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200 ANNI E NON SENTIRLI: L’INFINITO DI LEOPARDI E IL SEGRETO DELLA SUA FAMA

Recanatese, classe 1798, il suo è il mare letterario nel quale più dolcemente è facile naufragare… Avete capito di chi sto parlando? Ma certo, è proprio lui, Giacomo Leopardi! E proprio in questo 2019 appena cominciato ricorrono i duecento anni dalla stesura di una tra le sue poesie più celebri e suggestive: l’Infinito.

 

Parte del ciclo degli Idilli, insieme a La sera del dì di festa, ad Alla luna, a Il sogno e a La vita solitaria (componimenti concepiti negli anni 1819-21, ma pubblicati per la prima volta solo nel 1825 e poi, nuovamente, sei anni più tardi nell’edizione fiorentina dei Canti), l’Infinito è anche uno tra i testi poetici più studiati a scuola e conosciuti di tutto il patrimonio letterario nostrano… tanto che ancora oggi sentiamo l’esigenza di ascoltarlo, di scriverne e di parlarne! Già, ma perché? Perché ci affascina così tanto e a cosa si deve quella fama plurisecolare che gli ha permesso di resistere ai pericolosi colpi del tempo e delle mode?
I segreti, in realtà (se di “segreti” davvero si può parlare!), sono più di uno: innanzitutto, come per tutti i prodotti della mente umana presenti e passati, ciò che resta più impresso e che fa subito presa sul vasto pubblico non è tanto l’oggetto in sé, quanto la personalità che l’ha prodotto. Mi spiego: è più facile scolpire in mente un Giacomo Leopardi (spirito irrequieto/profondo/sensibile, ma prigioniero di un corpo fragile e incapace di stare al passo con un intelletto invece straordinariamente dotato) o un A Silvia? Forse nel caso di un “big” della letteratura come Leopardi la risposta non è così semplice da formulare, ma al “personaggio-Leopardi” sicuramente si deve una buona parte del suo successo (anche e soprattutto postumo), tanto che il grande schermo si è speso parecchio in questo senso ricostruendone più volte la biografia! Un buon ritratto, parzialmente riabilitante rispetto alla figura canonica (ma imprecisa!) del pessimistico “cantore dell’umana tristezza”, ci viene, ad esempio, offerta in tempi più o meno recenti sul grande schermo da Mario Martone attraverso Il giovane favoloso, film (da non perdere!) del 2014 che vede protagonista un Elio Germano decisamente calato nella parte. O ancora, ciò che ha contribuito (e che tutt’oggi contribuisce) alla notorietà del componimento è, naturalmente, l’insieme delle parole impiegate dall’autore, quello che in gergo tecnico si chiama “lessico”. I termini più ricorrenti, infatti, rimandano al “vago” e all’“indefinito”, concetti che più di altri sono, infatti, capaci di solleticare la nostra immaginazione e che sono, dunque, destinati a imprimersi più facilmente nella nostra memoria. Non dobbiamo scordare che la poesia e il canto nella notte dei tempi sono entrambi nati con l’accompagnamento della musica e proprio come quando ascoltiamo una canzone, non è tanto ciò che viene descritto o rappresentato ad avvicinarci, quanto le sensazioni e le emozioni che, dentro di noi, hanno fatto vibrare le corde giuste, attraverso i suoni e le parole impiegati! Insomma, per dirla con Leopardi e con il suo Zibaldone di pensieri, è facile sentirsi vicini all’io poetico tratteggiato dall’Infinito perché qualunque “anima s’immagina quello che non vede […] e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s’estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”

Se volete testare sul campo quanto appena esposto e ascoltare il componimento recitato da un esponente importante del teatro italiano (cioè niente meno che Vittorio Gassman!) cliccate sul link https://bit.ly/1PS3PO  e lasciatevi trasportare dalla magia delle parole!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA SARDEGNA

Incontriamo la musicista scrittrice Anna Steri.

Artista molto particolare e amata dal web. Entriamo nel suo magico e colorato mondo. Dalla Sardegna una voce forte e bella.

 

INTERVISTA :

1)Hai conseguito il diploma di clavicembalo al conservatorio di Cagliari e sei anche una poetessa speciale; dolce e dura allo stesso tempo. Quanto ti ha influenzato la musica nel tuo processo creativo? E in quale maniera?

R: Ho iniziato a 9 anni il mio percorso musicale e letterario. Credo che la musica abbia influenzato notevolmente sulla mia scrittura. Dopo aver concluso una poesia o una pagina di un romanzo, leggo sempre a voce alta più e più volte e tutto deve suonare bene alle mie orecchie, e quando capita che non sia così, allora cambio parole, talvolt ane invento per il solo fatto che mi piace il suono di quelle sillabe unite, altre volte scrivo magari un vocabolo di cui non conosco a perfezione il significato, perché ”suona bene”, poi controllo se la scelta è stata giusta, o piuttosto dettata dall’istinto. Il mio amico più fedele è il dizionario dei sinonimi.

2) Cosa significa ai giorni nostri essere poeti? Quale messaggio valido puo’ dare la poesia?

R) E’ difficilissimo, complicato. Perché un poeta genuino, onesto è poeta soprattutto nella vita,non soltanto nella carta. E in un mondo come il nostro, questo presente che ci vuole veloci, talvolta superficiali (credo per evitare sofferenze), non pensanti, un poeta trova difficiltà anche ad uscire di casa. Un animo profondo, una sensibilità estrema , un cuore impavido nell’esternare emozioni e visioni, è certo che non avrà vita facile in questa epoca.

3) Chi, secondo te, legge poesia?

R)Al giorno d’oggi credo che si scriva di più di quando realmente non si legga, non ci si documenti su chi, altri prima di te, hanno creato bellezza vera, non semplici frasi con rime ”sole amore cuore”. La Poesia, così come la vivo io è un lavoro certosino. Mi sento una contadina della terra, una artigiana della parola, continuo nella lavorazione di questo gioiello, nella scelta dei vocaboli, nello studio dei più grandi poeti, ma anche di nuovi, moderni molto capaci. Legge poesia chi crede ancora nel sogno, nel risveglio delle coscienze, nella pace, nella fratellanza dei popoli, nella bellezza in ogni cosa.

4) Devono ricordarti. Come vorresti essere ricordata: come poetessa, musicista o scrittrice… o non ti interessa essere ricordata?

R)Conduco una vita molto riservata, esco pochissimo, non frequento locali, non amo la folla, fuggo dalla confusione. Questo per dire che non vado alla ricerca della fama. Che scrivo non per ricevere onori (credo sia stata pura fortuna l’aver vinto, nel 2017, il Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini; forse con una giuria differente o un’altra opera presentata al concorso magari non sarei stata considerata per nulla) , ma per lavoro. So fare soltanto questo scrivere e fare musica, e ci devo guadagnare. Creo per vivere; anche io come tutti, ho dei bisogni primari quali mangiare, pagare un affitto, bollette, spese per la salute. Il riconoscimento mi fa piacere, non lo nego, ma soltanto se fa parte di una condivisione sincera, intendo condivisione di pensiero. E’ consolatorio sapere che altri, come te, desiderano rendere questo mondo più umano e sensibile.

5) La poesia ai tempi di internet. Qual è la tua opinione?

R) Credo che se qualcosa possa rivelarsi utile a documentarsi maggiormente, ad incuriosire, a farsi confronto con tanti piuttosto che soltanto con se stessi in un universo solitario, perché no?

6) Tre libri di poesia che hai letto da riproporre ai lettori e perché… e tre da rinnegare e perché?

R) La Poesia è una scelta molto personale. Si tratta di scegliere un abito, di indossarlo, poi uscire di casa e mostrarlo a tutti. Non ho libri da ocnsigliare e tanto meno da rinnegare.

7) L’amicizia tra i poeti è una cosa rara e quasi impossibile. Scriveva Rimbaud ”Il peggior nemico di un poeta è un poeta”. Cosa ne pensi?

R) Non ho amici. Quelli adolescenziali hanno preso strade differenti dalla mia, sia a livello umano che intellettuale. Sono sola, ma non sofferente. La solitudine mi serve; è da sola, sola con me stessa (l’unica amica che possiedo e che mi perdona molte cose amandomi così come sono), che posso creare. Non conosco poeti coi quali poter aver rapporti di amicizia, né amorosi.

8) Cosa rende una poesia ”poesia” e non un insieme di bei pensierini?

R) Bella domanda. La risposta è l’onestà intellettuale, sentimentale, emozionale. Non scrivereper avere consenso, ma per urlare il proprio disagio, la propria sofferenza, la propria gioia, la propria libertà, il proprio coraggio.

9) Qual è il peggior nemico della poesia?

R) L’apatia d’animo. La superficialità. La bandiera bianca sventolata alla Vita. La resa.

10) Ti chiedono di uscire a cena con uno o più poeti viventi oppure qualcuno che ci ha già lasciato…Con chi usciresti e perché?

R) Non accetterei nessun invito. Non amo gli inviti a cena. Mi sono sempre trovata in imbarazzo nei ristoranti. Trovo che stare seduti a un tavolo presuma grande confidenza, intimità. Riesco a mangiare soltanto davanti a mia madre, a parenti che ben ho frequentato. A coloro che sono stati i miei amanti, appena conosciuti, quando scattava il fatidico invito, ho sempre risposto ”Una cena è come amplesso, mi crea la stessa apprensione. Difficilmente mi viene bene alprimo incontro. Meglio fare sesso prima, e poi, liberati da quel senso di ansia da prestazione, stare seduti vicini a scegliere il cibo, un buon vino, guardarsi negli occhi, parlare sottovoce, tenersi la mano in un intreccio di dita consolatorio e tenero”. Ma starei volentieri su una panchina, in un parco deserto, in un autunno malinconico, con foglie rosse e gialle sulla terra nuda.

Anna Steri (Villacidro 1967), musicista e scrittrice. Diplomata in Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di Sassari e in Clavicembalo al Conservatorio di Cagliari. Ha pubblicato l’album per voce e piano Figlia di un Do maggiore, 2014; tra le sue pubblicazioni Il romanzo breve L’ultima estate (Il Grappolo, 2004); il romanzo breve L’incontro (Edizioni Creativa, 2007); il romanzo per ragazzi Danny Arnott-Il sopravvissuto (Edizioni Creativa, 2007); il romanzo Terra mare (Edizioni Creativa, 2011); il romanzo breve Dulcis Jesu (Edizioni Creativa, 2013); Nel 2015 ha pubblicato Versi e autoscatti, raccolta di poesie e autoscatti in bianco e nero per Riccardo Condò Edizioni.

POESIA DI ANNA STERI:

Mia madre
ora
in vecchiaia
mi permette di entrare nel suo giardino.
Mi seleziona i fiori
in un percorso definito.
Non mi accompagna per
un antico orgoglio
ma da lontano
mi benedice.
Sono tornata ad essere una figlia.
A.S.

 ___

Assopita nel tuo ventre
fluttuante nel silenzio
in attesa
come te.
Tu d’utero
io d’animo.
Non ho memoria di echi tuoi
dalla tua aria alla mia acqua.
Ero sola anche allora
già prigioniera di te
con catena ombelicale
cibo e schiavitù
mischiati in un sol nutrimento.
A.S.

__

L’infelicità mi serve.
E’ l’inchiostro della penna con la quale scrivo.

A.S.

Ti amo nel silenzio delle cose
nell’ombra che s’allunga
nelle ciglia sospese.
Nel respiro che lasci andare
nell’angolo del cuore che trattieni
nell’orgasmo dell’anima tua e mia
quando s’accorciano le distanze.
E nel tuo nome che pronuncio
tra terra e il cielo
che semino e che raccolgo
non soltanto in primavera .
A.S.

___

Non ti amo di meno nella stanchezza
nell’assenza delle cose
nel riverbero silenzioso dell’io che talvolta non riconosco.
Non ti amo di meno quando canto
e sembra ch’io non ascolti che l’Arte
che mi distrae dal quotidiano incerto
che mi solleva dalla miseria del mangiare e del dormire.
Non ti amo di meno quando mi allontano
poiché la mia solitudine mi serve.
sembra tolga invece aggiunge.
sul finire della sera
mi ricordo di te più che mai
poiché tutto si è concluso.
Tutto è stato dato.
Consumato. Accolto.
E tra la notte e l’indomani
Te solo hai presenza e attesa.
A.S.

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LA VOCE DELLA CALABRIA : INCONTRO CON PASQUALE ALLEGRO

1) I tuoi maestri. La tua ispirazione. Che libri consiglieresti a quelli che si avvicinano alla poesia?

I miei maestri dici… Io mi sono innamorato della poesia dopo essere passato dalla lettura degli aforismi – il fascino dietro poche parole che significavano un mondo – che spulciavo sulle riviste di cruciverba in casa di mio nonno, ai libri che prendevo in lettura dalla biblioteca della scuola, primo fra tutti I fiori del male di Baudelaire – ricordo ancora la raccomandazione della professoressa perché non mi lasciassi influenzare –, da lì mi sono avvicinato al Simbolismo francese, la realtà desideravo intuirla con la poesia di Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. Poi con la maturità ho approfondito poesia più vicina al nostro tempo, Vittorio Sereni, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Armanda Guiducci, Maria Luisa Spaziani, folgorato dalla Szymborska, oggi rapito dalle parole delicate e scalfenti di Pierluigi Cappello. E tanti altri, maestri vecchi e nuovi, in mezzo a questo percorso di eterno apprendimento. Consiglierei a coloro i quali desiderano avvicinarsi alla poesia un loro contemporaneo, così per non sentire il firmamento o l’inferno che si canta come qualcosa di troppo distante, che so, Azzurro elementare di Cappello o Le cavie di Magrelli, per offrire loro una finestra familiare da cui osservare il mondo.

2) Cosa significa essere poeta e la poesia per te?

Cosa sia la poesia, è qualcosa che mi domando da sempre. E vuoi vedere che la poesia non è altro che questo interrogarsi? Là dove la filosofia alza le mani in segno di resa perché deve dispiegare il concetto e arranca nello smacco della speculazione, la poesia entra in punta di piedi, si trastulla con lo sgomento, è un po’ il suo gioco, riportare il mondo a uno stato di meraviglia, per farne quello che l’esperienza e la vita faticano a elaborare, percependo su un altro piano le ferite, le gioie, i ricordi restituendone bellezza. Un percorso di svelamento.

Essere un poeta è trattenere questo segreto, il fatto che un verso minuscolo possa rimandare a un intreccio universale, proprio come il baco che dà il titolo alla mia raccolta, esserino fragile che custodisce il segreto della seta. E comunque hai formulato bene la domanda, presuppone che poeta si è e non lo si faccia, ci si scopre di non essere perfetti, non si conoscono i nomi delle cose ma si conoscono le parole per definirle: il poeta vive poeticamente questo mondo ma non gli appartiene, il suo mondo dipende dalle sue parole.

3) Cosa ne pensi dei quasi 4 milioni di poeti italiani che scrivono poesia e si sentono poeti arrivati non aspettando il giudizio di esperti e critici di tale arte?

Si continua a scrivere tanta poesia, ma c’è un equivoco di fondo, si è creata confusione tra brevità e poesia, tra il semplice verseggiare e andare a capo e poesia, e tutti la temono (si legge poco e ha un mercato, tolti i grossi nomi e i classici, pressoché inesistente) ma tutti vi si prestono. È un paradosso.

L’avvento dei social e della brevità dei post e del citazionismo a buon mercato ha poi portato all’esasperazione questo percorso, in qualche modo la poesia è diventata strumento per riportare equilibrio – e questo ha anche una certa logica, giustizia è fatta – tra scrittori e non scrittori, entrambe le categorie possono così parlare d’amore, senza alcuna differenza tra chi crea e chi fabbrica. E in mancanza di un passaggio critico e in nome di una tanto sventagliata libertà di pensiero si è arrivati allo spreco di pubblicazioni. Credo comunque che su ognuno di queste ci sia impressa una data di scadenza, forse a caratteri piccoli ma c’è, in quanto prodotti, con il peso di tutte le illusioni addosso. Perché passare al vaglio di una critica seria significa superare la notte.

4) La poesia è stata rivalutata o è ancora una lettura d’élite; solo per pochi?

Nonostante il paradosso di cui ti ho accennato prima, sviluppo dei social uguale a post poetici a tutto spiano, la poesia rimane un luogo attraversato da tutti ma accessibile a pochi, d’altronde la vera poesia è una sosta nell’ombra, un rifugio per pochi, il posto delle fragole in cui resiste il prodigio della bellezza pura, ma in uno schianto. Comprendi allora che c’è bisogno di eroi, soprattutto oggi che c’è tanto bisogno di bellezza, di movimenti di rottura qual è la poesia, perché essa ti dice fermati e approfondisci questa metafora, regalati questa immagine e si allargherà intorno alla tua mente, crea ponti con un mondo che hai dentro. Oggi la poesia serve anche per restare umani, perché ripariamo nella lentezza della composizione, nell’empatia delle sensazioni, nell’umano levigare artistico, la poesia è dello scultore non di chi monta i pezzi dei sentimenti come con un comodino dell’Ikea. La poesia è uno scavo non è un nostro dettaglio allo specchio.

5) Hai qualche poeta dei social (tipo FB) che ti ha in qualche maniera influenzato, piaciuto e che hai acquistato? Perché?

I social mi hanno offerto la possibilità di conoscere tanti autori interessanti e diverse realtà della critica e dell’editoria, sono luoghi fondamentali per attingere alla conoscenza immediata e filtrata – in qualche modo gli algoritmi ci aiutano – del nostro mondo di riferimento. Ho conosciuto la casa editrice Controluna con cui ho pubblicato, alla quale sono arrivato tramite Michele Caccamo (l’editore, importante poeta contemporaneo) e la sua opera (La meccanica del pane, raccolta che consiglio, per la ricerca della parole, i versi estesi a mostrare la dimensione della temerarietà e della fuga), l’editor Paolo Castronuovo, la rete di autori di cui fai parte anche tu, e poi ancora i poeti Miro Gabriele, François Nédel Atèrre, Gabriele Galloni, Eleonora Rimolo e Melania Panico, narratori importanti come Crocifisso Dentello, Ivano Porpora e Gabriele Dadati, amiche ritrovate diventate nel frattempo grandi scrittrici come Nadia Terranova. Ma sono tantissimi i nomi, questi sono i primi che mi sono venuti in mente. La rete ci ha permesso di superare distanze geografiche e sociali, di essere spettatori partecipanti – un ossimoro tutto moderno.

Riguardo agli acquisti, beh io compro tanti libri, mi aggiro furtivo tra i mercatini dell’usato e faccio incetta, e ora una interminabile pila di libri ancora da leggere mi impedisce di acquistare più spesso nuove uscite. Dalle conoscenze social ricordo l’acquisto di Sorvegliato dai fantasmi di Dadati, un valido scrittore che lavora da anni nell’editoria, e che in questi racconti di amore e di solitudine (chi è che scrivendo non si trascina dentro questi spiragli?) rivela una maniera tutta sua di inscenare la felicità che si ritrae.

6) È più facile scrivere poesia o narrativa?

La voce è quella, cambia il passo e il percorso. Dopo l’esordio con il romanzo sono tornato al mio luogo di sempre, alla poesia, da dove tutto è partito, e chi ha avuto modo di leggere la narrativa di Collezioni di cielo si sarà accorto dello stesso sguardo adottato sulle persone e le cose, tutto sembra incontrarsi qui, nelle parole e nel linguaggio che dietro quello sguardo domandano di essere usati.

La poesia è un lieve interrompersi del lungo raccontare di sé che rappresenta invece la narrativa, la poesia parla per stralci, strappi e illuminazioni. Con la poesia non prendi vie di fuga, ti metti a nudo, con la narrativa mascheri, quello che desideri, nuove visioni del mondo e quello che temi, l’utopia e la distopia. Con la poesia il poeta rimane immerso nel suo destino, mostra l’anima, ma si badi bene, è pur sempre un poeta, un passaparola artistico, la poesia succede nell’arte, e allora ti dirà e non ti dirà, parlerà anche nello spazio tra le parole, in quella brevità che è tipica del verso e che lascia al lettore costruire tutto intorno. Ecco, la narrativa, soprattutto la narrazione di storie, ti può lasciare entrare nei mondi, ma la poesia può farti compiere il viaggio.

7) Il gioco della torre… tre libri da gettare e tre da salvare. Quali e perché?

Non amo lasciarmi andare a critiche impietose su quello che non mi piace, sono abbastanza conciliante, almeno pubblicamente, ma tranquillo mi presto al gioco. Ovviamente prendo in considerazione le pubblicazioni più recenti altrimenti dovrei sciorinare i vari Dostoevskij Calvino Montale Mauriac Wiesel eccetera e questa torre verrebbe giù dal troppo peso.

In caduta libera: Milk and honey, la raccolta di poesie di Rupi Kaur, nota per il successo che i suoi versi hanno riscosso su Instagram, temi delicati quali la violenza sulle donne, ma trattati con leggerezza formale spacciata per espressività empatica e distacco, e la sensazione è che il personaggio sia arrivato prima dell’opera; Dimmi che credi al destino di Luca Bianchini, abbandonato alla ventesima pagina, una romantica favola moderna sui sogni e sul destino in cui ho trovato una chiarezza di fondo che mi ha sfiancato, la storia reggeva pure, ma non sentivo occupare dentro di me la vita che andava raccontando; Senza sangue di Alessandro Baricco (e ne avrei citato un altro paio, peccato, sono cresciuto lettore di Castelli di rabbia e Oceano mare), in cui vabbè la scrittura scivola via ma l’anima del racconto si perde in un mosaico di emozioni cesellate nel punto giusto, fin troppo, anche la morte arriva al momento giusto, e poi con quella maniera tutta sua di interrogarsi e di spiegarsi che non riesce a nascondere più.

Tratti in salvo: Il cielo comincia dal basso di Sonia Serazzi, una voce poetica avvezza al racconto, una scrittura perfetta per farci accettare una cosa difettosa quale è la realtà, il Sud, c’è il sole ovunque anche nei piccoli dettagli, in un sorso di terra e in uno scorcio di cielo, aggiunge poesia qua e là in ricordi malinconici che ci costringono a tornare in dei posti che non abbiamo mai conosciuto; Folli i miei passi di Christian Bobin, romanzo dall’atmosfera sognante, il racconto di una ragazza attraverso la sua vita, dall’infanzia nel circo al suo cammino di crescita sempre in marcia verso l’essere semplicemente lei, fino a comprendere il male dentro, e il modo leggiadro di far camminare le parole di Bobin restituisce della storia un quadro sospeso appena al di sotto del cielo; Un altare per la madre di Ferdinando Camon, il racconto sublime e sofferto che l’autore fa della madre, un ricordo che il padre desidera fermare in un altare fatto di pietra e di memoria, una preghiera davanti alla morte come gesto perenne di rinascita, cura per un cuore smarrito, perché un altare è un cimelio che mantiene le promesse, non ti abbandona, è testimonianza.

8) “Il peggior nemico di un poeta è un poeta”… scriveva Rimbaud… sei d’accordo?

Non so cosa volesse dire, che forse i poeti si nutrono di un ego smisurato e la stanza è troppo piccola per contenere anche gli altri? O che solo un suo simile avrebbe potuto smascherare la sua dichiarazione di intenti e dimostrare quanto amasse guardare la vita e trovarvisi dentro nonostante la sua stagione all’inferno?

Ma so che essere poeta poteva essere la cosa peggiore come la migliore che gli potesse accadere. Una benedizione e una maledizione insieme, per chi passa i giorni a cercare di dimostrare la piccolezza della morte e non sapere a chi raccontarlo. Ecco, difficilmente il poeta detta la vita, difficilmente si abbandona a un insegnamento, si perderebbe negli altri, desidera invece procedere all’incontrario, solo perché gli va, insiste nel vivere di parole, ama cedere alla facile tentazione di rassegnarsi, per poter essere perennemente in cerca di un modo per riparare, poi perdersi e ritrovarsi ancora.

9) Cosa detesti in una poesia che leggi?

Detesto il suo camminare sul filo ambiguo della semplicità/banalità, il suo approcciarsi alla realtà a un palmo di naso, senza finzione e senza esasperare i rimandi che necessariamente dovrebbe tirare fuori, che lascia cadere l’ambiguità con calma esasperante, come per dire la foglia è la foglia è inutile che la soffi verso l’alto; d’altro canto detesto l’espressività fuori controllo dove restano impigliati il senso e l’ascolto, quella serietà solenne della ricerca, fatta di parole ricercate appunto, parole di granito ma distanti dall’energia vitale; e ancora detesto quella che decide di lottare per strada con convinzione senza nostalgia, che stringe un patto con la politica e urla slogan e non sussurra che invece la poesia è, sì, legata all’istinto della ribellione, ma dentro il destino inerme del sogno.

10) Hai l’occasione di andare a cena con un tuo poeta preferito (o più poeti) vivente oppure trapassato. Chi sceglieresti e perché?

Salvatore Quasimodo, per chiedergli, facendomi piccolo piccolo, come diamine ha fatto a scrivere Ed è subito sera, la bellezza e la potenza in quei pochi versi, pieni, senza grovigli, la felicità provvisoria accatastata ed esposta con quella voce unica che raggiunge, ovunque esso sia, il centro dell’esistenza.

A Charles Baudelaire confesserei che la prof aveva ragione, ma io non è che abbia seguito i suoi consigli, qualche paradiso artificiale ho voluto attraversarlo anch’io, e c’è stato un periodo in cui ho pure giocato a fare il dandy – non tragicamente affettato come lo era lui – e brinderemmo con le vin des amants o un cicchetto d’assenzio, oggi per me possibilmente annacquato.

E poi a Pierluigi Cappello direi che mi dispiace tanto averlo conosciuto tardi, dopo un anno dalla sua morte, e che non è giusto vedere la poesia oggi monca dei suoi giorni.

Pasquale Allegro è nato nel 1976 a Lamezia Terme. Si è laureato in filosofia con una tesi sulla scrittura di Elie Wiesel. Lavora da anni nell’editoria, scrive recensioni di libri e si occupa di cultura per diversi giornali, riviste e blog.

Alla prima edizione del Premio Letterario Dispatriati (2016), dedicato a opere il cui contenuto richiamasse i temi dell’emigrazione e dell’immigrazione, è stato premiato per le liriche “Poesie di un mare lontano” e il racconto “Sono tristi i pagliacci che ridono”.

Ha pubblicato il romanzo Collezioni di cielo (2016), Premio Muricello come “opera di grande pregio poetico e introspettivo”, e la silloge Baco da sera (2018).

Parigi

 

Di Parigi ricordo il silenzio

di biciclette per strada

quando il nero della sera

si faceva di cartapesta.

 

Scrutare le nubi

dietro i comignoli di Parigi

impregnati nel nero della sera

era un gioco di sbuffi e di tregue.

E ancora immersa dentro al silenzio

una donna raccontava di lucciole

che rubavano spazio al nero della sera

da una ringhiera di mondo che solo a Parigi.


 

La misura delle nuvole

 

Rimanere sospesi per aria

e nuove direzioni

verso cui muoversi

fino a che non s’arrende

il vento

 

e nelle notti

salire ancora

fino a che non scompare

tutto ciò che

ci circonda

 

e attendere la forma

nuova di cui vivere

lo sforzo

di catturare attimi – il cielo.

 

Nel mondo nessuno si salva

ci basti il ricordo di noi

di lunghe code come aquiloni

provenire dal mare

come lenti

sbuffi di cotone.

 

tratti da Baco da sera (Controluna – Edizioni di poesia, 2018)

Continua lontano

 

Continua lontano

quell’azzurro quel grigio

che si rotola ancora

oltre lo strappo del mare

dopo la linea

più non temere

la nave continua lontano.


 

Solo tu rimani intera

 

A volte si ritira il cielo

e il vento cattura tutto

pure il tuo sorriso

e resti sospesa tra la finestra

e il temporale

e non vinci mai.

 

Eppure solo tu rimani intera

a guardare il cielo sgattaiolare via

di vetro in vetro

in milioni di goccioline in marcia.

AvatarDiPablo Paolo Peretti

A TU PER TU CON IL POETA : Intervista ad Andrea MAGNO.

1) Cosa significa essere ”un poeta”?

Salve a tutti e grazie dell’ospitalità. Essere poeta per me significa aprire finestre che altrimenti resterebbero sempre chiuse, avere il coraggio di aprirle e curiosare al di là, e magari fare in modo che altri si affaccino a queste finestre. Un nuovo orizzonte da guardare, e verso cui andare. Il poeta è colui che ci trasmette ansia, gioia, paura, consentendoci di abbracciare luoghi che nemmeno sapevamo esistessero e di diventare fantastici attori di un nuovo mondo tutto nostro, al quale nemmeno il poeta stesso aveva mai pensato.

L’idea e l’essenza della mia poesia credo stia tutta in questi miei versi:

“Capovolgendosi cielo e mare, invece di annegare imparò a volare.”

2) Parlami di come gestisci o ti gestisce la tua creatività.

La creatività è una brutta bestia (sorrido) che ti spinge a sporcare fogli e che non riesci mai a imbrigliare, o forse un poco sì. Quando le parole acquistano un senso, emozionano chi legge, è solo allora che diventano poesia. Credo ci sia una sinergia tra il gestire e essere gestiti, una disponibilità al lasciarsi andare e al cercare di governare il flusso di parole che si presenta quando meno te lo aspetti, nessuna altra possibilità, un accadimento simultaneo che non ha compromessi.

3) Trovi che la poesia sia sorpassata? Chi ha bisogno della poesia ai giorni nostri?

Spesso leggo e sento dire che la poesia è morta. Io credo che, così come era stata erroneamente profetizzata la fine dei libri cartacei in generale con l’avvento degli e-book, non solo la poesia non sia morta ma che non morirà mai finché qualcuno, anche fosse un solo uomo, la leggerà e si emozionerà. Alcuni dicono che la poesia è sorpassata perché forse dalla poesia si aspettano risposte, secondo me, invece, la poesia deve essere la domanda e anche per questo deve restare silenziosamente irrisolta.

4) Come ci si sente ad essere uno degli oltre quattro milioni di poeti o presunti tali solo in Italia?

Detto così direi che mi trovo bene e che sono in buona compagnia. Considerato però che in Italia sembra ci siano cinque milioni di lettori, dei quali quattro milioni, poeti ai quali vanno aggiunti gli scrittori in generale, mi chiedo, chi legge? Il dubbio che mi attanaglia è che forse la stragrande maggioranza di coloro che scrivono non leggano, cosa tristissima. Non è tanto il numero di poeti e scrittori, ma il numero di lettori che mi lascia perplesso.

5) C’è qualche poeta emergente che apprezzi e che invidi in maniera ”sana” e perché?

Che invidio assolutamente no, che apprezzo ben più di uno. Beatrice Orsini è una poetessa che regala versi ricchi di passione e sensualità ma anche di stralci del vivere quotidiano con le sue mille difficoltà. Emoziona a 360 gradi. Nicola Manicardi, poeta e amico, riesce, con versi a volte di una crudezza disarmante, a fotografare istantanee di attimi che ti colpiscono senza alcuna pietà e si imprimono nella mente e nell’anima indelibilmente . Entrambi hanno pubblicato la loro raccolta molto di recente.

6) Hai un libro da consigliare a chi si avvicina per la prima volta alla poesia?

Difficile consigliare un libro di poesie, escludendo il mio ultimo, ma anche quello precedente, consiglierei “50 ANNI DI BIANCA – 1964-2014” edito da Einaudi, anche se sembra difficile da reperire. Aggiungo una raccolta di Dan Fante, “GIN&GENIO” edito da WhiteFly Press, una poesia forte, senza regola, ma che ti entra dentro.

7) Come definiresti il tuo stile?

Premesso che definirsi non è cosa facile, perché un po’ autoreferenziale e supponente e che dovrebbero essere gli altri a definirci e a definire la nostra poesia, la mia la vedo semplice, scarna ed essenziale, una lettura comoda. Credo fruibile a molti, una poesia senza fronzoli, sintetica nei suoi pochi versi, che va dritta al dunque.

8) Quale è la differenza tra un poeta e uno scrittore di narrativa?

Lo scrittore di narrativa è un metodico, il poeta un saltimbanco, entrambi portatori di talento, ma veicolato in maniera diversa. Il primo traccia delle linee diritte su un foglio, mentre il secondo lascia delle macchie. La linea viene interpretata da tutti o quasi allo stesso modo, delle macchie ognuno ne fa quelle vuole. Che poi a scrivere poesia che ci vuole, prendi le parole e le metti in fila, senza nessuna colpa. Poi ognuno ci troverà la colpa che vuole.

9) Come gestiresti un tuo mega successo di vendita?

Ipotesi remotissima, ancora più remota visto che scrivo poesia. Non ho mai pensato a una simile eventualità anche se, forse inconsciamente, è un sogno che accarezziamo tutti in silenzio. Probabilmente mi dedicherei solo alla scrittura o comunque ad attività direttamente a essa connesse, perché scrivere è apprendere, confrontarsi, magari scontrarsi, ma comunque è un continuo crescere.

10) Hai l’occasione in un sogno, di andare a cena con un poeta famosissimo (scegli tu vivo o morto) … chi porteresti al tavolo con te e perché?

Sicuramente Pedro Salinas che leggo praticamente da “sempre”. Salinas è l’amore puro, ma carnale e reale mitizzato, una sorta di ponte tra la realtà e come vorremmo fosse l’amore, un misto di gioia, passione, carne e sangue, sempre vivo, un continuo dolore nella gioia che ci tiene vivi, una speranza mai esaudita. Aggiungo un’ultima cosa (presuntuosamente). In una recensione al mio primo libro vengono accostati alcuni miei versi a “La voce a te dovuta”, immodestamente mi inorgoglisce molto.

-“Non cercherò più / quei baci che non vuoi darmi, / e le tue carezze che erano mie, / non misurerò più il tempo, / sei andata senza ritorno / lì dove io non ci sono, / ne mai ci sarò, …” (da “Di tutto quello…”). Parole che per un attimo riportano a Pedro Salinas in “La voz a ti debida” , dove è sempre l’amore sofferto a regalarci righe intense che ci investono. (Stefania Tani su GialloeCucina) –

CAMERA CON VISTA

Sento solo la mia eco
quando grido nel vento,
ma alla fine,
non vorrò pensare
di non aver avuto tempo,
e ogni sera,
verso speranze
nel mio bicchiere,
adesso le bevo con te,
non annegano più inesorabilmente,
metto in fila parole,
costruendo ponti
per attraversare i tuoi silenzi,
da qui,
ho un posto comodo
per accarezzare la tua anima.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

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PROVANDO AD ACCORCIARE DISTANZE

Padri,
vorrebbero essere madri,
ad abbracciare figli,
separati da lacrime,
sognando quelle piccole mani,
restando soli ogni sera.
Un solo rimpianto e rimorso
che è pensiero latente,
di sangue che scorre lontano,
di piccole mani cercate,
di visi bambini cresciuti,
di nomi mai detti,
di carezze mancate,
di baci non dati,
di giochi comprati a supplir mancanze,
di maglie mai viste,
di quaderni mai letti,
di sbucciature alle ginocchia,
di dolore strisciante nascosto da sorrisi,
di padri che sono stati madri,
e che mai cesseranno di esserlo.

© Andrea Magno
- da "Sotto Falso Nome" ©2014 Rupe Mutevole Edizioni

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ADRIAS KOLPOS

È un mare diverso
un mare che non conosco
fatto di piccole conchiglie
sparse sulla battigia,
di trabocchi
che non sapevo cosa fossero,
di vento che soffia
a ripulire l'anima,
offesa e vilipesa
senza perdono,
di foglie perse
da rami secchi mai tagliati,
di stelle di mare
rosse come sangue,
dell'altro lato,
che se faccio un salto
ci arrivo,
di abbracci che aspettavo
a stringermi le spalle,
e di te,
che disarmi ogni paura.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

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. . . A DONDOLAR PAROLE

Vuole sempre ballare
questa mia terra,
danzatrice senza pudore
raccoglie prebende,
immobile da millenni,
accarezzata e lapidata,
accartocciata su se stessa,
terra arsa colorata dal mandorlo
accoglie senza riserve,
tremando al bacio degli dei,
e io tremo con lei,
e con te,
quando mi sfiori nel profondo
con un sospiro di graffi e sorrisi,
un'onda di sentimenti contraffatti
che camminano sul filo di una nota,
scivolando sull'anima,
raccontando tutta una vita,
e continuo a dondolar parole.

© Andrea Magno
- da "Da qui ho un posto comodo" ©2017 Chiaredizioni

BIOGRAFIA

Siciliano dell’estremo sud. Poco più di cinquanta anni.
A volte viandante altre stanziale, scrive per diletto, contrapponendo la scrittura alla sua formazione scientifica.
Un capricorno testardo, ma mediatore. Isolano per eccellenza, in lui convivono terra, fuoco, aria e acqua, che ritroviamo nelle sue poesie, e nella descrizione della sua terra che ama visceralmente, e che, come lui ci ricorda, non si è mai fatta mancare nulla, nel bene e nel male.
Per Andrea Magno il bicchiere non è mezzo pieno o mezzo vuoto, vi se ne può sempre ancora versare.
La sua prima raccolta di poesie “Sotto falso nome” è stata pubblicata a dicembre 2014 da Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Le due anime” curata da Enrico Nascimbeni.
La seconda raccolte di poesie “Da qui ho un posto comodo” è stata pubblicata a luglio 2017 da Chiaredizioni nella collana “libero (il) pensiero”.
Nel luglio del 2016 partecipa a Caltanissetta al Festival d’Arte contemporanea ESTRAZIONE ASTRAZIONE con alcune sue poesie.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Fusioni – Un click di parole”, 40 fotografie di 32 fotografi con le sue poesie, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2016 e al CartaCarbone Festival di Treviso nell’ottobre del 2017, al quale partecipa anche come autore, e nell’agosto del 2018 alla Mediateca John Fante di Torricella Peligna.
Nel settembre del 2017 a Sirmione, partecipa al Sirmio International Poetry Festival.
Cura insieme a Monica Conserotti la mostra “[Re]Visioni – Shooting Haiku”, 32 fotografie di 8 fotografi con i suoi haiku, presentata alla Settimana Mozartiana di Chieti a luglio del 2017.
Una sua poesia “Una gabbia” è stata ispirazione per un quadro dell’artista Antonio Minerba per il progetto “Atti Intimi”.

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.

 

AvatarDiPablo Paolo Peretti

SCRIVENDO E LEGGENDO POESIA.

Cari amici questo mese vi proporrò la prima  delle tantissime interviste che hanno a che fare con il tema a noi caro; la poesia.

Intervisterò quei poeti che sono ancora sconosciuti al grande pubblico, ma che hanno già chi li segue da tempo e che sono molto apprezzati nei social, con la speranza possano in qualche maniera lasciare una loro ”bellissima” traccia nel mondo poetico attuale scarso di belle penne e ricco di amatori, talvolta anche presuntuosi che sono la vera passione di chi non capisce fino in fondo questa arte. In ogni caso auguro anche a loro tanto successo…E noi, alla nostra maniera andiamo avanti. La poesia è un terreno non proprio popolare e proprio perché difficile , noi cerchiamo di rendelo meno tale, studiandola, leggendola e proponendola ai nostri giorni.

Dopo l’intervista, alcuni brani poetici di poeti già affermati. Buona lettura.

INTERVISTA CON CARLA PAOLINI:

Carla Paolini è una poetessa raffinata, vive e lavora a Cremona. Ha pubblicato diversi libri di poesia,collaborato a progetti per varie manifestazioni culturali, ha scritto narrativa e gestisce anche un blog : specchio. Ilcannocchiale.it.

Poetessa raffinatissima e d’elité, adorata da un ristretto circolo culturale e non solo, ma anche capace di prendersi in giro e ironizzare con i suoi versi.

Adorata anche dallo scrittore Aldo Busi che ha elogiato la sua poetica.

Ma lasciamo la parola alla stessa artista.

 

NEL MAGICO MONDO CI CARLA:

 1 – Chi è Carla Paolini?

Premetto di non amare le definizioni e ancor  meno le autodefinizioni, penso che siano degli steccati che ci costruiamo intorno  e nei quali ci rifugiamo nel tentativo di non disperderci nel nulla che ci circonda. Per quanto mi riguarda sono convinta che solo nella mia scrittura, inevitabilmente, si manifesti il mio modo di essere ed è lì che si può conoscermi.

2 – Quali sono le caratteristiche per fare poesia; chi può essere definito un poeta?

Potrei fare un lungo elenco di qualità intellettuali o etiche, ma non con queste avrei identificato un poeta, mancherebbe quel quid  misterioso che spesso  nemmeno chi scrive conosce o sa di avere.

Ogni tanto  succede e allora… ecco la poesia!

3 – Quali sono state le tue influenze poetiche e perché?

Sono rimasta contaminata da tutto ciò che ho letto.

Ma ho amato, fra gli altri Federico García Lorca: per la potenza immaginifica dei suoi versi; Giuseppe Ungaretti: per l’energia  della parola scagliata “come pietra”  e la scelta   sintetica; più tardi Sylvia Plat: per la forza dirompente della sua disperazione.

4- Cosa pensi del pensiero che la poesia non è “una cosa” moderna?

La poesia non c’entra niente con la modernità, anzi meno è moderna, nel senso di legata alle mode, tanto più è duratura. Come ogni altra fatica letteraria, per essere considerata tale dovrebbe avere la capacità di sprigionare una intensità germinativa  che le permetta di prolungare nel tempo l’essenza dei suoi contenuti.

5 – Quali testi poetici di un grande autore presente o passato avresti voluto scrivere tu?

Io non so scrivere versi d’amore e invidio  la straordinaria efficacia  di quelli di Pablo Neruda.

6 – Ci parli un po’ del tuo Blog? É ancora moderno averne uno, e a cosa serve secondo il tuo punto di vista?

Il mio blog era essenzialmente impostato a veicolare i miei interessi: letteratura,  cinema e musica. Ho cercato, almeno nei primi tempi, di essere sempre presente con post, spero, di buona qualità. Ultimamente dopo l’iscrizione a FB ho un po’ rallentato…Credo che  sia ancora uno strumento valido perché permette di postare contenuti  più meditati  e completi rispetto ad altri social.

7 –  Che consigli daresti a un aspirante poeta?

3 consigli: leggere, leggere di tutto, rileggere quello che ti ha stregato.

8 –  Purtroppo ti obbligano a buttare giù dalla torre due libri che non ti sono per niente piaciuti. Quali sono e perché?

Mi rifiutereii libri sono preziosi. Dai libri si impara sempre. Se sono buoni impari a scrivere bene se sono cattivi impari come non si deve scrivere.

9 –  Ci parli dei tuoi prossimi progetti?

Sto lavorando a una raccolta di monologhi.

10 – Con la bacchetta magica, hai la possibilità di far ritornare in vita anche chi non c’è più. Un invito a cena: quale poeta sceglieresti e perché?

Sceglierei Guido Gozzano. Per la disincantata consapevolezza dell’effimero… e  l’attrazione  per la bellezza fuggitiva della farfalla.

Carla Paolini 

Laureata in lettere con una tesi sulla retorica  per immagini nella pubblicità.

Si è dedicata per qualche anno allo studio di  tecniche per  modellare la creta, sotto la guida del maestro Carlo Fayer.

Partecipa, in collaborazione con altri artisti a progetti per varie manifestazioni culturali e a reading di poesia.

E’ stata finalista (con la silloge MODULATI modulati) e più volte segnalata al premio Lorenzo Montano – Edizioni Anterem, Verona – per la ricerca letteraria.


Ha pubblicato racconti, poesie, favole, su antologie e riviste:

le sillogi poetiche    

Impronte digitali (1993);  Diverso inverso (1995); 

UNAxUNA (1998);  Ai cancelli del flusso (2001); 

Amori diVERSI (2002);

MODULATImodulati (2004); Installazioni (2015).

 e  le raccolte di brevi prose  poetiche:   

 Prosemi (2009);  Internectasie (2011);

Translalie 2014). 


Il volume di  favole “Gli oggetti da favola

1^ edizione (2017)-2^edizione (2018)

Ha tradotto dall’inglese il Book IV- cap. I , del

Finnegans Wake “  di   James Joyce –

mai tradotto in italiano    


 e-mail :  carla.paolini@tin.it

website:  www.carlapaolini.com

La poesia di Carla Paolini sulla Rete. Biografia, opere, inediti, critica

blog:  specchio.ilcannocchiale.it

book trailer: youtube.com /INTERNECTASIE 


MONOLOGO — LA PAUSA

Dico a te
avvicinati
ho un disegno per attrarti

c’è pronta una cuccia d’erbe fiorite
ci accartocceremo
disattivati da ciò che sembrava destinato

ti aiuterò a fermare tutto
a travestirti
perché non ti riconoscano
a mutare i sensi in plasticità

galleggeremo
sulle ultime scremature di perfezione
al riparo da intenti di squilibrio

discorreremo solo
delle cose che non esistono più
nutriti
dal midollo tenero dell’assenza                              

 

                                                            

MONOLOGUE – PAUSE

Come closer
a pattern is framed
just for you

a grassy bed in bloom will shelter us
so crouched down
as to be detached
from what was meant

I’ll give you help to stop everything
to disguise yourself
beyond recognition
all senses changed into plasticity

floating
over the last skims of perfection
protected
from unbalanced issues

giving voice
to things forevermore silent
nurtured
by the tender core of the absence

CINQUANTAQUATTRO

Per dare corpo al mio pensiero
scelgo un corpo di ballo
potrò farlo danzare
inventargli acrobazie
guardarlo volteggiare sull’aria
costruirgli attrezzi che lo aiutino
a potenziare le sue intuizioni

un corpo atletico con increspature poetiche
che facciano capolino nello spettacolo
dilatandosi in bolle di trasparenza
verso il tumulto trasfigurato degli spettatori

quale coreografo è capace di tanto?

 

FIFTYFOUR

To give my thought a body
I choose a corps de ballet
I’d have it dance
excogitate acrobatic tricks
see it dancing about on the air
I’d create suitable tools to enable it
strengthen its intuitions

an athletic corps endowed with poetic ripples
hither and thither peepin’n the show
enormously increasin’n bubbles of transparency
to reach the transfigured tumult of the audience

which choreographer has this very power?

L’ opera senza nome

Inizia come un caotico sciame di scotomi scintillanti che perforano il buio.

Se cerchi di seguire la loro direzione ti disperdi, è importante che sia uno solo a darti il via. Il luminoso microfolletto guida che stuzzica e chiede sostanza.

Ora tocca te. È il gioco del fruga fruga, del dare corpo… e vai avanti all’incerta, cercando un midollo forte che tenga, rivoltando l’interno delle tasche, scucendo orli, stracciando vecchi pastrani, perquisendo,scandagliando, perché fra polvere e pieghe a volte trovi una parola solitaria che aspetta.

È sempre la prima a mancarti, quella seria, importante, che ha un grande potere. L’assoluto potere di attrarre le altre, di convogliarle verso il luogo della aggregazione dove si annusano guardinghe per sapere se possono affidarsi scambievolmente o prendere le distanze e comporsi in antagonismi che si scontrano, distribuendosi in labirinti e biforcazioni…

È indispensabile creare un favoreggiamento, una connivenza fra te e le rotte, senza perdere d’occhio l’intuizione, fare in modo che non ti sfuggano i movimenti oscillatori della reminescenza, masticare bene i reperti e le tracce, digerirli per poterli risostanziare. In fondo è tutto qui: sostanziare. Anche quando le parole non hanno voglia di stare nella tua recinzione… si agitano, mettono le ali e tentano di sfuggirti alzandosi o si interrano disperate perché non sono più di moda. Quello che vale è solo la tua capacità di tenerle in riga.

Ma attenzione, non le soffocare, non stritolarle nelle spire della razionalità, del voler far bene o del voler far bello, un po’ di conteggio è concesso, un po’ di ragioneria non guasta purché lasci una percentuale di spaccature, crepe, sbocchi in cui siano libere di infilarsi e dove solo tu hai il diritto di andare a stanarle.

Scaturirà una frenesia di raschiature, il rimescolarsi complice in cerca di un concetto chiave che non ha voglia di farsi conoscere, un’astuzia di compromissioni senza pudore, tentativi squilibrati e improvvidi fra esigenze alterne di contenersi o rivelarsi…

All’ultimo poi, che importa! Un groviglio di parole si rende conto di essere spaventosamente legato, più di tutto, a ciò da cui vorrebbe sentirsi libero. Fatica a decidere quello che gli serve e infine si chiede cosa fare di sé pretende solo un nome per esistere. È questo che tu puoi dargli: un’identità fresca che lo metta in circolazione nel mondo…

VICTORINE SI VENDICA

Dal 1863, quando il suo ritratto fu esposto al Salon  des  Refusès, Victorine* soffriva… Il freddo così nuda in quel bosco umido, i crampi che la tormentavano per essere costretta all’immobilità in una posa assurda, la fame nonostante il cibo per la colazione fosse a portata di mano.

Ma quello che più la scocciava era l’espressione invitante e soddisfatta che era costretta a sciorinare. Che noia, dover apparire orgogliosa di esporsi nuda davanti a incompetenti voyeur che col pretesto dell’arte la sbirciavano per soddisfare pulsioni inconfessabili.

Edouard l’aveva creata così. E lei aveva incominciato ad odiarlo da subito: il suo desiderio più ardente  era di trovare qualcuno che la guardasse con occhi diversi al quale poter chiedere aiuto per uscire da quella situazione incresciosa, ma i decenni passavano e quello sguardo non l’aveva ancora incontrato.

Da ragazza sana e fiorente qual era Victorine aspettava con ottimistica pazienza.
Pazie
nza, costanza,  perseveranza, persistenza… queste cosucce in nza danno buoni frutti.

Così infine, dopo tanta attesa Lui arrivò: l’avvolse nel suo sguardo giovane, pieno di ardimenti e di generosità, e capì senza bisogno di parole l’aspirazione della bella digiunatrice. Nottetempo fu ancora da lei, le diede la mano perché uscisse dal quadro senza farsi male, la sfiorò appena, abbracciandola col suo mantello e la lasciò libera di riscoprire la vita.

La stampa si occupò a lungo di questo strano evento: la misteriosa comparsa di una deturpante macchia gessosa su uno dei più ammirati capolavori della scuola impressionista francese. La vendetta di Victorine si era attuata: il quadro senza più alcun valore venne relegato nei sotterranei del Musée d’Orsey.

POESIA QUESTA CONOSCIUTA :

 Per concludere vi propongo :

 Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)  è considerato uno dei poeti più importanti del Novecento.

 Ecco alcune sue bellissime liriche.


Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

**

E poi son solo. Resta
la dolce compagnia
di luminose ingenue bugie.

**

Nel chiuso lago, solo, senza vento
La mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
La mia tristezza accendersi ancora.

**

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

**

Amico, sei lontano. E la tua vita
ha intorno a sé colori ch’io non vedo.
Ha la mia vita intorno a sé colori
che io non vedo.

**

Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.

**

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
Fra gli altri animali, unica terra
La tua forma casuale quanto amai.

**

Nel sonno incerto dormo ancora un poco.
È forse giorno. Dalla strada il fischio
di un pescatore e la sua voce calda.
A lui risponde una voce assonnata.


Un caro saluto e al prossimo appuntamento.

Pablo Paolo Peretti.

Marie MorelDiMarie Morel

Sono nata il 21 a Primavera

Alda Merini, nata il 21 marzo a primavera.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
(Alda Merini da Vuoto d’amore, 1991)

La sera del primo giorno di primavera del 1931, nacque a Milano Alda Merini, una tra le più schiette, profonde, luminose voci poetiche contemporanee.
La poetessa, fin da giovanissima, visse il dramma della malattia mentale, in un’epoca in cui la psichiatria svolgeva sostanzialmente una funzione contenitiva, volta a tutelare la società, piuttosto che preoccuparsi di curare il disagio dei pazienti: affetta da sindrome bipolare, le furono inflitte ben 46 sedute di elettroshock e fu un vero miracolo se la sua mente e la sua memoria non si spensero definitivamente.
Questi eventi segnarono significativamente la poetica della Merini che, per lunghi anni, i più bui della sua esistenza, venne internata più volte in manicomio, esperienza drammatica e sconvolgente, raccontata nella raccolta “LA Terra Santa”, con cui vinse nel 1993 il Premio Librex Montale.
Confinarla, tuttavia, nel cliché della poetessa folle, significherebbe farle un grandissimo torto; parlando di sé, infatti, la Merini disse:” Molti mi considerano la poetessa della pazzia. Ma chi si è accorto che sono la poetessa della vita? Ho parlato del manicomio perché era il luogo in cui vivevo in quel periodo”.
È di vita e d’amore, che parla Alda Merini nelle sue poesie, che scaturirono dalla profonda conoscenza del dolore, dal suo animo sensibile che venne sfiorato dalle mille note delle emozioni umane e che aveva il talento di tradurle in versi; e lo ha fatto con irruenza, con spontaneità, al di fuori degli schemi e di ogni ordine, cogliendo momenti fugaci, veloci e rendendoli infiniti.
La poesia della Merini sgorgava da lei inarrestabile, a prescindere da tutto e da tutti: “È una forza che nasce in me, come una gravidanza che deve essere portata a termine”; la forza della poesia era luce che trionfava nella sera e che, insieme al potere salvifico dell’amore, era il balsamo per il suo dolore. Quell’amore che la Merini ha sempre cantato nei suoi versi, anche quando non c’era, nella solitudine più feroce, nell’immenso dolore per l’indifferenza e l’abbandono del marito e dei figli, e a cui la poetessa ha dato voce, trasformandolo in versi: “Io il male l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente. È diventato poesia. È diventato fuoco d’amore per gli altri”. In un’ultima intervista rilasciata al Corriere della Sera, poco prima di morie, Alda Merini ha tracciato un bilancio della propria vita, dichiarando: «Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita, e la vita è spesso un inferno… Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara».

Per chi desiderasse approfondire:

www.aldamerini.it
“Canzone per Alda Merini” di Roberto Vecchioni su www.youtube.com
– Alda Merini. La poesia luogo del nulla. Poesie e parole con Chicca Gagliardo e Guido Spaini. Piero Manni editore, collana Pretesti, 1999.
– Alda Merini – Aforosmi e magie,BUR, collana La Scala.
– La poetessa Alda Merini al “Senso della vita”. www.youtube.it
– ALDA. Un film di Ricky Farina. www.youtube.it
– Alda Merini – Lettere al dottor G, Frassinelli Edizioni, 2008.
– Alda Merini – Un’intervista del programma Magazine2. www.liberolibro.it/alda-merini-diario-di-una-diversa/
– Alda Merini – L’altra verità. Diario di una diversa. BUR Rizzoli, quarta edizione, febbraio 2009.
– Alda Merini – Folle, folle, folle di amore per te. Salani Editore 2002.
– Alda Merini – Clinica dell’abbandono, Einaudi Editore 2003 e 2004.
– Alda Merini – Lettere al dottor G, Frassinelli Edizioni, 2008.

Marie MorelDiMarie Morel

Poesia e primavera: bellezza e rinascita

Poesia e primavera: bellezza e rinascita.
A tutti, prima o poi, capita di chiedersi che senso abbia l’effimera esistenza dell’uomo, il significato profondo della vita e per che cosa valga la pena vivere.
Non esistono risposte univoche a queste domande, ciascuno deve trovare le proprie, lungo il cammino che è chiamato a percorrere su questa terra.
Con il tempo, io mi sono persuasa che, una fra le tante ragioni per cui vale la pena di vivere sia la bellezza, intesa non come canone estetico, bensì come quella pienezza, compiutezza, senso dell’infinito che possiamo cogliere nelle piccole cose che ci circondano ogni giorno: la perfezione dei petali di un fiore, il ritmo perenne delle onde del mare, il bagliore di una stella cadente che illumina il cielo notturno…..E la poesia, che su siffatta bellezza ci fa spalancare gli occhi e riporta la nostra attenzione, quando ci lasciamo sopraffare dall’abitudine, dagli impegni, dallo stress.
Sì, io credo che la poesia sia uno di quei piaceri della vita, completamente gratuito e accessibile a tutti, a cui nessuno dovrebbe rinunciare: leggere poesia è trovare ristoro negli affanni e nelle preoccupazioni, prendersi una pausa da quella corsa ad ostacoli che è la quotidianità, esplorare stanze del proprio mondo interiore in cui non siamo mai entrati o dalle quali vorremmo fuggire, riconciliarsi con la parte più autentica di noi.
Leggere poesia è, anche, sentirsi meno soli nell’angoscia e nelle sofferenze, perché il tormento che muove il poeta è universale e trasversale nel tempo: tutti gli uomini, in tutte le epoche, si sono sentiti in balia di emozioni, sentimenti e passioni, smarriti dinanzi agli eterni interrogativi sulla condizione umana, sulla caducità della vita terrena, sulla fragilità dell’esistenza.
Il poeta va alla ricerca delle risposte scavando dentro di sé, esplorando quell’infinito che è in ciascun uomo, lasciandosi ispirare e rapire dalla bellezza e dall’amore, sublimando il dolore e la perdita, e riesce a trasformare quelle che, altrimenti, sarebbero piccole e insignificanti parole, in un canto che sgorga da lui e si diffonde tutto intorno, in un balsamo per l’anima, in versi potenti che entrano in chi legge, rievocando emozioni, risvegliando o domando passioni, lenendo ferite, in un moto interiore che si conclude con un nuovo slancio verso la vita.
Mai scelta, dunque, fu più appropriata, a mio avviso, che far coincidere la Giornata mondiale della Poesia con il primo giorno di primavera: Il poeta compie un lungo viaggio nel buio e nell’inverno che ha dentro, accendendo luci e piantando semi di speranza, di ispirazione, di creatività, che germoglieranno esplodendo in poesia, rinascita e nuova bellezza, esattamente come la natura fa col mondo quand’è, finalmente, primavera.

Marie Morel

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COME NASCE UN POETA…

Prende il via la nuovissima rubrica di Poesia della Dante Alighieri di Copenaghen, a cura del Poeta Pablo Paolo Peretti.

Pablo si racconta con l´ironia e la semplicitá che lo contraddistingue da sempre.

Lettere, letture, letterature… poesia. Di tutto un po´.  Quando ho incontrato Pablo la prima volta non potevo certo immaginare quanto ci fosse dietro i suoi sorrisi e le sue battute. Una sensibilitá notevole, uno spirito eclettico ed attento, ottimo osservatore riesce a rimodellare emozioni e sensazioni con parole delicate e talvolta meno, ma con estrema precisione.
Leggere le sue poesie, ed ancora di piú ascoltarle, é un´esperienza intimistica a soggettiva che immerge in un mondo tutto nuovo, tutto da scoprire.

Periodicamente Pablo ci delizierá con assaggi succulenti della sua amata compagna: la poesia. E noi saremo qui in trepida attesa.

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