqua color smeraldo, originatosi a causa delle infiltrazioni d’acqua penetrate nella cava dell’omonimo minerale dismessa alla fine degli anni ’70, circondato da terra, sabbia e roccia… rossa! Il momento migliore per scattare una foto da cartolina e per godere di panorami da outback australiano pur rimanendo coi piedi saldamente ancorati al suolo italico è, ovviamente, il tramonto, quando le tinte dorate e color rame si accendono, inondando lo scenario di tutte le gradazioni possibili del rosso mattone, dell’arancione e del giallo.

Se non avete ancora avuto l’occasione di scoprire le bellezze pugliesi, Otranto è sicuramente un buon trampolino di lancio per immergervi nella cultura, nelle tradizioni e nella storia di questa regione italiana ricca di fascino e di luoghi interessanti da visitare e da vivere, un buon compromesso tra le preferenze di chi non disdegna lunghe passeggiate in mezzo alla natura e di chi, invece, è un fanatico della tintarella e dell’ombrellone, tra chi è interessato all’architettura e alla storia e chi, invece, è attratto dalla buona cucina. Ce n’è davvero per tutti i gusti… Provare per credere!

AvatarDiPinuccia Panzeri

Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous

Omicidio a piazza Vittorio: una commedia all’italiana scritta da un autore di origine algerina. Questo romanzo di Amara Lakhous è una sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo  La piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell’analisi antropologica, il brio e l’apparente leggerezza del racconto. A partire dall’omicidio di un losco personaggio soprannominato “il Gladiatore”, si snoda un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Forse basta mettere in scena frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all’ascensore, all’origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

 

In questi tempi confusi, in cui voci contrastanti si alzano da tutte le parti per protestare contro un fenomeno su scala mondiale come la mescolanza di culture, una lettura di questo tipo è adatta per conoscere un punto di vista particolare. Anzi, tanti punti di vista particolari, perché il romanzo – breve, per la verità – è costruito in maniera molto curiosa, con le voci di undici residenti dello stabile di Piazza Vittorio che si alternano a raccontare, in prima persona, la “loro” verità. L’aspirante regista olandese accanto alla portinaia napoletana, il negoziante bengalese prima del professore milanese trapiantato suo malgrado a Roma, la povera badante peruviana, il barista Sandro, romano de Roma, insomma tutti descrivono in poche pennellate la loro realtà di solitudine, di rabbia, di perplessità di fronte a certezze di una vita che vacillano sotto i colpi di una strana modernità, di paure e di piccoli grandi atti di coraggio.

 

Ogni narrazione prende lo spunto dal fatto: l’omicidio di un delinquente di mezza tacca che viveva nello stabile, il cui corpo pugnalato è stato ritrovato nell’ascensore, quello stesso ascensore oggetto delle dispute condominiali. Un morto che nessuno rimpiangerà diventa lo spunto per far esplodere rancori nascosti e inaspettate generosità, e su tutti i personaggi, al di sopra delle loro miserie, giganteggia una figura quasi mitica, quell’Amedeo che di tutti è amico, da tutti è rispettato, risolve i problemi, aiuta, sorride, tende la mano: la parte bella di noi, che quasi fatichiamo a riconoscere quando ce la troviamo davanti.

Ciascun personaggio è, in un certo senso, uno stereotipo. Ma l’autore riesce a farlo erigere sopra il ruolo di mera macchietta.

Così abbiamo la signora Benedetta Esposito, napoletana piena di superstizioni e convinta che l’assassino sia qualche immigrato, l’iraniano Amir Iqbal Allah che decide di chiamare il figlio Roberto, per evitargli la confusione fra il nome e il cognome di cui lui stesso è vittima, la peruviana Maria Cristina Gonzales, badante di una signora di ottant’anni e terrorizzata all’idea di perdere il lavoro…. E tanti, tanti altri nomi, altri volti che si intersecano, altre voci che si uniscono al coro. Fra di esse, ne spicca una: quella dell’olandese Van Marten.

Ebbene si: molti italiani guardano con disprezzo gli immigrati e, nel loro sguardo, c’è sempre un malcelato senso di superiorità. Ma cosa succede quando loro stessi devono essere giudicati dal figlio di quell’europa ricca ed organizzata, incapaci di comprendere le lungaggini burocratiche ed il “catenaccio” che ha distrutto il bel calcio?

 

La copertina di questo libro esprime già la varietà e la moltitudine dei personaggi, con tanto di nome e cognome e nazionalità. Ecco, la nazionalità è il vero perno attorno cui ruota il racconto che, partendo dall’omicidio dell’equivoco “Gladiatore”, ci fa conoscere ad uno ad uno i personaggi del condominio da lui abitato, appunto un palazzo di piazza Vittorio, il quartiere più multietnico di Roma. Indovinatissima è la scelta di presentare ognuno di questi con la sua verità e la sua ipotesi su chi possa essere l’assassino, attraverso una miriade di congetture e diatribe condominiali che culminano puntualmente nell’ascensore, oggetto di uso comune di persone di varie provenienze e classi sociali.Ufficialmente c’è un indiziato, Amedeo, che è sospettato per il semplice fatto di essere scomparso dopo l’omicidio, ma i condomini e i suoi amici, sia italiani che no, non sono d’accordo con questa ipotesi. Amedeo sembra anzi essere l’unica persona che tutti rispettano e nel quale hanno fiducia.La portinaia Benedetta Esposito, ad esempio, lo difende perché lo crede una brava persona, e, pur dicendo che bisogna cacciare tutti i lavoratori immigrati, è convinta di non essere razzista… Attraverso le voci dei vari protagonisti affioreranno tutte le incomprensione, le false certezze e le diffidenze con cui le persone si trovano a contatto quotidianamente, in una mescolanza di episodi sia drammatici che divertenti che ci porteranno al finale inaspettato e… veramente illuminante!

 

Amara Lakhous consegna un ritratto vero e neorealista di un’Italia in cui l’integrazione non è vivere tutti felici e nel rispetto altrui, ma sopportare mal volentieri la vicinanza del prossimo, da qualsiasi parte del mondo esso venga.

Il libro è una perla che fa sorridere e allo stesso tempo fa riflettere sugli svariati luoghi comuni che animano la nostra società. Lo consiglio per comprendere i condizionamenti culturali di cui ciascuno di noi volente o nolente si trova ad essere vittima, sia nell’esprimere un’opinione, sia nel riceverla da altri. Un romanzo che fa ridere fino alle lacrime, ma porta anche molte riflessioni. Ed insegna ad avere una mentalità più aperta.

 

Amara Lakhous (nato in Algeri nel 1970) è uno scrittore, antropologo e giornalista algerino con cittadinanza italiana. Ha vissuto e lavorato a Roma dal 1995 al 2015. Ora vive a New York dove continua il suo lavoro di scrittore e sceneggiatore.
Si è laureato in filosofia all’Università di Algeri e in antropologia culturale all’Università La Sapienza di Roma. Ha lavorato sulla prima generazione dei musulmani arabi immigrati in Italia.
Nel 1994 ha lavorato come giornalista della radio nazionale algerina.
Dal 1995 lavora in Italia nel campo dell’immigrazione, svolgendo attività di mediatore culturale, interprete e traduttore.
Ha lavorato dal 2003 al 2006 come giornalista professionista all’agenzia di stampa Adnkronos International a Roma.
Nel 2006 ha vinto il premio Flaiano e il premio Racalmare–Leonardo Sciascia.

 

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Franco Battiato, il cantautore eclettico

Da qualche giorno, su internet si rincorrono notizie, smentite, speculazioni sulle condizioni di salute di Franco Battiato. Pare che il cantautore sia stato costretto ad annullare tutti i suoi impegni pubblici, in seguito alla frattura di un femore e dell’anca e ad una lunga e lenta riabilitazione. Qualcuno, però, ha diffuso la notizia, smentita poco dopo, che sia affetto da Alzheimer e che, il suo abbandono delle scene sia definitivo.

Io mi auguro che Franco Battiato si rimetta presto e che, quanto prima, torni alla ribalta per regalarci qualche nuova perla, frutto del suo instancabile lavoro creativo, sperimentale e innovativo. Non c’è un solo stile musicale che il cantautore non abbia toccato, nell’arco della sua lunga carriera, passando dal progressive rock avanguardista alla musica classica e sacra, dall’elettronica a quella d’autore e pop, contaminandoli con i suoi innumerevoli interessi culturali, filosofici, esoterici, mistici.

Nato a n Sicilia il 23 marzo 1945, a diciannove anni si trasferisce a Milano, dove conosce Giorgio Gaber che lo aiuta ad inserirsi nell’ambiente musicale. Prima abbraccia li filone “della protesta”, che all’epoca era molto in voga tra i cantautori, per abbandonarlo poi agli inizi degli anni 70, quando si dedica alla sperimentazione. Sono gli anni dell’album “Fetus”, “Pollution” e “Click”, molto originali e innovativi nel panorama della musica italiana, in cui Franco Battiato si avvicina alle sonorità elettroniche e d’avanguardia, reinventandole non suo personalissimo stile intellettuale e intimistico. Battiato porta all’interno della sua carriera la passione per il teatro, per le culture orientali, per la letteratura e la poesia, ispirandosi a grandi poeti, filosofi, scrittori, come Proust, Leopardi, Carducci.

Negli anni 80 arriva il successo, con gli album più famosi e canzoni indimenticabili, come “Segnali di vita”, “Bandiera Bianca”, “Gli uccelli”, “Cuccuruccucù”, “Centro di gravità permanente”, “Voglio vederti danzare”, solo per citarne alcune. Ed è, finalmente, il momento dei riconoscimenti. I suoi album scalano le classifiche, arrivano i primi premi e Franco Battiato si impone come uno dei più raffinati cantautori italiani.

Negli corso degli anni, le sue sperimentazioni si sono fermano mai e si intrecciano con il lavoro di altri artisti, come il musicista Pio Giusti, che gli insegnerà a suonare il violino, il filosofo Manlio Sgalambro, autore della sua canzone manifesto, “La cura”, considerata da molti critici una delle più belle canzoni d’amore italiane, e la cantautrice Alice, con cui ha intrattiene un lungo sodalizio artistico. Proprio con quest’ultima, nel 2016, tiene il suo ultimo tour “Battiato e Alice”, in cui i due artisti si esibiscono da soli e in numerosi duetti. Il suo genio l’ha condotto a sperimentare anche diverse forme espressive, come la pittura e la regia.

A cos’altro si dedicherà, quando si ristabilirà completamente? Una sola cosa è certa, ci sorprenderà, come sempre.

AvatarDiGiuliana Holm

Badolato – Cineturismo a rovescio

Intervista al regista Alessandro Genovesi

Di Giuliana Holm

Laurea Magistrale in Cinema e media

 

Mi trovo in Calabria, più precisamente nel borgo di Badolato in provincia di Catanzaro. Da poco è terminato il Magna Grecia Film Festival di Catanzaro, dedicato quest’anno a Vittorio De Sica e al 70esimo anniversario del suo capolavoro Ladri di biciclette, ricco di ospiti nazionali e internazionali tra i quali Oliver Stone, Richard Dreyfuss, Rupert Everett. Badolato Borgo con i suoi incantevoli scorci attira diversi artisti, per questo motivo è chiamato il borgo degli artisti. Molti registi e critici del cinema vengono qua per fare le vacanze. Si discute, infatti, se il cinema si trovi a Badolato oppure lo attraversi? Di fatto qui si incontrano personaggi come Emiliano Morreale, docente di Storia del Cinema Università della Sapienza e critico di Repubblica e l’Espresso, Alina Marazzi regista di Vogliamo anche le rose (2007) e Tutto parla di te (2012) con Charlotte Rampling, Dario Zonta, conduttore di Hollywood Party radio 3 e produttore artistico di Sacro G.R.A (2013) e Fuocammare (2016) e ancora Francesco Munzi regista di Anime nere (2014) e Monica Guerritore, che a luglio si è esibita con la sua grandiosa interpretazione dell’Inferno di Dante e dell’Infinito di Leopardi.

 

Nel borgo Il 13 agosto, in occasione della festa dell’Assunta, è stato proiettato sotto le stelle nello spettacolare sfondo sulla chiesa dell’Immacolata il film Puoi baciare lo sposo (2018). La serata ha avuto come ospite d’eccezione il regista Alessandro Genovesi (regista di La peggior settimana della mia vita (2011) e sceneggiatore di Happy Family (2010), poi divenuto film con la regia di Gabriele Salvatores). Emiliano Morreale, durante una breve presentazione, ci svela che nonostante il film sia stato girato a Civita di Bagnoregio la vera ispirazione del film è stata il borgo di Badolato. Infatti, il titolo della prima versione presentata a Turi Caminiti, badolatese appassionato di cinema e organizzatore di questa XVI rassegna cinematografica, era “Matrimonio a Badolato”. Caminiti sconsigliò vivamente il regista di girare il film nel borgo, temendo in seguito l’assalto del turismo. Ecco perché in questo caso si può definire “Cineturismo a rovescio”. Morreale ci presenta inoltre il montatore del film Claudio Di Mauro, in vacanza nel vicino borgo di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio e invitato qui per la serata, ma anche l’attore Francesco Colella, che con il film Puoi baciare lo sposo non c’entra proprio nulla, ma si trova qui perché in questo periodo sta interpretando un ruolo in Calabria nella nuova serie Zero Zero Zero di Stefano Sollima, tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

 

Ha inizio la proiezione. Il pubblico numeroso ride delle disavventure della giovane coppia gay in difficoltà dopo aver annunciato il proprio matrimonio ai genitori. Alla fine il pubblico applaude divertito. I protagonisti sono Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Salvatore Esposito e Cristiano Caccamo. Nel film si riconoscono chiaramente alcuni particolari del borgo di Badolato, come ad esempio il sindaco noto per l’accoglienza dei migranti, il rischio del crollo in alcune zone, come avvenne dopo l’alluvione del 1951, la tradizionale processione pasquale del sabato santo con tutti i figuranti in costume: i romani, i giudei, gli incappucciati e Gesù sotto il peso della sua croce. Senza dimenticare la chiesa dell’Immacolata, che in realtà non esiste a Civita di Bagnoregio, ma che è il fulcro più importante di Badolato.

Dopo la proiezione ho l’occasione di strappare una breve intervista al regista Alessandro Genovesi che si trova qui in vacanza.

 

Perché il film è stato girato a Civita di Bagnoregio e non a Badolato?

– Questo è un film che viene visto da tante persone in Italia e in genere se un posto molto bello viene raccontato in un film poi c’è un turismo fatto apposta per andare a vedere quel paese. Siccome Badolato è bella perché non è sovraffollata ed io amo questo posto, ho semplicemente voluto proteggerla. Nel film diventa quasi un paese inventato, che prende spunto da Badolato, ma lo sappiamo solo noi che la conosciamo. Il borgo di Civita di Bagnoregio è molto più piccolo di Badolato e come Badolato è una città magica e sta veramente crollando. È un paese che dopo il film è stato assalito dal turismo, però in generale ci sono solo negozi, botteghe e ristoranti, ma ci vivono solo sette persone e basta. Non ci sono gli immigrati, quello è un altro un riferimento a Badolato. Quando l’ho scritto, essendo abituato a venire qua, ho raccontato un posto come se fosse Badolato, anche se nel film, fatti e persone sono puro frutto della fantasia.

 

Nel soggetto ci sono una serie di personaggi fuori dalla norma i quali culminano in uno scontro aperto con il conformismo prevalente nella piccola società ambientata nello sfondo di un borgo dalle antiche tradizioni religiose, quasi a voler ribaltare un paese ben radicato nelle propria etica millenaria.

Era vostra intenzione dare un allegro scossone agli italiani ancora restii ad accettare le famiglie gay e le unioni di coppia di vario genere, come per esempio quella tra un crossdresser di mezza età e una ragazza ricca orfana di padre?

 

Guarda è un film, per cui non è una proposta di legge, è appunto un racconto che tratta un argomento di attualità e prende inevitabilmente una posizione, cioè quella che l’amore non ha sesso. Non sono omosessuale e non sono un’attivista, però credo che è veramente importante per le generazioni future che questa cosa passi come normale. Noi abbiamo visto una storia d’amore e dopo breve tempo ci siamo dimenticati che era una storia tra due uomini. I personaggi sono creati per il divertimento, ma non sono trattati come macchiette, certo sono fuori della norma e chiaramente in contrasto con un borgo attaccato alle proprie tradizioni.

 

Quali reazioni ha avuto il vostro film in un paese cattolico come l’Italia?

La reazione in Italia l’hai appena vista, il pubblico rideva e quello succedeva anche al cinema. Certo che dopo le ultime elezioni, l’Italia è diventata un paese omofobo e populista. Il film è andato comunque bene, è distribuito in otto – nove paesi all’estero e adesso andrà in TV.

 

Uscirà anche in Danimarca?

No in Danimarca non c’è, sarà in Germania, uscirà l’anno prossimo in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti, in Canada e nella Corea del Sud.

 

Finisco augurandomi che Puoi baciare lo sposo arrivi anche in Danimarca.

Il titolo in inglese è My Big Gay Italian Wedding, la canzone finale è Don’t Leave Me This Way (1975) di Kenny Gamble e Ricky Nelson

AvatarDiLucia Rota

Morten Beiter om Scrovegni’erne kapel i Padova

Her er en kort udgave af Morten Beiters artikel i Weekendavisen den15/6, hvor han skriver bl.a om Scrovegni’ernes kapel i Padova

”For ikke så lang tid siden stod jeg i Scrovegni’ernes kapel i Padova og kiggede op til Giottos over 700 år gamle dommedagsfresco på endevæggen. Kapellet var den stenrige Scrovegni-families forsøg på at købe sig ud af det helvede, som var blevet dem tildelt af selveste Dante, der i sin Guddommelige komedie havde placeret patriarken Reginaldo Scrovegni i ågerkarlenes  helvedeskreds. ”Jeg, Paduas søn, blandt florentiner sidder, der fylde mine øren til med rungen af deres råb”. Men uanset hvor frygtet helvede er, så er det nok alligevel her de fleste øjne stopper, når de glider hen over den sublime, malede fortælling om den sidste dag.  Og det er svært ikke at komme i tanke om den gamle vittighed med manden, der døde og blev vist rundt i helvede, der egentlig virkede som et meget hyggeligt og rart sted, hvis det ikke lige var for et enkelt hjørne, der var fuldt af torturinstrumenter.  Og adspurgt, hvad der var, svarede djævelen: ”Det der? Det er bare noget vi har stående til katolikkerne. Jeg ved ikke helt hvorfor, men de er vilde med det.”…..

Su Weekendavisen del 15/6 Morten Beiter pubblica un articolo dove si riallaccia a una sua visita alla Cappella degli Scrovegni.

La cappella fu fatta costruire da Enrico Scrovegni, ricchissimo banchiere padovano nell’area dell’antica arena romana di Padova. Qui fece edificare un sontuoso palazzo di cui la cappella era oratorio privato e futuro mausoleo familiare.Chiamò  ad affrescarla Giotto che vi lavorò dal 1303 al 1305. L’interno si presenta interamente affrescato su tutte e quattro le pareti. Il ciclo pittorico è incentrato sul tema della salvezza. Dio decide la riconciliazione con l’umanità, affidando all’Arcangelo Gabriele il compito di cancellare la colpa di Adamo con il sacrificio di suo figlio fatto uomo. Prosegue con le storie di Gioacchino ed Anna, le Storie di Maria, le  storie di Cristo concludendo con il grandioso giudizio universale. La cappella fu acquistata da Padova nel 1881 che ne curó il restauro e la riconsegnó al mondo in tutto il suo ritrovato splendore. L’articolo di Morten Beiter è molto vivace e come al solito interessante. Divertente è quello che scrive su un’ ipotetica visita all’ inferno di un tale accompagnato da un diavolo “spiritoso” che gli fa vedere gli strumenti di tortura usati per i cattolici che li apprezzano particolarmente.

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

Pasta margherita… e l´estate é servita!

Quanti di voi amano la pasta italiana?!? Certo in estate la pasta al sugo, anche se buona, forse non é proprio l´ideale.

Vi proponiamo questa video ricetta di CookAround dopo averla provata per voi!

Vi assicuro che era buonissima. Nella nostra variante abbiamo usato una mozzarella di Bufala Galbani tagliata a pezzettini e aggiunto (direttamente nel piatto per decorare) anche un po´di origano… ci stava proprio bene.

Come tipo di pasta vi consigliamo quella di Gragnano o comunque una pasta trafilata al bronzo, che tiene meglio la cottura. Ma se proprio non la riuscite a trovare va benissimo la Barilla.

Auguriamo a tutti buon appetito!

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA SICILIA.

Questo mese vi propongo una bravissima scrittrice-poetessa di Ragusa.

Ho letto quasi tutti i suoi libri trovandoli toccanti e leggermente impregnati di dolce malinconia del ricordo.
Ancora una volta il sud ha fatto dei miracoli regalandoci questa poetessa, molto amata dalla stampa locale e nazionale con un seguito eccezionale di fans virtuali e no.

Letizia Dimartino, ci regalerà alcuni suoi versi, risponderà alla mia intervista e per chi non ancora la conosce, in allegato la sua biografia.
Seguirà nello spazio : Poesia questa conosciuta alcuni bei versi poetici di Michel Houellebecq.
Buona lettura.

Pablo Paolo Peretti – Copenhagen

Intervista lampo a Letizia Dimartino

Quanto hanno influenzato la tua scrittura i posti dove hai abitato e in che modo?

I luoghi sono il tutto del mio scrivere. Le case, le stanze, le finestre, le città. Niente ci sarebbe di me nella scrittura se essi non fossero stati così predominanti. E ogni parola è un posto diverso

Hai dei momenti particolari del giorno o della notte in cui ti senti più portata a scrivere?

Un tempo succedeva spesso di notte, perché insonne a intermittenza. Ma il giorno è stato tempo anche per scrivere, fra le voci di chi mi sta intorno, di chi mi parla, raramente nel silenzio. La vita è lo scrivere… la vita e lo scrivere

Dicono che la poesia non vende. Hai un tuo parere riguardo a questo?

Non vende perché manca l’attitudine ad ascoltarla innanzitutto. Mia madre mi recitava poesie mentre mangiavo con riluttanza, mi commuovevo e la guardavo ammirata. A scuola la amai molto meno. Leggere è un atto difficile per molti, e la poesia si è sempre ritenuta “difficile”. Chi la ama la cerca, la trova. Avere un libro di poesie in borsa, stando in giro, alleggerirebbe il vivere convulso di molti

 Chi sono oggi i lettori della poesia?

Li sconosco. Pochi giovani. Pochi tutti. In ogni caso chi ha un dono dentro

Chi è il poeta che ti ha in qualche maniera influenzata e in che modo…e quale altro poeta ti ha deluso e perché?

Di sicuro Cardarelli. Molto amato. Scrivere poesia novecentesca fu il mio primo approccio, e lui mi è stato vicino. Perché parlare di chi mi ha deluso? 

Hai un tuo libro/raccolta che ti è rimasto nel cuore e perchè?

Quello di Vivian Lemarque. Mi ha tenuto compagnia per anni, in tanti momenti, in tanti vuoti, cercando risposte, trovando pienezza 

Come si distingue un vero poeta da uno che scrive solo bei pensierini?

È la banalità che fa la differenza. Solo che non la si sa sempre distinguere. La parola mediocre, il banale dei versi   

 Cosa vorresti  si dicesse dei tuoi scritti e di te un giorno?

Che sono stata autentica e diversa. E, appunto… mai banale

Hai qualche poeta conosciuto sul web che ti piace e da consigliare al pubblico virtuale? E se si, perché?

Roberto Amato, vincitore di un premio Viareggio. Poeta unico, inventore, che si distingue per i temi e per il frasario

 Hai la possibilità di andare a cena con un poeta Famoso (puoi scegliere da quelli che furono e quelli tutt’ora in vita) …chi vorresti vicino a te e perchè?

Raboni. Era un gran signore

BIOBIBLIOGRAFIA

Letizia Dimartino è nata a Messina nel 1953 e vive a Ragusa. Ha pubblicato libri di poesia, è stata ospitata in antologie e scrive per l’inserto culturale de «La Sicilia». Ha esordito nel 2001 con la raccolta di poesie Verso un mare oscuro (Ibiskos, Empoli), seguita da Differenze (Manni, Lecce 2003), Oltre (Archilibri, Comiso 2007), La voce chiama (Archilibri, Comiso 2010), Ultima stagione (Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2012). Il suo ultimo libro, Stanze con case, è uscito nel 2015 per Giuliano Ladolfi Editore. Recensioni di Ultima stagione e Stanze con case sono apparse su «La Lettura» del «Corriere della sera», «La Stampa», «La Sicilia», interviste e altri scritti sono stati pubblicati sugli inserti “Io Donna”, “Sette” e “Sicilia Style” del «Corriere», oltre che su «La Sicilia». La silloge Cose, tratta da La voce chiama, è stata pubblicata sull’«Almanacco dello Specchio 2009» (Milano, Mondadori 2010), mentre la raccolta Fino a quando esisto è inclusa in «Quadernario – Almanacco di poesia 2015», curato da Maurizio Cucchi per LietoColle. Sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste letterarie, tra cui «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia», «Poesia» (con 25 poesie, a cura di Maria Grazia Calandrone), «Almanacco del ramo d’oro», «La Mosca di Milano», «La Recherche». Racconti e poesie si trovano anche online su corriere.itrainews.itilfattoquotidiano.itaterlierpoesia.it, l’estroverso, carteggiletterari.it. collabora al quotidiano La Sicilia settimanalmente nella rubrica Asterischi. Sul Fatto Quotidiano un articolo di Antonello Caporale uscito nel maggio 2017. Nel luglio 2017 ha pubblicato “Direzione inversa” in prosa poetica.

Poesie inedite di Letizia Dimartino

Mettevo il rossetto. Credevo di vivere
Succede che stando seduta le seggiole diventano leggere. Noi pensiamo di avere ancora braccia che sospirano, giacche su spalle in bilico e scialli che cadono sulle gambe.
Era estate anni fa e mi stringevo le dita, i lacci intorno, uccelli liberi e pietre in attesa.
Le lenzuola dondolavano sui letti, il tulle intorno alle zanzare, le ossa contorte
e un sibilo umile usciva dalla bocca. Perché non eravamo, lo ripetevo stando poggiata ai tavoli, o sui cuscini. Non mi si chieda cosa scrivo.
In fondo, fra vapori e finestre, dietro vetri e giornali, in stanze e balconi, ogni cosa al suo posto, è la testa che duole. Ed il battito.
—————

E se si è stanchi ci resterà la mano nei capelli.
Io ho verruche e forfora e disforia e tu sai ridere se ancora lo so dire.
Su quel tavolo di marmo rosso poggio i gomiti. Sui letti metto
coperte imbarazzanti, apro gli armadi dove nascondo le ossa di questo corpo.
Oggi c’è nebbia – sottile. E sotto, un cielo pallidissimo.
Si sta fermi. In silenzio

————

Se dovessi pensare che in questo fuori, nel gioco di chi è spento, col vuoto e poi il grigio
– tu che prendesti le mani, il treno dove stazioni tacciono, il peso di questo bicchiere le dita sulla tavola le spalle ed il vestito sceso sulla pelle – tu, dovessi mai pensare, tu – dicevo – dove lo porteresti il corpo mio che spezzo.
( son trucioli loro, li vedi?)

————

Parlami. Questo é un marzo di nebbia. Di gocce. Forse di silenzio. Parlami, poco.

————–
Perché il mare era silenzioso e lui stava lì
quando braccia distese dicono
che si può anche non essere
in una terra che rivolta il capo
il suo, il nostro.
Noi stiamo. Fermi. Dove tutto finisce
e non esiste più il pianto

——————–

E si è fatta notte negli armadi,
sui vestiti sui mobili
con le ombre e i cristalli.
Il mare l’ho scordato
e pure il vento e il sonno
e pure le case coi balconi
stavano spalancati, ne usciva il suono.
Io ero contro il buio. Cercando
——————-

I miei capelli cadono
e gridano insieme e forse hanno un sorriso
o forse la paura li attorciglia
mio padre mi guardò in quella sera
chiedeva aiuto, io lo so, era tutto negli occhi
e io avevo ancora chiome bionde sul collo
il mio corpo si disfa piangendo
mia madre con le piaghe
il nero liquirizia della pelle.
Non parliamo più noi tre.
Noi siamo il silenzio.

—————————-

Queste mani. Hanno il bianco
il mattino, le lenzuola, la paura.
Tutto.
Hanno dita, che girano
che piangono. Queste mani.
Loro

—————

E se questo colore dorme
– le braccia
e il collo nella loro piega –
sarà un dolore, una attesa
un semplice rifiuto del mio amare
tu impara a darmi ogni piccolo
grumo di polvere. Così il tuo piede
che batte insieme a quella goccia
avrà un posto, un segno bianco
in me

———–

Le voci d’ospedale
sento il ritmo della cicala
nel grido della donna
oltre la cornetta
le nostre parole
il riso e la pena
stai immobile
leggi Pascal
con vertebre
che ci uniscono
il corpo
i giorni tuoi e miei
domenica di ottobre
città lontane, un sole
tiepido qui. Dimmi
se avremo altri giorni fermi.
Inghiotto una pillola
la tua sul comodino
e stiamo. Stiamo

——————-
Avevi un nome. Un maglione.
Ti avevo stretto le mani
era spesso giorno
e spesso notte
fra medicine e lenzuola
tacere era difficile
poi, senza sguardo,
nel vuoto di un letto
credevo di scordare
il nome, il maglione.
E me
Sono dove le porte si chiudono
e le finestre hanno vetri impolverati
sopra un cuscino sgualcito
davanti a un libro che sconosco
oggi non trovo neanche il mio cappello
la borsa dei rossetti
il labbro in ghigno di guerra
e i cassetti serrati
Avevo un amore un tempo
senza trasparenza.
Ormai dormo in inverno,
il letto e le sue stagioni.
Fu una vita, questa

___

Sono cresciuta d’acqua e di visioni
ma non fui io. Perché le strade non portano mai
lì dove il cuore ha colpi bassi
il peso sulle anche, e gli occhi fuori
le scarpe e l’erba e il cielo che già conoscemmo
noi fummo folli in un altro tempo, ricordi?
E adesso si fa buio come allora
nel sacco il pane ed il rosario
mi salutasti piano, senza la mano
ti dissi vai che poi ritorni tu
il grazie tuo il dopo mio, la strada sotto la notte
avrai dei giorni e non saranno questi
mi salutasti piano e il sonno lo dimenticasti
e tutto, poi, e tutti.

___

Mi scatti una fotografia qui, poggiata ad una porta. Ho il sole sulle spalle
fuori la via e il giorno. Mi manca il senno. Me lo dicono che sono santa e ingenua
che il tempo non passa e le bocce dei profumi brillano sulla consolle.
Sappi che invece spruzzo pensieri senza odore e le mie gonne non bastano
a riempire armadi e questa mente stanca. Non so più muovermi
non conosco il ramo e la foglia che mi porgi. Siamo lontani, in una città
che non si commuove. Qualcuno parla. Ero bambina e stavo in una stanza.
Quando i vetri sbattevano lui correva e il vento lo trascinava, io piccola guardavo
era come una fine, come perdere gli abiti e soffrire.

__
C´è un principio di vuoto
nel passo che non riconosco
una fame di muscoli
la fine di ogni cosa.
Invece stendo il braccio
nel gesto sconosciuto
le dita remote
la luce che si perde sul retro
dei palazzi, i profili neri
lo specchio che taglia
nella lama d’acciaio.
Tutto io tolgo alle labbra
la saliva, il morso, il rosso
del belletto. Tutto.
“Niente io vorrei”. E lo dico
d’un fiato. Con tremore.

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.

 

AvatarDiPinuccia Panzeri

”Scherzetto” di Domenico Starnone, Casa Editrice Einaudi, 2016

Daniele Mallarico, famoso illustratore che vive ormai da anni a Milano, dove ha una brillante carriera, è chiamato dalla figlia per badare al nipote Mario, che vive a Napoli, per alcuni giorni in cui lei e il marito, entrambi studiosi di matematica, saranno assenti per un convegno. A malincuore così il protagonista di Scherzetto, ormai anziano e abituato a vivere da solo dopo anni di vedovanza, accetta e così lascia le sue faccende quotidiane per andare a badare a questo bambino di quattro anni che per lui è un perfettto sconociuto. Non sarà certo facile il ritorno dopo anni a Napoli sua città natale con tutto ciò che questo comporta a livello emotivo.

Una trama semplice che si sviluppa in un arco di quattro giorni, in cui nonno e nipote imparano a conoscersi e ad amarsi talvolta, ma anche, molto più spesso, a non tollerarsi reciprocamente. Riuscire a far passare i giorni che li separano dal ritorno dei genitori diventa un’ impresa, il bambino desidera giocare, il nonno lavorare, soprattutto per potersi allontanare dal bambino per un pochino e negli intramezzi per meglio sopportarsi usano l’escamotage dello scherzetto tra di loro, anche se spesso il piccolo Mario essendo un bambino piccolo non riesce a capirne il limite e questo comporterà qualche problema. Così tra uno scherzetto e l’altro nonno e nipote cercheranno di riuscire a superare e sopportare qualche giorno in compagnia l’uno dell’altro.

Due maschi si fronteggiano, sangue dello stesso sangue. Tra quattro mura e un balcone si svolge il racconto affilato, perfido e divertente, uno “scherzetto” da camera. E’ il riesame di una esistenza sollecitato da una sorta di competizione con il nipotino saccente. Una guerra feroce tra i due e se stesso, tra il tempo andato e quello attuale, tra la capacità di esprimersi con l’arte e la consapevolezza di non esserne più in grado

 

 

AvatarDiElisa Borella

Un borgo sospeso nel tempo: l’anima nascosta di Grottammare

Stanchi delle solite destinazioni balneari dell’affollata riviera romagnola tra tintarella e discoteca? Siete alla ricerca di una meta turistica ma non troppo, rilassante ma non troppo, storico-artistica ma non troppo? Niente paura! Vi basterà percorrere qualche chilometro più a sud di Rimini o di Riccione lungo l’autostrada che costeggia il mar Adriatico per raggiungere le Marche e imbattervi in Grottammare.

Gemella di Cupra Marittima e di San Benedetto del Tronto, Grottammare condivide con le vicine un tratto di costa denominato “Riviera delle Palme” – così ribattezzato per la fitta presenza di queste insolite piante che fanno da cornice a un salutare percorso ciclo-pedonale di circa 8 km; ma le peculiarità non si esauriscono certo qui: la cittadina, all’apparenza anonima, nasconde in realtà un’anima più intima e decisamente suggestiva. L’attuale centro abitato, infatti, con i suoi negozi, i suoi alberghi e la sua movida, altro non è che la versione contemporanea del suo nucleo originario, il “vecchio incasato”, arroccato su un’altura prospicente la marina e abbandonato in seguito all’espansione causata dalla crescita demografica e dallo sviluppo del turismo nella zona. Rimasto intatto nel corso del tempo, con le sue stradine in pendenza, tortuose e lastricate, con le sue case di mattoni a vista coi gerani sui davanzali, una addossata all’altra, e con i suoi scorci mozzafiato aperti sull’azzurro del cielo e di un mare limpidissimo, bloccato in un’atmosfera senza tempo, il centro storico ha attraversato indenne i gorghi della modernità e può regalarci oggi una delle esperienze più insolite e magiche al tempo stesso, quella di camminare sospesi in un eterno presente – come in un quadro.

Il borgo, non a caso insignito del titolo di “uno dei più belli d’Italia”, è comodamente raggiungibile a piedi ed è percorribile in tutti i suoi numerosi dislivelli: da quello più alto, dove svettano i ruderi del vecchio Castello, dal quale, all’ombra di pini imponenti e profumati, si gode di una splendida vista a 360° sulla costa, a quello della cinta muraria fortificata ancora oggi perfettamente conservata, costruita a difesa dell’agglomerato urbano, vittima nel passato di continue incursioni da parte di feroci pirati saraceni; infine, all’altezza di Piazza Peretti, così chiamata in onore di papa Sisto V (al secolo Felice Peretti, nativo del posto e cittadino grottammarese più illustre), è possibile ammirare in un unico colpo d’occhio un insieme di importanti edifici riuniti attorno a una poetica pianta d’arancio in vaso – un tempo custodita da un incaricato del Comune scelto ogni anno tra le famiglie del posto: il Palazzo Comunale con le sue logge panoramiche affacciate sul litorale e con la sua unica torre asimmetrica sormontata da un elegante orologio, il Teatro dell’Arancio con affissi i manifesti della “colonia felina” schedata (con tanto di nomi e di foto!) e protetta dai locali e la Chiesa di S. Giovanni Battista, interamente ricoperta di laterizio. Altri must see da non perdere sono, inoltre, la Chiesa di S. Lucia, commissionata dalla sorella di Sisto V ed edificata sopra alle rovine della modesta casa natale del papa su progetto dell’architetto Domenico Fontana, e il Torrione della Battaglia, a pianta circolare, un tempo eretto per difendere l’antico porto cittadino dagli attacchi provenienti dal mare – oggi ospitante, invece, il museo dedicato allo scultore locale Pericle Fazzini (1913-87).

L’itinerario tra le viuzze della cittadina è tranquillamente percorribile in un’unica giornata, in qualunque mese o stagione dell’anno (in estate può essere una buona alternativa al tuffo in mare, in inverno diventa, invece, scenario di un particolarissimo presepe vivente!), mentre il momento più favorevole per godere del fascino del luogo è, naturalmente, il tramonto, quando il laterizio si accende di tinte calde e avvolgenti. Insomma, se non avete ancora mai pensato alle Marche come a una meta di villeggiatura, è proprio il caso di iniziare a farlo… E Grottammare non si lascia certo sfuggire l’occasione di offrirsi come un ottimo punto di partenza per la vostra esplorazione!

Marie MorelDiMarie Morel

“Loro”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino: “Tutto è documentato. Tutto è arbitrario” (Giorgio Manganelli)

“Loro” è l’ultimo film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale in due parti, il 24 aprile e il 10 maggio, e racconta la parabola discendente del politico e dell’uomo Silvio Berlusconi che, ci piaccia oppure no, è stata una figura rappresentativa dell’Italia degli ultimi 25 anni. Come tutti i film del regista napoletano, ha diviso la critica in due schieramenti nettamente contrapposti: chi lo ha amato e chi lo ha odiato.

In un’intervista a Vanity Fair, Paolo Sorrentino ha dichiarato di non avere alcuna pretesa di fare film perfetti, ma “roboanti, straripanti, invasivi e disturbanti, perché si va in sala per essere scossi, subissati e magari nauseati”.  Ha spiegato, anche, di aver pensato per anni di realizzare un film che avesse come soggetto Silvio Berlusconi, ma di aver atteso, perché voleva che il tema fosse spogliato da quella carica emotiva che accompagna l’attualità e la cronaca, sganciato dalla contemporaneità della politica. Il suo obiettivo, pienamente centrato a mio avviso, era quello di realizzare un film storico, un affresco di un’epoca ormai tramontata, durante la quale si è passati dalla “disincarnazione” della politica andreottiana a quella fin troppo carnale e vitale, ma al tempo stesso amorale e decadente di Berlusconi.

È un film sentimentale “Loro”, nel quale emerge l’uomo Silvio Berlusconi, circondato dalla sua corte, un circo fatto di faccendieri, politicanti, starlette televisive, escort, eppure incredibilmente solo, tanto che nessuno lo chiama per mai nome, ma solo “Lui”.  L’uomo che non può fidarsi neppure dei suoi amici e collaboratori più stretti, che gli volteranno le spalle senza pensarci due volte, nel momento del bisogno. L’uomo che deve fare i conti con le proprie paure, quella del tempo che passa e di restare indietro, della vecchiaia e della morte. L’uomo che deve prendere atto del fallimento del proprio matrimonio e di aver perso l’unica cosa che ha avuto nella sua vita un valore effettivo, reale, la storia d’amore con Veronica Lario. L’uomo potente, eppure oppresso dal complesso di inferiorità, da quel delirio di onnipotenza che gli fa ripetere che “tutto non è abbastanza” e che lo fa rotolare inesorabilmente verso il dirupo, senza riuscire a porre un freno.

Un film che parla di “Loro”, intesi come “quelli che contano”, ma che racconta degli italiani, sia di quelli che hanno voluto credere a Berlusconi, sia di quelli che non l’hanno mai fatto, perché in un modo o nell’altro tutti siamo stati irretiti da lui, attratti dal sogno che proponeva, che ci esaltava o ci indignava, ma che ci faceva parlare, nel bene o nel male.

Io ho trovato emblematica la scena iniziale di Loro 1: una pecora, alla ricerca di un riparo dal caldo, si rifugia nella villa di Berlusconi, dove rimane inebetita davanti alla televisione accesa e non scappa quando la temperatura continua a scendere vertiginosamente, conducendola alla morte. Paolo Sorrentino ha dichiarato che non vi è alcuna spiegazione profondamente intellettualistica, ma che essa sia stata inserita per puro divertimento, eppure io non riesco a smettere di pensare che sia un’indovinatissima, tragicomica metafora della politica berlusconiana.

 

Marie MorelDiMarie Morel

L’eccellenza italiana del fumetto: la Sergio Bonelli Editore

Era una soleggiata giornata di ottobre dell’anno 1998, quando la mia amica Gabriella, conoscendo e condividendo la mia passione per la carta stampata, mi mostrò con soddisfazione il primo albo di un nuovo fumetto che aveva scovato in edicola: “Julia. Le avventure di una criminologa”, della Sergio Bonelli editore.

Eravamo sulla banchina della stazione ferroviaria dove, alla fine di ogni settimana universitaria, ci incontravamo per tornare a casa e insieme demmo una prima, avida scorsa ai disegni e ai dialoghi. Fu amore a prima vista e lì, su quella panchina, mentre aspettavamo il treno, si cementò quel sodalizio tra me, Julia e Gabriella, che dura da venti anni, ormai. Sono cambiate tante cose da allora, ma non il nostro appuntamento mensile, che inizia con l’acquisto dell’albo e finisce con lo scambio delle impressioni ed opinioni sulla nuova avventura della nostra eroina. Ho collezionato tutti gli albi ed ognuno di essi ha rappresentato un momento speciale, ma quello di cui vado più orgogliosa è il numero 200, che mi è stato autografato da Giancarlo Berardi, lo straordinario fumettista che ha dato vita al personaggio di Julia e che ho avuto l’onore e il piacere di incontrare al Comicon di Napoli nel 2015. Si colloca al fuori dall’ordinario e, per l’esattezza al di sopra, Berardi, per i suoi indiscutibili talenti professionali, ma soprattutto per le sue doti umane e per la sua sensibilità, per la capacità di affrontare temi sempre nuovi, moderni, complessi e delicati, per il suo enorme bagaglio culturale grazie al quale ogni mese, con sorprendente semplicità, offre ai lettori spunti di lettura, di ascolto, di riflessione, che aprono nuovi orizzonti e punti di vista.

Del resto Giancarlo Berardi si è formato in quella fabbrica di sogni, talenti e passioni che è la Sergio Bonelli Editore, che egli avrà contribuito ad arricchire culturalmente e da cui sarà stato a sua volta arricchito in uno scambio reciproco di conoscenze ed esperienze.

Alla Sergio Bonelli Editore dobbiamo la più vasta produzione di letteratura disegnata, interamente italiana, dal 1940 ad oggi: fondata da Giovanni Luigi Bonelli con il nome di “Redazione Audace”, la società è passata di padre in figlio, prima a Sergio, che è venuto a mancare nel 2011 e, in seguito, a Davide.

Alla famiglia Bonelli va riconosciuto il merito di aver dato vita a quella scuola di sceneggiatori e disegnatori italiani, che, andando alla ricerca della propria identità ed autonomia espressiva, hanno contrastato con produzioni originali il predominio del fumetto di importazione americana, giunto in Italia negli anni trenta. Nel corso di quasi ottant’anni di lavoro, grazie alla loro incontenibile fantasia e alla passione per l’avventura e la scrittura, Giovanni Luigi e Sergio Bonelli hanno dato vita a numerosissimi personaggi, tra cui Tex, Ken Parker e Martin Mystère, Dylan Dog, Nick Raider e Nathan Never, per citare solo alcuni tra i più famosi.

La casa editrice è riuscita a tenersi sempre al passo con i tempi, continuando ad incontrare il gusto degli appassionati e dei nuovi lettori, proponendo una grande varietà di titoli, formati differenti, produzioni a colori, facendosi conoscere ed amare anche oltre confine e, soprattutto, ha saputo valorizzare il lavoro degli artisti che collaborano con essa.

Nel 2017, ha cominciato a produrre, tra le altre, un’edizione a fumetti dei libri dello scrittore partenopeo Maurizio de Giovanni, “Le stagioni del commissario Ricciardi”, che assieme a Julia occupa un posto speciale nel mio cuore. I disegni e le sceneggiature animano i personaggi e tratteggiano una Napoli dei primi del ‘900 con una tale intensità da condurre il lettore in un viaggio nell’immaginario dell’autore, tra i vicoli della città e tra sentimenti ed emozioni forti e contrastanti.

Per maggiori informazioni sulla casa editrice, gli autori, i fumetti, i personaggi, le novità, gli acquisti, consiglio di visitare il sito http://www.sergiobonelli.it/.

 

AvatarDiPinuccia Panzeri

“Barlume” trilogia di gialli di Marco Malvaldi, Sellerio Editore Palermo,2007, 2008, 2010

Quando hai ottant’anni, l’unica cosa che puoi fare in un giorno di pieno agosto è andare al bar. E che fare al bar? Le carte, i fatti altrui, discussioni continue, e dopo: investigare. Come fanno i vecchietti del BarLume: Nonno Ampelio, l’oste Aldo, il Rimediotti pensionato di destra, il Del Tacca-del-Comune. Se c’è un delitto nei dintorni di Pineta, il loro onnisciente pettegolezzo diventa una formidabile macchina da indagine. Da dove Massimo il barrista estrae la chiave dell’enigma, come una Miss Marple in puro toscano.

Con passo felpato, Marco Malvaldi ha fatto il suo ingresso nel mondo del giallo italiano con alcuni piccoli romanzi ambientati a Pineta, un’immaginaria località livornese. Non si tratta senz’altro di romanzi impegnativi, che si propongano letture duplici, o che abbiano rimandi – più o meno cifrati – a fatti reali. Nulla di tutto questo. Si tratta infatti di storie agili, le cui trame non sono poi molto diverse da quelle di tante fiction a sfondo poliziesco. Ma, come spesso avviene, il successo che Malvaldi si è conquistato – un successo notevole, se i suoi primi tre romanzi, raccolti in questo volume (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi), hanno venduto complessivamente 250.000 copie – non è dovuto tanto all’intreccio, quanto alla simpatia dei personaggi che fanno da contorni alla storia. I vecchietti assidui frequentatori del BarLume, insieme al giovane barista, sono infatti l’ingrediente che rende i romanzi di Malvaldi una pietanza gustosa. Una pietanza che conserva gli elementi classici del giallo, ma che rassicura e diverte con l’atmosfera provinciale del BarLume, con la sagace ironia dei suoi avventori e – da non trascurare – un umorismo spesso grossolano, come vuole la tradizione toscana. Consigliato a chi ama un noir tinto di commedia.

La briscola in cinque

Siamo in piena estate, e il caldo della piccola città toscana di Pineta sulla costa è insopportabile. In realtà, c’è solo un posto dove stare, cioè nel BarLume, un caffè che il proprietario Massimo ha comprato con soldi vinti a una lotteria. Tra i clienti abituali ce ne sono quattro che passano il tempo giocando a carte, bevendo caffè e commentando grandi e piccoli. Un giorno, hanno davvero qualcosa di cui parlare perché, quando il corpo di una ragazza viene trovato in un contenitore della spazzatura. Massimo viene coinvolto nelle indagini sull’omicidio, completamente  aiutato dai quattro giocatori di carte, e costretto a collaborare con Fusco, un sciocco e aspro carabiniere calabrese.

 

Il gioco delle tre carte

Massimo cerca un nuovo dipendente del BarLume, dopo che Tiziana si è sposata e perciò si è dimessa. Non è affatto impressionato dalle qualifiche dei candidati, e quando Tiziana telefona per chiedere se puó ritornare al BarLume perché ha divorziato, non esita a dire sì. I quattro anziani abituali del bar si annoiavano quando si fanno avanti nuove informazioni su di un vecchio episodio circa la compravendita  di una  proprietà che diede adito a morte, omicidio e suicidio.


Il re dei giochi

La giornata inizia male per Massimo. E peggiora alla notizia di un incidente automobilistico, una notizia che il quartetto dei vecchietti del caffè accolgono con piacere. Nel veicolo si trovavano una donna e suo figlio, erano entrambi eredi di un ricco palazzinaro. La donna è anche la segretaria di un politico, che è attualmente candidato alle elezioni straordinarie a Pineta. I quattro vecchietti cominciano a intravvedere una bella storia. Massimo cerca di mantenere la testa fredda. Ha altro a cui pensare, di cui un matrimonio. Terzo volume nella serie BarLume.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Una valigia piena di libri

L’estate per me è il profumo del mare, il rumore delle onde sulla battigia, la freschezza dell’alba e la dolcezza dei lunghi pomeriggi pigri, trascorsi completamente immersi nella lettura di un libro, vivendo le storie dei personaggi che, per qualche ora, sono diventate le mie.  Io sono stata Jo March ed Elizabeth Bennet, Sherlock Holmes e Phileas Fogg, Sara Crewe ed Harry Potter e tanti altri ancora e ho vissuto mille vite e mille avventure. Chi, come me, nutre per i libri un amore innato può capire; gli altri possono provare a prenderne in mano uno, a sgombrare la mente e a immedesimarsi completamente nei personaggi, a fare della lettura un’esperienza totalizzante che coinvolga non solo il pensiero, ma l’immaginazione, i sensi, il cuore, perché, spesso, le passioni scovate tardivamente recano con sé una ventata di freschezza insperata.  Quando ero più giovane, mi lasciavo guidare nella lettura dai consigli altrui e il senso del dovere mi costringeva a finire di leggere qualunque libro avessi cominciato, anche se non incontrava i miei gusti. Con la maturità, ho capito che la vita è troppo breve per vivere di costrizioni e la lettura è uno di quei piccoli piaceri che proprio non posso negarmi, per cui la scelta stessa è diventata un voluttuoso rituale in cui mi faccio guidare dall’istinto, dall’intuito, dall’umore del momento, dalle sensazioni che provo quando prendo un in mano un libro, ne leggo il titolo, la quarta di copertina, qualche breve passo pescato a caso sfogliandolo. Raramente mi sbaglio, ma se non dovesse piacermi, lo passo a qualcun altro che possa apprezzarlo e vado oltre, senza alcun rammarico, alla ricerca di un altro di libro che riesca ad avvincermi. Proprio stamattina, ho preparato la lista dei miei libri per l’estate e la mia scelta è caduta su dei titoli che promettono grandi emozioni e tanta ironia, lacrime e risate, tra porte che si chiudono ed altre che si aprono rivelando orizzonti inattesi, dolori messi nell’ombra dalla luce della speranza. Eccola:

L’Arminuta- Donatella Di Pietrantonio

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli- Chiara Moscardelli

La verità del serpente- Gianni Farinetti

E tu splendi-Giuseppe Catozzella

Tu, sanguinosa infanzia- Michele Mari

L’animale femmina- Emanuela Canepa

Mia madre non lo deve sapere- Chiara Francini

Un amore- Dino Buzzati

Vittoria- Barbara Fiorio

Una piccola selezione di libri ambientati nell’ Italia di oggi e di ieri, di autori italiani che, con lo strumento magico della parola, riaccendono piccole memorie, il ricordo di usi e costumi dimenticati, raccontano di relazioni vere e autentiche, del perdersi e ritrovarsi, perché estate significa anche partire, andare altrove. Per me, spesso, quest’altrove, questo nuovo mondo, questo nuovo viaggio è un libro: una piccola vacanza che posso concedermi un po’ ogni giorno, per tutto l’anno.

AvatarDiLucia Rota

”Addio do Fantin”

Nel cuore della Riviera di Levante, a  40 km da Genova, ecco Lavagna,  simbolo del turismo balneare grazie alla splendida spiaggia sabbiosa che si estende per chilometri . E’ una cittá da visitare  per la sua cucina, per i suoi monumenti e per la sua storia.

Dal 1982 ogni 13 agosto, il sagrato della  basilica dei Fieschi a San Salvatore di Cogorno,  ospita la rievocazione storica medievale dell’”Addio do Fantin”, l’addio  al celibato del conte Opizzo Fiesco. Il sontuoso matrimonio del conte Opizzo è un appuntamento reso suggestivo dalla straordinaria cornice monumentale del borgo dei Fieschi che comprende oltre alla basilica, il sagrato in ciottoli marini  ad anfiteatro con una meravigliosa acustica e possibili 600 posti a sedere. Addio do Fantin è una rievocazione storica strabiliante con migliaia di figuranti che si chiude con  “La torta dei Fieschi” una torta gigantesca oltre 13 quintali di dolce confezionato dai maestri pasticcieri di Lavagna in base a una ricetta segreta  .

La sera del 14 agosto un corteo imponente   parte da piazza Marconi , segue l’uscita della sposa dalla chiesa e arriva fino ai piedi della torre Fieschi. All’ arrivo del corteo in Piazza Vittorio Veneto, dopo la lettura del proclama delle nozze dall’Araldo, la contessa taglia simbolicamente la torta gigante dando il via a un simpatico gioco. Per poter mangiare la torta ogni partecipante al gioco deve acquistare uno o più biglietti azzurri per gli uomini e rosa per le donne con un nome di fantasia scritto sopra e deve poi cercare il ragazzo o la ragazza che possiede un biglietto identico al suo. E cosí i due “novelli innamorati” potranno ritirare le due fette dello squisito dolce lavagnese. Il gioco e tutta la rievocazione storica si svolgono in un’affascinante scenografia tra danze, giochi d’arme e di bandiera, gare di abilità con l’arco, musiche medievali eseguite dal vivo e il rullo dei tamburi.

I Fieschi nel tredicesimo secolo raggiunsero il culmine dello splendore e della potenza. Due suoi esponenti  salirono al soglio pontificio come Adriano V ricordato da Dante nel XIX canto del Purgatorio “……intra Siestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima….

D’estate quando siamo a Rapallo andiamo talvolta a Lavagna o a Cogorno per partecipare alla festa Addio du Fantin. E’ sempre molto interessante.

Se non ci siete mai andati provateci la prossima volta che siete in Liguria. Buon divertimento!

 

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Foto http://www.tortadeifieschi.it/104__Programma_2017

AvatarDiDante Alighieri Copenaghen

Benvenuto Ambasciatore!

In Danimarca per promuovere l’#Italia e le sue eccellenze : esportazioni, cultura, arte, scienza, tecnologia, turismo e sport. Lavoreremo per i cittadini e per le imprese, a sostegno del sistema Paese”.

Queste sono le parole del nuovo ambasciatore italiano in Danimarca, Luigi Ferrari. Le leggiamo sul notiziario dell’Aise e non possiamo che esprimere tutto il nostro entusiasmo per le intenzioni e la determinazione che il massimo rappresentante dell’Italia in terra danese dichiara.

La Società Dante Alighieri di Copenaghen, attiva proprio in Danimarca nel campo della promozione artistica e culturale, nutre curiosità e interesse per questo importante cambiamento e sorride entusiasta alla nuova rappresentanza, non dimenticando di ringraziare con la massima sincerità e stima l’Ambasciatore uscente, Stefano Quierolo Palmas, il cui ricordo resta delicato e presente.

Laureato a Roma nel 1993, Luigi Ferrari si dedica fin da subito alla carriera diplomatica.

Nel ’94 è a Stoccolma, nel ’99 in Luanda, poi nel 2003 di nuovo a Roma alla Direzione Generale dei Paesi dell’Europa.

Nel 2004 svolge la funzione di capo Uff. II del Servizio per l’Informatica e le Comunicazioni e la Cifra, e nel 2010 è vice direttore generale per l’Amministrazione, l’Informatica e le Comunicazioni.

Nel 2014 presta servizio presso il Ministero della Salute (fuori ruolo) in qualità di Consigliere diplomatico dell’ On. Ministro, e nel 2015 diviene ministro plenipotenziario.

Dall’ 11 luglio 2018, Luigi Ferrari è dunque ufficialmente il nuovo ambasciatore italiano in Danimarca, e noi cogliamo l’ occasione per augurargli un caloroso e sentito benvenuto!

AvatarDiElisa Borella

Sorprese made in Puglia: la serendipità di Conversano

Ancora indecisi sulla destinazione delle imminenti vacanze estive? In cerca di qualche luogo tranquillo un po’ fuori dai soliti iperaffollati itinerari turistici?

La Puglia non manca certo di mare cristallino e/o di prelibatezze culinarie, ma nemmeno in fatto di sorprese sa farsi cogliere impreparata! La piccola città di Conversano, infatti, è la meta ideale per chi non vuole rinunciare alle assolate e famose spiagge della vicina Polignano a Mare, ma nemmeno perdere l’occasione di visitare qualche bell’edificio storico-artistico fresco fresco di restauro.

 

Conversano sta ai viaggi a tappe in macchina programmati al quarto d’ora come la serendipità alla routine quotidiana tra lavoro e stress estremamente prevedibili e poco graditi: insomma, una vera e propria scoperta. Innanzitutto, si presenta come una meta assolutamente non turistica (per quanto i luoghi di interesse non manchino affatto!) senza indicazioni gridate, senza operatori turistici ad eccezione di una “pro loco” gestita da volontari in un piccolo ufficio collocato nella piazza principale, anzi, con quell’aria genuina di cittadina a misura d’uomo, fatta di vere persone che di giorno appendono con noncuranza i panni stesi alle finestre, mentre di sera se ne stanno sedute fuori casa a parlare fino a tarda ora con i vicini.

L’agglomerato urbano ha una conformazione decisamente particolare, riunendo in sé ben tre campagne edilizie succedutesi in tempi diversi (il dedalo di vicoli tortuosi e candidi attorno alla cattedrale cede presto il passo a strette stradine parallele e perpendicolari dritte come fusi per concludersi poi in pittoresche scalinate di pietra), il tutto stretto nell’abbraccio di imponenti mura megalitiche presenti dai tempi antichissimi in cui la città era ancora chiamata Norba. Altra peculiarità non del tutto trascurabile è la presenza di ben tre centri di potere, con le relative (splendide) sedi: la Cattedrale romanica, rivestita di pietra chiara in un tripudio di trafori e di finissimi bassorilievi, il massiccio Castello Acquaviva D’Aragona in posizione sopraelevata, a riprova della presenza e della dominazione secolare della famiglia omonima nella regione in periodo pre-unitario e il Monastero di San Benedetto, un tempo abitato e gestito dall’ordine delle Badesse Mitrate, appoggiato dal papa e unico nel suo genere – tanto da essere entrato più volte in collisione nel corso dei secoli con la locale gerarchia ecclesiastica, tradizionalmente maschile! Sia la Cattedrale che il Monastero (e chiesa annessa, della quale spiccano il campanile in stile barocco e la cupola con bellissime tegole in maiolica gialle e blu) sono stati recentemente restituiti al loro antico splendore grazie a efficaci interventi di restauro.

Quale migliore occasione, dunque, per visitare questo piccolo centro così ricco di storia, pur trovandosi fuori dai tradizionali itinerari turistici! Le cose più belle succedono proprio quando meno ce le si aspetta, perciò, in caso doveste capitare nei pressi delle rinomate Bari o Polignano a Mare, non dimenticatevi di fare un salto in questo piccolo gioiello della Puglia più vera e di mettere alla prova la vostra capacità “serendipica”: chi l’ha detto che nella regione esistano solo oliveti, taralli e trulli?

  1. Piccola nota linguistica: per serendipità, termine coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole e utilizzato per la prima volta in una fiaba del 1754, si intende la capacità o la fortuna di fare scoperte totalmente inattese, per puro caso – spesso mentre si è alla ricerca di qualcos’altro!

 

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Arriccio, tonachino e spolvero: il lessico dell’affresco

Cos’hanno in comune grandi capolavori della storia dell’arte italiana quali la michelangiolesca Cappella Sistina, le Stanze Vaticane di Raffaello o la giottesca Cappella degli Scrovegni? Vi siete mai chiesti come sia possibile dipingere su porzioni di spazio così grandi o godere ancora oggi di colori e di forme così splendidamente preservate, dopo più di cinquecento anni? Il denominatore comune, com’è noto, è la tecnica con cui sono state realizzate, cioè l’affresco, mentre il merito della loro incredibile conservazione è da attribuirsi a un fortunato miscuglio di chimica, di fortuna e di sapienza antica.

 

Innanzitutto, con “affresco” intendiamo la principale tecnica di pittura decorativa realizzata su parete (ne esistono anche altre, dai nomi più esotici, come ad esempio pittura “ad imbratto”, “a piccoli tocchi” o “a encausto”), la cui caratteristica principale è data dal trattamento del supporto (il muro) attraverso la sovrapposizione di vari strati di calce. Dipingere su parete non è, infatti, così semplice come potremmo immaginare, soprattutto se miriamo a un risultato che duri nel tempo! Erano, pertanto, richieste una certa perizia e grande rapidità – entrambe parti integranti del pedigree di artisti davvero degni di questo nome.

Preparare il muro per accogliere l’affresco era un po’ come cucinare una torta a più strati: il primo di questi, ovviamente, era la parete stessa, che costituiva la base da cui partire, realizzata in pietra o in mattoni, ruvida a sufficienza da non far scivolare via lo strato successivo, detto arriccio”. L’arriccio era un miscuglio di acqua, calce spenta e sabbia di fiume, che andava applicato in maniera uniforme sulla parete – era un’operazione piuttosto delicata, perché proprio sull’arriccio si realizzava la prima bozza del disegno finito! Una specie di prova generale “per vedere l’effetto che faceva”… Nel corso del tempo si sono avvicendate diverse tecniche utili a restituire un’idea complessiva e a grandezza reale del risultato finale dell’affresco: la sinopia era semplicemente un disegno poco particolareggiato realizzato con una matita rossa direttamente sull’arriccio, mentre lo spolvero e il cartone erano l’esito di un passaggio del disegno dalla carta al muro (il primo attraverso la traccia lasciata da piccoli fori praticati in corrispondenza delle linee della composizione riempiti con polvere di carbone, il secondo da una lieve pressione esercitata dall’artista lungo gli stessi contorni, come un vero e proprio calco). Sopra agli strati di arriccio, l’artista applicava poi il tonachino, cioè lo strato di intonaco che avrebbe accolto il colore, realizzato mischiando sabbia fine, acqua, polvere di marmo e calce. Centrale era, infatti, la capacità di intrappolare il colore all’interno del muro, un po’ come fa l’inchiostro di un tatuaggio sulla pelle, dipingendo sull’intonaco ancora umido; la chimica, infine, attraverso la cosiddetta carbonatazione della calce durante il processo di asciugatura, faceva il resto del lavoro, sigillando e preservando una volta per tutte il dipinto all’interno della parete.

Per evitare antiestetiche giunture o campiture non uniformi di colore (realizzato polverizzando pigmenti minerali mischiati con acqua), gli artisti erano, inoltre, soliti lavorarea pontate, cioè seguendo l’andamento delle impalcature su cui dipingevano, oppure a giornate, tenendosi impegnati per mesi (o addirittura per anni!), date le enormi dimensioni coperte da queste decorazioni parietali. Fortunatamente (per noi), però, tutto questo impegno non è andato perduto, perché grazie alla geniale intuizione di imprigionare il colore all’interno dell’intonaco, possiamo ancora oggi godere di meravigliosi capolavori, immergendoci anche solo per un istante nello splendore di quei tempi lontani.

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Assolutamente da non perdere!

In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup, parte a settembre la nostra prima piccola Rassegna Cinematografica Italiana.

Non perdere i nostri appuntamenti con il Cinema… ti aspettiamo!!!


Piccola Rassegna Cinematografica Italiana

Cinema italiano – il primo lunedi del mese

Biblioteca di Ordrup, Ejgårdsvej 11, 2920 Charlottenlund


Lunedì 3 settembre, ore 17-19

Uno dei migliori modi per incontrare la cultura e la storia di un paese è attraverso i film. In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup vi offriamo la possibilità di incontrare l’Italia moderna in tre nuovi film italiani il primo lunedì del mese di settembre, ottobre e novembre 2018. Ogni film sarà introdotto da una breve presentazione in danese, e tutti i film avranno sottotitoli in danese.

Si offrirà un bicchiere di vino rosso italiano all’inizio del film.

Nel primo film “La Cena” si cena in un ristorante a Roma. Flora, la padrona, interpretata dall’attrice francese Fanny Ardant, serve gli ospiti, che  chiaccherano del più e del meno, mentre i destini si incontrano e si staglia l’immagine delle abitudini e della vita quotidiana in Italia.  I dialoghi dei clienti ai tavoli della trattoria – alcuni sconci, altri intimi, affettuosi, tristi e poi i monologhi – vite ridotte in sugo alla carbonara vengono servite nel film del 2010 di Ettore Scola con un sorriso appena accennato.


Lunedì 1 ottobre, ore 17-19

“Perfetti sconosciuti”, proiezione di film

Nel secondo film della rassegna Cinema Italiano siamo anche qui seduti a tavola, ma questa volta si tratta di una cena fra amici, dove tre coppie e un single, benché pensino di conoscersi molto bene, scoprono che in verità sono degli sconosciuti. In questo film del regista Paolo Genovese, superpremiato e da grandi incassi che si avvicina ad un pezzo di teatro, Eva, la padrona di casa, propone un gioco azzardato: tutti posano il cellulare sul tavolo e permettono di rivelare ai presenti il contenuto di tutte le comunicazioni che riceveranno nel corso della serata per dimostrare che non hanno niente da nascondere. E così saltano fuori segreti e quella vita che si era voluta nascondere.

 


Lunedì 5 novembre, ore 17-19
“La Pazza Gioia”, proiezione di film

Arrivati al terzo e ultimo appuntamento sul cinema italiano siamo pronti a buttarci nel paesaggio toscano. Il regista Paolo Virzì, che diresse anche Capitale Umano, ci racconta in questo film del 2017 di due donne diverse che si incontrano in un ospedale psichiatrico in Toscana. La coppia strampalata finisce di scappare insieme, e durante la fuga attraverso la bellissima Toscana trovano la bellezza in ciò che non è perfetto, perchè sui documenti sono dichiarate totalmente pazze, ma in verità fuori fra i sani si comportano da  “normali”. Il melodramma, che ci offre un commento critico della società con una piega di comicità, vinse il premio cinematografico Davide di Donatello per il miglior film, miglior regista e miglior ruolo femminile.

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: L’isola di Ischia ( terza e ultima parte)

L’isola di Ischia non offre ai visitatori solo mare, spiagge e terme, ma anche un patrimonio storico, artistico, culturale ed enogastronomico, che la rendono una meta turistica perfetta in ogni stagione dell’anno.

Tra un tuffo in mare ed un altro in una piscina termale, una tappa obbligata per i turisti è il Castello Aragonese che, oltre ad offrire un panorama spettacolare, ospita il Museo delle armi usate tra il XVI e il XVI. Visitando il museo del mare e quello del contadino, è possibile immergersi nelle antiche tradizioni e comprendere le due vocazioni dell’isola, quella marinara e quella legata alla terra, con i suoi orti e le sue vigne che si stagliano sui pendii, tra cielo e mare.

Per tornare indietro nel tempo fino alle origini, i luoghi perfetti sono il museo di villa Arbusto, che raccoglie preziosi reperti come la coppa di Nestore, su cui è inciso il più antico frammento di poesia greca e gli scavi di Santa Restituta, che sono testimonianza delle antiche civiltà e delle attività che esse svolgevano sull’isola.

Gli animi romantici si innamoreranno dei giardini di La Mortella dove il tempo sembra essersi fermato a quando Sir William Walton, uno dei più grandi compositori inglesi del XX secolo, vi abitava con la sua adorata moglie Susanna e della Colombaia, dimora storica del grande regista Luchino Visconti, oggi trasformata in un museo a lui dedicato.

Ischia non deluderà neppure chi, come me, ama in particolare le chiese, a cui sono spesso legate celebrazioni e feste che animano l’isola tutto l’anno.

Una delle chiese più belle è quella del Soccorso che, appollaiata su un costone di roccia a picco sul mare, vegliava sui marinai, i quali potevano scorgerla da lontano e sentirsi rassicurati alla sua vista.

La chiesa di Santa Restituta è intitolata alla patrona dell’isola ed ogni anno il 17 maggio, durante i festeggiamenti a lei dedicati, i devoti mettono in scena il suo approdo sulla spiaggia in una barca in fiamme.

Nella chiesa dedicata a San Giovan Giuseppe della Croce, altro patrono di Ischia, invece, si celebra il culto della “Bambinella”, la Madonna bambina, che il 12 settembre viene portata in processione in una culla a forma di barca tra le vie del borgo, in riva al mare, mentre le donne intonano un antico canto in dialetto, che viene tramandato di generazione in generazione.

Il fulcro delle celebrazioni liturgiche è la cattedrale dell’Assunta, a pochi passi dal Castello Aragonese, mentre, ormai sconsacrato, ma molto suggestivo è l’eremo di San Nicola, che si trova sul punto più alto dell’isola, sulla cima del monte Epomeo e rappresenta uno dei più antichi esempi di architettura rupestre.

Un’altra festa molto sentita è quella di Sant’Antonio Abate che si celebra il 17 gennaio. In quella data, nella località Piellero viene appiccato un falò intorno al quale i padroni radunano i loro animali, perché ricevano la benedizione del Santo, dopodiché la festa prosegue con musiche, balli e gustosi panini con salsiccia alla brace.

L’estate ad Ischia inizia con la festa in onore di San Vito, che si celebra a Forio, dal 13 al 17 giugno. Secondo la leggenda, il Santo approdò sull’isola nel XIX, durante un’epidemia che aveva aggredito le viti, con una nave carica di zolfo, grazie al quale riuscì a salvare le preziose coltivazioni.

Ogni anno, il 26 luglio si rinnova la tradizione della festa di Sant’Anna, a cui le partorienti e le donne chiedono il miracolo di avere figli belli e sani. Per questa festa vengono preparati carri allegorici galleggianti che sfilano nella baia di Cartaromana e viene simulato l’incendio del Castello Aragonese, che si conclude con uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio.

 

 

 

 

Uno degli eventi più attesi dell’estate ischitana è la festa di Sant’Alessandro, il 26 agosto, quando più di 200 figuranti, vestiti con preziosi abiti antichi, sfilano tra cavalli e carrozze, interpretando personaggi storici che nei secoli hanno popolato l’isola.

 

 

 

A Sant’Angelo, invece, si trova la Chiesa di San Michele Arcangelo, i cui devoti organizzano una festa in suo onore, il 29 e il 30 settembre, quando il Santo viene posto su un peschereccio e al crepuscolo e tante piccole barche addobbate a festa lo seguono, unite in processione fino alla spiaggia dei Maronti, mentre dalle abitazioni ed attività commerciali site lungo la costa vengono esplose centinaia di fuochi di artificio.

Il girono di Pasqua, a Forio, si celebra una tradizione che risale al 1600: la corsa dell’Angelo. Dopo la messa vengono portate in processione le statue del Cristo risorto, della Madonna, dell’Angelo e di San Giovanni Apostolo. L’Angelo, interamente ricoperto di oro zecchino corre tra le statue, facendo tre inchini prima dinanzi al Cristo risorto, poi dinanzi alla Madonna che si accompagna con San Giovanni. Il momento più toccante è quello dell’incontro tra la Madonna e il Cristo, che proseguono insieme la processione in un tripudio di canti, colori e petali di fiori che le donne gettano dai balconi.

L’actus Tragicus è un dipinto del 1750 di Alfonso Di Spigna, collocato nella Basilica di San Vito a Forio e che ha ispirato l’omonimo evento che, da oltre trent’anni ormai, viene messo in scena con una rappresentazione itinerante ogni venerdì santo. Oltre 150 figuranti rappresentano la passione di Cristo, dall’ultima cena, fino alla deposizione dalla croce tra le braccia di Maria Addolorata, spostandosi in varie stazioni lungo le strade cittadine, tra la suggestione e l’emozione degli astanti.

 

Ischia può rivelarsi una magnifica meta dove trascorrere anche le vacanze di Natale, con il suo bosco incantato, una favola a cielo aperto di luci e suoni, allestito in una delle più antiche pinete dell’sola, con la pista di pattinaggio a pochi passi dal mare, i mercatini nei borghi antichi, gli zampognari ed eventi ricchi di storia e di folklore. In questo periodo dell’anno, l’intero borgo di Campagnano di trasforma in un presepe vivente, in cui lo spettatore diviene parte integrante dello spettacolo, seguendo un percorso tra stradine, profumi, sapori e canti della tradizione ischitana, botteghe in cui può acquistare i prodotti degli artigiani, fino alla grotta in cui viene rappresentata la natività.

All’alba della vigilia di Natale, da tempo immemore, si tiene ” l’Assise ‘pesce “, tradizione che viene tramandata di padre in figlio. Grandi e piccini si riuniscono in piazza San Gaetano a Forio d’Ischia, attorno ad un falò, mentre i pescatori allestiscono i banchi su cui fa bella mostra il pescato del giorno, che sarà protagonista delle tavolate della Vigilia e del giorno di Natale, in attesa della benedizione. Al termine del rito religioso, la festa si conclude mangiando un piatto caldo di pasta e fagioli, in piedi tra amici e parenti, scambiandosi i primi auguri. Le festività natalizie si concludono con l’evento più atteso dai bambini, l’arrivo dei re magi dal mare, che il giorno dell’epifania sbarcano sulla spiaggia della Mandra, con i doni da portare alla capanna di Gesù bambino e tante caramelle da distribuire ai piccoli spettatori, che attendevano il loro arrivo.

Mi sono limitata qui a ricordare brevemente solo le più importanti feste, per lo più religiose e legate alle tradizioni dell’isola, perché si ripetono ogni anno in date fisse, ma gli eventi che vengono organizzati sono innumerevoli e di ogni genere, per incontrare i gusti di tutti i turisti e rendere ancora più piacevole il soggiorno ad Ischia, in ogni stagione.

Non posso concludere senza un breve accenno all’enogastronomia ischitana, che abbonda di piatti tipici e ricchi di gusto. Su di un’isola, i piatti di pesce come la tradizionale zuppa e le alici fritte, sono eccellenti e freschissimi, ma la specialità di Ischia è il coniglio, che non manca mai sulla tavola domenicale e delle feste. La ricetta del coniglio all’ischitana, insaporito con differenti erbe e spezie a seconda del borgo dove viene cucinato, è stata rivisitata da vari chef, ma quello tradizionale può essere assaggiato solo qui, dove i segreti per renderlo speciale vengono tramandati di generazione in generazione. Un’eccellenza di Ischia è il fagiolo zampognaro, prodotto autoctono, che è stato salvato dall’estinzione ed ora è largamente usato anche per preparazioni veramente originali, tra cui il gelato.

Un piatto tipicamente estivo è l’insalata cafona, con patate lesse a tocchetti, pomodori, cipolla fresca, olive e capperi, tutto rigorosamente prodotto negli orti dell’isola a km 0, così come la minestra salvagioia, preparata con un misto di erbe selvatiche e fagioli zampognari, secondo una ricetta antichissima e segreta, custodita da poche persone.

Chi vuole consumare un pasto veloce può ordinare “la zingara”, un panino tipico di Ischia, con prosciutto crudo, insalata, pomodori e un velo di maionese, semplice ma di una bontà eccezionale, il cui segreto sta nel pane, che deve essere freschissimo e cotto nei tipici forni a legna ischitani.

A Ischia, poi, è possibile gustare i piatti tipici della tradizione partenopea, come la parmigiana di melanzane, la minestra maritata, la pizza di scarole, gli struffoli e la pastiera.

Come dimenticare la tradizione vinicola ad Ischia? Secondo alcuni essa va fatta risalire ad un’epoca antecedente alla coppa di Nestore, che già reca traccia nella sua incisione della produzione di vino sull’isola. Si tratta, dunque, di una tradizione millenaria, che si è radicata grazie al clima dell’isola, alle caratteristiche del terreno, alla varietà del paesaggio, che conferiscono ai vini di Ischia sapori e profumi caratteristici e che hanno consentito ai vitigni autoctoni, il Biancolella, il Piedirosso e il Forastera, di potersi fregiare della denominazione di origine controllata.

Le meraviglie dell’isola di Ischia sono tante e tali, che in questo mio breve excursus ho dovuto, mio malgrado, optare per la sintesi. A chi volesse approfondire o maggiori informazioni, suggerisco questi link

http://www.comuneischia.it/comuneischia/index.php

https://it.wikipedia.org/wiki/Ischia_(Italia)

http://www.prontoischia.it

 

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Torta salata con formaggio di capra e pomodorini

1

Impastate la farina con il burro freddo fino a ottenere dei bricioloni, poi unite 50 g di acqua in cui avrete sciolto un pizzico di sale. Raccogliete la pasta in una ciotola, sigillatela con la pellicola e lasciatela riposare in frigo per 1 ora circa. Ungete di burro uno stampo a cerniera (ø 16 cm, h 4 cm) e foderate il fondo con un disco di carta da forno. Stendete la pasta a 3 mm di spessore e con essa foderate lo stampo, rifilando i bordi.

2

Sbattete 2 tuorli e 1 uovo con 150 g di latte, un pizzico di sale e qualche foglia di menta tritata. Versate il composto all’interno dello stampo e completate con la fetta di tronchetto di capra e i pomodorini, disposti intorno. Infornate a 180 °C per 30-35’. Sfornate, lasciate intiepidire per almeno una decina di minuti, poi sformate la torta e servitela.

  • 150 g Farina
  • 150 g Latte
  • 75 g Burro più un po’
  • 1 pz Fetta di tronchetto di capra
  • 20 pz Pomodorini ciliegia
  • 2 pz Tuorli
  • 1 pz Uovo
  • Menta
  • Sale

Durata: 1 h 
Livello: Medio
Dosi: 4 persone

da lacucinaitaliana.it