Archivio degli autori Pablo Paolo Peretti

AvatarDiPablo Paolo Peretti

Andrea Bassani: l´ intervista

Intervista

1) Chi può essere definito un poeta e perché?

Il poeta è un ribelle. Non accetta la vita così com’è, il sistema come gliel’hanno imposto, il destino, la sofferenza, la perdita, l’abbandono, la morte. Il poeta non accetta la durezza e la crudezza di questo mondo. Ciò che per l’uomo “educato” è normale e naturale, per il poeta non lo è. Da questa insoddisfazione, da questo non saperne abbastanza, da questa ignorante passività a cui l’umanità si piega per decretata e risaputa impotenza, nasce la protesta del poeta, una protesta che si fa canto e ricerca della possibilità di evadere dalla comune condizione ed accarezza il sogno di elevazione a uno stato che potremmo definire “divino” o “di grazia”, che è il frutto di una misteriosa intuizione della verità capace di placare anche la sofferenza più dura. Il poeta è un uomo che reagisce nobilmente al suo infame destino e lo afferra per le corna: non si lascia educare da questi ma lo educa. Ecco, questo per me è il poeta. 

2) Come nascono i tuoi componimenti poetici? Dove trae spunto la tua creatività?

Le mie poesie nascono da sole, in momenti di debolezza, in attimi di intensità emotive che devo controllare per non esserne sopraffatto. Non c’è nessun gioco creativo, non c’è metodo letterario che renda ciò che scrivo un esercizio linguistico. Io ho scritto soltanto per domare una situazione difficile, per sopravvivere a un vuoto, per proseguire a vivere quando il destino ha minacciato la mia dignità. Grazie alla poesia ho potuto amare anche il momento della necessità. La poesia mi ha permesso di amare ciò che detestavo. È una magia questa che non si impara: ti viene trasmessa forse da bambino, da qualcosa o qualcuno. È una materia incandescente, uno spirito che assorbi e veglia sul tuo cammino. Resta silente per anni, ma quando arriva il pericolo si manifesta. Poi tace di nuovo, ma tu sai che è ancora presente. 

 

3) Chi ti ha influenzato come poeta, e perché?

Quando ero bambino, io e mio nonno Mario stavamo ore insieme nell’orto, il giorno e la sera. Lui mi raccontava storie e conosceva molte poesie a memoria. Poi mi chiedeva di indicare un ortaggio, un frutto o la luna o una sedia. Io sceglievo e lui mi improvvisava una poesia su ciò che avevo scelto. È certamente stato lui a porre il seme della poesia nel mio sangue. Lui era un contadino ed io una terra vergine. Perché l’ha fatto? Perché era un poeta. In magia credo si dica “lasciare il segno”. 

4) Devi elogiare 3 poeti recenti oppure scomparsi e purtroppo dimenticartene altri 3. Quali sono e quali libri salvi o rinneghi?

Sarebbe troppo riduttivo elogiarne tre e dimenticarne tre soltanto. 

5) Cosa ne  pensi di Rimbaud che asseriva che il peggior nemico di un poeta è un altro poeta? 

Penso che Rimbaud sia stato un genio, ma non c’era pace nella sua anima. Egli ha composto liriche illuminanti ma non ha saputo amare il suo prossimo e nemmeno se stesso. 

6) E' più facile scrivere poesia o narrativa?

Non mi sono mai occupato di narrativa, non ancora (forse). Tuttavia credo che la narrativa possa concedere una leggerezza operativa che in poesia non è possibile, se la poesia è affrontata seriamente e considerata nella sua sacralità. 

7) In Italia si pensa ci siano circa quattro milioni di ipotetici poeti. Come riconosci chi fa poesia da chi scrive bei pensierini che vengono confusi con la stessa?

Io non amo giudicare l’operato degli altri, però sono convinto che con l’arte non sia possibile imbrogliare. Io discerno le poesie in tre categorie: le poesie che sento scritte con l’anima, quelle che sento scritte con la mente e quelle che sento scritte con la mente nell’anima. Le poesie scritte con l’anima tendenzialmente mi appaiono cariche di energia emotiva ma immature, giovani, acerbe. Le poesie scritte con la mente hanno peculiarità tecniche letterarie e filosofiche più o meno apprezzabili ma non danno emozioni nel leggerle perché appunto non sono state scritte con l’anima. Le poesie scritte con la mente nell’anima sono, spesso e volentieri, le poesie perfette tra cui spiccano i capolavori che ci fanno appassionare. 

8) Come reagisci quando ti chiamano poeta? 

Dipende. Certamente non me ne vanto. Non ci tengo ad essere chiamato o riconosciuto poeta, non mi interessa. Mi interessava a ventitré anni, quando ero giovane, bello e vanitoso. Ora mi interessa l’effetto che ha la mia poesia sugli altri. Fare poesia è una missione umanitaria. Non basta scrivere ed atteggiarsi con il cappello alla Neruda e la pipa in bocca. Si deve essere sacerdoti della Poesia. 

9) Hai qualche poeta che hai conosciuto nel virtuale che vale la pena seguire? E se si, come si chiama/chiamano e che libri consiglieresti.

La poesia è qualcosa di talmente intimo e tocca corde così personali che non credo sia possibile dare un’indicazione in questo senso. Chi cerca la poesia la trova nel verso che ripercorre un suo vissuto passato o presente. Questi incontri accadono, fuori dal nostro controllo. Ci si inciampa nel poeta da seguire. 

 

10) Hai la possibilità di andare a cena con un poeta o poeti ancora in vita o scomparsi. Con chi vorresti trascorrere la serata e perché? 

Sicuramente vorrei cenare col poeta Bassani, per capire cos’è successo ad Andrea.

 

Biografia

Andrea Bassani nasce a Bergamo nel 1980. A diciannove anni, insieme a un gruppo di amici, costituisce una blues band della quale è cantante e si esibisce in locali notturni lombardi. A ventitré anni compone i primi versi e si avvicina con interesse al mondo della letteratura. A ventisei anni stampa la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Amore Androgeno” (Edizioni d’arte Imedea). Per Alberto Casiraghy pubblica la plaquette “Mare” (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini. Incontra la poetessa milanese Alda Merini, nel suo appartamento sui Navigli, alla quale sottopone i suoi scritti. Durante un secondo incontro la stessa poetessa lo invita a proseguire sulla strada della versificazione con più alte ambizioni. Nel 2007, in seguito a un’importante conversione spirituale, lascia famiglia, amici, lavoro e si trasferisce a Pistoia.

Trascorre cinque anni d’inattività artistica durante i quali si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato. Solo nel 2013, a seguito dell’incontro col prof. Ernesto Marchese, relatore di una serie di conferenze sulla poesia classica e contemporanea, ricomincia a scrivere. Il suo “Cantico della Bellezza” viene letto nelle sale affrescate del comune di Pistoia dalla compagnia teatrale “Il Rubino”.

Una sua silloge tratta dal poema “Lechitiel” è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016 (n°312). Otto inediti vengono pubblicati su Nazione Indiana. Riceve due lettere di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi. Pubblica nel 2016 per “Terra d’Ulivi edizioni” il poema “Lechitiel”, apprezzato anche in Francia tanto da essere inserito nel prestigioso catalogo della Biblioteca del Centro Pompidou di Parigi. Partecipa a reading letterari e collabora con importanti personalità della letteratura contemporanea. Alcune sue poesie si possono ascoltare su canali youtube. Parallelo e altrettanto vissuto come espressione poetica è il suo percorso pittorico. Ha scritto di lui Bernard Tiburce (Bibliotecario del Centro Pompidou di Parigi) e il Prof. Clemente Francavilla (Docente di Teoria della percezione visiva e Psicologia della forma, Accademia di Belle Arti di Bari). 

Ha ricevuto un giudizio positivo dal critico d’arte Gian Ruggero Manzoni. La sua opera “Il Profeta” è stata collocata presso il Museo sacello di Sant’Egidio della Chiesa San Pasquale Baylòn di Taranto.

Nel Dicembre 2017 la commissione della Rivista Internazionale “Vesalius. Journal of the International Society for the History of Medicine” sceglie il disegno “Gli occhi di Vesalius” per la copertina del Vol.XXIII, N°.2. L’opera “Gli occhi di Vesalius” è in esposizione permanente nell’Archivio Tematico Museale per la Storia delle Arti Sanitarie (ARTEMAS) del Policlinico di Bari. Nominato giurato per la prima edizione (2017) del premio di poesia Maria Maddalena Morelli “Corilla Olimpica” città di Pistoia insieme ad Ernesto Marchese, Matteo Mazzone, Marco Marchi, Gabriella Grande, Giacomo Trinci, Antonella di Tommaso. Nel 2017 una sua biografia e alcune poesie tratte da “Lechitiel” compaiono nell’antologia poetica rumena “Poezia”, tradotte dalla poetessa Eliza Macadan. Nel Febbraio 2018 pubblica la plaquette “Sia poesia” per “Il ragazzo innocuo editore” di Luciano Ragozzino: 50 copie autografate contenenti sei poesie e un’incisione originale. Nel Settembre 2018 pubblica “la castità” (Ensemble), nella nuova collana “Leontopodium” per cui realizza il logo.

 

 

Poesie

 

da Lechitiel (terra d’ulivi edizioni)

poema catalogato alla BPI del Centro Pompidou di Parigi

 

Nell’assenza di te assenzio 

tra miliardi di parole vuote che non mi interessano 

dentro voci che mi entrano e mi escono 

a cui non ho chiesto né di entrare né di uscire. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

sulla pagina di un giornale che non leggo 

in questo bar che non saprei riconoscere una volta fuori 

girando per la sesta volta il caffè che berrò  

mentre la tazzina sotto gli occhi mi scompare. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

sottoposto ad un quotidiano scorrere di immagini 

e all’insopportabile sonoro dell’uomo che deve parlare 

e lamentarsi e polemizzare e sottolineare. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

fisse le mani al carrello  volando tra prodotti alimentari  

che soltanto intravedo ai lati passare 

o assorto nel mantra rotante di una lavanderia a gettoni;  

ascoltando senza ascoltare  

venditori ambulanti, pizze surgelate,  testimoni di Geova, frati, mormoni;  

annuendo con eguale sorriso  

alla vecchia ipocondriaca che mi assilla  

con la sua sinusite ed i suoi irrimediabili dolori. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

tra clacson che mi insultano barbarici 

perché non scatto a semaforo verde. 

Sotto la doccia che mi lava 

nello specchio che mi pettina 

nell’anonimità di un viale affollato  

nel confessionale che mi assolve dal peccato, 

nell’assenza di te assenzio 

e rispondo a chi si aspetta una risposta; 

guardo negli occhi chi mi cerca lo sguardo 

ma sono sempre da un’altra parte, 

presente altrove, 

in un posto assai più lontano da dove mi vedi. 

 

Un luogo questo che non saprei indicarti 

se tu volessi raggiungermi un giorno:  

è simile ad una camera oscura 

dove ci sono tante parole che ti girano attorno 

in attesa che l’angelo le chiami per condurle ai poeti 

che alla terra le daranno con le mani 

e con lacrime amare 

ad un pugno di anime mute. 

 

Dal catalogo d’arte “La carne dell’anima” a cura di Gabriella Grande (terra d’ulivi edizioni)

“La Valchiria” (Inchiostro su foglio Fabriano, 50x36 cm)

 

“Non potendo più amare chi amava 

sprofondò in un regno inferiore, 

un piano astrale ove la speranza agonizza col sogno 

nell’angolo più tetro della terra. 

Non potendo più amare chi amava, 

una patina di brina manteneva il cuore ibernato 

e la mente fissa al quadro evanescente di una felicità che poteva proseguire, 

che poteva continuare a maturare 

ricostruendo lo scenario primigenio di quando l’anima era un dio disincarnato.

 Non potendo più amare chi amava, 

le papille gustative rifiutavano il sapore 

e la bocca resisteva al cibo non più dato dalla sua bocca. 

Non potendo più amare chi amava, 

la cancrena fiorì nel grembo 

come un giglio ancora puro che però si cinge di bugie e ragnatele 

dando origine all’innesto dell’amara edera della melanconia. 

Non potendo più amare chi amava, tentò di amare tutti. 

Ma la somma di tutti gli occhi non dava la sua anima 

e la somma di tutte le materie non il suo corpo. 

Tutto non le bastava. Aveva bisogno di lei. 

Perché ogni rondine ha il suo nido insostituibile 

e una metà un incastro immutabile per una sola altra metà.”

 

Da “La Castità” (Ensemble edizioni, Roma)

Finalista al Premio Europeo Clemente Rebora 2019

 

Lo specchio del mattino

 

Mi cerco nello specchio ogni mattina. 

È strano. 

Mi ho davanti ma non mi trovo. 

Forse non sto guardando di più 

che uno scimmiotto in simile lattice, 

che mi fissa perché lo fisso

e che sta immobile perché sto immobile, 

qui, davanti a me, 

qui, davanti. 

 

Mi guarda da dentro il vetro, assente, 

fermo ed assente. 

Se io non gli ordino il movimento

se ne sta lì, dritto come uno stoccafisso. 

Sta lì, completamente disanimato.

Sta lì, privo di gioia e di dolore, 

in attesa di comando 

come un sacco qualsiasi, 

un già cadavere in piedi, 

un morto eretto,

tradito da un riflesso, 

smascherato. 

Più lo osservo attentamente 

più ne scopro la finzione, 

il trucco straordinario.

No, non è me. 

Non sei io, non sei.

Sì, lo ammetto, 

ancora mi servi perché mi occorre 

una mano per scrivere. 

 

Ma tu sei solo un mezzo

e per giunta espiatorio. 

Chissà se hai un interruttore nascosto 

da qualche parte. 

Potrei spegnerti ed andarmene. 

Potrei essermi stancato di giocare ad essere te. 

 

Mio Dio, dove sono? 

Sono dentro un robot di carne 

che ora è dentro uno specchio ovale, 

che ora è dentro questo bagno, 

dentro questa casa, 

dentro questa via, 

dentro questo paese, 

dentro, dentro, dentro,

fino all’universo, 

dentro all’infinito, 

così infinitamente immenso 

e così infinitamente piccolo. 

Un infinito 

che è principio e fine di se stesso, 

come due infiniti opposti e distanti 

che però sono lo stesso 

e nello stesso infinito. 

 

Mi cerco nello specchio ogni mattina.

Non vedo più che un povero fantoccio, 

un’immagine che dico mia 

perché non ho immagine. 

Un’immagine costretta a prestarmi la sua immagine

e io costretto ad accettarla.

 

Per quanto poco tempo cammineremo insieme, 

sappi che non ti amerò 

e non ti ho mai amato. 

Un giorno ti lascerò 

e tu farai la fine di una latta vuota 

non riciclabile. 

Ma che te ne importa: 

è in virtù di me che vivi, 

mio stanco e sgraziato 

pupazzo mutante.

Da qualche parte io sono, 

lì dentro di te, sì, 

da qualche parte, 

dentro di te io sono. 

Dentro di te, 

dentro lo specchio ovale, 

dentro questo bagno, 

dentro questa casa, 

dentro questa via, 

dentro questo paese, 

dentro, dentro, dentro.

 

Così mi vedo

senza vedermi

e non vedendomi ho la conferma di Dio 

e di tutte le sue creature 

che stanno aspettandomi,

anch’esse, da qualche parte, invisibili agli occhi, 

anch’esse forse cercandosi invano 

in un riflesso;

ingabbiate cavie da laboratorio, 

recluse, 

tenute nascoste a se stesse 

dentro una menzogna, 

toccando cose, 

annusando profumi, 

assaggiando sapori costruiti apposta;

indotte ad amare, a lottare, a soffrire

e quel che è peggio a pensare

come se mai bastasse, 

fino alla morte dell’asino.

 

Ci vuole poco a essere un’ombra

 

Una giostra di cavalli bianchi,

una lunga tavolata di francesi

dominante piazza grande,

rumore di bicchieri, 

voci che non comprendo,

giochi che non più mi riguardano:

divertimenti qua e là sparsi

che non mi rendono affatto nostalgico

del tempo in cui godevo del tempo.

 

Prima impari a camminare in fretta, 

prima arrivi. 

Bisogna soffermarsi il meno possibile

e accontentarsi dei propri panni. 

Mi addentro in una stretta viuzza

per non incontrare nessuno:

oltre i portoni 

le finestre emanano

odore umido di famiglia. 

Un antiquario propone angeli d’ottone.

Contemplo il miracolo della luce

in una piccola lanterna accesa 

sotto l’effigie scalcinata di una madonna.

 

Sul mio cammino una coppia irriverente:

non si sfalda né si sposta. 

Viene dritta verso di me come un ariete. 

La schivo io, 

prima che mi frantumi.

 

Mi c’è voluto poco a essere un’ombra,

ora d’erba, ora d’asfalto,

con la mia stessa andatura goffa, 

spalle avanti, schiena curva.

Con quella solita andatura 

scoglionata, stanca, 

per cui ancora mi riconosco

figlio di mio padre.

 

Ci vuole poco a essere un’ombra, 

un nulla impresso sui muri di calce, 

stretto e lungo per le discese, 

spezzato sulle gradinate,

buio su buio, 

vuoto ambulante.

Pietoso riflesso di me,

del mio io arreso

che mi cammina accanto.

 

Se mi fotografi non chiedermi di sorridere

 

Ho timore delle fotografie.

Quando mi aprono gli album di famiglia

sembra di sfogliare l’archivio 

dei desaparesidos. 

Nelle foto sorrido di rado: mi riconosci subito.

Non sorrido perché dietro l’obiettivo 

c’è qualcuno che mi sta ordinando di sorridere.

 

Tutti che sghignazzano come babbei:

“cheeeeeese”.

 

Mentono alla pellicola sapendo di mentire

per poi dimenticarsi di quella fotografia

e riscoprirla per caso dopo cinquant’anni

in una scatola di bottoni 

sotto una pila di polvere.

E sospirare:  

“ah, che bei momenti”. 

 

Non importa se quel giorno

hai bucato una ruota e 

tornato a piedi fino a casa

hai sorpreso la tua fidanzata 

a letto col tuo migliore amico.

Nella fotografia sorridi.

 

Le fotografie non servono a ricordare il passato

ma a falsificarlo.

 

Web  www.andrea-bassani.com

 

Instagram @andreabassani_art

AvatarDiPablo Paolo Peretti

INTERVISTA CON FRANCESCA RICCHI DI BOLOGNA :

1)     Come vedi la figura del poeta ai giorni nostri?

Il poeta è sempre stato una figura difficilmente compatibile con i banali stereotipi sociali, e anche se esistono eccezioni, normalmente è a disagio di fronte alla “normalità” e insoddisfatto della mediocrità, e meschinità, del quotidiano. Anche le imposizioni, i limiti del quieto vivere, hanno sempre un po’ cozzato con la necessaria apertura spirituale e mentale che la poesia richiede. Sicuramente la sofferenza è sempre stata la più fedele compagna del poeta. Quindi al giorno d’oggi, il poeta, si sentirà parimenti un escluso (anche per scelta più o meno drammatica). Forse ciò che manca attualmente sono forti personalità editoriali decise a trovare e promuovere i veri poeti (mentre ci sono buoni critici), inoltre abbondano opportunità di diffondere falsa poesia, connessa spesso al tragico narcisismo imperante.

2)     Scrivere poesia è da pazzi. Dicono non abbia mercato/futuro. Cosa ti spinge a scrivere poesia nonostante la si cerchi di sminuire?

Non credo che il poeta si ponga il problema del mercato, mentre se lo pone sicuramente chi fa il poeta. Non conosco molti poeti che si siano arricchiti in vita, e pochi sono anche coloro che abbiano avuto il giusto riconoscimento da vivi. Il poeta è la sua poesia, il resto è marketing.

3)     Diceva un famoso poeta che il peggior nemico di un poeta è un poeta. Cosa ne dici di questa affermazione?

Rimango sulla mia idea che sia necessario distinguere tra i sedicenti poeti e i Poeti. Chi è Poesia difficilmente sarà nemico di qualcuno, soprattutto di chi sia poeta come lui.

4)     Come ti sei sentita quando ti hanno definita ”poeta”. Chi è in definitiva un poeta?

Nessuno mi ha mai definito così. Il poeta è un veggente, qualcuno che veleggia nello spirito, spesso nell’oscurità, e smembra la realtà in percezioni inconcepibili agli altri.

5)     Tanti dicono che scrivere poesia sia molto più semplice che scrivere un romanzo. Vorrei leggere un tuo parere.

Io scrivo entrambi ed è esattamente il contrario: ripeto, la poesia, quella vera, richiede una sublimazione nella sofferenza di cui il romanzo non ha nessun bisogno. Il poeta rischia se stesso, il romanziere difficilmente.

6)     Ti danno l’opportunità di salvare tre libri di poesia e di gettarne altri tre giù dalla torre. Chi sceglieresti e perché?

Salverei Alcools, Quarta dimensione, Myricae, ma solo perché sono i primi tre che mi sono passati per la mente: abbatterei la torre e li salverei tutti.

5) Hai qualche autore/poeta conosciuto virtualmente e non ancora ”conosciuto” al grande pubblico” che consiglieresti ai lettori? E se si, perché?

No, direi di no.

8)     Cosa non sopporti di alcuni poeti o pseudo tali che leggi nei social?

Che non sono poeti.

9)     Come vedi il tuo futuro di scrittrice? Poesia, narrativa o tutte e due le cose?

Tutte e due le cose.

10)  Ti danno l’opportunità di uscire a cena con un poeta del passato o del presente, oppure con due o tre noti poeti. Chi sceglieresti e perché?

William Blake, Antonin Artaud, Charles Baudelaire: mi affascinano le loro personalità.

E’ nebbia o mancanza di colori?
Arranco in una fitta foresta
spinata
manca il sole
o la mia vista
un pizzico di calore
il peso domanda
la fine del dolore
mi imbevo di incanto
senza salvezza
ancora un attimo dio gioia
solo un istante di stupore


Se a confonderti sono le strade rette
che compivi certa
una mano di acciaio
preme le tempie
insabbia lo sguardo
sui balconi senza stagioni
le finestre segregate
i lamenti del grigio selciato
dietro l’angolo altri supplizi
cunicoli anneriti
fra risa di denti putridi
oscena sfiorarsi
il pensiero annaspa
lo spirito indietreggia
un infestato ansare
eppure sarebbe bastato il soffio
di una gola amata

RINGRAZIAMO FRANCESCA PER IL BELLISSO INEDITO CHE HA DEDICATO ALLA DANTE ALIGHIERI DI COPENAGHEN

E IL NOSTRO POETA PABLO PAOLO PERETTI PER LA SELEZIONE DI POESIE E POETI CHE CI REGALA OGNI VOLTA.

 

NON PERDETEVI IL PROSSIMO ARTICOLO DI PABLO: RESTATE IN CONTATTO.

SEGUITE QUI LA RUBRICA

Scarica qui Sensi  il file pdf con la poesia di Francesca Ricchi

Biografia

Francesca Ricchi è nata a Bologna il 31/12/1971, vive a Roma. E’ laureata in giurisprudenza con indirizzo in criminologia. Ha pubblicato la raccolta di racconti Soli di notte (2000), di cui il racconto Domani è stato tradotto in spagnolo e distribuito in America Latina. I racconti: Io e musica (2001) e Educazione universitaria(2002); il poema Estranei (Sonzogno, 2001); il romanzo per ragazzi XTrappola – Pirati Anime (2015); la raccolta poetica Aculei (Controluna, 2018).

Solstizio d’inverno
Infuriavano voci e sussurri
come ghiaccioli di tramontana
di un nuovo nato
fra le onde dei geli
Accorrevano da ogni solitudine
a crepare i ghiacci
con impronte audaci
fino a che le fessure
fatali
non si aprirono in tutte le guance
a vedere che l’unico nato
dopo eternità di gocce velate
altro non era
che una statua
assiderata
Non aveva gemiti
né cuore
seducente statuina
divina pattinatrice
glaciale
a perdita di brivido
oltre qualsiasi
speranza
Pattinò per secoli
e ancora millenni
nel sogno polare del manto di stelle
cieche di bianco
e indomite trasparenze
lunari
incatenate chine
da un tale sortilegio
di piroette e mistero
A nessuno importava
in fondo
del suo buco
sentimentale
intirizzito e antico
bastava viaggiasse
e pattinasse
deliziando al passaggio
qualsiasi cuore
sperduto

Scivolando fino ai fascini di storditi orizzonti
la statuina un’alba
incontrò un lago
di così artica luce
da trafiggerle un occhio
che non possedeva
se mai avesse conosciuto
l’attrazione
niente fin dentro ai sospiri
innevati
del fiocco perfetto
l’avrebbe così tenacemente sedotta
se non quel lago
o placca congelata
sull’anima
che per lei era enigma

Rapita come un Dio dalla sua creazione
si tuffò nella scintillante
certezza
e volteggiò sulla dura
sicurezza
sulla liscia carezza
nessuna malia al mondo
l’aveva mai così sostenuta
fino all’anelito primordiale
che lei non sapeva
quanto potesse travolgere in un nome
passione

Qualcosa accadeva e il ghiaccio
ossessione
e ricambiato
amore
si scioglieva
come mai aveva osato
tradire
qualcosa di rosso
brillava di sotto
la statuina senza occhi
si trovò a osservare
strega e tortura
divorata da un desiderio
che non l’aveva mai nemmeno
rabbrividita

Un cristallo di fiamma
di fiati e candori
di ciglia
si scostò dal gelo
e incandescente
la toccò
dilaniandola di intrighi
e scoperte
ma o lui si spegneva
o lei si bruciava
fuggì il simulacro
in un angolo del lago
a ricomporsi dei nastri
polari
ma la mancanza inceneriva
più ancora del fuoco
e la spinta a tornare
crepitava
come foglie nel vento del sud

Un’estrema
flessuosa scivolata
fino al buco
sciolto nelle lave delle viscere
di terra o di carne
non ci fu nulla da lottare
le arse un piede
e nelle urla di dolore
il piacere
di amare

Non tornò al vortice
per lunghi tempi
senza un piede
ma ripagata di
quel cristallino sentire
disciolto
in lei
fino a tramortire
che però improvviso si estinse
rattrappì
e una nuova fame la investì

La divina anche zoppa
era pattini di cigno
e in una sterminata
avvinghiata
piroetta arcobaleno
atterrò sul buco
e una bocca così accesa
l’accolse
che in un bacio solo
di ghiaccio e fuoco
le risucchiò
una gamba intera

Avrebbe pattinato anche senza
il corpo intatto
ma il bisogno dilaniò
ardente
e l’immaginazione al posto dell’assenza
questa volta fallì molto
più in fretta
L’ultima danza
fu una lacrima di lastra
e una scelta inderogabile
di libertà
regalò l’altra gamba
all’incendio di due braccia
che in delirio di secondo
la cinsero
fino a squagliarne
perfino il busto conturbante
Restò ultimo il sorriso
come zanne avorio e aurore
abbarbicato a un pilastro di cristalli
splendenti

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA SARDEGNA

Incontriamo la musicista scrittrice Anna Steri.

Artista molto particolare e amata dal web. Entriamo nel suo magico e colorato mondo. Dalla Sardegna una voce forte e bella.

 

INTERVISTA :

1)Hai conseguito il diploma di clavicembalo al conservatorio di Cagliari e sei anche una poetessa speciale; dolce e dura allo stesso tempo. Quanto ti ha influenzato la musica nel tuo processo creativo? E in quale maniera?

R: Ho iniziato a 9 anni il mio percorso musicale e letterario. Credo che la musica abbia influenzato notevolmente sulla mia scrittura. Dopo aver concluso una poesia o una pagina di un romanzo, leggo sempre a voce alta più e più volte e tutto deve suonare bene alle mie orecchie, e quando capita che non sia così, allora cambio parole, talvolt ane invento per il solo fatto che mi piace il suono di quelle sillabe unite, altre volte scrivo magari un vocabolo di cui non conosco a perfezione il significato, perché ”suona bene”, poi controllo se la scelta è stata giusta, o piuttosto dettata dall’istinto. Il mio amico più fedele è il dizionario dei sinonimi.

2) Cosa significa ai giorni nostri essere poeti? Quale messaggio valido puo’ dare la poesia?

R) E’ difficilissimo, complicato. Perché un poeta genuino, onesto è poeta soprattutto nella vita,non soltanto nella carta. E in un mondo come il nostro, questo presente che ci vuole veloci, talvolta superficiali (credo per evitare sofferenze), non pensanti, un poeta trova difficiltà anche ad uscire di casa. Un animo profondo, una sensibilità estrema , un cuore impavido nell’esternare emozioni e visioni, è certo che non avrà vita facile in questa epoca.

3) Chi, secondo te, legge poesia?

R)Al giorno d’oggi credo che si scriva di più di quando realmente non si legga, non ci si documenti su chi, altri prima di te, hanno creato bellezza vera, non semplici frasi con rime ”sole amore cuore”. La Poesia, così come la vivo io è un lavoro certosino. Mi sento una contadina della terra, una artigiana della parola, continuo nella lavorazione di questo gioiello, nella scelta dei vocaboli, nello studio dei più grandi poeti, ma anche di nuovi, moderni molto capaci. Legge poesia chi crede ancora nel sogno, nel risveglio delle coscienze, nella pace, nella fratellanza dei popoli, nella bellezza in ogni cosa.

4) Devono ricordarti. Come vorresti essere ricordata: come poetessa, musicista o scrittrice… o non ti interessa essere ricordata?

R)Conduco una vita molto riservata, esco pochissimo, non frequento locali, non amo la folla, fuggo dalla confusione. Questo per dire che non vado alla ricerca della fama. Che scrivo non per ricevere onori (credo sia stata pura fortuna l’aver vinto, nel 2017, il Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini; forse con una giuria differente o un’altra opera presentata al concorso magari non sarei stata considerata per nulla) , ma per lavoro. So fare soltanto questo scrivere e fare musica, e ci devo guadagnare. Creo per vivere; anche io come tutti, ho dei bisogni primari quali mangiare, pagare un affitto, bollette, spese per la salute. Il riconoscimento mi fa piacere, non lo nego, ma soltanto se fa parte di una condivisione sincera, intendo condivisione di pensiero. E’ consolatorio sapere che altri, come te, desiderano rendere questo mondo più umano e sensibile.

5) La poesia ai tempi di internet. Qual è la tua opinione?

R) Credo che se qualcosa possa rivelarsi utile a documentarsi maggiormente, ad incuriosire, a farsi confronto con tanti piuttosto che soltanto con se stessi in un universo solitario, perché no?

6) Tre libri di poesia che hai letto da riproporre ai lettori e perché… e tre da rinnegare e perché?

R) La Poesia è una scelta molto personale. Si tratta di scegliere un abito, di indossarlo, poi uscire di casa e mostrarlo a tutti. Non ho libri da ocnsigliare e tanto meno da rinnegare.

7) L’amicizia tra i poeti è una cosa rara e quasi impossibile. Scriveva Rimbaud ”Il peggior nemico di un poeta è un poeta”. Cosa ne pensi?

R) Non ho amici. Quelli adolescenziali hanno preso strade differenti dalla mia, sia a livello umano che intellettuale. Sono sola, ma non sofferente. La solitudine mi serve; è da sola, sola con me stessa (l’unica amica che possiedo e che mi perdona molte cose amandomi così come sono), che posso creare. Non conosco poeti coi quali poter aver rapporti di amicizia, né amorosi.

8) Cosa rende una poesia ”poesia” e non un insieme di bei pensierini?

R) Bella domanda. La risposta è l’onestà intellettuale, sentimentale, emozionale. Non scrivereper avere consenso, ma per urlare il proprio disagio, la propria sofferenza, la propria gioia, la propria libertà, il proprio coraggio.

9) Qual è il peggior nemico della poesia?

R) L’apatia d’animo. La superficialità. La bandiera bianca sventolata alla Vita. La resa.

10) Ti chiedono di uscire a cena con uno o più poeti viventi oppure qualcuno che ci ha già lasciato…Con chi usciresti e perché?

R) Non accetterei nessun invito. Non amo gli inviti a cena. Mi sono sempre trovata in imbarazzo nei ristoranti. Trovo che stare seduti a un tavolo presuma grande confidenza, intimità. Riesco a mangiare soltanto davanti a mia madre, a parenti che ben ho frequentato. A coloro che sono stati i miei amanti, appena conosciuti, quando scattava il fatidico invito, ho sempre risposto ”Una cena è come amplesso, mi crea la stessa apprensione. Difficilmente mi viene bene alprimo incontro. Meglio fare sesso prima, e poi, liberati da quel senso di ansia da prestazione, stare seduti vicini a scegliere il cibo, un buon vino, guardarsi negli occhi, parlare sottovoce, tenersi la mano in un intreccio di dita consolatorio e tenero”. Ma starei volentieri su una panchina, in un parco deserto, in un autunno malinconico, con foglie rosse e gialle sulla terra nuda.

Anna Steri (Villacidro 1967), musicista e scrittrice. Diplomata in Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di Sassari e in Clavicembalo al Conservatorio di Cagliari. Ha pubblicato l’album per voce e piano Figlia di un Do maggiore, 2014; tra le sue pubblicazioni Il romanzo breve L’ultima estate (Il Grappolo, 2004); il romanzo breve L’incontro (Edizioni Creativa, 2007); il romanzo per ragazzi Danny Arnott-Il sopravvissuto (Edizioni Creativa, 2007); il romanzo Terra mare (Edizioni Creativa, 2011); il romanzo breve Dulcis Jesu (Edizioni Creativa, 2013); Nel 2015 ha pubblicato Versi e autoscatti, raccolta di poesie e autoscatti in bianco e nero per Riccardo Condò Edizioni.

POESIA DI ANNA STERI:

Mia madre
ora
in vecchiaia
mi permette di entrare nel suo giardino.
Mi seleziona i fiori
in un percorso definito.
Non mi accompagna per
un antico orgoglio
ma da lontano
mi benedice.
Sono tornata ad essere una figlia.
A.S.

 ___

Assopita nel tuo ventre
fluttuante nel silenzio
in attesa
come te.
Tu d’utero
io d’animo.
Non ho memoria di echi tuoi
dalla tua aria alla mia acqua.
Ero sola anche allora
già prigioniera di te
con catena ombelicale
cibo e schiavitù
mischiati in un sol nutrimento.
A.S.

__

L’infelicità mi serve.
E’ l’inchiostro della penna con la quale scrivo.

A.S.

Ti amo nel silenzio delle cose
nell’ombra che s’allunga
nelle ciglia sospese.
Nel respiro che lasci andare
nell’angolo del cuore che trattieni
nell’orgasmo dell’anima tua e mia
quando s’accorciano le distanze.
E nel tuo nome che pronuncio
tra terra e il cielo
che semino e che raccolgo
non soltanto in primavera .
A.S.

___

Non ti amo di meno nella stanchezza
nell’assenza delle cose
nel riverbero silenzioso dell’io che talvolta non riconosco.
Non ti amo di meno quando canto
e sembra ch’io non ascolti che l’Arte
che mi distrae dal quotidiano incerto
che mi solleva dalla miseria del mangiare e del dormire.
Non ti amo di meno quando mi allontano
poiché la mia solitudine mi serve.
sembra tolga invece aggiunge.
sul finire della sera
mi ricordo di te più che mai
poiché tutto si è concluso.
Tutto è stato dato.
Consumato. Accolto.
E tra la notte e l’indomani
Te solo hai presenza e attesa.
A.S.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA CALABRIA : INCONTRO CON PASQUALE ALLEGRO

1) I tuoi maestri. La tua ispirazione. Che libri consiglieresti a quelli che si avvicinano alla poesia?

I miei maestri dici… Io mi sono innamorato della poesia dopo essere passato dalla lettura degli aforismi – il fascino dietro poche parole che significavano un mondo – che spulciavo sulle riviste di cruciverba in casa di mio nonno, ai libri che prendevo in lettura dalla biblioteca della scuola, primo fra tutti I fiori del male di Baudelaire – ricordo ancora la raccomandazione della professoressa perché non mi lasciassi influenzare –, da lì mi sono avvicinato al Simbolismo francese, la realtà desideravo intuirla con la poesia di Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. Poi con la maturità ho approfondito poesia più vicina al nostro tempo, Vittorio Sereni, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Armanda Guiducci, Maria Luisa Spaziani, folgorato dalla Szymborska, oggi rapito dalle parole delicate e scalfenti di Pierluigi Cappello. E tanti altri, maestri vecchi e nuovi, in mezzo a questo percorso di eterno apprendimento. Consiglierei a coloro i quali desiderano avvicinarsi alla poesia un loro contemporaneo, così per non sentire il firmamento o l’inferno che si canta come qualcosa di troppo distante, che so, Azzurro elementare di Cappello o Le cavie di Magrelli, per offrire loro una finestra familiare da cui osservare il mondo.

2) Cosa significa essere poeta e la poesia per te?

Cosa sia la poesia, è qualcosa che mi domando da sempre. E vuoi vedere che la poesia non è altro che questo interrogarsi? Là dove la filosofia alza le mani in segno di resa perché deve dispiegare il concetto e arranca nello smacco della speculazione, la poesia entra in punta di piedi, si trastulla con lo sgomento, è un po’ il suo gioco, riportare il mondo a uno stato di meraviglia, per farne quello che l’esperienza e la vita faticano a elaborare, percependo su un altro piano le ferite, le gioie, i ricordi restituendone bellezza. Un percorso di svelamento.

Essere un poeta è trattenere questo segreto, il fatto che un verso minuscolo possa rimandare a un intreccio universale, proprio come il baco che dà il titolo alla mia raccolta, esserino fragile che custodisce il segreto della seta. E comunque hai formulato bene la domanda, presuppone che poeta si è e non lo si faccia, ci si scopre di non essere perfetti, non si conoscono i nomi delle cose ma si conoscono le parole per definirle: il poeta vive poeticamente questo mondo ma non gli appartiene, il suo mondo dipende dalle sue parole.

3) Cosa ne pensi dei quasi 4 milioni di poeti italiani che scrivono poesia e si sentono poeti arrivati non aspettando il giudizio di esperti e critici di tale arte?

Si continua a scrivere tanta poesia, ma c’è un equivoco di fondo, si è creata confusione tra brevità e poesia, tra il semplice verseggiare e andare a capo e poesia, e tutti la temono (si legge poco e ha un mercato, tolti i grossi nomi e i classici, pressoché inesistente) ma tutti vi si prestono. È un paradosso.

L’avvento dei social e della brevità dei post e del citazionismo a buon mercato ha poi portato all’esasperazione questo percorso, in qualche modo la poesia è diventata strumento per riportare equilibrio – e questo ha anche una certa logica, giustizia è fatta – tra scrittori e non scrittori, entrambe le categorie possono così parlare d’amore, senza alcuna differenza tra chi crea e chi fabbrica. E in mancanza di un passaggio critico e in nome di una tanto sventagliata libertà di pensiero si è arrivati allo spreco di pubblicazioni. Credo comunque che su ognuno di queste ci sia impressa una data di scadenza, forse a caratteri piccoli ma c’è, in quanto prodotti, con il peso di tutte le illusioni addosso. Perché passare al vaglio di una critica seria significa superare la notte.

4) La poesia è stata rivalutata o è ancora una lettura d’élite; solo per pochi?

Nonostante il paradosso di cui ti ho accennato prima, sviluppo dei social uguale a post poetici a tutto spiano, la poesia rimane un luogo attraversato da tutti ma accessibile a pochi, d’altronde la vera poesia è una sosta nell’ombra, un rifugio per pochi, il posto delle fragole in cui resiste il prodigio della bellezza pura, ma in uno schianto. Comprendi allora che c’è bisogno di eroi, soprattutto oggi che c’è tanto bisogno di bellezza, di movimenti di rottura qual è la poesia, perché essa ti dice fermati e approfondisci questa metafora, regalati questa immagine e si allargherà intorno alla tua mente, crea ponti con un mondo che hai dentro. Oggi la poesia serve anche per restare umani, perché ripariamo nella lentezza della composizione, nell’empatia delle sensazioni, nell’umano levigare artistico, la poesia è dello scultore non di chi monta i pezzi dei sentimenti come con un comodino dell’Ikea. La poesia è uno scavo non è un nostro dettaglio allo specchio.

5) Hai qualche poeta dei social (tipo FB) che ti ha in qualche maniera influenzato, piaciuto e che hai acquistato? Perché?

I social mi hanno offerto la possibilità di conoscere tanti autori interessanti e diverse realtà della critica e dell’editoria, sono luoghi fondamentali per attingere alla conoscenza immediata e filtrata – in qualche modo gli algoritmi ci aiutano – del nostro mondo di riferimento. Ho conosciuto la casa editrice Controluna con cui ho pubblicato, alla quale sono arrivato tramite Michele Caccamo (l’editore, importante poeta contemporaneo) e la sua opera (La meccanica del pane, raccolta che consiglio, per la ricerca della parole, i versi estesi a mostrare la dimensione della temerarietà e della fuga), l’editor Paolo Castronuovo, la rete di autori di cui fai parte anche tu, e poi ancora i poeti Miro Gabriele, François Nédel Atèrre, Gabriele Galloni, Eleonora Rimolo e Melania Panico, narratori importanti come Crocifisso Dentello, Ivano Porpora e Gabriele Dadati, amiche ritrovate diventate nel frattempo grandi scrittrici come Nadia Terranova. Ma sono tantissimi i nomi, questi sono i primi che mi sono venuti in mente. La rete ci ha permesso di superare distanze geografiche e sociali, di essere spettatori partecipanti – un ossimoro tutto moderno.

Riguardo agli acquisti, beh io compro tanti libri, mi aggiro furtivo tra i mercatini dell’usato e faccio incetta, e ora una interminabile pila di libri ancora da leggere mi impedisce di acquistare più spesso nuove uscite. Dalle conoscenze social ricordo l’acquisto di Sorvegliato dai fantasmi di Dadati, un valido scrittore che lavora da anni nell’editoria, e che in questi racconti di amore e di solitudine (chi è che scrivendo non si trascina dentro questi spiragli?) rivela una maniera tutta sua di inscenare la felicità che si ritrae.

6) È più facile scrivere poesia o narrativa?

La voce è quella, cambia il passo e il percorso. Dopo l’esordio con il romanzo sono tornato al mio luogo di sempre, alla poesia, da dove tutto è partito, e chi ha avuto modo di leggere la narrativa di Collezioni di cielo si sarà accorto dello stesso sguardo adottato sulle persone e le cose, tutto sembra incontrarsi qui, nelle parole e nel linguaggio che dietro quello sguardo domandano di essere usati.

La poesia è un lieve interrompersi del lungo raccontare di sé che rappresenta invece la narrativa, la poesia parla per stralci, strappi e illuminazioni. Con la poesia non prendi vie di fuga, ti metti a nudo, con la narrativa mascheri, quello che desideri, nuove visioni del mondo e quello che temi, l’utopia e la distopia. Con la poesia il poeta rimane immerso nel suo destino, mostra l’anima, ma si badi bene, è pur sempre un poeta, un passaparola artistico, la poesia succede nell’arte, e allora ti dirà e non ti dirà, parlerà anche nello spazio tra le parole, in quella brevità che è tipica del verso e che lascia al lettore costruire tutto intorno. Ecco, la narrativa, soprattutto la narrazione di storie, ti può lasciare entrare nei mondi, ma la poesia può farti compiere il viaggio.

7) Il gioco della torre… tre libri da gettare e tre da salvare. Quali e perché?

Non amo lasciarmi andare a critiche impietose su quello che non mi piace, sono abbastanza conciliante, almeno pubblicamente, ma tranquillo mi presto al gioco. Ovviamente prendo in considerazione le pubblicazioni più recenti altrimenti dovrei sciorinare i vari Dostoevskij Calvino Montale Mauriac Wiesel eccetera e questa torre verrebbe giù dal troppo peso.

In caduta libera: Milk and honey, la raccolta di poesie di Rupi Kaur, nota per il successo che i suoi versi hanno riscosso su Instagram, temi delicati quali la violenza sulle donne, ma trattati con leggerezza formale spacciata per espressività empatica e distacco, e la sensazione è che il personaggio sia arrivato prima dell’opera; Dimmi che credi al destino di Luca Bianchini, abbandonato alla ventesima pagina, una romantica favola moderna sui sogni e sul destino in cui ho trovato una chiarezza di fondo che mi ha sfiancato, la storia reggeva pure, ma non sentivo occupare dentro di me la vita che andava raccontando; Senza sangue di Alessandro Baricco (e ne avrei citato un altro paio, peccato, sono cresciuto lettore di Castelli di rabbia e Oceano mare), in cui vabbè la scrittura scivola via ma l’anima del racconto si perde in un mosaico di emozioni cesellate nel punto giusto, fin troppo, anche la morte arriva al momento giusto, e poi con quella maniera tutta sua di interrogarsi e di spiegarsi che non riesce a nascondere più.

Tratti in salvo: Il cielo comincia dal basso di Sonia Serazzi, una voce poetica avvezza al racconto, una scrittura perfetta per farci accettare una cosa difettosa quale è la realtà, il Sud, c’è il sole ovunque anche nei piccoli dettagli, in un sorso di terra e in uno scorcio di cielo, aggiunge poesia qua e là in ricordi malinconici che ci costringono a tornare in dei posti che non abbiamo mai conosciuto; Folli i miei passi di Christian Bobin, romanzo dall’atmosfera sognante, il racconto di una ragazza attraverso la sua vita, dall’infanzia nel circo al suo cammino di crescita sempre in marcia verso l’essere semplicemente lei, fino a comprendere il male dentro, e il modo leggiadro di far camminare le parole di Bobin restituisce della storia un quadro sospeso appena al di sotto del cielo; Un altare per la madre di Ferdinando Camon, il racconto sublime e sofferto che l’autore fa della madre, un ricordo che il padre desidera fermare in un altare fatto di pietra e di memoria, una preghiera davanti alla morte come gesto perenne di rinascita, cura per un cuore smarrito, perché un altare è un cimelio che mantiene le promesse, non ti abbandona, è testimonianza.

8) “Il peggior nemico di un poeta è un poeta”… scriveva Rimbaud… sei d’accordo?

Non so cosa volesse dire, che forse i poeti si nutrono di un ego smisurato e la stanza è troppo piccola per contenere anche gli altri? O che solo un suo simile avrebbe potuto smascherare la sua dichiarazione di intenti e dimostrare quanto amasse guardare la vita e trovarvisi dentro nonostante la sua stagione all’inferno?

Ma so che essere poeta poteva essere la cosa peggiore come la migliore che gli potesse accadere. Una benedizione e una maledizione insieme, per chi passa i giorni a cercare di dimostrare la piccolezza della morte e non sapere a chi raccontarlo. Ecco, difficilmente il poeta detta la vita, difficilmente si abbandona a un insegnamento, si perderebbe negli altri, desidera invece procedere all’incontrario, solo perché gli va, insiste nel vivere di parole, ama cedere alla facile tentazione di rassegnarsi, per poter essere perennemente in cerca di un modo per riparare, poi perdersi e ritrovarsi ancora.

9) Cosa detesti in una poesia che leggi?

Detesto il suo camminare sul filo ambiguo della semplicità/banalità, il suo approcciarsi alla realtà a un palmo di naso, senza finzione e senza esasperare i rimandi che necessariamente dovrebbe tirare fuori, che lascia cadere l’ambiguità con calma esasperante, come per dire la foglia è la foglia è inutile che la soffi verso l’alto; d’altro canto detesto l’espressività fuori controllo dove restano impigliati il senso e l’ascolto, quella serietà solenne della ricerca, fatta di parole ricercate appunto, parole di granito ma distanti dall’energia vitale; e ancora detesto quella che decide di lottare per strada con convinzione senza nostalgia, che stringe un patto con la politica e urla slogan e non sussurra che invece la poesia è, sì, legata all’istinto della ribellione, ma dentro il destino inerme del sogno.

10) Hai l’occasione di andare a cena con un tuo poeta preferito (o più poeti) vivente oppure trapassato. Chi sceglieresti e perché?

Salvatore Quasimodo, per chiedergli, facendomi piccolo piccolo, come diamine ha fatto a scrivere Ed è subito sera, la bellezza e la potenza in quei pochi versi, pieni, senza grovigli, la felicità provvisoria accatastata ed esposta con quella voce unica che raggiunge, ovunque esso sia, il centro dell’esistenza.

A Charles Baudelaire confesserei che la prof aveva ragione, ma io non è che abbia seguito i suoi consigli, qualche paradiso artificiale ho voluto attraversarlo anch’io, e c’è stato un periodo in cui ho pure giocato a fare il dandy – non tragicamente affettato come lo era lui – e brinderemmo con le vin des amants o un cicchetto d’assenzio, oggi per me possibilmente annacquato.

E poi a Pierluigi Cappello direi che mi dispiace tanto averlo conosciuto tardi, dopo un anno dalla sua morte, e che non è giusto vedere la poesia oggi monca dei suoi giorni.

Pasquale Allegro è nato nel 1976 a Lamezia Terme. Si è laureato in filosofia con una tesi sulla scrittura di Elie Wiesel. Lavora da anni nell’editoria, scrive recensioni di libri e si occupa di cultura per diversi giornali, riviste e blog.

Alla prima edizione del Premio Letterario Dispatriati (2016), dedicato a opere il cui contenuto richiamasse i temi dell’emigrazione e dell’immigrazione, è stato premiato per le liriche “Poesie di un mare lontano” e il racconto “Sono tristi i pagliacci che ridono”.

Ha pubblicato il romanzo Collezioni di cielo (2016), Premio Muricello come “opera di grande pregio poetico e introspettivo”, e la silloge Baco da sera (2018).

Parigi

 

Di Parigi ricordo il silenzio

di biciclette per strada

quando il nero della sera

si faceva di cartapesta.

 

Scrutare le nubi

dietro i comignoli di Parigi

impregnati nel nero della sera

era un gioco di sbuffi e di tregue.

E ancora immersa dentro al silenzio

una donna raccontava di lucciole

che rubavano spazio al nero della sera

da una ringhiera di mondo che solo a Parigi.


 

La misura delle nuvole

 

Rimanere sospesi per aria

e nuove direzioni

verso cui muoversi

fino a che non s’arrende

il vento

 

e nelle notti

salire ancora

fino a che non scompare

tutto ciò che

ci circonda

 

e attendere la forma

nuova di cui vivere

lo sforzo

di catturare attimi – il cielo.

 

Nel mondo nessuno si salva

ci basti il ricordo di noi

di lunghe code come aquiloni

provenire dal mare

come lenti

sbuffi di cotone.

 

tratti da Baco da sera (Controluna – Edizioni di poesia, 2018)

Continua lontano

 

Continua lontano

quell’azzurro quel grigio

che si rotola ancora

oltre lo strappo del mare

dopo la linea

più non temere

la nave continua lontano.


 

Solo tu rimani intera

 

A volte si ritira il cielo

e il vento cattura tutto

pure il tuo sorriso

e resti sospesa tra la finestra

e il temporale

e non vinci mai.

 

Eppure solo tu rimani intera

a guardare il cielo sgattaiolare via

di vetro in vetro

in milioni di goccioline in marcia.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

A TU PER TU CON IL POETA : Intervista ad Andrea MAGNO.

1) Cosa significa essere ”un poeta”?

Salve a tutti e grazie dell’ospitalità. Essere poeta per me significa aprire finestre che altrimenti resterebbero sempre chiuse, avere il coraggio di aprirle e curiosare al di là, e magari fare in modo che altri si affaccino a queste finestre. Un nuovo orizzonte da guardare, e verso cui andare. Il poeta è colui che ci trasmette ansia, gioia, paura, consentendoci di abbracciare luoghi che nemmeno sapevamo esistessero e di diventare fantastici attori di un nuovo mondo tutto nostro, al quale nemmeno il poeta stesso aveva mai pensato.

L’idea e l’essenza della mia poesia credo stia tutta in questi miei versi:

“Capovolgendosi cielo e mare, invece di annegare imparò a volare.”

2) Parlami di come gestisci o ti gestisce la tua creatività.

La creatività è una brutta bestia (sorrido) che ti spinge a sporcare fogli e che non riesci mai a imbrigliare, o forse un poco sì. Quando le parole acquistano un senso, emozionano chi legge, è solo allora che diventano poesia. Credo ci sia una sinergia tra il gestire e essere gestiti, una disponibilità al lasciarsi andare e al cercare di governare il flusso di parole che si presenta quando meno te lo aspetti, nessuna altra possibilità, un accadimento simultaneo che non ha compromessi.

3) Trovi che la poesia sia sorpassata? Chi ha bisogno della poesia ai giorni nostri?

Spesso leggo e sento dire che la poesia è morta. Io credo che, così come era stata erroneamente profetizzata la fine dei libri cartacei in generale con l’avvento degli e-book, non solo la poesia non sia morta ma che non morirà mai finché qualcuno, anche fosse un solo uomo, la leggerà e si emozionerà. Alcuni dicono che la poesia è sorpassata perché forse dalla poesia si aspettano risposte, secondo me, invece, la poesia deve essere la domanda e anche per questo deve restare silenziosamente irrisolta.

4) Come ci si sente ad essere uno degli oltre quattro milioni di poeti o presunti tali solo in Italia?

Detto così direi che mi trovo bene e che sono in buona compagnia. Considerato però che in Italia sembra ci siano cinque milioni di lettori, dei quali quattro milioni, poeti ai quali vanno aggiunti gli scrittori in generale, mi chiedo, chi legge? Il dubbio che mi attanaglia è che forse la stragrande maggioranza di coloro che scrivono non leggano, cosa tristissima. Non è tanto il numero di poeti e scrittori, ma il numero di lettori che mi lascia perplesso.

5) C’è qualche poeta emergente che apprezzi e che invidi in maniera ”sana” e perché?

Che invidio assolutamente no, che apprezzo ben più di uno. Beatrice Orsini è una poetessa che regala versi ricchi di passione e sensualità ma anche di stralci del vivere quotidiano con le sue mille difficoltà. Emoziona a 360 gradi. Nicola Manicardi, poeta e amico, riesce, con versi a volte di una crudezza disarmante, a fotografare istantanee di attimi che ti colpiscono senza alcuna pietà e si imprimono nella mente e nell’anima indelibilmente . Entrambi hanno pubblicato la loro raccolta molto di recente.

6) Hai un libro da consigliare a chi si avvicina per la prima volta alla poesia?

Difficile consigliare un libro di poesie, escludendo il mio ultimo, ma anche quello precedente, consiglierei “50 ANNI DI BIANCA – 1964-2014” edito da Einaudi, anche se sembra difficile da reperire. Aggiungo una raccolta di Dan Fante, “GIN&GENIO” edito da WhiteFly Press, una poesia forte, senza regola, ma che ti entra dentro.

7) Come definiresti il tuo stile?

Premesso che definirsi non è cosa facile, perché un po’ autoreferenziale e supponente e che dovrebbero essere gli altri a definirci e a definire la nostra poesia, la mia la vedo semplice, scarna ed essenziale, una lettura comoda. Credo fruibile a molti, una poesia senza fronzoli, sintetica nei suoi pochi versi, che va dritta al dunque.

8) Quale è la differenza tra un poeta e uno scrittore di narrativa?

Lo scrittore di narrativa è un metodico, il poeta un saltimbanco, entrambi portatori di talento, ma veicolato in maniera diversa. Il primo traccia delle linee diritte su un foglio, mentre il secondo lascia delle macchie. La linea viene interpretata da tutti o quasi allo stesso modo, delle macchie ognuno ne fa quelle vuole. Che poi a scrivere poesia che ci vuole, prendi le parole e le metti in fila, senza nessuna colpa. Poi ognuno ci troverà la colpa che vuole.

9) Come gestiresti un tuo mega successo di vendita?

Ipotesi remotissima, ancora più remota visto che scrivo poesia. Non ho mai pensato a una simile eventualità anche se, forse inconsciamente, è un sogno che accarezziamo tutti in silenzio. Probabilmente mi dedicherei solo alla scrittura o comunque ad attività direttamente a essa connesse, perché scrivere è apprendere, confrontarsi, magari scontrarsi, ma comunque è un continuo crescere.

10) Hai l’occasione in un sogno, di andare a cena con un poeta famosissimo (scegli tu vivo o morto) … chi porteresti al tavolo con te e perché?

Sicuramente Pedro Salinas che leggo praticamente da “sempre”. Salinas è l’amore puro, ma carnale e reale mitizzato, una sorta di ponte tra la realtà e come vorremmo fosse l’amore, un misto di gioia, passione, carne e sangue, sempre vivo, un continuo dolore nella gioia che ci tiene vivi, una speranza mai esaudita. Aggiungo un’ultima cosa (presuntuosamente). In una recensione al mio primo libro vengono accostati alcuni miei versi a “La voce a te dovuta”, immodestamente mi inorgoglisce molto.

-“Non cercherò più / quei baci che non vuoi darmi, / e le tue carezze che erano mie, / non misurerò più il tempo, / sei andata senza ritorno / lì dove io non ci sono, / ne mai ci sarò, …” (da “Di tutto quello…”). Parole che per un attimo riportano a Pedro Salinas in “La voz a ti debida” , dove è sempre l’amore sofferto a regalarci righe intense che ci investono. (Stefania Tani su GialloeCucina) –

CAMERA CON VISTA

Sento solo la mia eco
quando grido nel vento,
ma alla fine,
non vorrò pensare
di non aver avuto tempo,
e ogni sera,
verso speranze
nel mio bicchiere,
adesso le bevo con te,
non annegano più inesorabilmente,
metto in fila parole,
costruendo ponti
per attraversare i tuoi silenzi,
da qui,
ho un posto comodo
per accarezzare la tua anima.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

------ 

PROVANDO AD ACCORCIARE DISTANZE

Padri,
vorrebbero essere madri,
ad abbracciare figli,
separati da lacrime,
sognando quelle piccole mani,
restando soli ogni sera.
Un solo rimpianto e rimorso
che è pensiero latente,
di sangue che scorre lontano,
di piccole mani cercate,
di visi bambini cresciuti,
di nomi mai detti,
di carezze mancate,
di baci non dati,
di giochi comprati a supplir mancanze,
di maglie mai viste,
di quaderni mai letti,
di sbucciature alle ginocchia,
di dolore strisciante nascosto da sorrisi,
di padri che sono stati madri,
e che mai cesseranno di esserlo.

© Andrea Magno
- da "Sotto Falso Nome" ©2014 Rupe Mutevole Edizioni

----- 
ADRIAS KOLPOS

È un mare diverso
un mare che non conosco
fatto di piccole conchiglie
sparse sulla battigia,
di trabocchi
che non sapevo cosa fossero,
di vento che soffia
a ripulire l'anima,
offesa e vilipesa
senza perdono,
di foglie perse
da rami secchi mai tagliati,
di stelle di mare
rosse come sangue,
dell'altro lato,
che se faccio un salto
ci arrivo,
di abbracci che aspettavo
a stringermi le spalle,
e di te,
che disarmi ogni paura.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

----- 
. . . A DONDOLAR PAROLE

Vuole sempre ballare
questa mia terra,
danzatrice senza pudore
raccoglie prebende,
immobile da millenni,
accarezzata e lapidata,
accartocciata su se stessa,
terra arsa colorata dal mandorlo
accoglie senza riserve,
tremando al bacio degli dei,
e io tremo con lei,
e con te,
quando mi sfiori nel profondo
con un sospiro di graffi e sorrisi,
un'onda di sentimenti contraffatti
che camminano sul filo di una nota,
scivolando sull'anima,
raccontando tutta una vita,
e continuo a dondolar parole.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

BIOGRAFIA

Siciliano dell’estremo sud. Poco più di cinquanta anni.
A volte viandante altre stanziale, scrive per diletto, contrapponendo la scrittura alla sua formazione scientifica.
Un capricorno testardo, ma mediatore. Isolano per eccellenza, in lui convivono terra, fuoco, aria e acqua, che ritroviamo nelle sue poesie, e nella descrizione della sua terra che ama visceralmente, e che, come lui ci ricorda, non si è mai fatta mancare nulla, nel bene e nel male.
Per Andrea Magno il bicchiere non è mezzo pieno o mezzo vuoto, vi se ne può sempre ancora versare.
La sua prima raccolta di poesie “Sotto falso nome” è stata pubblicata a dicembre 2014 da Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Le due anime” curata da Enrico Nascimbeni.
La seconda raccolte di poesie “Da qui ho un posto comodo” è stata pubblicata a luglio 2017 da Chiaredizioni nella collana “libero (il) pensiero”.
Nel luglio del 2016 partecipa a Caltanissetta al Festival d’Arte contemporanea ESTRAZIONE ASTRAZIONE con alcune sue poesie.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Fusioni – Un click di parole”, 40 fotografie di 32 fotografi con le sue poesie, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2016 e al CartaCarbone Festival di Treviso nell’ottobre del 2017, al quale partecipa anche come autore, e nell’agosto del 2018 alla Mediateca John Fante di Torricella Peligna.
Nel settembre del 2017 a Sirmione, partecipa al Sirmio International Poetry Festival.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Visioni – Shooting Haiku”, 32 fotografie di 8 fotografi con i suoi haiku, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2017.
Una sua poesia “Una gabbia” è stata ispirazione per un quadro dell’artista Antonio Minerba per il progetto “Atti Intimi”.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA SICILIA.

Questo mese vi propongo una bravissima scrittrice-poetessa di Ragusa.

Ho letto quasi tutti i suoi libri trovandoli toccanti e leggermente impregnati di dolce malinconia del ricordo.
Ancora una volta il sud ha fatto dei miracoli regalandoci questa poetessa, molto amata dalla stampa locale e nazionale con un seguito eccezionale di fans virtuali e no.

Letizia Dimartino, ci regalerà alcuni suoi versi, risponderà alla mia intervista e per chi non ancora la conosce, in allegato la sua biografia.
Seguirà nello spazio : Poesia questa conosciuta alcuni bei versi poetici di Michel Houellebecq.
Buona lettura.

Pablo Paolo Peretti – Copenhagen

Intervista lampo a Letizia Dimartino

Quanto hanno influenzato la tua scrittura i posti dove hai abitato e in che modo?

I luoghi sono il tutto del mio scrivere. Le case, le stanze, le finestre, le città. Niente ci sarebbe di me nella scrittura se essi non fossero stati così predominanti. E ogni parola è un posto diverso

Hai dei momenti particolari del giorno o della notte in cui ti senti più portata a scrivere?

Un tempo succedeva spesso di notte, perché insonne a intermittenza. Ma il giorno è stato tempo anche per scrivere, fra le voci di chi mi sta intorno, di chi mi parla, raramente nel silenzio. La vita è lo scrivere… la vita e lo scrivere

Dicono che la poesia non vende. Hai un tuo parere riguardo a questo?

Non vende perché manca l’attitudine ad ascoltarla innanzitutto. Mia madre mi recitava poesie mentre mangiavo con riluttanza, mi commuovevo e la guardavo ammirata. A scuola la amai molto meno. Leggere è un atto difficile per molti, e la poesia si è sempre ritenuta “difficile”. Chi la ama la cerca, la trova. Avere un libro di poesie in borsa, stando in giro, alleggerirebbe il vivere convulso di molti

 Chi sono oggi i lettori della poesia?

Li sconosco. Pochi giovani. Pochi tutti. In ogni caso chi ha un dono dentro

Chi è il poeta che ti ha in qualche maniera influenzata e in che modo…e quale altro poeta ti ha deluso e perché?

Di sicuro Cardarelli. Molto amato. Scrivere poesia novecentesca fu il mio primo approccio, e lui mi è stato vicino. Perché parlare di chi mi ha deluso? 

Hai un tuo libro/raccolta che ti è rimasto nel cuore e perchè?

Quello di Vivian Lemarque. Mi ha tenuto compagnia per anni, in tanti momenti, in tanti vuoti, cercando risposte, trovando pienezza 

Come si distingue un vero poeta da uno che scrive solo bei pensierini?

È la banalità che fa la differenza. Solo che non la si sa sempre distinguere. La parola mediocre, il banale dei versi   

 Cosa vorresti  si dicesse dei tuoi scritti e di te un giorno?

Che sono stata autentica e diversa. E, appunto… mai banale

Hai qualche poeta conosciuto sul web che ti piace e da consigliare al pubblico virtuale? E se si, perché?

Roberto Amato, vincitore di un premio Viareggio. Poeta unico, inventore, che si distingue per i temi e per il frasario

 Hai la possibilità di andare a cena con un poeta Famoso (puoi scegliere da quelli che furono e quelli tutt’ora in vita) …chi vorresti vicino a te e perchè?

Raboni. Era un gran signore

BIOBIBLIOGRAFIA

Letizia Dimartino è nata a Messina nel 1953 e vive a Ragusa. Ha pubblicato libri di poesia, è stata ospitata in antologie e scrive per l’inserto culturale de «La Sicilia». Ha esordito nel 2001 con la raccolta di poesie Verso un mare oscuro (Ibiskos, Empoli), seguita da Differenze (Manni, Lecce 2003), Oltre (Archilibri, Comiso 2007), La voce chiama (Archilibri, Comiso 2010), Ultima stagione (Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2012). Il suo ultimo libro, Stanze con case, è uscito nel 2015 per Giuliano Ladolfi Editore. Recensioni di Ultima stagione e Stanze con case sono apparse su «La Lettura» del «Corriere della sera», «La Stampa», «La Sicilia», interviste e altri scritti sono stati pubblicati sugli inserti “Io Donna”, “Sette” e “Sicilia Style” del «Corriere», oltre che su «La Sicilia». La silloge Cose, tratta da La voce chiama, è stata pubblicata sull’«Almanacco dello Specchio 2009» (Milano, Mondadori 2010), mentre la raccolta Fino a quando esisto è inclusa in «Quadernario – Almanacco di poesia 2015», curato da Maurizio Cucchi per LietoColle. Sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste letterarie, tra cui «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia», «Poesia» (con 25 poesie, a cura di Maria Grazia Calandrone), «Almanacco del ramo d’oro», «La Mosca di Milano», «La Recherche». Racconti e poesie si trovano anche online su corriere.itrainews.itilfattoquotidiano.itaterlierpoesia.it, l’estroverso, carteggiletterari.it. collabora al quotidiano La Sicilia settimanalmente nella rubrica Asterischi. Sul Fatto Quotidiano un articolo di Antonello Caporale uscito nel maggio 2017. Nel luglio 2017 ha pubblicato “Direzione inversa” in prosa poetica.

Poesie inedite di Letizia Dimartino

Mettevo il rossetto. Credevo di vivere
Succede che stando seduta le seggiole diventano leggere. Noi pensiamo di avere ancora braccia che sospirano, giacche su spalle in bilico e scialli che cadono sulle gambe.
Era estate anni fa e mi stringevo le dita, i lacci intorno, uccelli liberi e pietre in attesa.
Le lenzuola dondolavano sui letti, il tulle intorno alle zanzare, le ossa contorte
e un sibilo umile usciva dalla bocca. Perché non eravamo, lo ripetevo stando poggiata ai tavoli, o sui cuscini. Non mi si chieda cosa scrivo.
In fondo, fra vapori e finestre, dietro vetri e giornali, in stanze e balconi, ogni cosa al suo posto, è la testa che duole. Ed il battito.
—————

E se si è stanchi ci resterà la mano nei capelli.
Io ho verruche e forfora e disforia e tu sai ridere se ancora lo so dire.
Su quel tavolo di marmo rosso poggio i gomiti. Sui letti metto
coperte imbarazzanti, apro gli armadi dove nascondo le ossa di questo corpo.
Oggi c’è nebbia – sottile. E sotto, un cielo pallidissimo.
Si sta fermi. In silenzio

————

Se dovessi pensare che in questo fuori, nel gioco di chi è spento, col vuoto e poi il grigio
– tu che prendesti le mani, il treno dove stazioni tacciono, il peso di questo bicchiere le dita sulla tavola le spalle ed il vestito sceso sulla pelle – tu, dovessi mai pensare, tu – dicevo – dove lo porteresti il corpo mio che spezzo.
( son trucioli loro, li vedi?)

————

Parlami. Questo é un marzo di nebbia. Di gocce. Forse di silenzio. Parlami, poco.

————–
Perché il mare era silenzioso e lui stava lì
quando braccia distese dicono
che si può anche non essere
in una terra che rivolta il capo
il suo, il nostro.
Noi stiamo. Fermi. Dove tutto finisce
e non esiste più il pianto

——————–

E si è fatta notte negli armadi,
sui vestiti sui mobili
con le ombre e i cristalli.
Il mare l’ho scordato
e pure il vento e il sonno
e pure le case coi balconi
stavano spalancati, ne usciva il suono.
Io ero contro il buio. Cercando
——————-

I miei capelli cadono
e gridano insieme e forse hanno un sorriso
o forse la paura li attorciglia
mio padre mi guardò in quella sera
chiedeva aiuto, io lo so, era tutto negli occhi
e io avevo ancora chiome bionde sul collo
il mio corpo si disfa piangendo
mia madre con le piaghe
il nero liquirizia della pelle.
Non parliamo più noi tre.
Noi siamo il silenzio.

—————————-

Queste mani. Hanno il bianco
il mattino, le lenzuola, la paura.
Tutto.
Hanno dita, che girano
che piangono. Queste mani.
Loro

—————

E se questo colore dorme
– le braccia
e il collo nella loro piega –
sarà un dolore, una attesa
un semplice rifiuto del mio amare
tu impara a darmi ogni piccolo
grumo di polvere. Così il tuo piede
che batte insieme a quella goccia
avrà un posto, un segno bianco
in me

———–

Le voci d’ospedale
sento il ritmo della cicala
nel grido della donna
oltre la cornetta
le nostre parole
il riso e la pena
stai immobile
leggi Pascal
con vertebre
che ci uniscono
il corpo
i giorni tuoi e miei
domenica di ottobre
città lontane, un sole
tiepido qui. Dimmi
se avremo altri giorni fermi.
Inghiotto una pillola
la tua sul comodino
e stiamo. Stiamo

——————-
Avevi un nome. Un maglione.
Ti avevo stretto le mani
era spesso giorno
e spesso notte
fra medicine e lenzuola
tacere era difficile
poi, senza sguardo,
nel vuoto di un letto
credevo di scordare
il nome, il maglione.
E me
Sono dove le porte si chiudono
e le finestre hanno vetri impolverati
sopra un cuscino sgualcito
davanti a un libro che sconosco
oggi non trovo neanche il mio cappello
la borsa dei rossetti
il labbro in ghigno di guerra
e i cassetti serrati
Avevo un amore un tempo
senza trasparenza.
Ormai dormo in inverno,
il letto e le sue stagioni.
Fu una vita, questa

___

Sono cresciuta d’acqua e di visioni
ma non fui io. Perché le strade non portano mai
lì dove il cuore ha colpi bassi
il peso sulle anche, e gli occhi fuori
le scarpe e l’erba e il cielo che già conoscemmo
noi fummo folli in un altro tempo, ricordi?
E adesso si fa buio come allora
nel sacco il pane ed il rosario
mi salutasti piano, senza la mano
ti dissi vai che poi ritorni tu
il grazie tuo il dopo mio, la strada sotto la notte
avrai dei giorni e non saranno questi
mi salutasti piano e il sonno lo dimenticasti
e tutto, poi, e tutti.

___

Mi scatti una fotografia qui, poggiata ad una porta. Ho il sole sulle spalle
fuori la via e il giorno. Mi manca il senno. Me lo dicono che sono santa e ingenua
che il tempo non passa e le bocce dei profumi brillano sulla consolle.
Sappi che invece spruzzo pensieri senza odore e le mie gonne non bastano
a riempire armadi e questa mente stanca. Non so più muovermi
non conosco il ramo e la foglia che mi porgi. Siamo lontani, in una città
che non si commuove. Qualcuno parla. Ero bambina e stavo in una stanza.
Quando i vetri sbattevano lui correva e il vento lo trascinava, io piccola guardavo
era come una fine, come perdere gli abiti e soffrire.

__
C´è un principio di vuoto
nel passo che non riconosco
una fame di muscoli
la fine di ogni cosa.
Invece stendo il braccio
nel gesto sconosciuto
le dita remote
la luce che si perde sul retro
dei palazzi, i profili neri
lo specchio che taglia
nella lama d’acciaio.
Tutto io tolgo alle labbra
la saliva, il morso, il rosso
del belletto. Tutto.
“Niente io vorrei”. E lo dico
d’un fiato. Con tremore.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DEL BELLISSIMO SUD…

François Nédel Atèrre

In questo appuntamento incontriamo un poeta amatissimo dal pubblico dei social; uno stile elegante, unico e intenso. 
François Nédel Atèrre è una delle voci più interessanti del Sud Italia.
L’ho voluto intensamente portare in terra danese, per far conoscere agli estimatori della nostra lingua e della poesia le sue composizioni, piccoli gioielli di scrittura che tanto piacciono ai lettori italiani, inglesi e anche danesi.
Fra note biografiche e intervista, alla fine potrete leggere quattro composizioni dello stesso… un regalo ai lettori di questa mia rubrica.
…E per concludere nella sezione “Poesia questa conosciuta” … leggeremo alcuni brani del grande poeta Milo de Angelis.
 
Buona Lettura.

INTERVISTA

1)   Che sensazione fa, essere “chiamato” poeta?
 
Non mi definisco mai “poeta”: non credo spetti a me riconoscere o accreditare
quello che scrivo. Posso dire cosa significhi la poesia per me, ma questa è altra cosa. Mi fa piacere, naturalmente, che i lettori mi seguano con attenzione, in qualche caso con affetto. Che apprezzino le cose che scrivo. Sono loro, in definitiva, a poter dire l’ultima parola.
 
2)   Ti devono per forza di cose chiedere qual è il tuo stile. Come lo definiresti?
 
Sono un autore -e un uomo- dell’Ottocento, credo. Le mie incursioni nella modernità consolidano, invece di smentirla, questa appartenenza. La corrente e il periodo sono ancora i miei, gli edifici, i tavoli dei caffè immersi nel fumo, i passages. Le capitali europee su fiumi o canali, due in particolare, con la veduta del periodo. Sono, credo ancora, un lirico: classico nei fondamenti, famelico del futuro. Torno alla tradizione, rinnovandola, dopo la più accanita sperimentazione.  Alcuni se ne accorgono, talvolta.
 
3)   Quando ti sei sentito poeta per la prima volta?
 
Mi sforzo di non cadere in questo pericoloso tranello: se leggo qualcosa di Rimbaud o di Auden, devo fare uno sforzo grande per continuare a proporre qualcosa di mio. Diciamo che mi faccio perdonare studiando molto, ed esercitando verso me stesso la massima severità possibile.
 
4)   Qual è il peggior nemico della poesia?
 
Il dilettantismo. La colpevole approssimazione. La negazione, per partito preso, della possibilità di farne ancora: l’ultima, credo, è la più pericolosa.
 
5)   Si legge spesso che la poesia “è morta”, che non vende e non la legge quasi nessuno. Vorrei una tua considerazione in merito.
 
Ho sperimentato, in questi anni, l’esatto contrario di questa opinione: di poesia c’è bisogno, eccome. Probabilmente bisognerebbe modificare qualcosa nelle dinamiche della sua fruizione. A chi decreta ogni giorno la morte della poesia, vorrei ricordare che nessuno degli eventi o dei reading ai quali ho preso parte
-come autore o spettatore, negli ultimi cinque anni- ha mai avuto meno di cinquanta spettatori: senza sponsor, senza conoscenze eccellenti, senza aiuti dall’alto.
 
6)   A quale poeta non vorreste mai essere paragonato (dato che purtroppo tutti fanno dei paragoni) e perché?
 
A nessuno, perché non amo i paragoni. Non mi piace l’habitus di procedere per somiglianze o associazioni forzate: ciascun autore è sempre diverso da un altro, anche se proviene da un retroterra comune. Alcuni non ammettono mai la possibile verità dei comprimari, posso comprenderlo: solo un banditore d’asta, diceva Wilde può ammirare imparzialmente e allo stesso modo tutte le scuole d’arte. A me piace, invece, riconoscere la grandezza, quando la trovo, in quelli che incontro. Non aderirvi, nutrirmene: è uno dei piaceri più sottili che conosca.
 
7)   Come si dovrebbe vendere la poesia ai giorni nostri?
 
Con attenzione, questo è sicuro: non è un prodotto come tutti gli altri. Andrebbe privata di quell’inutile alone di sacralità, ampiamente frainteso, che la danneggia irrimediabilmente.
Bisognerebbe trovarle uno spazio nella grande distribuzione, per le strade. Nelle botteghe, nelle fabbriche.
  
8)   Ci sono, solo in Italia, circa quattro milioni di poeti. Vorrei una tua personale considerazione.
 
In Italia ci sono quattro milioni o più di qualsiasi categoria professionale: di allenatori, di tributaristi, di medici; di architetti e arredatori d’interni.
Pochi sono tali per studio o capacità: da noi chiunque crede di poter fare un mestiere che non è il suo, senza possederne titoli e attitudine. È un problema tutto italiano, credo. Va preso con sense of humor, di quello corrosivo, intendo.
Se i quattro milioni di poeti, tornando a noi, cominciassero a farsi qualche domanda, ad esempio chiedersi “che cosa voglio dire?”-“come voglio dirlo?”, credo che il numero si assottiglierebbe. Considerevolmente.
In ogni caso, meglio avere alcuni milioni di poeti -il cui percorso rispetto comunque, anche quando è diverso dal mio- che inquietanti schiere di sedicenti politologi, o economisti della domenica.
 
9)   Quello che ami e vorresti fare tuo della scrittura di un poeta del web che ritieni speciale, che ami leggere, che consiglieresti a chi non lo/la conosce ancora e perché.
 
Mi piace il percorso di Sam Riviere, il suo spogliare il testo poetico di confortanti, riconoscibili topoi: difficile riportare la sua esperienza fuori dell’universo inglese contemporaneo, ma mi piacerebbe avere il suo registro, colloquiale e colto, intuitivo -abbreviazioni tipiche degli sms e delle e-mail- e complesso.
Anche Kathleen Jamie, il suo essere una sola cosa con la Natura che canta, cupa e luminosa a un tempo. Nessuno dei due fa un uso smodato del web, ma li vedo spesso citati dai frequentatori dei social, soprattutto in UK.
In Italia seguo con interesse Gabriele Galloni. E Bruno Di Pietro. E Vanina Zaccaria, e Melania Panico: percorsi differenti per linguaggio e metodo, ma poeti straordinari, tutti. Consiglierei vivamente di leggerli, sì.
  
10 – Hai  la possibilità di far resuscitare e andare a cena (bacchetta magica) con uno dei poeti che ami di più. Chi sarebbe e perché?
 
Dovrebbe essere un convito, più che una cenetta intima! Scherzo, ma neanche troppo: premesso che non avrei bisogno di resuscitarli, perché li considero più vivi di tanti automi che camminano, ci sarebbero: Rimbaud a capotavola, che contende il posto a Keats e a Shelley, Auden, Yeats, Baudelaire: Ungaretti, Saba, Luzi, Gozzano: D’annunzio (quello delle Laudi), Pascoli: la Achmatova, che adoro, Mandel’stam: Milosz e Herbert: Brodskij. Qualcun altro sul pianerottolo, ma con la porta di casa aperta.
Non lascerei nessuno in piedi, aggiungerei sedie e tavolini di fortuna. Li intratterrei tutti, direi loro: “vi ho studiato tanto, amato a lungo: adesso, per favore, ascoltate qualcosa di mio e ditemi cosa ne pensate”.
Ecco, farei così. Per lo champagne, Il Dagonet 1880 -the heavy amber coloured, indeed almost amber-scented champagne-: un doveroso omaggio alla Ballata dal carcere di Reading.
 

François Nédel Atèrre, da Mistica del quotidiano, Terra d’Ulivi Edizioni 2018

Poesie

***
Dritto negli occhi, un lampo, l’altopiano:
stoppie e ginestre tacciono, tra i monti.
Sassi rigati e vento, pioggia nuova,
frutti maturi al grembo, la radura.
 
***
Hai la perfetta geometria di un tempio,
le volte salde, tra i palazzi nuovi.
Le tue colonne bianche, dritte ai fianchi,
hanno respinto i barbari e gli incendi.
Per celle piccole, rivolte a oriente,
proteggi ancora i riccioli e la fronte
di dèi d’avorio calmi e luminosi.
Ero nel tuo recinto, nelle notti
di neve o esposto al caldo soffocante
che tiene a bada sacerdoti e ancelle.
Dei muri e dei dipinti so il colore
e le ragioni. Spesso, alla tua pietra
ho fatto nuove metope, iscrizioni
senza scalpello, con le mani nude.
 

***
Le cose ci dimenticano, è un fatto.
Ci voltano le spalle, se ne vanno.
Povero bene, il nostro tempo è andato
a riposare, come un sole stanco,
sul muschio delle pietre intorno al lago,
alla sua bocca d’acqua, luccicante,
mossa soltanto da un cavallo bianco.
Nemmeno la più piccola memoria
di noi qui avanza, quel che siamo stati
è pula al vento. Anche le insegne nuove
dicono di altri negozi, diversi
dai soliti ritrovi che avevamo
lungo la strada, finito il lavoro.
– Che dirti, se ti vedo? – Che passare
forse è più atroce ancora che finire.
 

Biografia

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terracciano) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967.
È laureato in Economia e Commercio.
La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione.

Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti.
Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.

Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni.

***
Dell’impero ignoriamo il confine,
le guarnigioni fragili, assediate
da barbari cordiali, inclini al bere.
Di decadenza abbiamo le nozioni
esauste, sprofondate nella sabbia
dei naufraghi con l’acqua nei polmoni.
Manchiamo, preoccupati di iscrizioni,
di dare ascolto a scricchiolii del legno,
rimproveri per utilizzi impropri.
Il piombo ci sta avvelenando, è in atto
un ordinato sterminio, festoso
che ignora le stoviglie e i grani ai tubi.
Una codifica nuova ci cambia
ogni mattina il viso, ma restiamo
vecchie monete col bordo rigato,
profili consumati dal passaggio
di mano in mano, e non ci sono acquisti.
 
F.N.A.

POESIA :QUESTA CONOSCIUTA

Oggi vi presento un poeta molto popolare e ancora in vita. Un giocoliere della parola, una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea, vive a Milano; classe  1951.

La poesia di Milo De Angelis è impregnata della sua esperienza di vita; una capacità grandissima di  descrivere il disagio della esistenza, il dolore dell’esserci. Una poesia, che va dritta al cuore e delle cose che ci circondano e del loro mistero esistenziale. Per chi si avvicina a questo poeta, consiglio uno dei suoi capolavori  dal titolo “Tema dell’addio”, un libro che ti rapisce grazie al suo meraviglioso descrivere il ”dolore” derivato dalla perdita di una persona cara… Veramente toccante.

Altre suepubblicazioni : Somiglianze (Guanda, 1976), Millimetri (Einaudi, 1983), Terra del viso(Mondadori, 1985), Distante un padre (Mondadori, 1989), Biografia sommaria(Mondadori, 1999), Tema dell’addio (Mondadori, 2005). Ha scritto una fiaba (La corsa dei mantelli, Guanda, 1979) e un volume di saggi (Poesia e destino, Cappelli, 1982). Ha tradotto dal francese (Baudelaire, Blanchot, Drieu La Rochelle) e dalle lingue classiche (Virgilio, Lucrezio, Antologia Palatina). Nel 2008, presso La Vita Felice, è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Nello stesso anno viene pubblicato un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi (Poesie, Oscar Mondadori). L’ultimo libro di versi è Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010).

Alcune sue poesie:

SOLTANTO
soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.

 

Viene la prima (Somiglianze, 1976)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Semifinale (Biografia sommaria, 1999)

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

 

 

 
I bastoni (Millimetri,1982)

I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.

MILO DE ANGELIS

AvatarDiPablo Paolo Peretti

SCRIVENDO E LEGGENDO POESIA.

Cari amici questo mese vi proporrò la prima  delle tantissime interviste che hanno a che fare con il tema a noi caro; la poesia.

Intervisterò quei poeti che sono ancora sconosciuti al grande pubblico, ma che hanno già chi li segue da tempo e che sono molto apprezzati nei social, con la speranza possano in qualche maniera lasciare una loro ”bellissima” traccia nel mondo poetico attuale scarso di belle penne e ricco di amatori, talvolta anche presuntuosi che sono la vera passione di chi non capisce fino in fondo questa arte. In ogni caso auguro anche a loro tanto successo…E noi, alla nostra maniera andiamo avanti. La poesia è un terreno non proprio popolare e proprio perché difficile , noi cerchiamo di rendelo meno tale, studiandola, leggendola e proponendola ai nostri giorni.

Dopo l’intervista, alcuni brani poetici di poeti già affermati. Buona lettura.

INTERVISTA CON CARLA PAOLINI:

Carla Paolini è una poetessa raffinata, vive e lavora a Cremona. Ha pubblicato diversi libri di poesia,collaborato a progetti per varie manifestazioni culturali, ha scritto narrativa e gestisce anche un blog : specchio. Ilcannocchiale.it.

Poetessa raffinatissima e d’elité, adorata da un ristretto circolo culturale e non solo, ma anche capace di prendersi in giro e ironizzare con i suoi versi.

Adorata anche dallo scrittore Aldo Busi che ha elogiato la sua poetica.

Ma lasciamo la parola alla stessa artista.

 

NEL MAGICO MONDO CI CARLA:

 1 – Chi è Carla Paolini?

Premetto di non amare le definizioni e ancor  meno le autodefinizioni, penso che siano degli steccati che ci costruiamo intorno  e nei quali ci rifugiamo nel tentativo di non disperderci nel nulla che ci circonda. Per quanto mi riguarda sono convinta che solo nella mia scrittura, inevitabilmente, si manifesti il mio modo di essere ed è lì che si può conoscermi.

2 – Quali sono le caratteristiche per fare poesia; chi può essere definito un poeta?

Potrei fare un lungo elenco di qualità intellettuali o etiche, ma non con queste avrei identificato un poeta, mancherebbe quel quid  misterioso che spesso  nemmeno chi scrive conosce o sa di avere.

Ogni tanto  succede e allora… ecco la poesia!

3 – Quali sono state le tue influenze poetiche e perché?

Sono rimasta contaminata da tutto ciò che ho letto.

Ma ho amato, fra gli altri Federico García Lorca: per la potenza immaginifica dei suoi versi; Giuseppe Ungaretti: per l’energia  della parola scagliata “come pietra”  e la scelta   sintetica; più tardi Sylvia Plat: per la forza dirompente della sua disperazione.

4- Cosa pensi del pensiero che la poesia non è “una cosa” moderna?

La poesia non c’entra niente con la modernità, anzi meno è moderna, nel senso di legata alle mode, tanto più è duratura. Come ogni altra fatica letteraria, per essere considerata tale dovrebbe avere la capacità di sprigionare una intensità germinativa  che le permetta di prolungare nel tempo l’essenza dei suoi contenuti.

5 – Quali testi poetici di un grande autore presente o passato avresti voluto scrivere tu?

Io non so scrivere versi d’amore e invidio  la straordinaria efficacia  di quelli di Pablo Neruda.

6 – Ci parli un po’ del tuo Blog? É ancora moderno averne uno, e a cosa serve secondo il tuo punto di vista?

Il mio blog era essenzialmente impostato a veicolare i miei interessi: letteratura,  cinema e musica. Ho cercato, almeno nei primi tempi, di essere sempre presente con post, spero, di buona qualità. Ultimamente dopo l’iscrizione a FB ho un po’ rallentato…Credo che  sia ancora uno strumento valido perché permette di postare contenuti  più meditati  e completi rispetto ad altri social.

7 –  Che consigli daresti a un aspirante poeta?

3 consigli: leggere, leggere di tutto, rileggere quello che ti ha stregato.

8 –  Purtroppo ti obbligano a buttare giù dalla torre due libri che non ti sono per niente piaciuti. Quali sono e perché?

Mi rifiutereii libri sono preziosi. Dai libri si impara sempre. Se sono buoni impari a scrivere bene se sono cattivi impari come non si deve scrivere.

9 –  Ci parli dei tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a una raccolta di monologhi.

10 – Con la bacchetta magica, hai la possibilità di far ritornare in vita anche chi non c’è più. Un invito a cena: quale poeta sceglieresti e perché?

Sceglierei Guido Gozzano. Per la disincantata consapevolezza dell’effimero… e  l’attrazione  per la bellezza fuggitiva della farfalla.

Carla Paolini 

Laureata in lettere con una tesi sulla retorica  per immagini nella pubblicità.

Si è dedicata per qualche anno allo studio di  tecniche per  modellare la creta, sotto la guida del maestro Carlo Fayer.

Partecipa, in collaborazione con altri artisti a progetti per varie manifestazioni culturali e a reading di poesia.

E’ stata finalista (con la silloge MODULATI modulati) e più volte segnalata al premio Lorenzo Montano – Edizioni Anterem, Verona – per la ricerca letteraria.


Ha pubblicato racconti, poesie, favole, su antologie e riviste:

le sillogi poetiche    

Impronte digitali (1993);  Diverso inverso (1995); 

UNAxUNA (1998);  Ai cancelli del flusso (2001); 

Amori diVERSI (2002);

MODULATImodulati (2004); Installazioni (2015).

 e  le raccolte di brevi prose  poetiche:   

 Prosemi (2009);  Internectasie (2011);

Translalie 2014). 


Il volume di  favole “Gli oggetti da favola

1^ edizione (2017)-2^edizione (2018)

Ha tradotto dall’inglese il Book IV- cap. I , del

Finnegans Wake “  di   James Joyce –

mai tradotto in italiano    


 e-mail :  carla.paolini@tin.it

website:  www.carlapaolini.com

La poesia di Carla Paolini sulla Rete. Biografia, opere, inediti, critica

blog:  specchio.ilcannocchiale.it

book trailer: youtube.com /INTERNECTASIE 


MONOLOGO — LA PAUSA

Dico a te
avvicinati
ho un disegno per attrarti

c’è pronta una cuccia d’erbe fiorite
ci accartocceremo
disattivati da ciò che sembrava destinato

ti aiuterò a fermare tutto
a travestirti
perché non ti riconoscano
a mutare i sensi in plasticità

galleggeremo
sulle ultime scremature di perfezione
al riparo da intenti di squilibrio

discorreremo solo
delle cose che non esistono più
nutriti
dal midollo tenero dell’assenza                              

 

                                                            

MONOLOGUE – PAUSE

Come closer
a pattern is framed
just for you

a grassy bed in bloom will shelter us
so crouched down
as to be detached
from what was meant

I’ll give you help to stop everything
to disguise yourself
beyond recognition
all senses changed into plasticity

floating
over the last skims of perfection
protected
from unbalanced issues

giving voice
to things forevermore silent
nurtured
by the tender core of the absence

CINQUANTAQUATTRO

Per dare corpo al mio pensiero
scelgo un corpo di ballo
potrò farlo danzare
inventargli acrobazie
guardarlo volteggiare sull’aria
costruirgli attrezzi che lo aiutino
a potenziare le sue intuizioni

un corpo atletico con increspature poetiche
che facciano capolino nello spettacolo
dilatandosi in bolle di trasparenza
verso il tumulto trasfigurato degli spettatori

quale coreografo è capace di tanto?

 

FIFTYFOUR

To give my thought a body
I choose a corps de ballet
I’d have it dance
excogitate acrobatic tricks
see it dancing about on the air
I’d create suitable tools to enable it
strengthen its intuitions

an athletic corps endowed with poetic ripples
hither and thither peepin’n the show
enormously increasin’n bubbles of transparency
to reach the transfigured tumult of the audience

which choreographer has this very power?

L’ opera senza nome

Inizia come un caotico sciame di scotomi scintillanti che perforano il buio.

Se cerchi di seguire la loro direzione ti disperdi, è importante che sia uno solo a darti il via. Il luminoso microfolletto guida che stuzzica e chiede sostanza.

Ora tocca te. È il gioco del fruga fruga, del dare corpo… e vai avanti all’incerta, cercando un midollo forte che tenga, rivoltando l’interno delle tasche, scucendo orli, stracciando vecchi pastrani, perquisendo,scandagliando, perché fra polvere e pieghe a volte trovi una parola solitaria che aspetta.

È sempre la prima a mancarti, quella seria, importante, che ha un grande potere. L’assoluto potere di attrarre le altre, di convogliarle verso il luogo della aggregazione dove si annusano guardinghe per sapere se possono affidarsi scambievolmente o prendere le distanze e comporsi in antagonismi che si scontrano, distribuendosi in labirinti e biforcazioni…

È indispensabile creare un favoreggiamento, una connivenza fra te e le rotte, senza perdere d’occhio l’intuizione, fare in modo che non ti sfuggano i movimenti oscillatori della reminescenza, masticare bene i reperti e le tracce, digerirli per poterli risostanziare. In fondo è tutto qui: sostanziare. Anche quando le parole non hanno voglia di stare nella tua recinzione… si agitano, mettono le ali e tentano di sfuggirti alzandosi o si interrano disperate perché non sono più di moda. Quello che vale è solo la tua capacità di tenerle in riga.

Ma attenzione, non le soffocare, non stritolarle nelle spire della razionalità, del voler far bene o del voler far bello, un po’ di conteggio è concesso, un po’ di ragioneria non guasta purché lasci una percentuale di spaccature, crepe, sbocchi in cui siano libere di infilarsi e dove solo tu hai il diritto di andare a stanarle.

Scaturirà una frenesia di raschiature, il rimescolarsi complice in cerca di un concetto chiave che non ha voglia di farsi conoscere, un’astuzia di compromissioni senza pudore, tentativi squilibrati e improvvidi fra esigenze alterne di contenersi o rivelarsi…

All’ultimo poi, che importa! Un groviglio di parole si rende conto di essere spaventosamente legato, più di tutto, a ciò da cui vorrebbe sentirsi libero. Fatica a decidere quello che gli serve e infine si chiede cosa fare di sé pretende solo un nome per esistere. È questo che tu puoi dargli: un’identità fresca che lo metta in circolazione nel mondo…

VICTORINE SI VENDICA

Dal 1863, quando il suo ritratto fu esposto al Salon  des  Refusès, Victorine* soffriva… Il freddo così nuda in quel bosco umido, i crampi che la tormentavano per essere costretta all’immobilità in una posa assurda, la fame nonostante il cibo per la colazione fosse a portata di mano.

Ma quello che più la scocciava era l’espressione invitante e soddisfatta che era costretta a sciorinare. Che noia, dover apparire orgogliosa di esporsi nuda davanti a incompetenti voyeur che col pretesto dell’arte la sbirciavano per soddisfare pulsioni inconfessabili.

Edouard l’aveva creata così. E lei aveva incominciato ad odiarlo da subito: il suo desiderio più ardente  era di trovare qualcuno che la guardasse con occhi diversi al quale poter chiedere aiuto per uscire da quella situazione incresciosa, ma i decenni passavano e quello sguardo non l’aveva ancora incontrato.

Da ragazza sana e fiorente qual era Victorine aspettava con ottimistica pazienza.
Pazie
nza, costanza,  perseveranza, persistenza… queste cosucce in nza danno buoni frutti.

Così infine, dopo tanta attesa Lui arrivò: l’avvolse nel suo sguardo giovane, pieno di ardimenti e di generosità, e capì senza bisogno di parole l’aspirazione della bella digiunatrice. Nottetempo fu ancora da lei, le diede la mano perché uscisse dal quadro senza farsi male, la sfiorò appena, abbracciandola col suo mantello e la lasciò libera di riscoprire la vita.

La stampa si occupò a lungo di questo strano evento: la misteriosa comparsa di una deturpante macchia gessosa su uno dei più ammirati capolavori della scuola impressionista francese. La vendetta di Victorine si era attuata: il quadro senza più alcun valore venne relegato nei sotterranei del Musée d’Orsey.

POESIA QUESTA CONOSCIUTA :

 Per concludere vi propongo :

 Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)  è considerato uno dei poeti più importanti del Novecento.

 Ecco alcune sue bellissime liriche.


Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

**

E poi son solo. Resta
la dolce compagnia
di luminose ingenue bugie.

**

Nel chiuso lago, solo, senza vento
La mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
La mia tristezza accendersi ancora.

**

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

**

Amico, sei lontano. E la tua vita
ha intorno a sé colori ch’io non vedo.
Ha la mia vita intorno a sé colori
che io non vedo.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
Fra gli altri animali, unica terra
La tua forma casuale quanto amai.

**

Nel sonno incerto dormo ancora un poco.
È forse giorno. Dalla strada il fischio
di un pescatore e la sua voce calda.
A lui risponde una voce assonnata.


Un caro saluto e al prossimo appuntamento.

Pablo Paolo Peretti.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

DI ME… parte prima

Ringrazio la “Dante Alighieri” di Copenhagen, di avermi dato l’opportunità di creami un piccolo ritaglio-spazio dedicato alla poesia.

… Mi presento: mi chiamo Pablo Paolo Peretti (Paolo Peretti) il Pablo aggiuntivo, è nato nel 1972 e nessuno poi mi chiamò più con il mio nome di battesimo.

Ero speaker in una radio locale molto conosciuta nel veneto, e quando mi presentai ai microfoni della stessa per leggere le notizie regionali, mi emozionai aggiungendo involontariamente la lettera B al posto della O… e da quel giorno mi porto appresso due nomi uguali ma diversi, che mi rappresentano, come rappresentano l’essere umano e le sue contraddizioni.

Il Pablo lascia libero il Paolo e viceversa; giocano assieme e vanno d’accordo, ed io li guardo divertito, come un padre che tiene d’occhio i propri pargoli.

Gianfiore, il papá di mio padre, era chiamato da tutti il “poeta”. Scriveva bene, amava la letteratura e recitare poesie o regalarle.

Conosceva a memoria tante delle stesse, e non mancava occasione per citare i suoi componimenti o quelli dei poeti classici in ogni occasione.

Mio padre odiava più che la poesia (ne era affascinato) i poeti, ritenuti perversi e senza alcuna voglia di lavorare veramente.

Fu così che sposò Elena… e mia madre, pensa un po’, era poetessa. Mia mamma lavorava sdoo e nei ritagli del suo tempo libero si dedicava con passione a scrivere versi; tantissime composizioni che ancora conservo gelosamente.

Poi si sa; la poesia (per chi non lo sapesse) è una malattia contagiosa e dei tre fratelli, quello di mezzo (io) ne venni infettato.

Scrivevo per sfogo, come quasi tutti gli adolescenti fanno, poi cominciai a capire, dopo anni e anni di lettura che i bei pensierini o metafore, non erano poesia, ma semplici esercizi per imparare a scriverla.

Cominciò un periodo di impazienza e di voglia di mettermi in gioco, accecato anche da un esagerato ego fuori luogo.

Scrivevo cose “divertenti” per due mensili nazionali che da semplice lettore mi inserirono nei loro giornali e mensilmente con i miei pareri e sciocchezzuole glamourose mi invitarono a Milano con tanto di foto …insomma il tuttologo della porta accanto… ma non era questo che volevo.

Una micro “fama” spesa in qualcosa che non era la mia essenza, non era la mia aspirazione.

Volevo sentirmi dire “bravo poeta” per i miei meriti.

Per essere riconosciuto tale e con una impertinenza e sicurezza da circo, presentai la mia prima raccolta a uno dei più importanti critici letterari italiani… il quale, con un pacca sulla spalla mi disse “E’ meglio tu cambi hobby. La poesia non è ancora entrata in questi pensierini buttati qua e là. Ti consiglio di smettere di scrivere e leggere almeno per due tre anni”… e mi regalò una lista di libri da fare mia e da leggere con calma.

Tornai da lui dopo quattro anni e mi disse, dopo avermi nuovamente letto, che ero pronto… avevo finalmente trovato il mio stile, e le mie composizioni si potevano chiamare poesie.

Un regalo bellissimo, che mi insegnò a diventare umile, a studiare ancor di più e a mettermi in discussione “sempre”.

Non mi appellai (e tutt’ora ho un certo pudore) mai più a poeta; quello me lo imposero quelli che di poesia se ne intendevano e che mi vollero nei loro libri.

Paola Calvetti scelse per ben due volte, alcune mie composizioni, per due suoi libri editi Mondadori.

Furono lette alcune mie poesie a RAI TRE.

Poi collaborai con un libro scritto a tre mani che parlava di cucina, ricette e poesia che ebbe un buon successo.

Poi uscì la mia prima raccolta in inglese italiano “Aeroporti affollati e stanche regine” “Crowded airports and tired queens” che ebbe l’anteprima e la première qui a Copenhagen e poi di seguito in Italia.

Mentre sto scrivendo questa mia presentazione, sto preparandomi psicologicamente e felicemente nel vedere nascere il mio prossimo libro “Cinque streghe danesi e un poeta” “ “Fem danske hekse og en digter” … che poi vi spiegherò a libro stampato …

Ma niente è statico a casa mia; dentro di me.

Ho terminato un’altra raccolta bilingue inglese e italiano e sto portando a termine un romanzo che sto scrivendo da due anni.

Se mi posso considerare un poeta?

Penso di si.

Ho il mio modo di vedere e scrivere le cose.

Il mio minimalismo nel descrivere i nostri tempi, emozioni, rabbie e speranze.

Parlo la lingua del tempo che mi appartiene, in maniera semplice che non significa banale.

La semplicità e la facoltà di essere letto e capito da tutti è il mio “modus operandi”.

Sono figlio del tempo che vivo, non potrei mai, fare dei paragoni con quello che è già stato scritto; erano anche altri tempi e situazioni.

I miei versi nascono spontanei, quasi sempre mentre cucino.

La cucina è il mio studio, il mio posto preferito per scrivere, mentre con occhio attento controllo i tempi di cottura di quello che sta cucinando sul fuoco.

Le mie passioni, vanno di pari passo.

Anche il lavare i piatti a mano mi porta a meditare, entrare in trance e pensare a cosa scrivere dopo.

Anche il mio letto diventa fonte di ispirazione.

Film, libri, documentari … tutto per entrare comodamente sdraiato in mondi ancora da scoprire, cose e situazioni da fare mie e che non conoscevo.

La mia ammirazione verso chi è bravo nello scrivere versi o in generale per chi sa emozionarmi con la scrittura, è anche un incoraggiamento per migliorarmi.

Adoro leggere bei componimenti, e oltre ai miei “esperimenti poetici” , vi proporrò anche dei poeti italiani che sono eccezionali e che hanno un bisogno esagerato di essere compresi e letti anche da voi che adorate le belle parole.

Scrive di me Maria Pinna , scrittrice e critico letterario:

“…Ritmo semplice e disincantato insieme, efficace, di immediata assimilazione, vagolante infiniti dalla sfumatura nostalgica e ribelle.

La poesia di Pablo Paolo Peretti colpisce per i versi freschi e senza orpelli, per la lettura universalmente intimistica della vita. L’autore ha infatti la capacità di universalizzare sensazioni individuali proprie del sé, trasceso ad hoc, attraverso un linguaggio visivo , ricco di particolari veicolanti un senso che va comunque oltre la materia per esprimere l’idea della persistenza della caducità, del dolore e del colore vitale insieme, attraverso un sapiente gioco di contrasti e disillusioni” .

Alla prossima puntata 

ppp

AvatarDiPablo Paolo Peretti

DI ME… parte seconda

“Ci sono momenti particolari per scrivere?”

E’ la solita frase che mi viene rivolta .

Direi di no.

La creatività è una gran brutta bestia.

Inutile cercarla, arriva quando vuole lei, così da sempre; come una vecchia diva dei film di Hollywood; spietata, bella e pronta a dettarti quello che devi scrivere.

Noi scrittori, si diventa dei tramite, dei medium,  consapevoli del nostro dono di recepire  storie e componimenti poetici che arriveranno al momento opportuno.

La nostra esistenza è una sala d’attesa.

Con grande pazienza, si attende il giusto treno da prendere… e si parte di conseguenza.

Il nostro grande bagaglio a mano è una penna, che con il tempo si è trasformata in computer (non per tutti).

Mi sono alzato in tante notti strane, con il desiderio di scrivere quello che un sogno mi dettava.

Nei tempi passati, ho perso tantissime (a mio avviso) belle composizioni, solo perché sprovvisto di blocco notes vicino a me e voglia di accendere la luce.

Ora, annotare il messaggio captato nel dormiveglia,  è diventato una prassi che segue il momento dell’accadimento.

La mia agenda è sempre sul mio comodino; grande guerriera, e pronta ad attacchi notturni, dove con un fucile a forma di penna biro difendo le pagine bianche scrivendoci sopra.

La cucina poi, è il mio scoglio dove le attese (tempi morti) dei piatti che sto cucinando li dedico al pensare… o a far si che una botta creativa mi svegli i sensi già addormentati tra le pentole che borbottano.

Tante belle cose sono nate tra i profumi di piatti da presentare .

Il gusto, il tatto, l’olfatto, insomma  tutti i sensi si sono adoperati per creare risultati di piatti riusciti e poesie d’accompagnamento.

Poi è nato l’amore per la traduzione.

Il leggere alcuni miei versi in un’altra lingua cominciava a piacermi.

Il gusto quello mio e del traduttore di interpretare e mettere per iscritto una metafora in un’altra lingua… mamma mia quanto dolore rinunciare alla bellezza e ricchezza di vocaboli che la lingua italiana aveva e ha come alternativa a  lingue veloci, scarne… poi nasceva la composizione con altri suoni, con una interpretazione che voleva dire la stessa cosa… una poesia perfetta nella sua nuova lingua.

Finora ho composto due libri  con traduzione a fianco “Crowded airports and tired queens” “Aeroporti affollati e stanche regine” inglese-italiano e “Fem danske hekse og en digter” “Cinque streghe danesi e un poeta” danese-italiano.

Ne parleremo nel corso di altri appuntamenti.

La mia passione è la poesia del 900 e contemporanea… sono stato molto influenzato da poeti e poetesse anglosassoni e anche danesi.

Nel corso dei prossimi appuntamenti si leggerà qualcosa riguardo i grandi del passato e i grandi che tutt’ora “fanno” poesia e non sono ancora conosciuti al grande pubblico.

Ci saranno interviste, letture di pezzi, curiosità riguardanti questa meravigliosa arte.

Chiudo questo mio monologo , giusto per presentare a voi che leggete, l’autore di questa rubrica della “Società Dante Alighieri” di Copenhagen: il ppp poeta.

Un bravo critico mi ha così definito : Dr. M.A. Pinna

“Quelli di Peretti sono versi che raccontano momenti, come frammenti di un romanzo, e pur nell’elaborazione di temi personali, non scadono mai nel patetico perché la forza delle immagini vive riesce a contrastare il lato sentimentale delle sue poesie.

Attraverso il libero esercizio delle associazioni mentali, delle immagini in libertà, senza retoriche ed eccessive preoccupazioni formali, attraverso il libero gioco della parola che scorre a dispetto dei fanatici, Peretti fa poesia.

Ritmo semplice e disincantato insieme, efficace, di immediata assimilazione, vagolante infiniti dalla sfumatura nostalgica e ribelle. Capacità di universalizzare sensazioni individuali proprie del sé, trasceso ad hoc , attraverso un linguaggio visivo, ricco di particolari veicolanti un senso che va comunque oltre la materia per esprimere l’idea della persistenza della caducità, del dolore e del colore vitale insieme, attraverso un sapiente gioco di contrasti e illusioni.