Archivio degli autori Marie Morel

Marie MorelDiMarie Morel

Franco Zeffirelli, l’artista e l’uomo

Il 15 giugno si è spento a Roma, all’età di 96 anni, uno dei più grandi registi, sceneggiatori, scenografi del cinema italiano, Franco Zeffirelli

Di origini fiorentine, secondo un’indagine genealogica condotta da due studiosi, si suppone che fosse imparentato con Leonardo da Vinci. 

La cosa non lascia stupiti, dinanzi alla sua acclarata indole creativa e geniale, che ha fruttato veri e propri gioielli, come il suo “Romeo e Giulietta”, l’”Amleto”, “La Traviata”, “Fratello sole, sorella luna”, per citarne alcuni. 

Per il suo lavoro Zeffirelli ha tratto ispirazione dalla Bibbia, dalla lirica, da grandi classici della letteratura ed è stato più apprezzato all’estero che in Italia, tanto da sentirsi spesso straniero in patria.

I suoi film, infatti, sono per lo più produzioni internazionali, con la partecipazione di attori del calibro di Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Charlotte Gainsbourg, Judi Dench e Cher. 

La sua passione per Shakespeare, del quale ha portato sulle scene e sugli schermi numerose opere, gli è valsa la nomina a Sir, da parte della regina Elisabetta ed è l’unico italiano ad averla mai ottenuta.

Nel 1969, per “Romeo e Giulietta”, fu candidato agli Oscar come miglior regista, premio che avrebbe meritato di vincere, perché nessun adattamento cinematografico della celebre tragedia shakespeariana è emozionante come quella di Zeffirelli.

È uno di quei film che hanno segnato la mia adolescenza, l’avrò visto decine di volte e, sebbene nel corso degli anni io abbia conosciuto altri Romeo e Giulietta, nel mio immaginario resteranno sempre scolpiti con i volti, i costumi, gli scenari di Zeffirelli.

Il suo talento è stato premiato con numerosi riconoscimenti ed oltre ad essere un grande artista, era un uomo anticonformista e appassionato.

È stato uno dei pochi artisti negli anni cinquanta a professarsi apertamente di destra e anticomunista, cattolico ed omosessuale.

 La sua dichiarata omosessualità non ha mai ostacolato il suo rapporto con la Chiesa e con la fede, perché riteneva che se il rapporto carnale era peccato, doveva esserlo sia con un uomo che con una donna.

 Era polemico, invece, nei confronti dei movimenti gay, perché pensava che banalizzassero e ridicolizzassero l’omosessualità. Quando ne parlava diceva:” Io sono omosessuale, non gay”

Ha avuto una lunga relazione con Luchino Visconti, con il quale ha convissuto per molti anni e ha costruito una sua famiglia adottando, già grandi, Pippo e Luciano che sono cresciuti con lui e con i quali ha avuto uno scambio d’amore genitore- figli pari a quello di una relazione biologica. 

Tra le loro braccia si è spento nella sua casa di Roma, lasciando a tutti noi un patrimonio incommensurabile.

 Lo ricorderò rivedendo alcuni dei suoi film: “La bisbetica domatica”, “Romeo e Giulietta” (ancora) ,”Fratello sole e sorella luna”, “Jane Eyre” e “Un tè con Mussolini”

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Nata viva

 

La storia che racconterò oggi è quella di una persona nata viva: un racconto appassionato e antipedagogico di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo. 

“Nata viva è un romanzo ed un mini-film sulla vita della protagonista Zoe Rondini, di come tutti noi possiamo sognare, crescere e diventare adulti. 

Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna. 

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini. 

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene. 

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità. Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico Nata viva (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. 

Con onestà, trasparenza, ironia, Zoe Rondini racconta di cosa voglia dire essere una bambina, poi un’adolescente e, infine, una donna disabile, della scuola, del bullismo, della burocrazia e delle relazioni con chi la circonda, dai familiari ai professori, ai terapisti, agli uomini e di amore e sessualità.   

Una storia di vita, libertà e speranza che vorrei si diffondesse come un’eco, per raggiungere una moltitudine di persone. Quello di Zoe è un romanzo di formazione, è la storia di tutti noi che cresciamo, tra alti e bassi, momenti di difficoltà e soddisfazioni, sconfitte e vittorie, per trovare la nostra dimensione e la nostra serenità. E capire che la diversità è negli occhi di chi guarda e le eventuali difficoltà fisiche possono essere superate con la forza del pensiero, della fantasia, della creatività.

 Questo è il messaggio che Zoe vuole trasmettere agli altri e lo fa portando la sua esperienza nelle scuole, nelle università, partecipando a convegni e seminari.

Nelle scuole è attualmente impegnata nella realizzazione di progetto che si basa sulla narrazione di sé, che coinvolge bambini e ragazzi in prima persona, attraverso il racconto delle loro aspirazioni, prospettive, per prevenire il bullismo e diffondere la cultura del rispetto delle differenze.

Nel frattempo, Zoe sta lavorando al suo secondo libro in cui darà voce, attraverso delle interviste, a persone disabili e normodotate che conoscono bene il mondo della disabilità. Persone che si raccontano, parlano dei loro desideri, dei loro sogni, dei cambiamenti che vorrebbero si realizzassero.

Con il suo lavoro e il suo impegno, Zoe porta un messaggio agli altri, da cui ciascuno può trarre insegnamento: che la vita è un dono e che, in qualunque situazione ci troviamo, possiamo sempre fare qualcosa per dare il nostro contributo; che con tenacia e determinazione si possono superare i propri limiti; che ciascuno di noi può essere sorprendentemente speciale; che è ora di abbattere i tabù e gli stereotipi legati al mondo della disabilità. 

Zoe Rondini, in qualità di pedagogista, autrice, attrice e blogger è pronta a dare il suo contributo, in ambiti accademici e nei convegni per contribuire ad un lento ma progressivo cambiamento culturale.

 Questo è solo un piccolo assaggio del mondo di Zoe, che vi invito a visitare: 

www.piccologenio.it

Lettera di presentazione di “Nata viva”, romanzo e cortometraggio

Zoe torna tra i banchi di scuola: il progetto “Disabilità e narrazione di sé”

“Nata viva, ma con 5 minuti di ritardo” la vita dopo un’asfissia neonatale

Lezione per il master di psicologia della Lumsa 15.07.2018 

https://www.piccologenio.it/category/amore-e-disabilita-sfatiamo-i-tabu/

https://www.facebook.com/groups/146638665460085/?epa=SEARCH_BOX

 

Grazie Zoe, continua così perché: la vita riserva inaspettate sorprese alle persone che nonostante tutto… nascono vive! 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Il mio ricordo di Corrado, a vent’anni dalla sua morte

Io non credo nelle coincidenze. Sono convinta che ogni singolo evento, seppure minimo, abbia un significato.  Così come quello che mi è accaduto nell’arco della settimana appena trascorsa. Qualche giorno fa, in maniera del tutto casuale, per due volte mi sono imbattuta nel nome di Corrado Mantoni.

Erano anni che non pensavo a lui, ma, nel momento in cui mi è tornato in mente, un enorme sorriso si è allargato sul mio volto e mi sono resa conto che, tra tanti personaggi dello spettacolo legati alla mia infanzia, è quello di cui ho più sentito la mancanza.

Sabato mattina ho letto che, proprio quel giorno, ricorreva il ventennale della sua scomparsa. Un caso, certamente, eppure sono rimasta di sasso. Sembrerà sciocco, anzi lo è senz’altro, ma un pensiero assurdo mi è balenato: se Corrado sapesse (e magari lo sa) di essere ancora così tanto amato e ricordato dopo 20 anni, sorriderebbe. E sarebbe uno di quei sorrisi aperti, veri e sinceri, come quelli che ha regalato a noi, durante la sua lunga carriera. Ho sentito di voler contribuire anch’io, nel mio piccolo.

Corrado Mantoni nacque a Roma il 2 agosto 1924.

Insieme a Mike Buongiorno e a Raimondo Vianello, è considerato uno dei padri della televisione italiana, uno dei personaggi del piccolo schermo più amato di sempre.

In pochi ricordano, però, che prima di diventare autore e conduttore televisivo, lavorò in radio per oltre quarant’anni. È considerato, infatti, il primo conduttore ufficiale della radio italiana, a cui spettò il compito e la gioia di annunciare eventi storici straordinari, come la fine della seconda guerra mondiale o la vittoria della repubblica al referendum del 2 giugno 1946.

A partire dal 1982 cominciò a lavorare per il gruppo Fininvest, all’epoca composto solo da Canale 5 ed Italia 1, conquistando il pubblico con i suoi due programmi più celebri, Il pranzo è servito e La corrida.

Conservo un ricordo vividissimo di entrambe le trasmissioni e delle persone a me care con cui avevo l’abitudine di vederle. Il pranzo è servito andava in onda intorno a mezzogiorno, quindi potevo seguirlo solo nei giorni di vacanza a scuola, assieme all’anziana signorina Eleonora, che all’epoca si occupava di me. Ci divertivamo un mondo e bastava la sigla a metterci di buonumore. Ne scrivo e quasi mi sembra di risentire il jingle di accompagnamento alla ruota che girava e le nostre risate.

La corrida, invece, era un programma serale di cui ricordo soprattutto le edizioni estive. Non c’erano i condizionatori all’epoca e l’afa si combatteva restando fino a sera inoltrata all’aperto e sventolandosi con i ventagli o, se possibile, con quei rumorosissimi ventilatori con le pale di metallo. In quegli anni ero una bambina e trascorrevo le vacanze un po’ al mare e un po’ da una zia di mia madre. Sebbene fossero gli anni ’80, non in tutte le case c’era ancora il televisore. La zia aveva la fortuna di possederne uno e di avere anche un grandissimo arioso terrazzo, che si affacciava su via dei Tribunali, il cuore pulsante di Napoli. Così in quelle serate, la sua porta si apriva ad alcuni vicini, che venivano a vedere La corrida con noi.

Ecco cosa conservo di Corrado, il meraviglioso ricordo di serate trascorse all’insegna di un divertimento puro e semplice, a cuor leggero, di risate genuine.

È indimenticabile anche il momento del suo congedo dalla conduzione televisiva, durante l’ultima puntata della sua corrida nel 1997, prima di lasciare il testimone a Gerry Scotti, quando recitò una poesia di commiato con gli occhi visibilmente lucidi. Mi commossi anch’io, perché ebbi la netta consapevolezza che si stava concludendo un’epoca. Con lui finiva una stagione di grande televisione, quella che io ho più amato.

Corrado morì solo due anni dopo, l’8 giugno 1999, a 74 anni, a Roma, a causa di un carcinoma del polmone.

Grazie Corrado per il ricordo di quell’allegria, di quelle mie risate di bambina che sento ancora risuonare nel cuore.

 

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Il cinema celebra il genio di Leonardo da Vinci con due nuovi film

In questo 2019, l’anno che sarà ricordato per le celebrazioni in onore del grande maestro italiano, il cinema non poteva non fare la sua parte.

Sono due i film che ripercorrono la vita dell’artista.

A partire da ottobre potremo vedere, dapprima nei cinema italiani, poi in tv su Sky e, infine all’estero, Io, Leonardo, interpretato dal bravissimo Luca Argentero, che per la prima volta presta il suo volto ad un personaggio realmente esistito in un’opera biografica.

Distribuito da Lucky red questo film si propone di gettare una luce diversa sul personaggio di Leonardo da Vinci, portando lo spettatore alla scoperta dell’uomo.

Il regista di origine messicane, Jesus Garces Lambert, non è nuovo a questo tipo di film. Ha già portato, infatti, sulle scene “Caravaggio l’anima e il sangue”; le riprese del film hanno avuto luogo prevalentemente a Firenze, a Vinci e nella campagna toscana, a Milano, a Roma e in Francia.

 

Essere Leonardo da Vinci – Un’intervista impossibile, diretto e interpretato da Massimiliano Finazzer Flory, è film unico nel suo genere dedicato a Leonardo da Vinci in occasione dei 500 anni della scomparsa del genio universale. Sarà nelle sale da maggio 2019 in collaborazione con la Federazione Italiana Cinema D’essai.  Non è solo un film che ha già vinto negli Stati Uniti dei Festival internazionali. Questo film è un progetto che viene da lontano ispirato teatralmente da un regista e attore Finazzer Flory che è stato appena premiato come Winner Best Indie Filmmaker – Top Shorts Film Festival January 2019 e Winner Best Indie Filmmaker – New York Film Awards 2019 Winner Honorable Mention: Narrative Film – Los Angeles Film Awards 2019 Winner Best Narrative Feature – Festigious International Film Festival 2019 Los Angeles Winner Best Actor -Actors Awards Los Angeles January 2019.L’attore italiano, Massimiliano Finazzer Flory, si è fatto carico da tempo di rappresentare l’Italia e la nostra cultura all’estero e il suo film su Leonardo in collaborazione con Rai Cinema è già una sorta di cult. Sono 23 i Paesi in cui è prevista la distribuzione tra cui oltre gli USA,  in Cina e in India. 

L’incedibile make-up del volto di Finazzer e una recitazione coreografica che incarna il corpo di Leonardo rende durante il film davvero impressionante la verità del personaggio restituendoci non solo la sua storia ma anche in termini registici e di questo forse uno dei valori più importanti dell’opera l’influenza di Leonardo anche nella nostra estetica cinematografica. I set, le opere d’arte e il linguaggio sono tutti autentici per la storia di Leonardo. Un’icona universale, 500 anni dopo la sua morte. Un film che tiene insieme l’originalità linguistica attraverso il linguaggio del Rinascimento, il trucco, i costumi e la qualità tecnologica del nostro tempo come il drone che permette di realizzare nuove tendenze estetiche tra paesaggio e patrimonio culturale.


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Breve sinossi: due giornalisti, di New York e Milano ignari l’uno dell’altro, per i 500 anni dalla scomparsa di Leonardo sono alla ricerca di uno scoop. Vedono opere e attraversano i luoghi del Genio tra paesaggi e misteriosi incontri. A Firenze per la prima volta durante uno spettacolo in costume tra frati, turisti e sbandieratori si trovano tracce inaspettate. A Milano si scopre un documento per scoprire chi era Leonardo Uomo attraverso un esame scientifico. Giungono nella sua ultima dimora a Clos Lucé e incontrano davvero Leonardo. Viene concessa l’intervista. Le parole del Genio sono autentiche in lingua rinascimentale. Alla fine Leonardo fugge tra i sotterranei tornando a Vigevano e svelandosi ai personaggi più importanti della sua storia dove racconta…
I set del film: dalla la casa natale di Leonardo a Vinci dove è nato a primo mulino in cui il genio bambino ha iniziato a giocare, a fare lo scienziato fino allo Château Royal d’Amboise e la dimora dove Leonardo è scomparso a Clos-Lucé e ancora a Vigevano le Scuderie, le Sotterranee, la Strada coperta, il Castello. A Milano: San Sepolcro, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, gli “Orti di Leonardo”, la Sacrestia del Bramante, il Castello Sforzesco, la Sala delle Asse, l’Archivio di Stato dove è stato girato l’unico l’autografo di Leonardo esistente al mondo. Infine alle cascate dell’Acquafraggia studiate dal genio. E naturalmente Firenze all’Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella e alla Basilica di Santa Maria Novella per mettere in scena il Leonardo botanico.

 

Marie MorelDiMarie Morel

500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci in Europa

Il genio di Leonardo da Vinci, nel cinquecentesimo anniversario della sua morte, verrà celebrato non solo in Italia, ma anche in altri Paesi europei.

 

In prima linea c’è la Francia, che ha ospitato l’artista negli ultimi anni della sua vita e gli dedicherà nel corso del 2019 un numero straordinario di manifestazioni.

Il Comité de pilotage della Valle della Loira ha organizzato una rassegna, “Viva Leonardo da Vinci! 500 anni di Rinascimento nel Centro-Valle della Loira, nel corso della quale si terranno 500 eventi di arte e letteratura, scienze e architettura, artigianato, gastronomia, proiezioni cinematografiche e spettacoli, in varie località.

Il castello di Clos Lucé e quello di Amboise, nei quali Leonardo ha soggiornato durante il periodo francese, saranno sede di due importanti mostre.

  La prima, intitolata “1519, la mort de Léonard de Vinci”, racconterà gli ultimi anni di vita del maestro e partirà ad Amboise il 2 maggio, data precisa della sua morte. Nel corso di essa verrà esposto anche il quadro di Ménageot, La morte di Leonardo, dipinto nel 1781.

Il 6 giugno, a Clos Lucé verrà inaugurata l’esposizione “La cena di Leonardo per Francesco I, un capolavoro di seta e argento“, il cui protagonista assoluto sarà l’arazzo dell’Ultima Cena prestato dai Musei Vaticani, che sarà esposto, poi, al Palazzo Reale di Milano, a partire da ottobre.

Nel castello di Chantilly, invece, sarà esposta La Gioconda nuda, un disegno che solo di recente è stato attribuito a Leonardo, dopo anni di studi.

Il calendario degli eventi è consultabile qui.

A Parigi c’è grande fermento per l’attesissima mostra di settembre al Louvre, che secondo le intenzioni dovrebbe ospitare tutti i quadri di Leonardo.

Il condizionale è d’obbligo, perché la questione ha riaperto le ostilità tra la Francia e l’Italia, che non sembra disposta a prestare le opere vinciane ai francesi. Ancora oggi non è chiaro se i due Paesi riusciranno a trovare un accordo.

Accordo che, invece, la Francia ha stretto senza problemi con gli Emirati Arabi, per ospitare il Salvator mundi, anch’esso attribuito di recente a Leonardo.

Intorno a quest’opera d’arte, tuttavia, c’è un giallo ancora da risolvere, che potrebbe condurre ad un cambiamento di programma.

Il quadro faceva parte di una collezione privata ed è stato acquistato per 450,3 milioni di dollari dal Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi e avrebbe dovuto essere esposto per l’inaugurazione del museo Louvre Abu Dhabi, lo scorso settembre.

 

L’esposizione non è avvenuta ed è stata rinviata sine die con un laconico comunicato stampa, che non ne spiegava le ragioni. Nel frattempo, il museo ha pubblicato i programmi espositivi per l’anno 2019-2020 e il Salvator mundi non viene menzionato. Questo silenzio attorno al dipinto che avrebbe dovuto essere il cavallo di battaglia del nuovo Louvre ha destato molti sospetti. Nel mondo dell’arte, si vocifera con sempre più insistenza che vi sia stato un clamoroso errore e che il quadro non si opera di Leonardo, bensì del suo allievo Luini.

L’Inghilterra ha deciso di celebrare Leonardo rivelando al pubblico una serie di 144 disegni, che fanno parte della più grande collezione privata al mondo, la Royal Collection. Dal 24 maggio al 13 ottobre, nella Queen’s Gallery di Buckingham Palace saranno esposti gli schizzi a matita o a carboncino del grande maestro del Rinascimento, raccolti in un libro da Pompeo Leoni nel 1590 e acquistati da Carlo II d’Inghilterra.

Disegni sul corpo umano, paesaggi, di soggetti sacri, progetti da realizzare, in cui si manifesta tutta la potenza della mente creativa di Leonardo, la sua fervidissima curiosità intellettuale, il suo genio, come artista, inventore e scienziato.

Per maggiori informazioni, il sito ufficiale è Leonardo da Vinci a life in drawing.

La Spagna, infine, ospita una mostra intitolata “I volte del genio”, nella quale il curatore vuole mostrare il volto dell’uomo Leonardo, che esiste dietro a quello dell’artista. Cuore dell’esposizione sono due codici, conservati presso la Biblioteca Nacional, e la Tavola Lucana, il ritratto scoperto dallo storico Nicola Barbatelli nel 2009 in Basilicata. Il visitatore viene accompagnato da installazioni audiovisive, ricostruzioni, applicazioni di realtà mista e realtà aumentata e applicazioni tecnologiche in un percorso che getta una nuova luce sul genio italiano.

I volti del genio, fino al 29 maggio a Madrid.

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Il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci in Italia

Tutta l’Italia è in fermento per il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo Da Vinci, al quale sono state dedicate numerosissime mostre ed iniziative in varie città, in particolare quelle che hanno visto nascere, crescere e formarsi, oppure ospitato il celeberrimo artista.

L’anno 2019 è interamente dedicato a quello che fu, indiscutibilmente, un genio assoluto: pittore, scultore, inventore, scienziato, anatomista, Leonardo ci ha lasciato un’eredità di opere d’arte di incommensurabile bellezza e prova tangibile del suo straordinario ingegno creativo.

Leonardo nacque il 15 aprile 1452 ad Anchiano, in provincia di Lucca a pochi chilometri da Vinci, in una casa colonica che nel 1952 fu trasformata nel  Museo Leonardiano . Qui è possibile assistere ad una narrazione audio-visiva tridimensionale, in cui un Leonardo in grandezza naturale si racconta. Si formò nella bottega del Verrocchio a Firenze, città che ospita il Leonardo Da Vinci Museum e custodisce presso gli Uffizi alcune opere giovanili dell’artista, come il Battesimo di Cristo, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi.

Le mostre a Firenze, dedicate a Leonardo per questo importante anniversario, si susseguiranno nel corso di tutto l’anno. E’ possibile informarsi sul sito http://www.arte.it/calendario-arte/firenze, in continuo aggiornamento su tutti gli eventi.

Nel 1482, Leonardo fu mandato da Lorenzo il Magnifico a Milano, per portare un dono al duca Ludovico il Moro. L’artista rimase affascinato dalla città, che già all’epoca era tra le più popolose e aperta all’innovazione scientifica e tecnologia. L’accoglienza che ricevette, però, fu piuttosto tiepida e passò oltre un anno prima che ricevesse una commissione. Nonostante ciò Leonardo restò a Milano, dove soggiornò per vent’anni. Ed è proprio questa città che oggi lo omaggia con il maggior numero di iniziative, che prenderanno il via il 2 maggio, data esatta della scomparsa di Leonardo, e si protrarranno fino a gennaio 2020, tra mostre, spettacoli teatrali e convegni. Il calendario, fittissimo di eventi, è disponibile sul sito https://www.yesmilano.it/leonardo , sul quale vi sono anche tutte le informazioni su come arrivare e muoversi a Milano.

Dopo il lungo periodo milanese, iniziò per Leonardo un periodo errabondo, che lo portò in varie città, nelle quali l’artista lasciò il segno del suo passaggio, a Venezia, con il suo Uomo Vitruviano conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell’Accademia; a Parma, dove nella Galleria Nazionale è esposta la Scapigliata, un dipinto raffigurante una testa di fanciulla, probabilmente incompiuto; infine  Roma, dove da marzo ad agosto le  Scuderie del Quirinale ospiteranno la mostra “ Leonardo da Vinci. Scienziato e inventore”. Sempre nella capitale si terrà, tra aprile e settembre, la mostra “Leonardo a Roma. Influenza ed eredità”, presso l’Accademia nazionale dei Lincei.
A Torino, infine, nella prestigiosa sede dei Musei Reali, si terrà la mostra intitolata “Intorno a Leonardo. Disegni italiani del rinascimento”, in cui verrà esposto il celebre autoritratto, appena restaurato.

Leonardo trascorse gli ultimi anni della sua vita in Francia, al servizio di Francesco I, un sovrano colto e raffinato, estimatore dell’arte italiana e morì ad Amboise, il 2 maggio 1519.

Nel frattempo, è di pochissimi giorni fa la notizia che la Monna Lisa nuda sia realmente opera di Leonardo da Vinci. Il disegno a carboncino, così chiamato per l’enorme somiglianza con la Gioconda, dopo oltre quasi due anni di studi ed esami, sarebbe stata, finalmente, attribuita al genio vinciano, tanto che sarà esposta a Chantilly, nel corso dei festeggiamenti previsti per il cinquecentenario.

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Dopo il commissario Montalbano, arriva su Rai 1 “La stagione della caccia”.

 

Nel mio articolo precedente, ho dichiarato apertamente la mia passione per il commissario Montalbano e trovo veramente ingiusto che ogni serie offra solo due episodi a stagione. Con la consapevolezza che lunedì 18 febbraio sarà già finita, mentre scrivo ne sento già la mancanza. Fortunatamente, però, come l’anno scorso con La mossa del cavallo, anche quest’anno la nuova serie del commissario Montalbano sarà seguita da un film per la televisione, tratto da uno dei romanzi storici di Andrea Camilleri, la stagione della caccia”. Il libro fa parte della serie “Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura”, fu pubblicato da Sellerio nel 1992 e fu il primo a dare allo scrittore siciliano quel meritato successo di pubblico e critica, che non l’ha più abbandonato. Ambientato in un’antica Vigata, l’immaginaria cittadina che in tempi moderni ospita il commissario Montalbano, racconta la storia di un farmacista, il cui arrivo in città coincide con l’inizio di una lunga serie di misteriose morti, che sembrano tutte disgrazie accidentali.

La trasposizione televisiva del romanzo, prodotta dalla Palomar, in collaborazione con Rai fiction, è stata affidata al regista Roan Johnson, pisano di origini londinesi, mentre a calarsi nel ruolo del farmacista Fofò La Matina è Francesco Scianna , attore palermitano noto al pubblico per aver recitato in Il più bel giorno della mia vita di Cristiana Comencini, Baarìa di Giuseppe Tornatore, La mafia uccide solo d’estate. Ad affiancarlo ci sono Donatella Finocchiaro, Miriam Dalmazio, Ninni Bruschetta, Giorgio Marchesi, Alessio Vassallo e Tommaso Ragno.

Questa è la trama ufficiale del film, diffusa da Rai Fiction:

“1880. L’Italia è unita da un pezzo, i Borbone non sono che un ricordo, ma a Vigata il blasone conta ancora molto. E i più nobili fra i nobili sono i Peluso di Torre Venerina. Ma questa ricchissima e potente famiglia comincia all’improvviso a essere decimata dai lutti. I Peluso muoiono uno dopo l’altro, come le prede di una battuta di caccia. E curiosamente l’inizio di questa inquietante e oscura mattanza coincide con l’arrivo a Vigata di un misterioso personaggio: Fofò La Matina, un giovane farmacista, figlio di un contadino che molti anni prima aveva lavorato come campiere proprio per i Peluso”

Le riprese del film si sono svolte tra nella seconda metà dello scorso anno tra Scicli, splendida cittadina barocca del val di Noto e l’incantevole borgo marinaro di Marzamemi, in provincia di Siracusa, a pochi chilometri da Pachino.

Per il primo ciack la produzione ha scelto la prestigiosa location di Palazzo Mormino Penna, che si affaccia si Piazza Italia a Sicli e che i fan del commissario Montalbano ricorderanno di aver già visto ne Il cane di terracotta” e ne La Forma dell’acqua.

Rischierò di sembrare patetica, ma lunedì 25 febbraio guarderò questo film e, come fanno gli innamorati quando si aggrappano ad ogni appiglio per trattenere l’amato, cercherò in esso ogni traccia che mi riconduca al mio Salvo Montalbano, dalla cadenza cantilenante del dialetto siciliano alle atmosfere di Vigata col suo mare e le sue bellezze. E quando la nostalgia sarà davvero troppa, allora mi salverà lo streaming su Raiplay.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Il commissario Montalbano, da lunedì 11 febbraio, i nuovi episodi.

 

La mia storia d’amore con il commissario Salvo Montalbano è iniziata prima che assumesse le sembianze di Luca Zingaretti.

Lo incontrai nel 1994, tra le pagine de La forma dell’acqua, il primo libro della lunga, fortunata serie che lo vede protagonista.

Mi immersi nella lettura e fui travolta dal suo fascino e dal suo carisma, complice la suggestiva ambientazione in Sicilia, di cui custodisco meravigliosi ricordi.

La scelta singolare e azzardata dello scrittore Andrea Camilleri, di usare un linguaggio che è una sapiente ed equilibrata commistione tra italiano e dialetto, si è rivelata vincente, perché dopo un approccio un po’ titubante, è facile lasciarsi andare alla musicalità delle parole, che rievocano all’istante il calore e il temperamento dei siciliani.

Leggere un libro di Camilleri è come fare ogni volta un viaggio in Sicilia, perché le sue descrizioni sono così ricche di dettagli da accendere l’immaginazione e il lettore si ritrova ad ascoltare la risacca, ad annusare finocchietto selvatico, ad assaporare la caponata di Adelina, la storica domestica di Montalbano.

Quando seppi che sarebbe stata fatta una trasposizione televisiva dei libri, mi preoccupai, perché nella mia fantasia il commissario Montalbano aveva già un volto e una voce e temevo di restare fortemente delusa dalla scelta dell’interprete. O peggio, che la visione di un prodotto deludente potesse inquinare quello che, nel mio immaginario, era il commissario Montalbano ideale.

Non accadde. Vedendo Il ladro di merendine, il primo episodio in assoluto, nel 1999, la figura di Luca Zingaretti si sovrappose immediatamente a quella elaborata dalla mia fantasia, con una perfezione quasi commovente.

Sono passati vent’anni da allora e non ho perso nessuno dei trentadue episodi andati in onda fino ad oggi.  Sebbene la loro visione sia stata spesso preceduta dalla lettura del libro, ciascuno di essi mi ha coinvolta ed emozionata come se non conoscessi la trama.

Nel contempo, la lettura dei libri si è trasformata in un’esperienza differente dalle altre: ora che ogni personaggio ricorrente ha delle sembianze ben precise e una personalità definita, ogni volta è come ritrovare dei vecchi amici che non vedevo da tempo.

E a breve potrò incontrarli ancora, nei due nuovi episodi che andranno in onda su Rai 1: “L’altro capo del filo”, che sarà trasmesso il prossimo 11 febbraio e “Un diario del ‘43”, il 18.

Entrambi sono stati girati, come sempre, da Alberto Sironi e hanno come fil rouge lo scottante tema dell’immigrazione.

Il primo è ambientato in parte in Friuli Venezia Giulia, dove Montalbano si reca per assistere ad una cerimonia con Livia, mentre fervono i preparativi per le nozze fra i due eterni fidanzati. Nel frattempo, in Sicilia, un omicidio collegato allo sbarco dei migranti richiama all’ordine il nostro commissario. L’episodio è dedicato all’attore Marcello Perracchio, che interpretava il dott. Pasquano, venuto a mancare nel 2017 e il commissario Montalbano dirà addio all’amico anche nella fiction. Le gag tra i due personaggi resteranno nel cuore dei fan per sempre.

Nel secondo episodio, Montalbano trova un diario del 1943, che custodisce terribili segreti. Gli toccherà indagare per scoprire se si tratta di verità o fantasia, in un caso in cui si parla di immigrazione dall’Italia verso gli Stati Uniti.

Se qualcuno ha dei dubbi sull’esistenza dell’amore eterno, io sono la prova vivente che si sbaglia. Sono sicura che quello tra me il commissario Salvo Montalbano durerà per sempre.

Marie MorelDiMarie Morel

Manuale di napoletanità

 

 

 

Su Facebook mi era capitato di tanto in tanto di imbattermi nei suoi brevi video e li avevo visti con grande piacere, perché è un narratore accattivante e dalla simpatia coinvolgente. Come spesso accade sui social, però, mi ero lasciata distrarre dal susseguirsi dei post e l’avevo perso di vista, senza neppure appuntarmi il suo nome. Ho ripensato a lui un paio di giorni, mentre stavo scrivendo un articolo sulle origini di Napoli. Non è stato difficile rintraccialo, perché ho scoperto che si tratta di un nome e di un volto noti della cultura napoletana.

Si tratta di Amedeo Colella, che delizia il suo pubblico con aneddoti e curiosità sulla città partenopea. Ricercatore senior del CRIAI di Portici (Napoli), centro di ricerca informatico promosso dall’Università Federico II, Amedeo Colella è appassionato degli studi storici, in particolare della storia di Napoli. I suoi racconti sono affascinanti perché non si limita a narrare semplicemente i fatti storici, ma li arricchisce con tutti gli aspetti folkloristici, culturali, antropologici che caratterizzano il popolo napoletano. È proprio l’essere napoletano, quella che viene definita napoletanità, il cuore della sua narrazione. Ora, è difficile spiegare il termine napoletanità a chi non conosce Napoli e i suoi abitanti, ma semplificando molto potremmo definirla l’insieme delle tradizioni, usi, costumi e filosofia di vita di un popolo che si è sempre distinto per la sua vivacità, una fantasia ai limiti della genialità, un istinto di conservazione che ha consentito di tramandare nei secoli un patrimonio culturale di immenso valore.

Amedeo Colella, innamorato della sua Napoli, si è adoperato per contribuire alla conservazione di questo patrimonio culturale, ma anche alla sua diffusione. Ha scritto vari libri, di cui io, per il momento, son riuscita a leggere solo il primo, del 2010, “Manuale di napoletanità”. Si tratta di una lettura facile e piacevole, ma è allo stesso tempo un vero concentrato di aneddoti, curiosità, fatti storici di grande interesse. Io stessa, pur essendo napoletana, ho imparato tante cose che non conoscevo sulla mia città e ho avuto modo di capirne tante altre, che non mi ero mai spiegata.

Il libro si apre con un test di ingresso, per verificare il livello di napoletanità e si conclude con una verifica di quanto appreso ed è strutturato in 365 lezioni semiserie, una per ogni giorno dell’anno. Come l’autore avverte nella premessa, data l’immensità del patrimonio culturale napoletano, non ha alcuna pretesa di esaustività, ma in base al suo gusto e al suo piacere, Amedeo Colella ha scelto 365 chicche da regalarci, a partire dall’etimologia del termine “paraustielli”, passando attraverso il rapporto tra Giacomo Leopardi e Napoli, per finire con il ricordo del compianto Massimo Troisi, che continua a vivere nel cuore di tutti i napoletani. Ogni lezione è fine a se stessa e può avere ad oggetto, senza un ordine precisato, storia, geografia, leggende, modi di dire e proverbi, musica e poesia, commedia e cinematografia, senza tralasciare la gastronomia, che si sa, a Napoli è fondamentale.

Un libro che si fa leggere con il sorriso sulle labbra, ma che custodisce soprese insospettabili, sia per i napoletani, sia per chi decide di avvicinarsi al mondo della napoletanità per curiosità o per amore di questa stupenda città.

Altri libri di Amedeo Colella sono: 1000 quesiti di napoletanità del 2011, Mangianapoli 180 cose da mangiare a Napoli almeno una volta nella vita del 2012, Manuale di filosofia napoletanta del 2014, Mille paraustielli di cucina napoletana del 2018.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Un angolo di Italia nel cuore del Pakistan

Era il 1954 e l’Italia stava affrontando la sua lenta, faticosa risalita dopo la guerra.

L’anno era iniziato con una vera rivoluzione di costume e culturale, l’arrivo della televisione con la messa in onda a Capodanno del messaggio augurale di Papa Pio XII ed era proseguito con un evento memorabile, di cui l’Italia si era resa protagonista: la scalata del K2, il 31 luglio, da parte di una spedizione  patrocinata dal Club Alpino Italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano, guidata dal geologo Ardito Desio.

La notizia si diffuse il 3 agosto ed accese l’entusiasmo degli italiani, che fecero della conquista di quella vetta, fino ad allora inviolata, il simbolo della rinascita dell’Italia nel dopoguerra.

Da allora il K2 è diventata “la montagna degli italiani”.

Un legame che non è solo affettivo e simbolico, ma che a partire da quel sogno realizzato dai nostri connazionali nel 1954, si è concretizzato nel Parco del Karakorum, nato grazie alla collaborazione tra Italia e Pakistan.

Si tratta di un’area di oltre 10.000 km che comprende il K2 ed altre montagne, con una flora e una fauna uniche al mondo, i suoi ghiacciai e il raro leopardo delle nevi, che vive tra i 33520 e i 6700 km di altitudine.

Destinata sulla carta a parco già nel 1993, di fatto lo è diventata solo di recente con il lavoro dell’associazione italiana EV-K2-CNR ed alcune istituzioni pakistane.

Il progetto è davvero innovativo, perché coinvolge in maniera diretta 135 popolazioni locali che portano avanti le attività tradizionali necessarie al loro sostentamento, condividendo però i piani sostenibilità e di conservazione del territorio.

Dal 2014, anche Moncler sostiene l’associazione EV-K2-CNR, promuovendo programmi di educazione ambientale come Keep Karakorum Clean e Keep K2 Clean, per ripulire dai rifiuti i campi base che ogni anno ospitano centinaia di persone, riportando le aree al loro splendore naturale. Solo nel 2014 sono state raccolte 15 tonnellate di spazzatura, smaltite grazie all’inceneritore ecologico Earth, installato da EV-K2-CNR nel 2007.  

Sono state avviate anche campagne di sensibilizzazione sull’importanza di preservare e mantenere puliti i ghiacciai, che sono la riserva d’acqua principale a cui attingono le popolazioni che vivono lungo tutto il bacino dell’Indo.

Riaccende la speranza sapere che, nel mondo, ci sono italiani, i quali, al di fuori delle istituzioni, ma organizzati sotto forma di aziende e associazioni, lavorano per portare avanti progetti stupendi come questo, solo per amore dell’ambiente, di un territorio, ovunque esso si trovi.

In barba alle logiche sovraniste, così di moda oggi, questi italiani sanno che la terra intera è un patrimonio che appartiene a tutta l’umanità, indipendentemente da nazionalità, razza o colore della pelle.

Marie MorelDiMarie Morel

Gli animali nell’arte, dal Rinascimento a Ceruti

Nel centro storico di Brescia, su un’area antichissima risalente alla prima età del ferro, sorge Palazzo Martinengo Cesaresco, costruito nel XVII secolo su commissione del conte Cesare IV Martinengo Cesaresco.

Agli inizi del ‘900, fu acquistato dalla provincia di Brescia e, da cinque anni, l’Associazione Culturale Amici di Palazzo Martinengo si occupa di promuovere la conoscenza storica, artistica e architettonica dell’antica residenza e di valorizzarne gli spazi espositivi, organizzando mostre d’arte antica, moderna e contemporanea.

L’ultimo lavoro proposto dall’associazione è l’imponente esposizione, curata dallo storico e critico d’arte Davide Dotti, di un centinaio di opere, il cui fil rouge è la rappresentazione di animali nella pittura rinascimentale e barocca, da Raffaello a Caravaggio, fino a Ceruti.

L’originale idea da cui prende vita questa mostra, unica nel suo genere, è quella di creare una sorta di “zoo artistico”, nel quale sono riunite opere di ineffabile bellezza, in cui i grandi maestri del rinascimento hanno rappresentato animali di ogni genere e specie e persino fantastici, come protagonisti assoluti o assieme all’uomo oppure con figure sacre o mitologiche, basti pensare a “San Giorgio e il drago” o a “Leda e il cigno”.

L’esposizione si propone non solo di incantare i visitatori, mostrando loro come gli artisti abbiano saputo cogliere e mettere su tela il rapporto millenario tra uomo ed animali e delineare, con grande sensibilità ed accuratezza, le caratteristiche di questi ultimi, ma ha anche una valenza scientifica.

Le opere, infatti, sono raggruppate in un percorso espositivo attraverso il quale i visitatori potranno ammirare i quadri e, grazie alla collaborazione del Dipartimento di Scienze Naturali e Zoologia dell’Università di Pisa, scoprire curiosità sulle razze rappresentate e sulla loro evoluzione nei secoli.

Proprio per queste sue caratteristiche e l’argomento trattato, la mostra ha ottenuto il patrocinio di WWF Italia che, nel corso dell’evento, approfondirà tematiche come la salvaguardia delle specie protette, la biodiversità, la lotta al bracconaggio e la cultura della sostenibilità.

Un’esperienza interessante per chi ama l’arte, gli animali, la natura e anche per i bambini.

La mostra aprirà i battenti il 19 gennaio e chiuderà il 9 giugno e sono previste aperture straordinarie anche per i giorni di Pasqua e Pasquetta, 25 aprile, I maggio e 2 giugno.

Il percorso espositivo è suddiviso in 10 sezioni: si comincia con gli animali nella pittura a soggetto sacro e mitologico, si prosegue in sale tematiche dedicate a cani, gatti, uccelli, pesci, rettili, animali della fattoria, animali e uomo, nani e pigmei vs. animali, per concludere con l’ultima stanza, i cui i protagonisti sono gli animali esotici come scimmie, pappagalli, dromedari, leoni, tigri, elefanti, struzzi e quelli fantastici.

I visitatori della mostra potranno accedere gratuitamente anche al percorso archeologico sotterraneo di Palazzo Martinengo, con i suoi antichissimi reperti risalenti all’età del ferro.

Sul sito dell’Associazione Culturale Amici di Palazzo Martinengo sono disponibili tutte le informazioni ed un piccolo assaggio di quello che la mostra offre.

http://amicimartinengo.it/

 

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Napoli e l’arte del presepe

Nel cuore di Napoli c’è una strada che è un luogo magico tutto l’anno, ma lo è ancora di più durante le festività natalizie. Si tratta di via San Gregorio Armeno, nota anche come la via dei presepi.

 

La strada si snoda nel centro storico a ridosso del Decumano Maggiore (Via dei Tribunali) ed ospita le botteghe degli artigiani che d’estate e d’inverno si dedicano all’antica arte presepiale, che ebbe origine nel 1200, quando San Francesco d’Assisi ebbe l’idea di mettere in scena la nascita di Gesù, per diventare, poi, una tradizione del folklore napoletano. Passeggiando lungo via San Gregorio Armeno, invasa da turisti e bancarelle, ogni portone e cortile nasconde delle sorprese: all’intero di essi, gli artisti allestiscono veri e propri capolavori, di ogni grandezza e per tutti i gusti, dai minuscoli presepi nei gusci delle noci a quelli con pastori ad altezza naturale, scolpiti nel legno, di terracotta, dipinti a mano. Ci si incanta dinanzi alla perfezione di pastori piccolissimi, all’espressività dei volti, alle caratteristiche di ciascuno legate ad una simbologia sospesa tra il sacro e profano. Già, perché nel presepe napoletano i pastori hanno un nome, una personalità, un significato e vanno collocati in determinate posizioni. In un presepe napoletano che si rispetti non può mancare Benino, il pastorello addormentato in mezzo alle sue dodici pecorelle; il vinaio e il panettiere a simboleggiare l’eucarestia e dall’altro lato Ciccibacco, dio pagano del vino; il pescatore, che rappresenta il pescatore di anime; la meretrice che volge le spalle alla grotta, in contrapposizione alla purezza della Vergine Maria; i re Magi, provenienti dall’Oriente e recanti oro, incenso e mirra in dono al Bambinello e poi il monaco, i due compari, l’oste e i dodici venditori, uno per ciascun mese dell’anno. Altrettanto simbolici sono i luoghi rappresentati nel presepe: l’osteria, che rifiutò l’ospitalità alla Madonna e a San Giuseppe, il forno, il fiume, il ponte, la chiesa e il pozzo. All’interno delle botteghe è facile incontrare appassionati cultori ed estimatori di quest’arte che sono ben lieti di divulgare le loro conoscenze in materia, raccontando aneddoti, storie e tradizioni legate al presepe napoletano, che pur conservando le sue caratteristiche, ogni anno, grazie al lavoro incessante e alla fantasia degli artigiani, si arricchisce di anno in anno di nuove statuine, che raffigurano personaggi moderni.

In tal senso il presepe napoletano non è solo un simbolo religioso, ma diventa uno specchio della società e della comunità napoletana. Ecco così fare la loro comparsa sul presepe delle statuine di Totò, Pino Daniele, Massimo Troisi, Diego Armando Maradona, Berlusconi e Salvini. Insomma non ci sono limiti alla creatività degli artisti del presepe, che riescono a rappresentare scorci di realtà, tra religione e vita quotidiana, quasi come se mettessero in scena delle rappresentazioni teatrali. Tra il profumo di sfogliatelle, pizza, struffoli e roccocò, una passeggiata lungo via dei Tribunali e San Gregorio Armeno è una delle tradizioni natalizie più care ai napoletani e tappa obbligata per tutti i turisti, perché la magia del Natale, tra i vicoli di Napoli, ha il gusto e i colori dell’arte, della poesia e dello stupore.

Marie MorelDiMarie Morel

La naturale evoluzione di una lingua

Quando diciamo che una lingua è viva, intendiamo dire che è in continuo fermento e cambiamento, che è aperta ad accogliere nuove parole, le quali passando di bocca in bocca entrano nel lessico comune e a lasciar andare quelle che vengono abbandonate e dimenticate.

 La nascita dei neologismi era un fenomeno con una progressione molto più lenta e controllata fino ad una ventina di anni fa, ma con la diffusione delle nuove tecnologie, globalizzazione, social media e per l’effetto del lavoro di pubblicitari, giornalisti, personaggi dello spettacolo, politici, la cui comunicazione diventa sempre più spregiudicata, ogni giorno prendono vita vocaboli inediti. In alcuni casi sono frutto di un atto creativo, con accorciamenti, accorpamenti o reinterpretazioni attraverso figure retoriche di parole già esistenti, in altri di adattamenti di terminologie estere. Si tratta di un’evoluzione così veloce, che i puristi della lingua italiana non possono fare altro che arrendersi, ormai, dinanzi all’evidenza: l’italiano, come lo abbiamo studiato a scuola fino a pochi anni fa, sta morendo sotto i colpi impietosi di neologismi come selfie, apericena, svapare, webete, ciaone, colazionare.  Alle orecchie più sensibili non resta che decidere se continuare a rabbrividire ogni volta che ne sentono uno oppure stare al passo con i tempi e farli propri. Sebbene io sia tra coloro che direbbero ciaone solo sotto la minaccia di un’arma da fuoco puntata alla testa, la scelta mi sembra scontata se si vuole continuare a comunicare con gli altri, soprattutto con i più giovani, che si adeguano facilmente e adoperano con estrema disinvoltura le parole nuove, anzi, spesso sono loro a coniarle e a veicolarle attraverso i social.

Ma quando un neologismo entra a far parte di diritto nella lingua italiana? Semplicemente quando il suo uso è così diffuso da essere notato da istituzioni linguistiche come l’Accademia della Crusca, che dopo averne verificato la rispondenza a determinati criteri di valutazione, ne decretano la correttezza, dopodiché la parola in questione può entrare a pieno titolo nel vocabolario della lingua italiana. Sul sito dell’Accademia è anche possibile segnalare i neologismi, “votare” per quelli già presenti per consolidarne il rango di interesse e chiedere la consulenza linguistica in caso di dubbi sull’uso di parole ed espressioni. Potreste dare un’occhiata, tra un tweet e un post, magari la sera dopo esservi docciati, pigiamati e camomillati, mentre divaneggiate un po’e se quello che leggerete non dovesse piacervi, non lasciatevi prendere dalla tristitudine, potrete sempre divertirvi a spoilerarlo ai vostri amici.

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/parole-piu-segnalate

 

Marie MorelDiMarie Morel

Parole, magia e cinema

 

Il potere evocativo delle parole è magico.

Quello che in apparenza potrebbe sembrare un banalissimo accostamento di due o più semplici paroline, può trasformarsi in un gancio in grado di ripescare nella nostra memoria colori, profumi, atmosfere, sensazioni ed emozioni, sorprendenti per vividezza ed intensità.

Qualcuno potrebbe pensare: – Che esagerazione! –

Farò allora un esempio, per spiegarmi meglio.

Prendiamo due comunissime parole, un sostantivo e un aggettivo e proviamo ad accostarli l’uno all’altro: notti magiche.

Tutti gli italiani che nel 1990 erano in grado di intendere e di volere e abbastanza grandi per ricordare, nel sentire queste due parole penseranno istantaneamente alla medesima cosa, a quell’indimenticabile estate dei Mondiali di calcio in Italia.

L’emozione per le strade era palpabile, ovunque risuonavano le voci di Gianna Nannini e Edoardo Bennato che cantavano il loro inno dedicato a quell’evento memorabile e per un po’ abbiamo assaporato il gusto della vittoria, fantasticato sui nostri campioni nell’atto di alzare al cielo la coppa più ambita, con orgoglio patriottico.

 

Che si fosse appassionati di calcio oppure no, era impossibile sottrarsi all’entusiasmo che si respirava nell’aria, tra l’onore per il nostro Paese di ospitare la manifestazione sportiva e le soddisfazioni di una Nazionale che ci ha fatti sognare, fino a quella sera del 9 luglio….

Sono certa che quasi tutti ricorderanno con estrema precisione quella serata, dove si trovavano, con chi erano, le emozioni che stavano provando. E ad accendere questo turbinio di ricordi, a far rivivere momenti così speciali, possono bastare due semplici parole. Se non è magia questa, ci si avvicina molto.

Proprio in questo scenario, Paolo Virzì ha deciso di collocare il suo ultimo film, Notti magiche per l’appunto, in cui le vite individuali si intrecciano con il vissuto collettivo di quel particolare momento.

In realtà il tema del film è incentrato sulle miserie e i fasti del cinema tra la fine degli anni 80 e l’inizio del decennio successivo, sul suo inesorabile declino al termine dell’ultima stagione gloriosa, raccontata attraverso le vicende di tre giovani aspiranti sceneggiatori, che sospettati dell’omicidio di un noto produttore, trascorreranno la notte, quella notte, nella caserma dei carabinieri per raccontare la loro versione dei fatti. Il regista ha scelto di ricorrere ad un’inconsueta liaison narrativa, tra il sogno del cinema che sfiorisce e quello calcistico di un’Italia intera sfumati nella stessa notte, ricordata poi come quella “degli errori”.  Un po’giallo, un po’satirico, il film di Paolo Virzì è un nostalgico rendez-vous con la memoria, alla ricerca di quello che poteva essere e non è stato, perché tutti i sogni sono destinati a finire.

Marie MorelDiMarie Morel

Un’introduzione all’arte di scrivere storie: Grammatica della fantasia di Gianni Rodari.

La mia predilezione per la narrativa e le storie ha le sue radici nella mia prima infanzia, in età prescolare, quando trascorrevo il mio tempo in compagnia di ultrasettantenni che non avevano né l’energia, né la voglia di giocare con una bambina di tre anni. Mia madre mi comprò, allora, uno di quei mangiadischi compatti in plastica colorata e l’intera serie di quelle fiabe sonore che all’epoca fecero il loro ingresso nelle case di molti bambini italiani, quelle con il jingle “A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”, con l’obiettivo, pienamente centrato, di farmi stare tranquilla, mentre lei era al lavoro. Quel mangiadischi e quelle fiabe furono a lungo i miei migliori amici e compagni di gioco.

 

Crescendo, il mio interesse per racconti e favole si allargò a vari generi ed autori, tra cui Gianni Rodari, che ha segnato la mia infanzia per sempre. Ora, al di là dei miei nostalgici ricordi e degli indiscussi meriti e riconoscimenti di Rodari, quale scrittore di letteratura per l’infanzia, qualche giorno fa ho scovato una delle suo opere principali, Grammatica della fantasia, che mi era sfuggita poiché non è dedicata ai bambini, ma è un volume teorico in cui egli si propone di ricercare le costanti del processo creativo per renderlo accessibile a tutti, di offrire uno strumento utile “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.

Il libro si ispira al Quaderno di fantastica, un taccuino su cui Rodari annotava le proprie idee e spunti per creare le storie che raccontava ai suoi scolari, quando era maestro, dimenticato per qualche anno e ripescato quando egli decise di scrivere per i bambini. Nell’antefatto lo scrittore fa presente che si tratta di un libro che non ha la pretesa di fondare una nuova materia, la fantastica, da insegnare a scuola insieme a geometria e a matematica, ma ha lo scopo di rispondere con onestà ad una domanda che spesso i bambini gli hanno rivolto: “come nasce una storia?”

Eppure è inevitabile chiedersi come sarebbe la nostra vita, oggi, se a scuola avessimo studiato fantastica? Come sarebbe il mondo se le persone avessero più fede nel potere salvifico dell’immaginazione e della creatività, piuttosto che in quello del potere e della prevaricazione? Se, anziché cercare di riempire ogni singolo momento delle giornate dei nostri bambini con le più svariate attività, lasciassimo loro il tempo per inventare e liberare la fantasia?

Siccome io credo veramente che un mondo con più immaginazione sarebbe migliore, voglio condividere con tutti il motto della Grammatica della fantasia che, come Rodari stesso dice, potrebbe essere “Tutti gli usi della parola a tutti”, “non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.

Marie MorelDiMarie Morel

De vulgari eloquentia, come nasce una lingua?

Quand’è che nasce una nuova lingua? E, soprattutto, come? Non è facile dare una risposta a queste domande, perché la nascita di un nuovo idioma è un fenomeno che si sviluppa nel corso del tempo ed è influenzato da un’enormità di fattori e variabili.

Nel caso dell’italiano, che ha origine dal latino, la trasformazione e la continuità tra le due lingue è stata ricostruita a partire da documenti storici nei quali, per la prima volta compariva in maniera ufficiale il volgare, risalenti al 960. Per molto tempo ancora, tuttavia, il latino è rimasto la lingua erudita per eccellenza, per cui non vi è stato un avvicendamento dei due codici linguistici, ma una lunga convivenza.

Questo tema viene affrontato nel 1303 da Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia, un’opera scritta in latino perché rivolta ai dotti dell’epoca, con cui egli si lancia in un’appassionata difesa della lingua volgare, di cui vuole dimostrare la bellezza. Per Dante, infatti, il latino è ormai una lingua artificiosa, che appartiene soltanto ad un élite di persone, mentre il volgare viene appreso naturalmente e spontaneamente dai bambini nel momento in cui iniziano a parlare e si presta, oltretutto, a trattare ogni argomento e genere letterario. Il poeta passa, poi, in rassegna i dialetti che aveva avuto modo di conoscere direttamente o indirettamente, tramite lo studio di testi letterari, poiché vuole individuare tra di essi quel volgare che possa assurgere al rango di lingua letteraria italiana. Un volgare che deve essere illustre, cioè capace di dare fama e nobiltà a chi lo usa ; cardinale, cioè punto di riferimento per tutti gli altri dialetti; aulico e curiale, quindi dotto, usato dalle persone di grande cultura e degno di diventare la lingua delle corti.

Nessuno dei 14 dialetti presi in esame da Dante, tuttavia, ha queste caratteristiche, neppure quello toscano, quello siciliano e quello bolognese, sebbene abbiano un’antica tradizione letteraria. In ciascuno di essi, egli trova qualità diverse che, sommate, dovrebbero costituire la lingua italiana, sovraregionale e unitaria.

Il De vulgari eloquentia , ci giunge incompiuto perché avrebbe dovuto comprendere almeno quattro libri, mentre Dante si interrompe al quattordicesimo capitolo del secondo libro, lasciando addirittura una frase a metà. Qualcuno ipotizza che questa brusca interruzione sia dovuta ad un’idea che colpisce il poeta improvvisamente e prepotentemente : dover mostrare le virtù e la forza letteraria del volgare non più a livello teorico, ma attraverso la composizione di un grande poema e, dunque, abbandona il progetto del De vulgari eloquentia per comincia a dedicarsi alla stesura dell’Inferno.

Dante, con il suo lavoro del De vulgari eloquentia può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo storico della nostra letteratura, ma non solo, egli getta le basi per quell’unità linguistica sulla quale, al di là della frammentazione politica che, in forme diverse, ha sempre connotato l’Italia, si fonda la vera identità nazionale.

Marie MorelDiMarie Morel

La Panini, nei ricordi d’infanzia di tutti gli italiani.

Leggevo che l’otto ottobre ricorre l’anniversario della nascita di Franco Cosimo Panini, che insieme ai tre fratelli Giuseppe, Umberto e Benito, diede vita a quello che non è solo uno straordinario successo editoriale, ma è diventato un vero e proprio fenomeno culturale: le figurine, in particolare dei calciatori e in seguito delle serie di animazione, come Heidi, Lady Oscar, Georgie, Hallo Spank, Daltanious, per citarne alcune. Mi si sono spalancati i cancelli della memoria e, all’improvviso, sono riaffiorati ricordi che neppure sapevo di avere.  Con un bagno in quella nostalgia che fa sorridere e intristisce allo stesso tempo, mi sono tornate in mente le passeggiate fino all’edicola, la sorpresa ad ogni bustina che si apriva, il gioco degli scambi tra cugini e compagni di scuola, l’emozione di rivivere i cartoni animati con la fantasia guardando le figurine e rileggendo le storie. Così sono andata a curiosare per scoprire la storia della Panini, che fa parte di quella di intere generazioni di italiani.

 

 

La società fu fondata nel 1961 dai quattro fratelli, che fin dagli anni ‘50 gestivano insieme alla mamma un chiosco di giornali in provincia di Modena. Venne loro l’idea, che ebbe un successo clamoroso e inaspettato, di vendere delle bustine contenenti delle figurine. Cominciarono con figurine stampate da altre case editrici, ma dopo averne vendute tre milioni, decisero di mettersi in proprio e diedero alla luce il primo albo dei calciatori, che da allora è diventato un appuntamento fisso di ogni stagione calcistica. L’attività si allargò poi alle serie di animazione e a vari settori, come quello delle scienze e della natura, espandendosi a livello internazionale. La società è stata gestita direttamente dalla famiglia Panini fino al 1998 e, dopo essere stata ceduta ad aziende estere, è tornata ad essere italiana, ha attualmente sede in quella originaria a Modena ed è leader mondiale nel settore delle figurine con cinquanta nuove collezioni lanciate ogni anno. Nel 2013 ha acquisito il ramo d’azienda dei periodici Disney, che pubblica fumetti storici come Topolino. Nemmeno a farlo apposta, mentre scrivevo quest’articolo, ho letto una notizia che mi ha confermato quanto la Panini abbia fatto la storia dell’Italia. Una vicenda tenerissima, quella del sig. Renzo Taddei, che a 92 anni aveva un sogno. Collezionista fin da giovane, voleva visitare la sede della Panini e l’azienda lo ha accontentato, aprendogli le porte dello stabilimento. Il sig. Taddei ha potuto conoscere la storia della Panini e vedere come vengono prodotte le figurine prima di essere distribuite. In una lettera di ringraziamento, l’anziano collezionista ha scritto: “Finalmente il mio sogno si è avverato, mi avete reso veramente felice”.
   

Marie MorelDiMarie Morel

“Sulla mia pelle”, il film/documentario sulla vicenda di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi era stato un tossicodipendente, probabilmente era uno spacciatore e, forse, meritava di essere arrestato quella sera del 15 ottobre 2009, di essere processato e condannato alla pena prevista dalla legge.

Ma Stefano Cucchi era anche un figlio, un fratello, un amico e quello che sicuramente non meritava era di morire mentre era in custodia cautelare, solo, tra dolori lancinanti e con il pensiero di essere stato abbandonato dalla sua famiglia.

La storia di Stefano è una storia di violenza e di omertà perpetrata da chi dovrebbe garantire il rispetto della legge, dei diritti e della giustizia, che è venuta alla luce grazie alla tenacia e alla forza di Ilaria Cucchi, che non si è rassegnata alla morte inspiegabile del fratello, avvenuta il 22 ottobre dopo sette giorni dall’arresto.

Nessuno sa cosa sia accaduto veramente a Stefano in quei drammatici 7 giorni, ma dopo quasi 9 anni, due inchieste, un processo già conclusosi ed un altro in corso, la verità sta lentamente venendo a galla, nonostante i depistaggi, le falsificazioni dei verbali e degli atti processuali, le false testimonianze e le omissioni e, forse, giustizia verrà fatta. Il forse è d’obbligo, perché la giustizia è morta la sera di quel maledetto 15 ottobre, mentre due carabinieri massacravano di botte Stefano Cucchi ed altri colleghi coprivano il loro misfatto, mentre polizia penitenziaria, medici, infermieri e persino il pubblico ministero e il giudice all’udienza per la convalida dell’arresto, nella più totale indifferenza, chiudevano gli occhi dinanzi a quel giovane, che aveva difficoltà a parlare a causa della mandibola fratturata e si reggeva a stento in piedi, con due vertebre lesionate.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno che dovrebbe farsi garante del rispetto della legge, rappresentarla, portare il vessillo della legalità, si convince che la propria autorità lo autorizzi a travalicare proprio quella legge che dovrebbe difendere.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno viola i diritti civili di un altro uomo o sceglie di fare quello che è più facile e non ciò che è giusto, ogni volta che burocrazia, indifferenza, ambizione smodata, perdita di valori sopraffanno l’umanità.

Il caso di Stefano Cucchi è solo uno tra le centinaia di morti in carcere, venuto alla ribalta, perché la sua famiglia non si è arresa e la sua storia è stata raccontata in un film/documentario scritto e diretto da Alessio Cremonini,” Sulla mia pelle”, presentato alla 75 ° edizione della mostra del cinema di Venezia e distribuito da Netflix, proprio in questi giorni.

Uno straordinario Alessandro Borghi, nei panni di Stefano Cucchi, porta in scena quell’ultima straziante settimana di agonia del giovane in carcere, secondo una ricostruzione degli eventi effettuata attraverso le testimonianze e gli atti processuali. Un film che scuote le coscienze e fa accapponare la pelle, difficilissimo da digerire, perché rivela verità scomode, che vorremmo non dover conoscere mai e spalanca le porte su realtà e mondi di cui preferiremmo ignorare l’esistenza.

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“Perfetti sconosciuti “, di Paolo Genovese

Diretta da Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti” è una commedia che nel 2016 ha vinto sia il David di Donatello che il nastro d’argento come miglior film.

Frutto di un’idea tanto semplice quanto geniale, tutti gli eventi si svolgono in un unico tempo e in un unico luogo, una sera a cena, in un appartamento romano, durante un’eclissi totale di luna. Tre coppie, Rocco ed Eva, Carlotta e Lele, Cosimo e Bianca, e Beppe, che avrebbe dovuto portare con sé la nuova fidanzata Lucilla per presentarla agli amici ma si presenta solo, si riuniscono per cenare insieme. Si conoscono da molti anni, trascorrono insieme le vacanze estive, festeggiano insieme tutti gli eventi lieti e condividono i momenti brutti, sono sicuri di conoscersi alla perfezione l’un l’altro, ma durante la cena la discussione si incentra sui segreti che ciascuno può avere, nascosti nei telefoni cellulari, che sono diventati le scatole nere delle vite di tutti. Eva propone un gioco: i commensali dovranno lasciare i cellulari su tavolo e rispondere a chiamate, sms ed email in vivavoce, condividendone i contenuti con tutti i presenti. C’è chi accetta di buon grado e chi, dopo qualche resistenza, si vede costretto a partecipare. La serata prenderà una piega inaspettata per tutti.

Un film davvero ben fatto, in cui lo spettatore si sente partecipe degli eventi, come se fosse seduto a quella tavola, in quell’atmosfera intima e familiare. Un cast di attori affiatatissimi riesce a dare vita a personaggi molo ben caratterizzati, sia individualmente che nelle relazioni tra loro, con un Marco Giallini superbo come sempre, mentre gli altri gli tengono egregiamente testa.

Man mano che i segreti vengono fuori, lo spettatore scopre debolezze, vizi, difetti, errori, fragilità che svelano la profonda umanità dei personaggi, nella quale non può fare a meno di rispecchiarsi.

Una commedia dai dialoghi brillanti, in cui si ride di gusto, ma a tratti molto amara, che lascia aperti molti interrogativi, sull’uso che facciamo dei cellulari, su quanto sappiamo davvero delle persone che ci sono accanto ogni giorno e crediamo di conoscere e, soprattutto, siamo proprio sicuri di volerle conoscere davvero?

Il film si conclude con un finale a sorpresa e con una semplice, ma fortissima verità, “siamo tutti frangibili”.

Marie MorelDiMarie Morel

Luca Guadagnino e le streghe di “Suspiria”

Dopo il grande successo di Chiamami con il tuo nome, Luca Guadagnino torna nelle sale con il remake del celebre horror di Dario Argento, “Suspiria”, presentato in anteprima mondiale il 1°settembre, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia.

Più che un remake, per Guadagnino si tratta di un omaggio alla forte ed indimenticabile emozione che provò, guardando l’originale per la prima volta. Un’emozione talmente potente da essere rimasta sopita per anni dentro di lui, come il fuoco che cova sotto la cenere e non aspetta che un alito di vento per rianimarsi. In passato, varie volte il regista aveva rispolverato questa idea, che sepolta sotto altri progetti più contingenti, non aveva mai smesso di pulsare, fino a quando non è riemersa, con tutta l’urgenza di qualcosa che non può più essere rimandato. Ed eccolo qui, finalmente.

È ambientato nel 1977, l’anno in cui uscì il film di Dario Argento, a Berlino e non a Friburgo come l’originale e in una scuola di danza contemporanea, anziché classica. Il Suspiria di Luca Guadagnino vanta un cast di attrici di grande personalità e carisma, come Tilda Swinton, nei panni di Madame Blanc, personaggio ispirato alla coreografa Mary Wigman, pioniera della danza libera esistenziale in Germania, con la sua Hexentanz (danza delle streghe); Mia Goth, che pur essendo giovanissima ha già recitato in ruoli complessi con registi del calibro di Lars Von Trier; Chloe Grace Moretz, veterana dei film horror con i suoi Amityville eLo sguardo di Satana-Carrie; Dakota Jhonson, venuta alla ribalta interpretando Anastasia nella serie cult diCinquanta sfumature di grigio; Jessica Harper, protagonista del Suspiria argentiano e che dopo 40 anni torna su questo nuovo set, con un personaggio diverso. L’uscita del film al cinema è prevista in autunno negli Stati Uniti, ma non ci sono voci ufficiali sulla data in Italia.

Nel frattempo, da appassionata di film horror quale sono, ho deciso che non leggerò recensioni prima di vederlo, perché sono già ben fornita di preconcetti sui remake che, di solito, mi deludono, specialmente quelli di grandi classici come Suspiria”. Lascerò, dunque, questo mio bagaglio a casa, portando con me solo i buoni motivi che ho trovato per andare a vedere questo film, il primo dei quali è che Luca Guadagnino è un regista brillante ed io ho molto amato i suoi lavori precedenti. È agli antipodi rispetto a Dario Argento e, dunque, sono molto curiosa di scoprire come abbia riletto e reinterpretato il più inquietante dei film del maestro dell’horror italiano. Sarà emozionante, poi, rivedere in questo film Jessica Harper, attrice di grande talento, che ha però centellinato la sua presenza cinematografica e si vocifera che Luca Guadagnino abbia dovuto sudare, perché accettasse la parte.  E sarà emozionante assistere all’interpretazione corale delle attrici, nei panni delle streghe, combinata con scenografia, fotografia, luci, colonna sonora firmata Thom Yorke, cantante dei Radiohead, come avviene in quella grande alchimia, chiamata cinema.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Franco Battiato, il cantautore eclettico

Da qualche giorno, su internet si rincorrono notizie, smentite, speculazioni sulle condizioni di salute di Franco Battiato. Pare che il cantautore sia stato costretto ad annullare tutti i suoi impegni pubblici, in seguito alla frattura di un femore e dell’anca e ad una lunga e lenta riabilitazione. Qualcuno, però, ha diffuso la notizia, smentita poco dopo, che sia affetto da Alzheimer e che, il suo abbandono delle scene sia definitivo.

Io mi auguro che Franco Battiato si rimetta presto e che, quanto prima, torni alla ribalta per regalarci qualche nuova perla, frutto del suo instancabile lavoro creativo, sperimentale e innovativo. Non c’è un solo stile musicale che il cantautore non abbia toccato, nell’arco della sua lunga carriera, passando dal progressive rock avanguardista alla musica classica e sacra, dall’elettronica a quella d’autore e pop, contaminandoli con i suoi innumerevoli interessi culturali, filosofici, esoterici, mistici.

Nato a n Sicilia il 23 marzo 1945, a diciannove anni si trasferisce a Milano, dove conosce Giorgio Gaber che lo aiuta ad inserirsi nell’ambiente musicale. Prima abbraccia li filone “della protesta”, che all’epoca era molto in voga tra i cantautori, per abbandonarlo poi agli inizi degli anni 70, quando si dedica alla sperimentazione. Sono gli anni dell’album “Fetus”, “Pollution” e “Click”, molto originali e innovativi nel panorama della musica italiana, in cui Franco Battiato si avvicina alle sonorità elettroniche e d’avanguardia, reinventandole non suo personalissimo stile intellettuale e intimistico. Battiato porta all’interno della sua carriera la passione per il teatro, per le culture orientali, per la letteratura e la poesia, ispirandosi a grandi poeti, filosofi, scrittori, come Proust, Leopardi, Carducci.

Negli anni 80 arriva il successo, con gli album più famosi e canzoni indimenticabili, come “Segnali di vita”, “Bandiera Bianca”, “Gli uccelli”, “Cuccuruccucù”, “Centro di gravità permanente”, “Voglio vederti danzare”, solo per citarne alcune. Ed è, finalmente, il momento dei riconoscimenti. I suoi album scalano le classifiche, arrivano i primi premi e Franco Battiato si impone come uno dei più raffinati cantautori italiani.

Negli corso degli anni, le sue sperimentazioni si sono fermano mai e si intrecciano con il lavoro di altri artisti, come il musicista Pio Giusti, che gli insegnerà a suonare il violino, il filosofo Manlio Sgalambro, autore della sua canzone manifesto, “La cura”, considerata da molti critici una delle più belle canzoni d’amore italiane, e la cantautrice Alice, con cui ha intrattiene un lungo sodalizio artistico. Proprio con quest’ultima, nel 2016, tiene il suo ultimo tour “Battiato e Alice”, in cui i due artisti si esibiscono da soli e in numerosi duetti. Il suo genio l’ha condotto a sperimentare anche diverse forme espressive, come la pittura e la regia.

A cos’altro si dedicherà, quando si ristabilirà completamente? Una sola cosa è certa, ci sorprenderà, come sempre.

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.

 

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“Loro”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino: “Tutto è documentato. Tutto è arbitrario” (Giorgio Manganelli)

“Loro” è l’ultimo film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale in due parti, il 24 aprile e il 10 maggio, e racconta la parabola discendente del politico e dell’uomo Silvio Berlusconi che, ci piaccia oppure no, è stata una figura rappresentativa dell’Italia degli ultimi 25 anni. Come tutti i film del regista napoletano, ha diviso la critica in due schieramenti nettamente contrapposti: chi lo ha amato e chi lo ha odiato.

In un’intervista a Vanity Fair, Paolo Sorrentino ha dichiarato di non avere alcuna pretesa di fare film perfetti, ma “roboanti, straripanti, invasivi e disturbanti, perché si va in sala per essere scossi, subissati e magari nauseati”.  Ha spiegato, anche, di aver pensato per anni di realizzare un film che avesse come soggetto Silvio Berlusconi, ma di aver atteso, perché voleva che il tema fosse spogliato da quella carica emotiva che accompagna l’attualità e la cronaca, sganciato dalla contemporaneità della politica. Il suo obiettivo, pienamente centrato a mio avviso, era quello di realizzare un film storico, un affresco di un’epoca ormai tramontata, durante la quale si è passati dalla “disincarnazione” della politica andreottiana a quella fin troppo carnale e vitale, ma al tempo stesso amorale e decadente di Berlusconi.

È un film sentimentale “Loro”, nel quale emerge l’uomo Silvio Berlusconi, circondato dalla sua corte, un circo fatto di faccendieri, politicanti, starlette televisive, escort, eppure incredibilmente solo, tanto che nessuno lo chiama per mai nome, ma solo “Lui”.  L’uomo che non può fidarsi neppure dei suoi amici e collaboratori più stretti, che gli volteranno le spalle senza pensarci due volte, nel momento del bisogno. L’uomo che deve fare i conti con le proprie paure, quella del tempo che passa e di restare indietro, della vecchiaia e della morte. L’uomo che deve prendere atto del fallimento del proprio matrimonio e di aver perso l’unica cosa che ha avuto nella sua vita un valore effettivo, reale, la storia d’amore con Veronica Lario. L’uomo potente, eppure oppresso dal complesso di inferiorità, da quel delirio di onnipotenza che gli fa ripetere che “tutto non è abbastanza” e che lo fa rotolare inesorabilmente verso il dirupo, senza riuscire a porre un freno.

Un film che parla di “Loro”, intesi come “quelli che contano”, ma che racconta degli italiani, sia di quelli che hanno voluto credere a Berlusconi, sia di quelli che non l’hanno mai fatto, perché in un modo o nell’altro tutti siamo stati irretiti da lui, attratti dal sogno che proponeva, che ci esaltava o ci indignava, ma che ci faceva parlare, nel bene o nel male.

Io ho trovato emblematica la scena iniziale di Loro 1: una pecora, alla ricerca di un riparo dal caldo, si rifugia nella villa di Berlusconi, dove rimane inebetita davanti alla televisione accesa e non scappa quando la temperatura continua a scendere vertiginosamente, conducendola alla morte. Paolo Sorrentino ha dichiarato che non vi è alcuna spiegazione profondamente intellettualistica, ma che essa sia stata inserita per puro divertimento, eppure io non riesco a smettere di pensare che sia un’indovinatissima, tragicomica metafora della politica berlusconiana.

 

Marie MorelDiMarie Morel

L’eccellenza italiana del fumetto: la Sergio Bonelli Editore

Era una soleggiata giornata di ottobre dell’anno 1998, quando la mia amica Gabriella, conoscendo e condividendo la mia passione per la carta stampata, mi mostrò con soddisfazione il primo albo di un nuovo fumetto che aveva scovato in edicola: “Julia. Le avventure di una criminologa”, della Sergio Bonelli editore.

Eravamo sulla banchina della stazione ferroviaria dove, alla fine di ogni settimana universitaria, ci incontravamo per tornare a casa e insieme demmo una prima, avida scorsa ai disegni e ai dialoghi. Fu amore a prima vista e lì, su quella panchina, mentre aspettavamo il treno, si cementò quel sodalizio tra me, Julia e Gabriella, che dura da venti anni, ormai. Sono cambiate tante cose da allora, ma non il nostro appuntamento mensile, che inizia con l’acquisto dell’albo e finisce con lo scambio delle impressioni ed opinioni sulla nuova avventura della nostra eroina. Ho collezionato tutti gli albi ed ognuno di essi ha rappresentato un momento speciale, ma quello di cui vado più orgogliosa è il numero 200, che mi è stato autografato da Giancarlo Berardi, lo straordinario fumettista che ha dato vita al personaggio di Julia e che ho avuto l’onore e il piacere di incontrare al Comicon di Napoli nel 2015. Si colloca al fuori dall’ordinario e, per l’esattezza al di sopra, Berardi, per i suoi indiscutibili talenti professionali, ma soprattutto per le sue doti umane e per la sua sensibilità, per la capacità di affrontare temi sempre nuovi, moderni, complessi e delicati, per il suo enorme bagaglio culturale grazie al quale ogni mese, con sorprendente semplicità, offre ai lettori spunti di lettura, di ascolto, di riflessione, che aprono nuovi orizzonti e punti di vista.

Del resto Giancarlo Berardi si è formato in quella fabbrica di sogni, talenti e passioni che è la Sergio Bonelli Editore, che egli avrà contribuito ad arricchire culturalmente e da cui sarà stato a sua volta arricchito in uno scambio reciproco di conoscenze ed esperienze.

Alla Sergio Bonelli Editore dobbiamo la più vasta produzione di letteratura disegnata, interamente italiana, dal 1940 ad oggi: fondata da Giovanni Luigi Bonelli con il nome di “Redazione Audace”, la società è passata di padre in figlio, prima a Sergio, che è venuto a mancare nel 2011 e, in seguito, a Davide.

Alla famiglia Bonelli va riconosciuto il merito di aver dato vita a quella scuola di sceneggiatori e disegnatori italiani, che, andando alla ricerca della propria identità ed autonomia espressiva, hanno contrastato con produzioni originali il predominio del fumetto di importazione americana, giunto in Italia negli anni trenta. Nel corso di quasi ottant’anni di lavoro, grazie alla loro incontenibile fantasia e alla passione per l’avventura e la scrittura, Giovanni Luigi e Sergio Bonelli hanno dato vita a numerosissimi personaggi, tra cui Tex, Ken Parker e Martin Mystère, Dylan Dog, Nick Raider e Nathan Never, per citare solo alcuni tra i più famosi.

La casa editrice è riuscita a tenersi sempre al passo con i tempi, continuando ad incontrare il gusto degli appassionati e dei nuovi lettori, proponendo una grande varietà di titoli, formati differenti, produzioni a colori, facendosi conoscere ed amare anche oltre confine e, soprattutto, ha saputo valorizzare il lavoro degli artisti che collaborano con essa.

Nel 2017, ha cominciato a produrre, tra le altre, un’edizione a fumetti dei libri dello scrittore partenopeo Maurizio de Giovanni, “Le stagioni del commissario Ricciardi”, che assieme a Julia occupa un posto speciale nel mio cuore. I disegni e le sceneggiature animano i personaggi e tratteggiano una Napoli dei primi del ‘900 con una tale intensità da condurre il lettore in un viaggio nell’immaginario dell’autore, tra i vicoli della città e tra sentimenti ed emozioni forti e contrastanti.

Per maggiori informazioni sulla casa editrice, gli autori, i fumetti, i personaggi, le novità, gli acquisti, consiglio di visitare il sito http://www.sergiobonelli.it/.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Una valigia piena di libri

L’estate per me è il profumo del mare, il rumore delle onde sulla battigia, la freschezza dell’alba e la dolcezza dei lunghi pomeriggi pigri, trascorsi completamente immersi nella lettura di un libro, vivendo le storie dei personaggi che, per qualche ora, sono diventate le mie.  Io sono stata Jo March ed Elizabeth Bennet, Sherlock Holmes e Phileas Fogg, Sara Crewe ed Harry Potter e tanti altri ancora e ho vissuto mille vite e mille avventure. Chi, come me, nutre per i libri un amore innato può capire; gli altri possono provare a prenderne in mano uno, a sgombrare la mente e a immedesimarsi completamente nei personaggi, a fare della lettura un’esperienza totalizzante che coinvolga non solo il pensiero, ma l’immaginazione, i sensi, il cuore, perché, spesso, le passioni scovate tardivamente recano con sé una ventata di freschezza insperata.  Quando ero più giovane, mi lasciavo guidare nella lettura dai consigli altrui e il senso del dovere mi costringeva a finire di leggere qualunque libro avessi cominciato, anche se non incontrava i miei gusti. Con la maturità, ho capito che la vita è troppo breve per vivere di costrizioni e la lettura è uno di quei piccoli piaceri che proprio non posso negarmi, per cui la scelta stessa è diventata un voluttuoso rituale in cui mi faccio guidare dall’istinto, dall’intuito, dall’umore del momento, dalle sensazioni che provo quando prendo un in mano un libro, ne leggo il titolo, la quarta di copertina, qualche breve passo pescato a caso sfogliandolo. Raramente mi sbaglio, ma se non dovesse piacermi, lo passo a qualcun altro che possa apprezzarlo e vado oltre, senza alcun rammarico, alla ricerca di un altro di libro che riesca ad avvincermi. Proprio stamattina, ho preparato la lista dei miei libri per l’estate e la mia scelta è caduta su dei titoli che promettono grandi emozioni e tanta ironia, lacrime e risate, tra porte che si chiudono ed altre che si aprono rivelando orizzonti inattesi, dolori messi nell’ombra dalla luce della speranza. Eccola:

L’Arminuta- Donatella Di Pietrantonio

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli- Chiara Moscardelli

La verità del serpente- Gianni Farinetti

E tu splendi-Giuseppe Catozzella

Tu, sanguinosa infanzia- Michele Mari

L’animale femmina- Emanuela Canepa

Mia madre non lo deve sapere- Chiara Francini

Un amore- Dino Buzzati

Vittoria- Barbara Fiorio

Una piccola selezione di libri ambientati nell’ Italia di oggi e di ieri, di autori italiani che, con lo strumento magico della parola, riaccendono piccole memorie, il ricordo di usi e costumi dimenticati, raccontano di relazioni vere e autentiche, del perdersi e ritrovarsi, perché estate significa anche partire, andare altrove. Per me, spesso, quest’altrove, questo nuovo mondo, questo nuovo viaggio è un libro: una piccola vacanza che posso concedermi un po’ ogni giorno, per tutto l’anno.

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: L’isola di Ischia ( terza e ultima parte)

L’isola di Ischia non offre ai visitatori solo mare, spiagge e terme, ma anche un patrimonio storico, artistico, culturale ed enogastronomico, che la rendono una meta turistica perfetta in ogni stagione dell’anno.

Tra un tuffo in mare ed un altro in una piscina termale, una tappa obbligata per i turisti è il Castello Aragonese che, oltre ad offrire un panorama spettacolare, ospita il Museo delle armi usate tra il XVI e il XVI. Visitando il museo del mare e quello del contadino, è possibile immergersi nelle antiche tradizioni e comprendere le due vocazioni dell’isola, quella marinara e quella legata alla terra, con i suoi orti e le sue vigne che si stagliano sui pendii, tra cielo e mare.

Per tornare indietro nel tempo fino alle origini, i luoghi perfetti sono il museo di villa Arbusto, che raccoglie preziosi reperti come la coppa di Nestore, su cui è inciso il più antico frammento di poesia greca e gli scavi di Santa Restituta, che sono testimonianza delle antiche civiltà e delle attività che esse svolgevano sull’isola.

Gli animi romantici si innamoreranno dei giardini di La Mortella dove il tempo sembra essersi fermato a quando Sir William Walton, uno dei più grandi compositori inglesi del XX secolo, vi abitava con la sua adorata moglie Susanna e della Colombaia, dimora storica del grande regista Luchino Visconti, oggi trasformata in un museo a lui dedicato.

Ischia non deluderà neppure chi, come me, ama in particolare le chiese, a cui sono spesso legate celebrazioni e feste che animano l’isola tutto l’anno.

Una delle chiese più belle è quella del Soccorso che, appollaiata su un costone di roccia a picco sul mare, vegliava sui marinai, i quali potevano scorgerla da lontano e sentirsi rassicurati alla sua vista.

La chiesa di Santa Restituta è intitolata alla patrona dell’isola ed ogni anno il 17 maggio, durante i festeggiamenti a lei dedicati, i devoti mettono in scena il suo approdo sulla spiaggia in una barca in fiamme.

Nella chiesa dedicata a San Giovan Giuseppe della Croce, altro patrono di Ischia, invece, si celebra il culto della “Bambinella”, la Madonna bambina, che il 12 settembre viene portata in processione in una culla a forma di barca tra le vie del borgo, in riva al mare, mentre le donne intonano un antico canto in dialetto, che viene tramandato di generazione in generazione.

Il fulcro delle celebrazioni liturgiche è la cattedrale dell’Assunta, a pochi passi dal Castello Aragonese, mentre, ormai sconsacrato, ma molto suggestivo è l’eremo di San Nicola, che si trova sul punto più alto dell’isola, sulla cima del monte Epomeo e rappresenta uno dei più antichi esempi di architettura rupestre.

Un’altra festa molto sentita è quella di Sant’Antonio Abate che si celebra il 17 gennaio. In quella data, nella località Piellero viene appiccato un falò intorno al quale i padroni radunano i loro animali, perché ricevano la benedizione del Santo, dopodiché la festa prosegue con musiche, balli e gustosi panini con salsiccia alla brace.

L’estate ad Ischia inizia con la festa in onore di San Vito, che si celebra a Forio, dal 13 al 17 giugno. Secondo la leggenda, il Santo approdò sull’isola nel XIX, durante un’epidemia che aveva aggredito le viti, con una nave carica di zolfo, grazie al quale riuscì a salvare le preziose coltivazioni.

Ogni anno, il 26 luglio si rinnova la tradizione della festa di Sant’Anna, a cui le partorienti e le donne chiedono il miracolo di avere figli belli e sani. Per questa festa vengono preparati carri allegorici galleggianti che sfilano nella baia di Cartaromana e viene simulato l’incendio del Castello Aragonese, che si conclude con uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio.

 

 

 

 

Uno degli eventi più attesi dell’estate ischitana è la festa di Sant’Alessandro, il 26 agosto, quando più di 200 figuranti, vestiti con preziosi abiti antichi, sfilano tra cavalli e carrozze, interpretando personaggi storici che nei secoli hanno popolato l’isola.

 

 

 

A Sant’Angelo, invece, si trova la Chiesa di San Michele Arcangelo, i cui devoti organizzano una festa in suo onore, il 29 e il 30 settembre, quando il Santo viene posto su un peschereccio e al crepuscolo e tante piccole barche addobbate a festa lo seguono, unite in processione fino alla spiaggia dei Maronti, mentre dalle abitazioni ed attività commerciali site lungo la costa vengono esplose centinaia di fuochi di artificio.

Il girono di Pasqua, a Forio, si celebra una tradizione che risale al 1600: la corsa dell’Angelo. Dopo la messa vengono portate in processione le statue del Cristo risorto, della Madonna, dell’Angelo e di San Giovanni Apostolo. L’Angelo, interamente ricoperto di oro zecchino corre tra le statue, facendo tre inchini prima dinanzi al Cristo risorto, poi dinanzi alla Madonna che si accompagna con San Giovanni. Il momento più toccante è quello dell’incontro tra la Madonna e il Cristo, che proseguono insieme la processione in un tripudio di canti, colori e petali di fiori che le donne gettano dai balconi.

L’actus Tragicus è un dipinto del 1750 di Alfonso Di Spigna, collocato nella Basilica di San Vito a Forio e che ha ispirato l’omonimo evento che, da oltre trent’anni ormai, viene messo in scena con una rappresentazione itinerante ogni venerdì santo. Oltre 150 figuranti rappresentano la passione di Cristo, dall’ultima cena, fino alla deposizione dalla croce tra le braccia di Maria Addolorata, spostandosi in varie stazioni lungo le strade cittadine, tra la suggestione e l’emozione degli astanti.

 

Ischia può rivelarsi una magnifica meta dove trascorrere anche le vacanze di Natale, con il suo bosco incantato, una favola a cielo aperto di luci e suoni, allestito in una delle più antiche pinete dell’sola, con la pista di pattinaggio a pochi passi dal mare, i mercatini nei borghi antichi, gli zampognari ed eventi ricchi di storia e di folklore. In questo periodo dell’anno, l’intero borgo di Campagnano di trasforma in un presepe vivente, in cui lo spettatore diviene parte integrante dello spettacolo, seguendo un percorso tra stradine, profumi, sapori e canti della tradizione ischitana, botteghe in cui può acquistare i prodotti degli artigiani, fino alla grotta in cui viene rappresentata la natività.

All’alba della vigilia di Natale, da tempo immemore, si tiene ” l’Assise ‘pesce “, tradizione che viene tramandata di padre in figlio. Grandi e piccini si riuniscono in piazza San Gaetano a Forio d’Ischia, attorno ad un falò, mentre i pescatori allestiscono i banchi su cui fa bella mostra il pescato del giorno, che sarà protagonista delle tavolate della Vigilia e del giorno di Natale, in attesa della benedizione. Al termine del rito religioso, la festa si conclude mangiando un piatto caldo di pasta e fagioli, in piedi tra amici e parenti, scambiandosi i primi auguri. Le festività natalizie si concludono con l’evento più atteso dai bambini, l’arrivo dei re magi dal mare, che il giorno dell’epifania sbarcano sulla spiaggia della Mandra, con i doni da portare alla capanna di Gesù bambino e tante caramelle da distribuire ai piccoli spettatori, che attendevano il loro arrivo.

Mi sono limitata qui a ricordare brevemente solo le più importanti feste, per lo più religiose e legate alle tradizioni dell’isola, perché si ripetono ogni anno in date fisse, ma gli eventi che vengono organizzati sono innumerevoli e di ogni genere, per incontrare i gusti di tutti i turisti e rendere ancora più piacevole il soggiorno ad Ischia, in ogni stagione.

Non posso concludere senza un breve accenno all’enogastronomia ischitana, che abbonda di piatti tipici e ricchi di gusto. Su di un’isola, i piatti di pesce come la tradizionale zuppa e le alici fritte, sono eccellenti e freschissimi, ma la specialità di Ischia è il coniglio, che non manca mai sulla tavola domenicale e delle feste. La ricetta del coniglio all’ischitana, insaporito con differenti erbe e spezie a seconda del borgo dove viene cucinato, è stata rivisitata da vari chef, ma quello tradizionale può essere assaggiato solo qui, dove i segreti per renderlo speciale vengono tramandati di generazione in generazione. Un’eccellenza di Ischia è il fagiolo zampognaro, prodotto autoctono, che è stato salvato dall’estinzione ed ora è largamente usato anche per preparazioni veramente originali, tra cui il gelato.

Un piatto tipicamente estivo è l’insalata cafona, con patate lesse a tocchetti, pomodori, cipolla fresca, olive e capperi, tutto rigorosamente prodotto negli orti dell’isola a km 0, così come la minestra salvagioia, preparata con un misto di erbe selvatiche e fagioli zampognari, secondo una ricetta antichissima e segreta, custodita da poche persone.

Chi vuole consumare un pasto veloce può ordinare “la zingara”, un panino tipico di Ischia, con prosciutto crudo, insalata, pomodori e un velo di maionese, semplice ma di una bontà eccezionale, il cui segreto sta nel pane, che deve essere freschissimo e cotto nei tipici forni a legna ischitani.

A Ischia, poi, è possibile gustare i piatti tipici della tradizione partenopea, come la parmigiana di melanzane, la minestra maritata, la pizza di scarole, gli struffoli e la pastiera.

Come dimenticare la tradizione vinicola ad Ischia? Secondo alcuni essa va fatta risalire ad un’epoca antecedente alla coppa di Nestore, che già reca traccia nella sua incisione della produzione di vino sull’isola. Si tratta, dunque, di una tradizione millenaria, che si è radicata grazie al clima dell’isola, alle caratteristiche del terreno, alla varietà del paesaggio, che conferiscono ai vini di Ischia sapori e profumi caratteristici e che hanno consentito ai vitigni autoctoni, il Biancolella, il Piedirosso e il Forastera, di potersi fregiare della denominazione di origine controllata.

Le meraviglie dell’isola di Ischia sono tante e tali, che in questo mio breve excursus ho dovuto, mio malgrado, optare per la sintesi. A chi volesse approfondire o maggiori informazioni, suggerisco questi link

http://www.comuneischia.it/comuneischia/index.php

https://it.wikipedia.org/wiki/Ischia_(Italia)

http://www.prontoischia.it

 

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: l’isola di Ischia (parte seconda)

Proseguendo questo brevissimo viaggio immaginario nella splendida isola di Ischia, attraversiamo rapidamente gli altri tre comuni: Forio, Barano e Serrara Fontana.

Il nome del comune di Forio deriva dal greco “phòros” ferace, fertile ed infatti è proprio qui che, grazie alla fertilità del suolo e alla favorevole esposizione a occidente, vengono prodotti grandi quantità dei pregiati vini ischitani. Esso è suddiviso in varie zone: Zaro, Marecoco, Citara, Cuotto, Cignano, San Francesco, Scentone Monterone, Cierco, San Domenico, Casa Pietra Mosca, Santa Maria del Monte, Pietra Martone, Ciglio, Battaglia, Fiorentino e Panza.

La caratteristica principale di questo comune sono le torri, che si stagliano lungo tutto il territorio, costruite a difesa dalle numerose scorrerie barbaresche. La più famosa è il Torrione, che è divenuto il simbolo del paese ed oggi è sede di mostre ed eventi.

 Le spiagge di Forio sono famose, oltre che per la loro bellezza, anche perchè qui si verifica un raro effetto ottico, grazie al quale, con un po’ di fortuna, è possibile assistere ad uno dei tramonti più spettacolari al mondo: mentre il sole scompare nell’acqua all’orizzonte, un raggio di luce verde smeraldo avvolge lo spettatore, una caratteristica questa, che accomuna Ischia a poche altre località, come i Caraibi e il Madagascar.

 

La spiaggia di Citara è la più grande di questo comune. Nota soprattutto perché ospita il parco termale del Poseidon, è facile da raggiungere e offre ai turisti un’ampia scelta tra stabilimenti privati e spiagge libere. Da qui, poi, è possibile ammirare gli scogli degli innamorati, due blocchi di tufo che, modellati da vento e mare, hanno assunto le sembianze dei profili di due amanti che stanno per baciarsi.

Selvaggia e nascosta rispetto al centro cittadino, la spiaggia di Cava dell’isola, quasi tutta libera, è la più amata dai giovani, con i suoi campi di beach volley e musica da ballare in riva mare, che si protrae fino a sera. Per chi ama la tranquillità, invece, le spiagge ideali sono quelle di San Francesco e quella di Chiaia con fondali bassi e sabbiosi e mare cristallino.

Nella frazione di Panza, percorrendo 200 gradini, si raggiunge la baia di Sorgeto, che è unica al mondo per le sue caratteristiche. In riva al mare, infatti, ci sono delle vasche naturali delimitate con dei sassi, alcuni dei quali, se sfregati, formano una sostanza fangosa che ha proprietà rigeneranti e curative per la pelle. Al di sotto delle vasche naturali vi sono delle sorgenti di acqua calda, che possono raggiungere anche temperature piuttosto elevate e si rinfrescano incontrando le onde del mare. Proprio grazie al tepore delle acque, la baia di Sorgeto è frequentata anche di notte e in tutte le stagioni, per godere dei benefici e del relax di quel bagno rigenerante, che solo nelle sue vasche è possibile fare.

A circa 287 metri sul livello del mare c’è il comune di Barano d’Ischia, che si compone delle frazioni di Buonopane, Testaccio, Fiaiano e Piedimonte e di numerose altre località.

La storia del comune di Barano è molto antica: il suo territorio è composto da molti agglomerati di età romana sviluppatisi nel Medioevo e divenuti più ampi tra ‘700 e ‘800.L’etimologia del nome traduce Barano in “luogo delizioso”, per il potere medicamentoso delle acque di Olmitello e di Nitrodi.

Comune ricco di storia e di tradizioni, ha sempre avuto una vocazione prevalentemente contadina e viticola e custodisce il patrimonio di antiche tradizioni, come ad esempio la “ ‘Ndrezzata” un ballo che ricorda la pace tra le fazioni dei Moropanesi e dei Baranesi raggiunta nel lontano ‘600. L’unica spiaggia del comune di Barano è quella dei Maronti, che si raggiunge dalle pendici del Monte Epomeo percorrendo una strada fatta di tornanti ed è tra le spiagge più frequentate, soprattutto dai giovani, per il suo carattere a tratti selvaggio e perché offre una serie di attività, come il beach volley e il Sup , che rendono l’ambiente piuttosto movimentato.

Alle pendici del Monte Epomeo sorge il comune di Serrara Fontana, in cui sono ben radicate le antiche caratteristiche contadine e montanare, folklore e tradizione. Ancora oggi, esso è costituito da varie località, ciascuna dotata di una sua storia: Noja, Calimera, Pantano, Ciglio, Succhivo e Sant’Angelo.

Il toponimo di Serrara deriva da “Serrano” che significa “chiuso tra i monti”, mentre la frazione più antica è quella di Fontana il cui toponimo deriva da “Funtane” – “Fundus” cioè il fondo di Sant’Andrea, una sorgente scoperta nel secolo scorso in seguito a una frana.  I due paesi, quello di Serrara e quello di Fontana, erano in antichità villaggi di pastori e contadini divenuti un comune unico nel 1806.

Fontana è il comune più in alto dell’isola e conserva ancora le caratteristiche case di pietra e nella piana della Falanga, le tipiche “fosse della neve” in cui, secondo alcune usanze, veniva conservata la neve o la grandine durante l’inverno per assicurarsi un minimo di rifresco durante la calura estiva.

 

La piazza principale di Serrara si affaccia sulla costa della frazione di Sant’Angelo, chiamata la “piccola Capri”, che comprende un piccolo borgo marinaro, molto caratteristico e suggestivo con i suoi vicoletti e le case, addossate le una alle altre e da quattro splendide spiagge, dove il mare cambia colore assumendo sfumature verde smeraldo.

La vita del piccolo borgo è organizzata intorno alla piazzetta dove si svolge la vita mondana, tra importanti bar e ristoranti che richiamano il turismo d’élite. La piazzetta si affaccia sull’istmo che lega alla terra ferma lo scoglio di Sant’Angelo, una roccia trachitica di forma conica che si eleva a 104 m dal mare sulla cui sommità è possibile scorgere una piccola torre diroccata, raggiungibile attraverso un sentiero abbandonato.  A pochi passi dalla piazzetta c’è la spiaggia di Sant’Angelo, con stabilimenti balneari privati lussuosi ed eleganti; nascosta all’interno di una piccola insenatura tra i costoni c’è la spiaggia di Cava Ruffano; tanti piccoli scalini in pietra, poi, conducono alla spiaggia di Cava Grado, un angolo di paradiso dove potersi godere sole e mare in assoluto relax, prediletta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, quando trascorre le vacanze ad Ischia. Qui a Sant’Angelo, infine, si trova una piccola spiaggia dove l’attività vulcanica dell’isola è forte ed evidente con le Fumarole. In quest’area il sottosuolo emana una grande energia termica, che produce nuvole di vapore nell’arie e bolle di gas nell’acqua del mare. Sin dall’antichità, l’aria calda emanata dal sottosuolo è stata usata per curare il corpo, con le sabbiature, traendo tutti i benefici possibili da questo fenomeno naturale.

Le Fumarole, secondo un’antichissima usanza, ancora oggi, soprattutto durante le sere d’estate, vengono utilizzate anche a scopo culinarie per cucinare al cartoccio. Le pietanze vengono avvolte nella carta stagnola, insabbiate e cucinate da questo vapore che conferisce ad esse un gusto unico al mondo. In una delle cave presenti lungo la baia vi è poi Cava Scura, un’antica ma potente sorgente di acqua termale, che sgorga tra il tufo verde, dove è possibile adagiarsi e rilassarsi, come già facevano gli antichi greci e romani che scoprirono le virtù di queste acque terapeutiche e furono i primi a beneficiarne. Da quest’antica sorgente termale attingono tre dei più importanti parchi termali del comune di Serrara Fontana: Aphrodite, Apollon e Tropical .

 

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Marie

 

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: l’isola di Ischia (parte prima)

Con vero piacere, vi racconterò un po’ dell’isola di Ischia, che per anni è stata meta delle vacanze dei miei genitori e di cui serbo alcuni ricordi dei più teneri ricordi della mia infanzia.

Ischia è la più grande dell’arcipelago delle isole Flegree e si trova nel mar Tirreno, all’estremità settentrionale del golfo di Napoli, a poca distanza da Procida e Vivara.

Nota fin dall’antichità con il nome di Pithecusa, le sue origini vulcaniche le conferiscono delle caratteristiche che la rendono unica al mondo: antichissime sorgenti termali sgorgano direttamente sulla spiaggia, formando vasche naturali in cui le acque del mare si mescolano a quelle terapeutiche, famose in tutta Italia già nel Cinquecento, per le loro proprietà rigeneranti; sulle sue montagne, getti di vapore sulfureo la rendono un grande aerosol naturale, con grandi benefici per le vie respiratorie.

L’isola di Ischia, dunque, è un vero paradiso non solo per i paesaggi mozzafiato, per il connubio tra il suo bellissimo mare e il monte Epomeo, ma, soprattutto, per la salubrità dell’aria e le sue acque “miracolose”, a cui si aggiungono l’arte e la storia dei luoghi, il folklore e l’enogastronomia partenopea, che rendono ogni soggiorno, in qualunque stagione dell’anno, indimenticabile.

Amministrativamente, l’isola è divisa in sei comuni: Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Barano d’Ischia e Serrara Fontana

Il comune di Ischia è il più popolato dell’isola e abbraccia l’intera area a nord-est. Si divide in due frazioni, poco distanti tra loro, Ischia Porto e Ischia Ponte. È qui che si snoda la strada principale dell’isola, via Roma, luogo privilegiato dello shopping, tra negozi tipici e chiese, come quella di Portosalvo, quella di San Pietro e la cattedrale di Santa Maria dell’Assunta. Costeggiando le spiagge, passando dinanzi al museo diocesano, attraverso il borgo di Celsa, si giunge al piazzale delle Alghe, alle pendici del magnifico Castello Aragonese.

Questo comune offre ai visitatori bellissime spiagge, adatte a tutte le esigenze.

La spiaggia del lido abbraccia buona parte di Ischia Porto. È una delle spiagge più frequentate, perché è vicina al porto e a pochi passi da via Roma. Agli stabilimenti privati si alternano grandi aree di spiaggia libera ed è particolarmente adatta alle famiglie con i bambini, grazie ai suoi fondali bassi e alla sabbia fine; è comoda anche per i diversamente abili, poiché molti stabilimenti balneari offrono la passerella fin su la riva e servizi utili ai portatori di handicap.

A ridosso di Ischia Porto, vi è la spiaggia dei Pescatori, famosa perché lo scrittore Erri De Luca vi ha ambientato uno dei suoi romanzi più belli, “Tu, Mio”. È una pittoresca e tranquilla spiaggia di sabbia dorata con un paesaggio molto suggestivo, tra il Castello Aragonese, le casette colorate del borgo della Mandra e le isole di Procida e Vivara ben visibili al largo. I fondali degradanti e sabbiosi sono molto confortevoli per fare il bagno e, anche qui, gli stabilimenti privati si alternano a tratti di spiaggia libera.

L’incantevole spiaggia di Cartaromana è situata nell’omonima baia che ospita nei suoi fondali un vero e proprio tesoro faunistico e archeologico, la città sommersa di Arenaria. È poco frequentata, perché può essere raggiunta solo percorrendo un sentiero di gradini di pietra lavica o prendendo un taxi boat ad Ischia Ponte, ma una volta raggiunta ci si ritrova in un piccolo angolo di paradiso, con sabbia fine e mare cristallino, tra il Castello Aragonese, la Torre di Michelangelo e gli scogli di Sant’Anna. Qui è possibile fare l’esperienza del bagno caldo, grazie all’effetto di una fumarola termale sottomarina.

Percorrendo un piccolo sentiero immerso nei colori e nei profumi di glicini e buganville, si raggiunge la spiaggia degli inglesi, che, probabilmente, deve il suo nome al fatto che furono proprio questi i primi turisti a frequentare quest’oasi di pace, raggiungibile anche via mare. La spiaggia degli inglesi presenta piccole insenature e grotte da esplorare con maschera e boccaglio e offre agli amanti dello snorkeling un vero spettacolo sommerso.

Una delle storiche spiagge libere del comune d’Ischia è quella del muro rotto, sul cui arenile ha sede il servizio di taxi boat, che consente di raggiungere altre mete di mare situate nei dintorni, come gli scogli di Ischia Ponte o la baia di Cartaromana.

Famoso soprattutto per le sue acque terapeutiche, il comune di Casamicciola Terme è sede del più antico e importante nucleo termale, la sorgente del Gurgitello di Piazza Bagni, nonché dei giardini termali del Castiglione, uno dei  più importanti dell’isola.

Tra le spiagge di questo comune, la più indicata per le famiglie, con la sua sabbia fine e l’acqua cristallina, è quella della Marina, situata sul lungomare che da Casamicciola conduce al comune di Lacco Ameno.

Lontana dal traffico del centro cittadino, vi è una piccola spiaggia, i sassi del Bagnetiello, dove si trova un rinomato centro balneare e termale, ma con un tratto dove le sorgenti naturali di acqua, particolarmente ricca di principi attivi, sgorgano sulla riva e sono accessibili a tutti.

Situata a cinquanta gradini dalla strada principale e a pochi passi dal convento dei Padri Passionisti, infine, c’è la spiaggia del Convento.  La sabbia fine e i fondali bassi la rendono adatta alle famiglie con bambini, che possono nuotare liberamente, poiché la posizione della scogliera antistante crea una piccola baia dove si tocca per diversi metri.

Il comune di Lacco Ameno è il più piccolo dell’isola. Il suo nome deriva dal greco “Lapis”, pietra, per la presenza sul territorio di massi di tufo bianco. Solo nel 1863 si aggiunse “ameno”, per l’amenità, appunto, del luogo. Qui si trova l’antico sito di Pithecusae, dove si stanziarono i Greci Eubei che, approdati sull’isola, diedero vita alla prima colonia della Magna Grecia in Occidente. I reperti più significativi, venuti alla luce durante gli scavi di Pithecusae e di Arenaria, tra cui la coppa di Nestore, sono conservati, oggi, nel museo che ha sede a Villa Arbusto, costruita nel seicento.

Nella piazza di Lacco Ameno c’è un altro museo, quello archeologico di Santa Restituta, situato sotto al santuario dell’omonima chiesa, dove si trova un’area di circa 1550 mq su due piani, con antichi reperti storici risalenti al VII secolo. Qui si trovano anche le rinomate terme Regina Isabella.

Caratteristica principale del comune di Lacco Ameno è il Fungo, un masso di tufo verde alto 10 metri probabilmente precipitato dall’Epomeo, che sorge dal mare ed ha, appunto, le sembianze di un fungo. Esso dà il nome ad una piccola spiaggia, che si trova proprio alle spalle del porto turistico, vicino alla fermata degli autobus e ai parcheggi e offre la possibilità sia di fittare lettini e ombrellone, sia di fermarsi nel piccolo tratto di spiaggia libera.

Una delle spiagge più belle di Lacco Ameno, è la baia di San Montano, una mezzaluna di sabbia dorata che fa da cornice al parco idrotermale del Negombo, dove il Duca Lugi Silvestro Camerini introdusse le prime cicas e palme dell’isola, andando a creare un’oasi di relax immersa nel verde con caratteristiche più esotiche che mediterranee. La leggenda vuole che proprio su questa spiaggia il corpo di Santa Restituta, una dei Santi patroni dell’isola, sia giunto completamente intatto dall’Africa e che, nel momento in cui la barca ha toccato terra, essa si sia ricoperta di gigli bianchi.

Una delle baie raggiungibili solo via mare è la spiaggia delle monache o Varulo, un’insenatura poco frequentata dove è possibile rilassarsi a contatto con la natura. Essa prende il nome dalle aplysie, molluschi che sui fondali di quest’angolo di mare hanno trovato il loro habitat ideale, chiamati anche monache di mare, perché ricordano, nella forma e nel colore, il velo indossato dalle suore.

Nelle vicinanze dell’eliporto, sul lungomare che conduce verso il comune di Lacco Ameno, è situata, infine, la spiaggia della Fundera, che è piccina ma è un gioiello dal mare cristallino e dal basso fondale.

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Marie MorelDiMarie Morel

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che, durante l’ormai prossima estate, inizieranno le riprese per la trasposizione televisiva dei quattro romanzi di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta “e “Storia della bambina perduta”.

La scrittrice, che da sempre usa uno pseudonimo per proteggere la propria identità, in un’intervista al New York Times, ha espresso la speranza che la serie tv, diretta da Saverio Costanzo, riesca a trasmettere emozioni autentiche e sentimenti complessi e contraddittori; perché è proprio questo che Elena Ferrante fa nei suoi libri: racconta di emozioni e sentimenti con grande autenticità.

La storia è ambientata, per lo più, in una Napoli che conosco bene, in un rione vicino al quale sono cresciuta e ho lavorato per vari anni. Leggerli è stato per me come fare un viaggio nel tempo, in quei luoghi a me così familiari, mentre ai personaggi del libro si mescolavano voci e volti di persone reali che hanno popolato la mia infanzia. Attraverso la penna della scrittrice, conosciamo le due protagoniste Elena Greco, detta Lenù, e Raffaella Cerullo, detta Lila, prima bambine e adolescenti, mentre cercano di trovare la strada per affrancarsi dall’esistenza toccata in sorte alle loro madri; poi donne, ciascuna con le proprie difficoltà, con i propri errori e drammi, ma sempre unite, anche quando la vita le separerà e le porterà lontano, a vivere due esistenze molto diverse fra loro.

Sullo sfondo, Elena Ferrante dipinge un affresco, che parte dal microcosmo del rione e si allarga alla città di Napoli e all’Italia intera, in un arco di tempo lungo cinquant’anni, con frammenti di storia che si mescolano alle esistenze delle protagoniste, dei loro vicini di casa, amici, nemici; ci racconta i cambiamenti politici, sociali e culturali di 5 decenni, dalle lotte femministe a quelle sindacali, visti sia attraverso la prospettiva dei salotti intellettuali e altolocati, che si troverà a frequentare Lenù  e sia attraverso quella del degrado della strada, vissuto da Lila.

In primo piano, invece, colloca l’amicizia tra Lenu’ e Lila, la descrizione dei loro mondi interiori, così diversi eppure così uguali. Un’amicizia, quella tra le due protagoniste, che è un intreccio di sentimenti ed emozioni: affetto, invidia, amore, rancore, perché Lenù e Lila sono così umane da non risparmiarsi nulla, neppure i tradimenti. Non c’è spazio per il buonismo, in questi libri di Elena Ferrante, tutte le debolezze, fragilità, miserie dei personaggi vengono messe a nudo, non c’è catarsi, consolazione, una chiusura definitiva, ma solo un realismo puro e tormentato, che tratteggia l’intera narrazione.

Lenù e Lila si perderanno e si ritroveranno più e più volte, nel corso degli anni, perché alla fine l’unica certezza è che nulla di definitivo vi sia nella vita e che, per quanto si possa andare lontano, dalle proprie origini non si può mai fuggire del tutto ; ma ciò che più mi è rimasto nel cuore di questi libri è una mia personale considerazione sull’amicizia: un vero amico è colui che, quando la vita ti farà dubitare di te stesso, sarà lì a ricordarti chi sei veramente, perché potrai rispecchiarti dentro di lui e ritrovarti sempre, a dispetto del tempo e delle distanze.

 

Marie MorelDiMarie Morel

L’estate danzante di Roberto Bolle

Roberto Bolle è un ballerino italiano dal talento straordinario.

All’età di 12 anni è entrato nella scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala e, da allora, ha collezionato un successo dopo l’altro. Già dal 1996, ha danzato come protagonista in innumerevoli balletti, sia di danza classica che moderna, per diversi coreografi di fama internazionale, ed attualmente è il primo ballerino al mondo ad essere contemporaneamente Étoile del Teatro alla Scala di Milano e Principal Dancer dell’American Ballet Theatre di New York.  All’estero ha avuto occasione di danzare con il Royal Ballet di Londra, il Balletto nazionale canadese, il Balletto di Stoccarda, lo Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’opera di Vienna, il Teatro dell’opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, il Tokyo Ballet.

Nel 2002 ha danzato a Buckingham Palace per la regina Elisabetta II e il 1° aprile 2004, in occasione della Giornata della gioventù, sul sagrato di Piazza San Pietro, al cospetto di Papa Giovanni Paolo II.

Roberto Bolle è anche socialmente molto impegnato: nel 1999 è diventato “ambasciatore di buona volontà” per l’UNICEF, per la quale ha partecipato a un viaggio effettuato nel 2006 nel sud del Sudan e a uno nel novembre del 2010 nella Repubblica Centrafricana e dal 2007 collabora con il FAI.

Nel 2012 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana

L’anno 2018 è iniziato , per Roberto Bolle, con la conduzione, il I gennaio, dello show televisivo “Danza con me”, che è stato un trionfo di critica e pubblico, è proseguito con i clamorosi successi delle sue esibizioni in teatro e, a partire da giugno, vedrà il ballerino impegnato come protagonista e direttore artistico di On Dance, la festa della danza, che si svolgerà in cinque serate, dal 13 al 17 giugno , al Teatro degli Arcimboldi, dove si terranno spettacoli con artisti internazionali e workshop per i giovani e contaminerà l’intera città di Milano con esibizioni, happening, flash mob, incontri.

In estate, poi, come già da qualche anno a questa parte, il  famoso e talentuoso ballerino italiano porterà sui palchi dei grandi teatri storici, il suo gran galà della danza “Roberto Bolle and friends”, del quale è non solo interprete, ma anche direttore artistico, invitando ad esibirsi con lui colleghi ed amici ballerini provenienti dai teatri più importanti del mondo, mescolando  generi e stili diversi della danza in uno spettacolo che, ogni volta, lascia il pubblico senza fiato.
C’è ancora grande riserbo sul cast e il programma, ma di certo, Roberto Bolle , come ogni anno finora, non mancherà di stupire i suoi fans con  uno show favoloso.

Il tour estivo si aprirà con una serata unica a Genova, sabato 14 luglio, al Teatro Carlo Felice, proseguirà alle terme di Caracalla di Roma il 17 e il 18 luglio, a Firenze in Piazza SS. Annunziata il 20 luglio, a Ravenna il 22 luglio al Palazzo Mauro D’André e si concluderà all’Arena di Verona il 25 luglio.

Tutte le informazioni su Roberto Bolle , i suoi spettacoli, la sua agenda per prossimi mesi, sono disponibili sul sito ufficiale www.robertobolle.com.