Cinema


“Sulla mia pelle”, il film/documentario sulla vicenda di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi era stato un tossicodipendente, probabilmente era uno spacciatore e, forse, meritava di essere arrestato quella sera del 15 ottobre 2009, di essere processato e condannato alla pena prevista dalla legge.

Ma Stefano Cucchi era anche un figlio, un fratello, un amico e quello che sicuramente non meritava era di morire mentre era in custodia cautelare, solo, tra dolori lancinanti e con il pensiero di essere stato abbandonato dalla sua famiglia.

La storia di Stefano è una storia di violenza e di omertà perpetrata da chi dovrebbe garantire il rispetto della legge, dei diritti e della giustizia, che è venuta alla luce grazie alla tenacia e alla forza di Ilaria Cucchi, che non si è rassegnata alla morte inspiegabile del fratello, avvenuta il 22 ottobre dopo sette giorni dall’arresto.

Nessuno sa cosa sia accaduto veramente a Stefano in quei drammatici 7 giorni, ma dopo quasi 9 anni, due inchieste, un processo già conclusosi ed un altro in corso, la verità sta lentamente venendo a galla, nonostante i depistaggi, le falsificazioni dei verbali e degli atti processuali, le false testimonianze e le omissioni e, forse, giustizia verrà fatta. Il forse è d’obbligo, perché la giustizia è morta la sera di quel maledetto 15 ottobre, mentre due carabinieri massacravano di botte Stefano Cucchi ed altri colleghi coprivano il loro misfatto, mentre polizia penitenziaria, medici, infermieri e persino il pubblico ministero e il giudice all’udienza per la convalida dell’arresto, nella più totale indifferenza, chiudevano gli occhi dinanzi a quel giovane, che aveva difficoltà a parlare a causa della mandibola fratturata e si reggeva a stento in piedi, con due vertebre lesionate.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno che dovrebbe farsi garante del rispetto della legge, rappresentarla, portare il vessillo della legalità, si convince che la propria autorità lo autorizzi a travalicare proprio quella legge che dovrebbe difendere.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno viola i diritti civili di un altro uomo o sceglie di fare quello che è più facile e non ciò che è giusto, ogni volta che burocrazia, indifferenza, ambizione smodata, perdita di valori sopraffanno l’umanità.

Il caso di Stefano Cucchi è solo uno tra le centinaia di morti in carcere, venuto alla ribalta, perché la sua famiglia non si è arresa e la sua storia è stata raccontata in un film/documentario scritto e diretto da Alessio Cremonini,” Sulla mia pelle”, presentato alla 75 ° edizione della mostra del cinema di Venezia e distribuito da Netflix, proprio in questi giorni.

Uno straordinario Alessandro Borghi, nei panni di Stefano Cucchi, porta in scena quell’ultima straziante settimana di agonia del giovane in carcere, secondo una ricostruzione degli eventi effettuata attraverso le testimonianze e gli atti processuali. Un film che scuote le coscienze e fa accapponare la pelle, difficilissimo da digerire, perché rivela verità scomode, che vorremmo non dover conoscere mai e spalanca le porte su realtà e mondi di cui preferiremmo ignorare l’esistenza.