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Marie MorelDiMarie Morel

De vulgari eloquentia, come nasce una lingua?

Quand’è che nasce una nuova lingua? E, soprattutto, come? Non è facile dare una risposta a queste domande, perché la nascita di un nuovo idioma è un fenomeno che si sviluppa nel corso del tempo ed è influenzato da un’enormità di fattori e variabili.

Nel caso dell’italiano, che ha origine dal latino, la trasformazione e la continuità tra le due lingue è stata ricostruita a partire da documenti storici nei quali, per la prima volta compariva in maniera ufficiale il volgare, risalenti al 960. Per molto tempo ancora, tuttavia, il latino è rimasto la lingua erudita per eccellenza, per cui non vi è stato un avvicendamento dei due codici linguistici, ma una lunga convivenza.

Questo tema viene affrontato nel 1303 da Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia, un’opera scritta in latino perché rivolta ai dotti dell’epoca, con cui egli si lancia in un’appassionata difesa della lingua volgare, di cui vuole dimostrare la bellezza. Per Dante, infatti, il latino è ormai una lingua artificiosa, che appartiene soltanto ad un élite di persone, mentre il volgare viene appreso naturalmente e spontaneamente dai bambini nel momento in cui iniziano a parlare e si presta, oltretutto, a trattare ogni argomento e genere letterario. Il poeta passa, poi, in rassegna i dialetti che aveva avuto modo di conoscere direttamente o indirettamente, tramite lo studio di testi letterari, poiché vuole individuare tra di essi quel volgare che possa assurgere al rango di lingua letteraria italiana. Un volgare che deve essere illustre, cioè capace di dare fama e nobiltà a chi lo usa ; cardinale, cioè punto di riferimento per tutti gli altri dialetti; aulico e curiale, quindi dotto, usato dalle persone di grande cultura e degno di diventare la lingua delle corti.

Nessuno dei 14 dialetti presi in esame da Dante, tuttavia, ha queste caratteristiche, neppure quello toscano, quello siciliano e quello bolognese, sebbene abbiano un’antica tradizione letteraria. In ciascuno di essi, egli trova qualità diverse che, sommate, dovrebbero costituire la lingua italiana, sovraregionale e unitaria.

Il De vulgari eloquentia , ci giunge incompiuto perché avrebbe dovuto comprendere almeno quattro libri, mentre Dante si interrompe al quattordicesimo capitolo del secondo libro, lasciando addirittura una frase a metà. Qualcuno ipotizza che questa brusca interruzione sia dovuta ad un’idea che colpisce il poeta improvvisamente e prepotentemente : dover mostrare le virtù e la forza letteraria del volgare non più a livello teorico, ma attraverso la composizione di un grande poema e, dunque, abbandona il progetto del De vulgari eloquentia per comincia a dedicarsi alla stesura dell’Inferno.

Dante, con il suo lavoro del De vulgari eloquentia può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo storico della nostra letteratura, ma non solo, egli getta le basi per quell’unità linguistica sulla quale, al di là della frammentazione politica che, in forme diverse, ha sempre connotato l’Italia, si fonda la vera identità nazionale.

Lucia RotaDiLucia Rota

Paolo Cognetti :”Le otto montagne”

Paolo Cognetti da 8 anni vive in una baita a 2000 m. sopra Brusson  in Val d’Aosta

Qui vi ha ambientato questo potentissimo romanzo che ha vinto il premio Strega, un libro sulle montagne e sull’amicizia.

La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita…..Il protagonista è Pietro, un ragazzino di città solitario e un po’ scontroso. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune: la montagna dove si sono conosciuti, innamorati, si sono  sposati “ ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo davanti alla chiesetta che c’è lì”.

Pietro trascorre tutte le estati a Grana (paese immaginario) ai piedi del Monte Rosa, quel luogo chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. Ad aspettarlo c’è Bruno, il suo grande amico….

Recentemente ha presentato il suo libro all’IIC di Oslo. Chissá se avremo il piacere di averlo  a Copenaghen.