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Marie MorelDiMarie Morel

Franco Zeffirelli, l’artista e l’uomo

Il 15 giugno si è spento a Roma, all’età di 96 anni, uno dei più grandi registi, sceneggiatori, scenografi del cinema italiano, Franco Zeffirelli

Di origini fiorentine, secondo un’indagine genealogica condotta da due studiosi, si suppone che fosse imparentato con Leonardo da Vinci. 

La cosa non lascia stupiti, dinanzi alla sua acclarata indole creativa e geniale, che ha fruttato veri e propri gioielli, come il suo “Romeo e Giulietta”, l’”Amleto”, “La Traviata”, “Fratello sole, sorella luna”, per citarne alcuni. 

Per il suo lavoro Zeffirelli ha tratto ispirazione dalla Bibbia, dalla lirica, da grandi classici della letteratura ed è stato più apprezzato all’estero che in Italia, tanto da sentirsi spesso straniero in patria.

I suoi film, infatti, sono per lo più produzioni internazionali, con la partecipazione di attori del calibro di Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Charlotte Gainsbourg, Judi Dench e Cher. 

La sua passione per Shakespeare, del quale ha portato sulle scene e sugli schermi numerose opere, gli è valsa la nomina a Sir, da parte della regina Elisabetta ed è l’unico italiano ad averla mai ottenuta.

Nel 1969, per “Romeo e Giulietta”, fu candidato agli Oscar come miglior regista, premio che avrebbe meritato di vincere, perché nessun adattamento cinematografico della celebre tragedia shakespeariana è emozionante come quella di Zeffirelli.

È uno di quei film che hanno segnato la mia adolescenza, l’avrò visto decine di volte e, sebbene nel corso degli anni io abbia conosciuto altri Romeo e Giulietta, nel mio immaginario resteranno sempre scolpiti con i volti, i costumi, gli scenari di Zeffirelli.

Il suo talento è stato premiato con numerosi riconoscimenti ed oltre ad essere un grande artista, era un uomo anticonformista e appassionato.

È stato uno dei pochi artisti negli anni cinquanta a professarsi apertamente di destra e anticomunista, cattolico ed omosessuale.

 La sua dichiarata omosessualità non ha mai ostacolato il suo rapporto con la Chiesa e con la fede, perché riteneva che se il rapporto carnale era peccato, doveva esserlo sia con un uomo che con una donna.

 Era polemico, invece, nei confronti dei movimenti gay, perché pensava che banalizzassero e ridicolizzassero l’omosessualità. Quando ne parlava diceva:” Io sono omosessuale, non gay”

Ha avuto una lunga relazione con Luchino Visconti, con il quale ha convissuto per molti anni e ha costruito una sua famiglia adottando, già grandi, Pippo e Luciano che sono cresciuti con lui e con i quali ha avuto uno scambio d’amore genitore- figli pari a quello di una relazione biologica. 

Tra le loro braccia si è spento nella sua casa di Roma, lasciando a tutti noi un patrimonio incommensurabile.

 Lo ricorderò rivedendo alcuni dei suoi film: “La bisbetica domatica”, “Romeo e Giulietta” (ancora) ,”Fratello sole e sorella luna”, “Jane Eyre” e “Un tè con Mussolini”

 

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Il cinema celebra il genio di Leonardo da Vinci con due nuovi film

In questo 2019, l’anno che sarà ricordato per le celebrazioni in onore del grande maestro italiano, il cinema non poteva non fare la sua parte.

Sono due i film che ripercorrono la vita dell’artista.

A partire da ottobre potremo vedere, dapprima nei cinema italiani, poi in tv su Sky e, infine all’estero, Io, Leonardo, interpretato dal bravissimo Luca Argentero, che per la prima volta presta il suo volto ad un personaggio realmente esistito in un’opera biografica.

Distribuito da Lucky red questo film si propone di gettare una luce diversa sul personaggio di Leonardo da Vinci, portando lo spettatore alla scoperta dell’uomo.

Il regista di origine messicane, Jesus Garces Lambert, non è nuovo a questo tipo di film. Ha già portato, infatti, sulle scene “Caravaggio l’anima e il sangue”; le riprese del film hanno avuto luogo prevalentemente a Firenze, a Vinci e nella campagna toscana, a Milano, a Roma e in Francia.

 

Essere Leonardo da Vinci – Un’intervista impossibile, diretto e interpretato da Massimiliano Finazzer Flory, è film unico nel suo genere dedicato a Leonardo da Vinci in occasione dei 500 anni della scomparsa del genio universale. Sarà nelle sale da maggio 2019 in collaborazione con la Federazione Italiana Cinema D’essai.  Non è solo un film che ha già vinto negli Stati Uniti dei Festival internazionali. Questo film è un progetto che viene da lontano ispirato teatralmente da un regista e attore Finazzer Flory che è stato appena premiato come Winner Best Indie Filmmaker – Top Shorts Film Festival January 2019 e Winner Best Indie Filmmaker – New York Film Awards 2019 Winner Honorable Mention: Narrative Film – Los Angeles Film Awards 2019 Winner Best Narrative Feature – Festigious International Film Festival 2019 Los Angeles Winner Best Actor -Actors Awards Los Angeles January 2019.L’attore italiano, Massimiliano Finazzer Flory, si è fatto carico da tempo di rappresentare l’Italia e la nostra cultura all’estero e il suo film su Leonardo in collaborazione con Rai Cinema è già una sorta di cult. Sono 23 i Paesi in cui è prevista la distribuzione tra cui oltre gli USA,  in Cina e in India. 

L’incedibile make-up del volto di Finazzer e una recitazione coreografica che incarna il corpo di Leonardo rende durante il film davvero impressionante la verità del personaggio restituendoci non solo la sua storia ma anche in termini registici e di questo forse uno dei valori più importanti dell’opera l’influenza di Leonardo anche nella nostra estetica cinematografica. I set, le opere d’arte e il linguaggio sono tutti autentici per la storia di Leonardo. Un’icona universale, 500 anni dopo la sua morte. Un film che tiene insieme l’originalità linguistica attraverso il linguaggio del Rinascimento, il trucco, i costumi e la qualità tecnologica del nostro tempo come il drone che permette di realizzare nuove tendenze estetiche tra paesaggio e patrimonio culturale.


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Breve sinossi: due giornalisti, di New York e Milano ignari l’uno dell’altro, per i 500 anni dalla scomparsa di Leonardo sono alla ricerca di uno scoop. Vedono opere e attraversano i luoghi del Genio tra paesaggi e misteriosi incontri. A Firenze per la prima volta durante uno spettacolo in costume tra frati, turisti e sbandieratori si trovano tracce inaspettate. A Milano si scopre un documento per scoprire chi era Leonardo Uomo attraverso un esame scientifico. Giungono nella sua ultima dimora a Clos Lucé e incontrano davvero Leonardo. Viene concessa l’intervista. Le parole del Genio sono autentiche in lingua rinascimentale. Alla fine Leonardo fugge tra i sotterranei tornando a Vigevano e svelandosi ai personaggi più importanti della sua storia dove racconta…
I set del film: dalla la casa natale di Leonardo a Vinci dove è nato a primo mulino in cui il genio bambino ha iniziato a giocare, a fare lo scienziato fino allo Château Royal d’Amboise e la dimora dove Leonardo è scomparso a Clos-Lucé e ancora a Vigevano le Scuderie, le Sotterranee, la Strada coperta, il Castello. A Milano: San Sepolcro, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, gli “Orti di Leonardo”, la Sacrestia del Bramante, il Castello Sforzesco, la Sala delle Asse, l’Archivio di Stato dove è stato girato l’unico l’autografo di Leonardo esistente al mondo. Infine alle cascate dell’Acquafraggia studiate dal genio. E naturalmente Firenze all’Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella e alla Basilica di Santa Maria Novella per mettere in scena il Leonardo botanico.

 

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Viaggio negli incantevoli paesaggi della Sicilia di “Nuovo Cinema Paradiso”

Trent’anni dopo l’uscita, la pellicola torna a essere protagonista

Questa è la storia rocambolesca del trentennale “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore.

Le sorti del film cambiano radicalmente durante il suo percorso. Inizia nel 1988 con un flop nazionale, poi si presenta al Festival di Cannes con una versione ridotta e vince il Gran Premio della Giuria. Pochi mesi dopo si candida all’Oscar e nel marzo del 1990 lo vince come Miglior Film Straniero. Nel 1991 vince ben cinque premi BAFTA. Un’esperienza a dir poco clamorosa, che si snoda tra grandi delusioni e infinite soddisfazioni. Come un’Araba Fenice, il film rinasce e in poco più di un anno passa dalle “ceneri” alle “stelle” di Hollywood.

 

“Nuovo Cinema Paradiso” si presenta in più versioni di diversa lunghezza. L’originaria versione di 155 minuti fu un vero disastro, così Tornatore un anno dopo decide di sostituirla con una seconda versione ridotta di trenta minuti e la presenta a Cannes. In seguito nel 2002 esce una versione “director’s cut” di 173 minuti. Nel 2014 la pellicola si rilancia a Los Angeles in una nuova scintillante versione restaurata. A fine proiezione il pubblico americano si alza in una fortissima interminabile e commovente standing ovation. Nel novembre del 2018, in occasione del 30° anniversario, il film viene proiettato in tutti i cinema della Danimarca nella sua rinnovata versione. Insomma sembra che “Nuovo Cinema Paradiso” abbia una sua volontà propria che lo vuole di volta in volta sempre protagonista.

 

Sembra quasi inverosimile che nel novembre del 1988, il Cinema Aurora di Messina, a differenza di tutti gli altri cinema in Italia, fu l’unico a tenere il film per una settimana. Il gestore Gianni Parlagreco vide “Nuovo Cinema Paradiso” e se ne innamorò subito. Gli ritornò in mente tutta la sua vita da ragazzo, il suo amore per il cinema di provincia vicino a casa, la puzza di fumo di cui era impregnato tutto, le sedie di legno e una galleria completa degli svariati tipi di personaggi locali che frequentavano la sala. Anche a Messina il film non incassa, ma la passione per il cinema di Gianni, che si riconosce nel piccolo Totò, lo fa escogitare uno stratagemma: l’esercente lascia entrare gratis gli spettatori, ma all’uscita, se il film è stato di loro gradimento, possono pagare il biglietto. Fu così che progressivamente il film crebbe e arrivò a incassare settantadue milioni di lire solo a Messina contro l’incasso complessivo di 120 milioni in tutta Italia.

 

A ispirare il regista fu un fatto realmente accaduto nel 1977, durante uno dei suoi viaggi in Sicilia. Tornatore scoprì che il cinema della sua infanzia era stato chiuso. All’epoca accadeva continuamente, alcune città italiane rimasero senza cinema. In quegli anni le videocassette avevano preso il sopravvento e sembravano seriamente minacciare il futuro delle sale cinematografiche. Tornatore decise che era arrivato il momento di realizzare un progetto che si portava dietro da qualche tempo e si mise a intervistare i vecchi del posto, chiedendo loro di raccontare la storia del cinematografo. Il personaggio di Alfredo è ispirato ad Alfredo Vaccaro, puparo siciliano (siracusano) che raccontò a Tornatore il suo mestiere di proiezionista con tutte le limitazioni di allora. Ne nacque così “Nuovo Cinema Paradiso”, un film che è un tributo alla storia del cinema, alla vita, ma anche alla realizzazione dei propri sogni e a quelli infranti.

 

In questo film il regista siciliano, nativo di Bagheria in provincia di Palermo, ci porta a spasso per gli incantevoli paesaggi della Sicilia. L’immaginario paesino di Giancaldo, cornice della storia, è in realtà una montagna che sovrasta Bagheria, in provincia di Palermo. Mentre le scene ambientate nel presunto Giancaldo sono state realizzate a Palazzo Adriano, in provincia di Palermo. La bellissima piazza di Palazzo Adriano, con la caratteristica fontana bianca ottagonale in stile barocco del 1608, è il fulcro delle riprese, dove s’intrecciano le vicende del film. Oggi la piazza, a parte il traffico automobilistico, è rimasta invariata, così come le sue tre chiese. La chiesa di Maria Santissima Assunta, adornata di stucchi e impreziosita dall’arte dell’artista palermitano Giuseppe Patania, fa da sfondo alla vita degli abitanti di Giancaldo: donne che preparano l’estratto di pomodoro, il giovane Totò che si sofferma sui gradini a pensare ai consigli di Alfredo e così via. Mentre gli interni del Cinema Paradiso furono girati nella Chiesa di Maria Santissima del Carmelo, caratterizzata da un’unica navata e da un maestoso portone d’ingresso. Infine, s’intravede la chiesa di Maria Santissima del Lume, con la sua torre dell’orologio, verso la fine del film, quando Totò adulto partecipa al corteo funebre per Alfredo.

 

Ovviamente a Palazzo Adriano non troviamo il Cinema Paradiso, per quanto tutti i turisti chiedano dove si trovi. Il cinema, infatti, era uno scenario cinematografico che lo stesso regista fece distruggere in una delle scene finali. Ma a Palazzo Adriano oggi si può visitare il Museo “Nuovo Cinema Paradiso”, nel quale sono conservati alcuni cimeli, come ad esempio la bicicletta di Alfredo e moltissime foto del set, il tutto accompagnato dalla colonna sonora di Ennio Morricone. Certo, non tutte le scene furono riprese a Palazzo Adriano, alcune sono state girate al piccolo porticciolo di Cefalù, che nel film funge da Cinema Paradiso all’aperto durante il periodo estivo. Altre scene sono state realizzate in altri luoghi della provincia palermitana tra cui Castelbuono, dove nel Castello dei Ventimiglia fu ambientata la scuola di Totò. Le scene tra le strade bombardate, in cui Totò cammina con la madre dopo aver ricevuto la notizia della morte in guerra del padre, sono state girate a Poggioreale in provincia di Trapani, un paesino fantasma distrutto dal terremoto del 1968.

 

Il film è stato restaurato da Luce Cinecittà in collaborazione con il laboratorio bolognese, L’Immagine Ritrovata in occasione dei suoi venticinque anni. In un’intervista Il regista, dopo aver introdotto alla platea il film nella sua veste rinnovata, confessa: “Nuovo Cinema Paradiso è tutto per me, è grazie a questo film che ho potuto continuare a fare il mio mestiere. Un film stranissimo, che ancora oggi suscita nel pubblico un entusiasmo e una passione che m’imbarazzano. Decisamente un’opera che ha sempre fatto di testa sua.”

 

Vuoi scoprire i luoghi di “Malèna”, un altro film famoso di Tornatore girato nella Sicilia orientale, a Siracusa e Noto, e nella parte occidentale alla Scala dei Turchi, tutti luoghi che appartengono al patrimonio culturale dell’UNESCO?

Partecipa alla conferenza il 22 marzo. Qui il link per l’iscrizione:

http://www.fof.dk/Gentofte/Kursusoversigt/foredragogdebat/foredragsraekker/italiensk-filmturisme?id=391029

 

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CAMERA FILM presenta DOGMAN di MATTEO GARRONE

Danmarkspremiere il 28 februar

L’italiano Matteo Garrone (1968) ha avuto una svolta epica con la sua inedita, quasi documentaria, realistica “Gomorra” (2008), raffigurante il comportamento violento della camorra napoletana. Quattro anni dopo, era di nuovo sotto i riflettori con “Reality” (2012), una commedia colorata e divertente. Poi è arrivato il grottesco film fantasy barocco – o forse più film fantasy – “Tale of Tales” (2015). Con “Dogman”, Garrone è tornato al punto di partenza di “Gomorra”; vale a dire, il mondo sotterraneo violento, a testa bassa, criminale, che si trova alla periferia di molte delle città del sud Italia. Il film è stato presentato nella competizione principale a Cannes lo scorso anno, dove Marcello Fonte ha vinto il premio come miglior protagonista maschile.

Nella periferia di Roma, a via Magliana 253, nel quartiere Portuense, Marcello è un uomo che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toilettatura per cani “Dogman”, l’amore per la figlia Sofia e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere.

Dopo l’ennesima sopraffazione, per riaffermare la propria dignità, Marcello mette in atto una vendetta terribile e dall’esito inaspettato.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Parole, magia e cinema

 

Il potere evocativo delle parole è magico.

Quello che in apparenza potrebbe sembrare un banalissimo accostamento di due o più semplici paroline, può trasformarsi in un gancio in grado di ripescare nella nostra memoria colori, profumi, atmosfere, sensazioni ed emozioni, sorprendenti per vividezza ed intensità.

Qualcuno potrebbe pensare: – Che esagerazione! –

Farò allora un esempio, per spiegarmi meglio.

Prendiamo due comunissime parole, un sostantivo e un aggettivo e proviamo ad accostarli l’uno all’altro: notti magiche.

Tutti gli italiani che nel 1990 erano in grado di intendere e di volere e abbastanza grandi per ricordare, nel sentire queste due parole penseranno istantaneamente alla medesima cosa, a quell’indimenticabile estate dei Mondiali di calcio in Italia.

L’emozione per le strade era palpabile, ovunque risuonavano le voci di Gianna Nannini e Edoardo Bennato che cantavano il loro inno dedicato a quell’evento memorabile e per un po’ abbiamo assaporato il gusto della vittoria, fantasticato sui nostri campioni nell’atto di alzare al cielo la coppa più ambita, con orgoglio patriottico.

 

Che si fosse appassionati di calcio oppure no, era impossibile sottrarsi all’entusiasmo che si respirava nell’aria, tra l’onore per il nostro Paese di ospitare la manifestazione sportiva e le soddisfazioni di una Nazionale che ci ha fatti sognare, fino a quella sera del 9 luglio….

Sono certa che quasi tutti ricorderanno con estrema precisione quella serata, dove si trovavano, con chi erano, le emozioni che stavano provando. E ad accendere questo turbinio di ricordi, a far rivivere momenti così speciali, possono bastare due semplici parole. Se non è magia questa, ci si avvicina molto.

Proprio in questo scenario, Paolo Virzì ha deciso di collocare il suo ultimo film, Notti magiche per l’appunto, in cui le vite individuali si intrecciano con il vissuto collettivo di quel particolare momento.

In realtà il tema del film è incentrato sulle miserie e i fasti del cinema tra la fine degli anni 80 e l’inizio del decennio successivo, sul suo inesorabile declino al termine dell’ultima stagione gloriosa, raccontata attraverso le vicende di tre giovani aspiranti sceneggiatori, che sospettati dell’omicidio di un noto produttore, trascorreranno la notte, quella notte, nella caserma dei carabinieri per raccontare la loro versione dei fatti. Il regista ha scelto di ricorrere ad un’inconsueta liaison narrativa, tra il sogno del cinema che sfiorisce e quello calcistico di un’Italia intera sfumati nella stessa notte, ricordata poi come quella “degli errori”.  Un po’giallo, un po’satirico, il film di Paolo Virzì è un nostalgico rendez-vous con la memoria, alla ricerca di quello che poteva essere e non è stato, perché tutti i sogni sono destinati a finire.

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Dantes guddommelige komedie

Cari amici
vi informiamo che abbiamo ancora alcuni biglietti scontati pris 150 kr + billetgebyr per questo spettacolo dedicato a DANTE

DANTES GUDDOMMELIGE KOMEDIE
d. 8 gennaio a 20 (premiere)
Luogo: Theater Republique

Se sei interessato, è necessario ordinare entro e non oltre il 5 dicembre all’indirizzo info@dante-alighieri-cph.dk

I primi due membri che ordineranno, vinceranno un biglietto gratuito per. Person.
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Dantes guddommelige komedie

 

Beskrivelse
I Staffan Valdemar Holms iscenesættelse står Stina Ekblad alene på scenen. I skikkelse af figuren Dante tager hun dig med på en psykologisk rejse, hvor mødet med frygt, skam og uendelig lidelse lærer Dante om livet. Vi er i år 1300, og Dante kan ikke længere finde en retning i tilværelsen. Hans eksistentielle forvildelse leder ham på en rejse gennem Helvede, Skærsilden og Paradis, og det går op for ham, at det først er i konfrontationen med døden, vi lærer om livet.

Med DEN GUDDOMMELIGE KOMEDIE skabte den italienske digter, Dante Alighieri, en øjenvidneberetning om, hvad det vil sige at vandre gennem Helvede. Dante var derfor en af de første til at sætte ord og billeder på Helvede som begreb. Billeder, som lige siden har været helt afgørende for vores forestillinger om Helvede – i både malerkunsten, litteraturen, filmverdenen og musikken.

Instruktør
Staffan Valdemar Holm
Scenograf
Bente Lykke Møller
Lysdesigner
Clement Irbil
Oversættelse
Ole Meyer
Medvirkende
Stina Ekblad
Bearbejdelse
Karen-Maria Bille
Produktionsleder
Markus Schulin-Zeuthen
Scenemester
Kasper Hust Frandsen
Forestillingsleder
Alice Sjurkalina
Belysningsmester
Peter Lorichs
Tonemester
Anders Munch Amdissen
Skræddersalsleder

Kristina Widriksen

“Næste gang du ser en amerikansk film, og nogen siger ‘I’ll give you Hell!’, skal du tænke på Dante. For det var ham, som gav os Helvede!”

Staffan Valdemar Holm instruktør
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Cineturismo – Il Gattopardo (1963)

La trasposizione cinematografica di “Il Gattopardo” (1963)

Il film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Entrambi, il romanzo e il film, hanno avuto uno straordinario successo. Non di meno gli spettacolari palazzi e i luoghi delle riprese godono tuttora, dopo cinquantacinque anni, della fama gattopardiana e richiamano l’attenzione dei turisti.

Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa 12º Duca di Palma, 11º Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, Grande di Spagna di prima, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma il 26 luglio 1957. Il suo romanzo narra delle trasformazioni avvenute nella vita e nella società in Sicilia durante il Risorgimento, dal momento del trapasso del regime borbonico alla transizione unitaria del Regno d’Italia, in seguito allo sbarco dei Mille di Garibaldi.

L’ironia della sorte volle che le principali case editrici italiane (Mondadori, Einaudi, Longanesi) rifiutassero di pubblicare l’opera di Tomasi di Lampedusa, ma nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore, il romanzo fu pubblicato da Feltrinelli, vincendo il Premio Strega nel 1959 e diventando uno dei best-seller del secondo Dopoguerra! Oggi ”Il Gattopardo” è considerato uno tra i più grandi romanzi di tutta la letteratura italiana e mondiale.

Lo scrittore Tomasi di Lampedusa trasse ispirazione dalla sua famiglia per la stesura del libro, soprattutto dalla biografia del suo bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, che nel romanzo è il principe Fabrizio Salina. Il racconto inizia proprio nelle sontuose sale del Palazzo Salina, dimora del principe, della moglie Stella e dei loro sette figli e casa natale dello stesso autore. Purtroppo il palazzo del principe fu distrutto da un bombardamento nel 1943. Un altro palazzo importante, che nel romanzo prende il nome di Ponteleone, è il palazzo Monteleone, luogo in cui l’aristocrazia siciliana s’incontrava durante fastosi ricevimenti mondani. Sfortunatamente anch’esso inesistente sin dal 1906, quando fu demolito per dare spazio alla modernizzazione urbana della città. Per quanto riguarda l’immaginario feudo di Donnafugata, lo scrittore si era a sua volta ispirato ai luoghi della residenza estiva della sua famiglia. Possono, infatti, essere riconosciuti due paesi siciliani, luoghi molto cari allo scrittore; Tomasi così scrisse al Barone Enrico Merlo di Tagliavia: “Donnafugata come paese è Palma di Montechiaro, come palazzo è Santa Margherita di Belice”.

Luchino Visconti di Modrone, conte di Lonate Pozzolo (Milano, 2.11.1906 – Roma, 17.3.1976), è stato un regista e sceneggiatore italiano. Per la sua attività di regista cinematografico e teatrale e per le sue sceneggiature è considerato uno dei più importanti artisti e uomini di cultura del XX secolo. È ritenuto uno dei padri del neorealismo italiano, ha diretto numerosi film a carattere storico, dove l’estrema cura delle ambientazioni e le ricostruzioni sceniche sono state ammirate e imitate da intere generazioni di registi.

“Il Gattopardo” di Visconti ha vinto numerosi premi: ha ottenuto una candidatura all’Oscar, la Palma d’oro al regista al Festival di Cannes 1963, ha vinto tre Nastri d’Argento, un premio David di Donatello al Miglior produttore a Goffredo Lombardo, il premio Feltrinelli 1963 per le arti – Regia cinematografica e un National Board of Review Awards 1963 al Miglior film straniero.

Quali furono le scelte del regista per i set cinematografici?
Visconti, dopo aver letto più volte il romanzo, doveva risolvere alcune importanti questioni, infatti era necessario trovare i luoghi adatti a sostituire i palazzi descritti nel romanzo, che però nella realtà non esistevano più.

Se il regista avesse dovuto girare il film oggi, avrebbe avuto un paio di grattacapi in meno. In primo luogo nel 2015 è stato ricostruito il palazzo di Lampedusa, distrutto dalle bombe, da alcuni cittadini. Un gruppo di architetti ha restaurato ciò che rimaneva della villa con i propri finanziamenti e rispettando la struttura dell’edificio come appariva in origine. In secondo luogo oggi, a differenza dell’inizio degli anni ’60, si possono ricostruire interi scenari e palazzi con le tecniche digitali al computer.

Nell’autunno del 1961 Visconti fece dei sopralluoghi in Sicilia assieme allo scenografo Mario Garbuglia e l’organizzatore generale Pietro Notarianni, accompagnati da Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa. Per quanto riguardava la residenza estiva del principe, il regista scartò fin dall’inizio il paese Palma di Montechiaro e il palazzo Santa Margherita di Belice. Visconti aveva inizialmente preso in considerazione il castello di Donnafugata a Ragusa, ma la struttura labirintica ben poco si prestava alle esigenze cinematografiche. Alla fine trovarono un paese assomigliante a quello descritto nel romanzo. Il paese si prestava in particolare per la chiesa che doveva essere limitrofa alla residenza estiva. A Ciminna Visconti s’innamorò della bella chiesa barocca, purtroppo c’era un grosso problema: mancava il palazzo del principe!

Il 14 maggio 1962 iniziarono le riprese.
Come riuscì il regista a ricostruire e sostituire i palazzi mancanti?
Quali furono le scelte per i luoghi dei set?
Come riuscì a ricreare l’arredamento degli interni come descritto nel romanzo?
Come riuscì Visconti, senza tecniche digitali, a eliminare tutti gli elementi della società moderna, come ad esempio i pali della luce e del telefono, le strade asfaltate e negli interni dei palazzi i radiatori, i lampadari e gli interruttori che in un film ambientato nell’Ottocento non possono assolutamente esserci?
Come riuscì a mantenere accese migliaia di candele durante le riprese della scena del ballo?
Come riuscì a filmare sempre perfettamente immacolati i guanti bianchi degli uomini nonostante il sudore per gran caldo?

Queste e molte altre curiosità potranno essere svelate nella mia prossima conferenza sui set cinematografici di “Il Gattopardo” che sarà i 2 novembre al FOF Gentofte.

Per ulteriori informazioni visitate il mio sito:

giulianamedia.dk

Marie MorelDiMarie Morel

“Sulla mia pelle”, il film/documentario sulla vicenda di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi era stato un tossicodipendente, probabilmente era uno spacciatore e, forse, meritava di essere arrestato quella sera del 15 ottobre 2009, di essere processato e condannato alla pena prevista dalla legge.

Ma Stefano Cucchi era anche un figlio, un fratello, un amico e quello che sicuramente non meritava era di morire mentre era in custodia cautelare, solo, tra dolori lancinanti e con il pensiero di essere stato abbandonato dalla sua famiglia.

La storia di Stefano è una storia di violenza e di omertà perpetrata da chi dovrebbe garantire il rispetto della legge, dei diritti e della giustizia, che è venuta alla luce grazie alla tenacia e alla forza di Ilaria Cucchi, che non si è rassegnata alla morte inspiegabile del fratello, avvenuta il 22 ottobre dopo sette giorni dall’arresto.

Nessuno sa cosa sia accaduto veramente a Stefano in quei drammatici 7 giorni, ma dopo quasi 9 anni, due inchieste, un processo già conclusosi ed un altro in corso, la verità sta lentamente venendo a galla, nonostante i depistaggi, le falsificazioni dei verbali e degli atti processuali, le false testimonianze e le omissioni e, forse, giustizia verrà fatta. Il forse è d’obbligo, perché la giustizia è morta la sera di quel maledetto 15 ottobre, mentre due carabinieri massacravano di botte Stefano Cucchi ed altri colleghi coprivano il loro misfatto, mentre polizia penitenziaria, medici, infermieri e persino il pubblico ministero e il giudice all’udienza per la convalida dell’arresto, nella più totale indifferenza, chiudevano gli occhi dinanzi a quel giovane, che aveva difficoltà a parlare a causa della mandibola fratturata e si reggeva a stento in piedi, con due vertebre lesionate.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno che dovrebbe farsi garante del rispetto della legge, rappresentarla, portare il vessillo della legalità, si convince che la propria autorità lo autorizzi a travalicare proprio quella legge che dovrebbe difendere.

La giustizia muore ogni volta che qualcuno viola i diritti civili di un altro uomo o sceglie di fare quello che è più facile e non ciò che è giusto, ogni volta che burocrazia, indifferenza, ambizione smodata, perdita di valori sopraffanno l’umanità.

Il caso di Stefano Cucchi è solo uno tra le centinaia di morti in carcere, venuto alla ribalta, perché la sua famiglia non si è arresa e la sua storia è stata raccontata in un film/documentario scritto e diretto da Alessio Cremonini,” Sulla mia pelle”, presentato alla 75 ° edizione della mostra del cinema di Venezia e distribuito da Netflix, proprio in questi giorni.

Uno straordinario Alessandro Borghi, nei panni di Stefano Cucchi, porta in scena quell’ultima straziante settimana di agonia del giovane in carcere, secondo una ricostruzione degli eventi effettuata attraverso le testimonianze e gli atti processuali. Un film che scuote le coscienze e fa accapponare la pelle, difficilissimo da digerire, perché rivela verità scomode, che vorremmo non dover conoscere mai e spalanca le porte su realtà e mondi di cui preferiremmo ignorare l’esistenza.

Marie MorelDiMarie Morel

“Perfetti sconosciuti “, di Paolo Genovese

Diretta da Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti” è una commedia che nel 2016 ha vinto sia il David di Donatello che il nastro d’argento come miglior film.

Frutto di un’idea tanto semplice quanto geniale, tutti gli eventi si svolgono in un unico tempo e in un unico luogo, una sera a cena, in un appartamento romano, durante un’eclissi totale di luna. Tre coppie, Rocco ed Eva, Carlotta e Lele, Cosimo e Bianca, e Beppe, che avrebbe dovuto portare con sé la nuova fidanzata Lucilla per presentarla agli amici ma si presenta solo, si riuniscono per cenare insieme. Si conoscono da molti anni, trascorrono insieme le vacanze estive, festeggiano insieme tutti gli eventi lieti e condividono i momenti brutti, sono sicuri di conoscersi alla perfezione l’un l’altro, ma durante la cena la discussione si incentra sui segreti che ciascuno può avere, nascosti nei telefoni cellulari, che sono diventati le scatole nere delle vite di tutti. Eva propone un gioco: i commensali dovranno lasciare i cellulari su tavolo e rispondere a chiamate, sms ed email in vivavoce, condividendone i contenuti con tutti i presenti. C’è chi accetta di buon grado e chi, dopo qualche resistenza, si vede costretto a partecipare. La serata prenderà una piega inaspettata per tutti.

Un film davvero ben fatto, in cui lo spettatore si sente partecipe degli eventi, come se fosse seduto a quella tavola, in quell’atmosfera intima e familiare. Un cast di attori affiatatissimi riesce a dare vita a personaggi molo ben caratterizzati, sia individualmente che nelle relazioni tra loro, con un Marco Giallini superbo come sempre, mentre gli altri gli tengono egregiamente testa.

Man mano che i segreti vengono fuori, lo spettatore scopre debolezze, vizi, difetti, errori, fragilità che svelano la profonda umanità dei personaggi, nella quale non può fare a meno di rispecchiarsi.

Una commedia dai dialoghi brillanti, in cui si ride di gusto, ma a tratti molto amara, che lascia aperti molti interrogativi, sull’uso che facciamo dei cellulari, su quanto sappiamo davvero delle persone che ci sono accanto ogni giorno e crediamo di conoscere e, soprattutto, siamo proprio sicuri di volerle conoscere davvero?

Il film si conclude con un finale a sorpresa e con una semplice, ma fortissima verità, “siamo tutti frangibili”.

Marie MorelDiMarie Morel

Luca Guadagnino e le streghe di “Suspiria”

Dopo il grande successo di Chiamami con il tuo nome, Luca Guadagnino torna nelle sale con il remake del celebre horror di Dario Argento, “Suspiria”, presentato in anteprima mondiale il 1°settembre, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia.

Più che un remake, per Guadagnino si tratta di un omaggio alla forte ed indimenticabile emozione che provò, guardando l’originale per la prima volta. Un’emozione talmente potente da essere rimasta sopita per anni dentro di lui, come il fuoco che cova sotto la cenere e non aspetta che un alito di vento per rianimarsi. In passato, varie volte il regista aveva rispolverato questa idea, che sepolta sotto altri progetti più contingenti, non aveva mai smesso di pulsare, fino a quando non è riemersa, con tutta l’urgenza di qualcosa che non può più essere rimandato. Ed eccolo qui, finalmente.

È ambientato nel 1977, l’anno in cui uscì il film di Dario Argento, a Berlino e non a Friburgo come l’originale e in una scuola di danza contemporanea, anziché classica. Il Suspiria di Luca Guadagnino vanta un cast di attrici di grande personalità e carisma, come Tilda Swinton, nei panni di Madame Blanc, personaggio ispirato alla coreografa Mary Wigman, pioniera della danza libera esistenziale in Germania, con la sua Hexentanz (danza delle streghe); Mia Goth, che pur essendo giovanissima ha già recitato in ruoli complessi con registi del calibro di Lars Von Trier; Chloe Grace Moretz, veterana dei film horror con i suoi Amityville eLo sguardo di Satana-Carrie; Dakota Jhonson, venuta alla ribalta interpretando Anastasia nella serie cult diCinquanta sfumature di grigio; Jessica Harper, protagonista del Suspiria argentiano e che dopo 40 anni torna su questo nuovo set, con un personaggio diverso. L’uscita del film al cinema è prevista in autunno negli Stati Uniti, ma non ci sono voci ufficiali sulla data in Italia.

Nel frattempo, da appassionata di film horror quale sono, ho deciso che non leggerò recensioni prima di vederlo, perché sono già ben fornita di preconcetti sui remake che, di solito, mi deludono, specialmente quelli di grandi classici come Suspiria”. Lascerò, dunque, questo mio bagaglio a casa, portando con me solo i buoni motivi che ho trovato per andare a vedere questo film, il primo dei quali è che Luca Guadagnino è un regista brillante ed io ho molto amato i suoi lavori precedenti. È agli antipodi rispetto a Dario Argento e, dunque, sono molto curiosa di scoprire come abbia riletto e reinterpretato il più inquietante dei film del maestro dell’horror italiano. Sarà emozionante, poi, rivedere in questo film Jessica Harper, attrice di grande talento, che ha però centellinato la sua presenza cinematografica e si vocifera che Luca Guadagnino abbia dovuto sudare, perché accettasse la parte.  E sarà emozionante assistere all’interpretazione corale delle attrici, nei panni delle streghe, combinata con scenografia, fotografia, luci, colonna sonora firmata Thom Yorke, cantante dei Radiohead, come avviene in quella grande alchimia, chiamata cinema.

 

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Badolato – Cineturismo a rovescio

Intervista al regista Alessandro Genovesi

Di Giuliana Holm

Laurea Magistrale in Cinema e media

 

Mi trovo in Calabria, più precisamente nel borgo di Badolato in provincia di Catanzaro. Da poco è terminato il Magna Grecia Film Festival di Catanzaro, dedicato quest’anno a Vittorio De Sica e al 70esimo anniversario del suo capolavoro Ladri di biciclette, ricco di ospiti nazionali e internazionali tra i quali Oliver Stone, Richard Dreyfuss, Rupert Everett. Badolato Borgo con i suoi incantevoli scorci attira diversi artisti, per questo motivo è chiamato il borgo degli artisti. Molti registi e critici del cinema vengono qua per fare le vacanze. Si discute, infatti, se il cinema si trovi a Badolato oppure lo attraversi? Di fatto qui si incontrano personaggi come Emiliano Morreale, docente di Storia del Cinema Università della Sapienza e critico di Repubblica e l’Espresso, Alina Marazzi regista di Vogliamo anche le rose (2007) e Tutto parla di te (2012) con Charlotte Rampling, Dario Zonta, conduttore di Hollywood Party radio 3 e produttore artistico di Sacro G.R.A (2013) e Fuocammare (2016) e ancora Francesco Munzi regista di Anime nere (2014) e Monica Guerritore, che a luglio si è esibita con la sua grandiosa interpretazione dell’Inferno di Dante e dell’Infinito di Leopardi.

 

Nel borgo Il 13 agosto, in occasione della festa dell’Assunta, è stato proiettato sotto le stelle nello spettacolare sfondo sulla chiesa dell’Immacolata il film Puoi baciare lo sposo (2018). La serata ha avuto come ospite d’eccezione il regista Alessandro Genovesi (regista di La peggior settimana della mia vita (2011) e sceneggiatore di Happy Family (2010), poi divenuto film con la regia di Gabriele Salvatores). Emiliano Morreale, durante una breve presentazione, ci svela che nonostante il film sia stato girato a Civita di Bagnoregio la vera ispirazione del film è stata il borgo di Badolato. Infatti, il titolo della prima versione presentata a Turi Caminiti, badolatese appassionato di cinema e organizzatore di questa XVI rassegna cinematografica, era “Matrimonio a Badolato”. Caminiti sconsigliò vivamente il regista di girare il film nel borgo, temendo in seguito l’assalto del turismo. Ecco perché in questo caso si può definire “Cineturismo a rovescio”. Morreale ci presenta inoltre il montatore del film Claudio Di Mauro, in vacanza nel vicino borgo di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio e invitato qui per la serata, ma anche l’attore Francesco Colella, che con il film Puoi baciare lo sposo non c’entra proprio nulla, ma si trova qui perché in questo periodo sta interpretando un ruolo in Calabria nella nuova serie Zero Zero Zero di Stefano Sollima, tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

 

Ha inizio la proiezione. Il pubblico numeroso ride delle disavventure della giovane coppia gay in difficoltà dopo aver annunciato il proprio matrimonio ai genitori. Alla fine il pubblico applaude divertito. I protagonisti sono Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Salvatore Esposito e Cristiano Caccamo. Nel film si riconoscono chiaramente alcuni particolari del borgo di Badolato, come ad esempio il sindaco noto per l’accoglienza dei migranti, il rischio del crollo in alcune zone, come avvenne dopo l’alluvione del 1951, la tradizionale processione pasquale del sabato santo con tutti i figuranti in costume: i romani, i giudei, gli incappucciati e Gesù sotto il peso della sua croce. Senza dimenticare la chiesa dell’Immacolata, che in realtà non esiste a Civita di Bagnoregio, ma che è il fulcro più importante di Badolato.

Dopo la proiezione ho l’occasione di strappare una breve intervista al regista Alessandro Genovesi che si trova qui in vacanza.

 

Perché il film è stato girato a Civita di Bagnoregio e non a Badolato?

– Questo è un film che viene visto da tante persone in Italia e in genere se un posto molto bello viene raccontato in un film poi c’è un turismo fatto apposta per andare a vedere quel paese. Siccome Badolato è bella perché non è sovraffollata ed io amo questo posto, ho semplicemente voluto proteggerla. Nel film diventa quasi un paese inventato, che prende spunto da Badolato, ma lo sappiamo solo noi che la conosciamo. Il borgo di Civita di Bagnoregio è molto più piccolo di Badolato e come Badolato è una città magica e sta veramente crollando. È un paese che dopo il film è stato assalito dal turismo, però in generale ci sono solo negozi, botteghe e ristoranti, ma ci vivono solo sette persone e basta. Non ci sono gli immigrati, quello è un altro un riferimento a Badolato. Quando l’ho scritto, essendo abituato a venire qua, ho raccontato un posto come se fosse Badolato, anche se nel film, fatti e persone sono puro frutto della fantasia.

 

Nel soggetto ci sono una serie di personaggi fuori dalla norma i quali culminano in uno scontro aperto con il conformismo prevalente nella piccola società ambientata nello sfondo di un borgo dalle antiche tradizioni religiose, quasi a voler ribaltare un paese ben radicato nelle propria etica millenaria.

Era vostra intenzione dare un allegro scossone agli italiani ancora restii ad accettare le famiglie gay e le unioni di coppia di vario genere, come per esempio quella tra un crossdresser di mezza età e una ragazza ricca orfana di padre?

 

Guarda è un film, per cui non è una proposta di legge, è appunto un racconto che tratta un argomento di attualità e prende inevitabilmente una posizione, cioè quella che l’amore non ha sesso. Non sono omosessuale e non sono un’attivista, però credo che è veramente importante per le generazioni future che questa cosa passi come normale. Noi abbiamo visto una storia d’amore e dopo breve tempo ci siamo dimenticati che era una storia tra due uomini. I personaggi sono creati per il divertimento, ma non sono trattati come macchiette, certo sono fuori della norma e chiaramente in contrasto con un borgo attaccato alle proprie tradizioni.

 

Quali reazioni ha avuto il vostro film in un paese cattolico come l’Italia?

La reazione in Italia l’hai appena vista, il pubblico rideva e quello succedeva anche al cinema. Certo che dopo le ultime elezioni, l’Italia è diventata un paese omofobo e populista. Il film è andato comunque bene, è distribuito in otto – nove paesi all’estero e adesso andrà in TV.

 

Uscirà anche in Danimarca?

No in Danimarca non c’è, sarà in Germania, uscirà l’anno prossimo in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti, in Canada e nella Corea del Sud.

 

Finisco augurandomi che Puoi baciare lo sposo arrivi anche in Danimarca.

Il titolo in inglese è My Big Gay Italian Wedding, la canzone finale è Don’t Leave Me This Way (1975) di Kenny Gamble e Ricky Nelson

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“Loro”, l’ultimo film di Paolo Sorrentino: “Tutto è documentato. Tutto è arbitrario” (Giorgio Manganelli)

“Loro” è l’ultimo film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale in due parti, il 24 aprile e il 10 maggio, e racconta la parabola discendente del politico e dell’uomo Silvio Berlusconi che, ci piaccia oppure no, è stata una figura rappresentativa dell’Italia degli ultimi 25 anni. Come tutti i film del regista napoletano, ha diviso la critica in due schieramenti nettamente contrapposti: chi lo ha amato e chi lo ha odiato.

In un’intervista a Vanity Fair, Paolo Sorrentino ha dichiarato di non avere alcuna pretesa di fare film perfetti, ma “roboanti, straripanti, invasivi e disturbanti, perché si va in sala per essere scossi, subissati e magari nauseati”.  Ha spiegato, anche, di aver pensato per anni di realizzare un film che avesse come soggetto Silvio Berlusconi, ma di aver atteso, perché voleva che il tema fosse spogliato da quella carica emotiva che accompagna l’attualità e la cronaca, sganciato dalla contemporaneità della politica. Il suo obiettivo, pienamente centrato a mio avviso, era quello di realizzare un film storico, un affresco di un’epoca ormai tramontata, durante la quale si è passati dalla “disincarnazione” della politica andreottiana a quella fin troppo carnale e vitale, ma al tempo stesso amorale e decadente di Berlusconi.

È un film sentimentale “Loro”, nel quale emerge l’uomo Silvio Berlusconi, circondato dalla sua corte, un circo fatto di faccendieri, politicanti, starlette televisive, escort, eppure incredibilmente solo, tanto che nessuno lo chiama per mai nome, ma solo “Lui”.  L’uomo che non può fidarsi neppure dei suoi amici e collaboratori più stretti, che gli volteranno le spalle senza pensarci due volte, nel momento del bisogno. L’uomo che deve fare i conti con le proprie paure, quella del tempo che passa e di restare indietro, della vecchiaia e della morte. L’uomo che deve prendere atto del fallimento del proprio matrimonio e di aver perso l’unica cosa che ha avuto nella sua vita un valore effettivo, reale, la storia d’amore con Veronica Lario. L’uomo potente, eppure oppresso dal complesso di inferiorità, da quel delirio di onnipotenza che gli fa ripetere che “tutto non è abbastanza” e che lo fa rotolare inesorabilmente verso il dirupo, senza riuscire a porre un freno.

Un film che parla di “Loro”, intesi come “quelli che contano”, ma che racconta degli italiani, sia di quelli che hanno voluto credere a Berlusconi, sia di quelli che non l’hanno mai fatto, perché in un modo o nell’altro tutti siamo stati irretiti da lui, attratti dal sogno che proponeva, che ci esaltava o ci indignava, ma che ci faceva parlare, nel bene o nel male.

Io ho trovato emblematica la scena iniziale di Loro 1: una pecora, alla ricerca di un riparo dal caldo, si rifugia nella villa di Berlusconi, dove rimane inebetita davanti alla televisione accesa e non scappa quando la temperatura continua a scendere vertiginosamente, conducendola alla morte. Paolo Sorrentino ha dichiarato che non vi è alcuna spiegazione profondamente intellettualistica, ma che essa sia stata inserita per puro divertimento, eppure io non riesco a smettere di pensare che sia un’indovinatissima, tragicomica metafora della politica berlusconiana.

 

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Assolutamente da non perdere!

In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup, parte a settembre la nostra prima piccola Rassegna Cinematografica Italiana.

Non perdere i nostri appuntamenti con il Cinema… ti aspettiamo!!!


Piccola Rassegna Cinematografica Italiana

Cinema italiano – il primo lunedi del mese

Biblioteca di Ordrup, Ejgårdsvej 11, 2920 Charlottenlund


Lunedì 3 settembre, ore 17-19

Uno dei migliori modi per incontrare la cultura e la storia di un paese è attraverso i film. In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup vi offriamo la possibilità di incontrare l’Italia moderna in tre nuovi film italiani il primo lunedì del mese di settembre, ottobre e novembre 2018. Ogni film sarà introdotto da una breve presentazione in danese, e tutti i film avranno sottotitoli in danese.

Si offrirà un bicchiere di vino rosso italiano all’inizio del film.

Nel primo film “La Cena” si cena in un ristorante a Roma. Flora, la padrona, interpretata dall’attrice francese Fanny Ardant, serve gli ospiti, che  chiaccherano del più e del meno, mentre i destini si incontrano e si staglia l’immagine delle abitudini e della vita quotidiana in Italia.  I dialoghi dei clienti ai tavoli della trattoria – alcuni sconci, altri intimi, affettuosi, tristi e poi i monologhi – vite ridotte in sugo alla carbonara vengono servite nel film del 2010 di Ettore Scola con un sorriso appena accennato.


Lunedì 1 ottobre, ore 17-19

“Perfetti sconosciuti”, proiezione di film

Nel secondo film della rassegna Cinema Italiano siamo anche qui seduti a tavola, ma questa volta si tratta di una cena fra amici, dove tre coppie e un single, benché pensino di conoscersi molto bene, scoprono che in verità sono degli sconosciuti. In questo film del regista Paolo Genovese, superpremiato e da grandi incassi che si avvicina ad un pezzo di teatro, Eva, la padrona di casa, propone un gioco azzardato: tutti posano il cellulare sul tavolo e permettono di rivelare ai presenti il contenuto di tutte le comunicazioni che riceveranno nel corso della serata per dimostrare che non hanno niente da nascondere. E così saltano fuori segreti e quella vita che si era voluta nascondere.

 


Lunedì 5 novembre, ore 17-19
“La Pazza Gioia”, proiezione di film

Arrivati al terzo e ultimo appuntamento sul cinema italiano siamo pronti a buttarci nel paesaggio toscano. Il regista Paolo Virzì, che diresse anche Capitale Umano, ci racconta in questo film del 2017 di due donne diverse che si incontrano in un ospedale psichiatrico in Toscana. La coppia strampalata finisce di scappare insieme, e durante la fuga attraverso la bellissima Toscana trovano la bellezza in ciò che non è perfetto, perchè sui documenti sono dichiarate totalmente pazze, ma in verità fuori fra i sani si comportano da  “normali”. Il melodramma, che ci offre un commento critico della società con una piega di comicità, vinse il premio cinematografico Davide di Donatello per il miglior film, miglior regista e miglior ruolo femminile.

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Benvenuti al sud / Welcome to the South

Tema: Commedia

Regista: Luca Miniero, 2010

Interpreti: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini

 

 

 

 

 

 

Alberto è responsabile delle poste della bassa Brianza e spera in un trasferimento nel centro di Milano. Per non deludere le speranze della moglie e del figlio, decide di spacciarsi per disabile. Sarà scoperto e come punizione, gli sarà imposto un trasferimento in Campania, in un piccolo paese del Cilento. Per un lombardo pieno di preconcetti sul meridione come lui, la prospettiva di vivere almeno due anni in quei luoghi rappresenta un incubo. Munito di giubbotto antiproiettile si avventurerà di malavoglia verso il sud. Il film è un remake della versione francese Bienvenue chez les Ch’tis (2008). Le location del film ci porteranno verso i panorami mozzafiato di Santa Maria di Castellabate.

 

Benvenuti al Sud – Trailer Ufficiale (HD)

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Non ci resta che piangere/ Nothing Left to Do But Cry/ 1984

In Italia il “cineturismo” è una forma consolidata del turismo e ci sono molte agenzie turistiche specializzate nell’offerta di visite guidate nei luoghi dove sono state girate scene di film famosi. Molti turisti vengono da tutto il mondo e fanno la fila per visitare e conoscere i famosi set cinematografici, sia dei film di Hollywood, ambientati in Italia, ma anche dei film italiani. La mia attenzione è principalmente sui film italiani girati in Italia.

 

Tema – Commedia

Non ci resta che piangere/ Nothing Left to Do But Cry/ 1984

Registi: Roberto Benigni, Massimo Troisi

Interpreti: Roberto Benigni, Massimo Troisi, Iris Peynado, Amanda Sandrelli

Set cinematografici: Toscana & Lazio

 

 

È il mio film preferito, infatti, nell’estate del 1984 avevo diciotto anni e i due comici Roberto Benigni e Massimo Troisi hanno accompagnato il sorriso nella mia gioventù spensierata. Il film è uscito un anno prima del famoso film americano Ritorno al futuro (1985). Unico film in coppia di due grandi amici e straordinari interpreti, Non ci resta che piangere (1984) è ricco di citazioni storiche ed è rimasto nell’immaginario collettivo per le invenzioni e gli sketch di Troisi e Benigni. Sono le gag dei due talenti a sostenere l’intero film. Beningni e Troisi sono anche i registi e gli sceneggiatori. Il bidello Mario (Troisi) e l’insegnante Saverio (Benigni), trovato chiuso un passaggio a livello, passano la notte in una locanda, ma la mattina scoprono di essersi risvegliati a “Frittole”, nel 1492.

Mario, per stupire la giovane e bella Pia (Sandrelli) si vanta di aver scritto l’inno nazionale di Mameli. Canta per lei anche Yesterday dei Beatles, Volare ecc. Quando incontrano Leonardo da Vinci gli insegnano a giocare a scopa. Il loro obiettivo è di impedire a Cristoforo Colombo di scoprire l’America in modo che la sorella di Saverio non incontri mai il suo fidanzato americano che la farà soffrire e il popolo autoctono eviterà la violenza subita nel corso dei secoli. Sarà un viaggio nel tempo in cui non si può fare a meno di sorridere. Il film è un viaggio nel tempo attraverso gli splendidi paesaggi rinascimentali della Toscana e il Lazio, poco prima che Cristoforo Colombo salpasse da Palos (Spagna) nel 1942.

Il film è stato girato tra Capranica (Viterbo, per la scena iniziale del passaggio a livello), Lago di Bracciano (Roma, per la scenda dei protagonisti che si rifugiano sotto un albero per ripararsi dalla pioggia, quando un fulmine innescherà il processo che li conduce nel 1400 – quasi 1500), al Castello di Rota (Tolfa, Roma, per la famosissima scena della dogana “un fiorino!”), Parco archeologico di Vulci (nella Maremma laziale, in provincia di Viterbo, per la scena di Leonardo da Vinci che effettua gli esperimenti). La scena toscana è girata nella suggestiva spiaggia di Cala di Forno (maremma grossetana, nel comune di Magliano in Toscana, nel cuore del Parco Naturale della Maremma; è qui che viene girata una delle scene finali del film, quando arrivano correndo sulla spiaggia spagnola di Palos per fermare Cristoforo Colombo che però è già partito).

 

Non ci resta che piangere – Lettera a Savonarola

 

Marie MorelDiMarie Morel

“Chiamami con il tuo nome”, un film italiano da Oscar

Un nostalgico tuffo nel passato, nelle lunghe e torride estati italiane degli anni 80, in cui il tempo sembrava sospeso tra divertimenti semplici e ozio. Questo è il sapore di “Chiamami con il tuo nome”, il film di Luca Guadagnino, candidato a 4 premi Oscar e che ha portato a casa la statuetta per la migliore scenografia non originale. La storia d’amore tra Elio (Timothée Chalament) ed Oliver (Armie Hammer), ispirata al libro di Andrè Aciman, ha come sfondo la splendida villa Albergoni, le città di Crema e Bergamo, il paesaggio incantato e senza tempo della campagna lodigiana, del lago di Garda, delle cascate del Serio.
Al di là di ogni critica che si possa muovere al film (e ve ne sono), una sola cosa è certa: l’atmosfera idilliaca e un po’decadente è suggestiva, le rievocazioni del periodo e le ambientazioni ricreate a regola d’arte colpiscono lo spettatore diritto al cuore, risvegliando memorie assopite di quando “vacanza” significava leggere un libro sulla sponda di un fiume all’ombra di un albero, lunghe passeggiate in bicicletta nell’opulenza della campagna italiana gravida dei suoi frutti, nuotate e partite a pallavolo o a carte con gli amici, musica rubata ad un’autoradio per strada, appisolarsi su una sdraio cullati solo dallo stormire delle foglie.


Nel 1983 non c’erano telefonini, computer e videogiochi a tenere la mente costantemente occupata, a distrarre dai propri reali desideri e bisogni e da quelli degli altri e così i protagonisti hanno tutto il tempo di godere di ogni singolo istante del loro amore proibito, puro e carnale allo stesso tempo, di viverne appieno i mille turbamenti, di lasciarsi travolgere dall’incontenibile desiderio di appartenersi, al punto di scambiarsi i propri nomi.
I tempi del film sono sapientemente dilatati su scene in cui non è l’azione protagonista, ma la bellezza: dei luoghi, della natura, dell’arte, della musica. La videocamera si sofferma sulla calda luce che avvolge le giornate, su opere d’arte, libri e musiche, sul tepore delle notti estive; indugia lunghi istanti sulle emozioni degli personaggi, a partire dalla sconvolgente scoperta di provare un’attrazione inaspettata, fino al dolore della perdita, per dare il tempo allo spettatore di rintracciare analoghe sensazioni dentro di sé e riviverle, perché la magia dei primi amori, le malinconie, le fragilità, gli entusiasmi e le delusioni adolescenziali sono universali e ognuno ne custodisce il ricordo.
Un film, dunque, che incanta chiunque sia disposto a mettere da parte la frenesia dei nostri giorni e immergersi in un mare di sensazioni dove, sulla fretta e sul rumore primeggiano lentezza, piacere, capacità di cogliere la bellezza in ogni cosa perché, alla fine, questo è l’insegnamento che il padre di Elio gli suggerisce di trarre dalla sua storia con Oliver: non lasciare che il dolore soffochi la gioia di aver vissuto qualcosa di bello, raro e indimenticabile. Un discorso che ciascuno di noi da adolescente, senza distinzione di genere, avrebbe voluto ascoltare dal proprio padre.

AvatarDiLucia Rota

Paolo Villaggio

Il 3 luglio è morto Paolo Villaggio, attore, scrittore, comico, umorista, sceneggiatore e doppiatore italiano.
E’ stato autore e interprete di personaggi legati a una comicità paradossale e grottesca come il ragionier Ugo Fantozzi. Ha scritto otto libri e girato 10 film su di lui.
Il primo libro ha venduto oltre un milione di copie mentre il primo film è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare.

Così scrive: ”Da due anni molti mi fermavano per strada. Io mi aspettavo: ”Villaggio ci scusi ma quando torna in televisione?” Puntualmente la domanda invece era:”Quando ce lo scrive un altro libro?” E io ogni volta a spiegare che ero molto impegnato col cinema, che avevo un po’ esaurito il filone e che non ne avevo nessuna voglia. Alla fine ho ceduto per accontentare un po’ tutti: mia madre che ci tiene tanto a questa mia attività di scrittore di successo, all’ editore Rizzoli che lo fa per altri motivi forse meno nobili, ma soprattutto per quelli che mi fermavano per strada.
Fantozzi è un uomo senza qualità, preso in giro dai colleghi, dalla famiglia e dalla vita. Non desidera nè vincere nè perdere ma sopravvivere. La gente lo vede, ci si riconosce, ne ride, si sente meglio e conta di comportarsi come lui….Il mondo è fatto per la maggior parte da persone che nella vita hanno fallito. Grazie a Fantozzi ho fatto in modo che alcuni neppure si accorgessero di essere nullità. O al limite ho fatto sì che non si sentissero soli.»

I suoi libri, i suoi film sono tuttora attuali, da leggere e vedere.