Archivio mensile Luglio 2018

Marie MorelDiMarie Morel

L’eccellenza italiana del fumetto: la Sergio Bonelli Editore

Era una soleggiata giornata di ottobre dell’anno 1998, quando la mia amica Gabriella, conoscendo e condividendo la mia passione per la carta stampata, mi mostrò con soddisfazione il primo albo di un nuovo fumetto che aveva scovato in edicola: “Julia. Le avventure di una criminologa”, della Sergio Bonelli editore.

Eravamo sulla banchina della stazione ferroviaria dove, alla fine di ogni settimana universitaria, ci incontravamo per tornare a casa e insieme demmo una prima, avida scorsa ai disegni e ai dialoghi. Fu amore a prima vista e lì, su quella panchina, mentre aspettavamo il treno, si cementò quel sodalizio tra me, Julia e Gabriella, che dura da venti anni, ormai. Sono cambiate tante cose da allora, ma non il nostro appuntamento mensile, che inizia con l’acquisto dell’albo e finisce con lo scambio delle impressioni ed opinioni sulla nuova avventura della nostra eroina. Ho collezionato tutti gli albi ed ognuno di essi ha rappresentato un momento speciale, ma quello di cui vado più orgogliosa è il numero 200, che mi è stato autografato da Giancarlo Berardi, lo straordinario fumettista che ha dato vita al personaggio di Julia e che ho avuto l’onore e il piacere di incontrare al Comicon di Napoli nel 2015. Si colloca al fuori dall’ordinario e, per l’esattezza al di sopra, Berardi, per i suoi indiscutibili talenti professionali, ma soprattutto per le sue doti umane e per la sua sensibilità, per la capacità di affrontare temi sempre nuovi, moderni, complessi e delicati, per il suo enorme bagaglio culturale grazie al quale ogni mese, con sorprendente semplicità, offre ai lettori spunti di lettura, di ascolto, di riflessione, che aprono nuovi orizzonti e punti di vista.

Del resto Giancarlo Berardi si è formato in quella fabbrica di sogni, talenti e passioni che è la Sergio Bonelli Editore, che egli avrà contribuito ad arricchire culturalmente e da cui sarà stato a sua volta arricchito in uno scambio reciproco di conoscenze ed esperienze.

Alla Sergio Bonelli Editore dobbiamo la più vasta produzione di letteratura disegnata, interamente italiana, dal 1940 ad oggi: fondata da Giovanni Luigi Bonelli con il nome di “Redazione Audace”, la società è passata di padre in figlio, prima a Sergio, che è venuto a mancare nel 2011 e, in seguito, a Davide.

Alla famiglia Bonelli va riconosciuto il merito di aver dato vita a quella scuola di sceneggiatori e disegnatori italiani, che, andando alla ricerca della propria identità ed autonomia espressiva, hanno contrastato con produzioni originali il predominio del fumetto di importazione americana, giunto in Italia negli anni trenta. Nel corso di quasi ottant’anni di lavoro, grazie alla loro incontenibile fantasia e alla passione per l’avventura e la scrittura, Giovanni Luigi e Sergio Bonelli hanno dato vita a numerosissimi personaggi, tra cui Tex, Ken Parker e Martin Mystère, Dylan Dog, Nick Raider e Nathan Never, per citare solo alcuni tra i più famosi.

La casa editrice è riuscita a tenersi sempre al passo con i tempi, continuando ad incontrare il gusto degli appassionati e dei nuovi lettori, proponendo una grande varietà di titoli, formati differenti, produzioni a colori, facendosi conoscere ed amare anche oltre confine e, soprattutto, ha saputo valorizzare il lavoro degli artisti che collaborano con essa.

Nel 2017, ha cominciato a produrre, tra le altre, un’edizione a fumetti dei libri dello scrittore partenopeo Maurizio de Giovanni, “Le stagioni del commissario Ricciardi”, che assieme a Julia occupa un posto speciale nel mio cuore. I disegni e le sceneggiature animano i personaggi e tratteggiano una Napoli dei primi del ‘900 con una tale intensità da condurre il lettore in un viaggio nell’immaginario dell’autore, tra i vicoli della città e tra sentimenti ed emozioni forti e contrastanti.

Per maggiori informazioni sulla casa editrice, gli autori, i fumetti, i personaggi, le novità, gli acquisti, consiglio di visitare il sito http://www.sergiobonelli.it/.

 

Pinuccia PanzeriDiPinuccia Panzeri

“Barlume” trilogia di gialli di Marco Malvaldi, Sellerio Editore Palermo,2007, 2008, 2010

Quando hai ottant’anni, l’unica cosa che puoi fare in un giorno di pieno agosto è andare al bar. E che fare al bar? Le carte, i fatti altrui, discussioni continue, e dopo: investigare. Come fanno i vecchietti del BarLume: Nonno Ampelio, l’oste Aldo, il Rimediotti pensionato di destra, il Del Tacca-del-Comune. Se c’è un delitto nei dintorni di Pineta, il loro onnisciente pettegolezzo diventa una formidabile macchina da indagine. Da dove Massimo il barrista estrae la chiave dell’enigma, come una Miss Marple in puro toscano.

Con passo felpato, Marco Malvaldi ha fatto il suo ingresso nel mondo del giallo italiano con alcuni piccoli romanzi ambientati a Pineta, un’immaginaria località livornese. Non si tratta senz’altro di romanzi impegnativi, che si propongano letture duplici, o che abbiano rimandi – più o meno cifrati – a fatti reali. Nulla di tutto questo. Si tratta infatti di storie agili, le cui trame non sono poi molto diverse da quelle di tante fiction a sfondo poliziesco. Ma, come spesso avviene, il successo che Malvaldi si è conquistato – un successo notevole, se i suoi primi tre romanzi, raccolti in questo volume (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi), hanno venduto complessivamente 250.000 copie – non è dovuto tanto all’intreccio, quanto alla simpatia dei personaggi che fanno da contorni alla storia. I vecchietti assidui frequentatori del BarLume, insieme al giovane barista, sono infatti l’ingrediente che rende i romanzi di Malvaldi una pietanza gustosa. Una pietanza che conserva gli elementi classici del giallo, ma che rassicura e diverte con l’atmosfera provinciale del BarLume, con la sagace ironia dei suoi avventori e – da non trascurare – un umorismo spesso grossolano, come vuole la tradizione toscana. Consigliato a chi ama un noir tinto di commedia.

La briscola in cinque

Siamo in piena estate, e il caldo della piccola città toscana di Pineta sulla costa è insopportabile. In realtà, c’è solo un posto dove stare, cioè nel BarLume, un caffè che il proprietario Massimo ha comprato con soldi vinti a una lotteria. Tra i clienti abituali ce ne sono quattro che passano il tempo giocando a carte, bevendo caffè e commentando grandi e piccoli. Un giorno, hanno davvero qualcosa di cui parlare perché, quando il corpo di una ragazza viene trovato in un contenitore della spazzatura. Massimo viene coinvolto nelle indagini sull’omicidio, completamente  aiutato dai quattro giocatori di carte, e costretto a collaborare con Fusco, un sciocco e aspro carabiniere calabrese.

 

Il gioco delle tre carte

Massimo cerca un nuovo dipendente del BarLume, dopo che Tiziana si è sposata e perciò si è dimessa. Non è affatto impressionato dalle qualifiche dei candidati, e quando Tiziana telefona per chiedere se puó ritornare al BarLume perché ha divorziato, non esita a dire sì. I quattro anziani abituali del bar si annoiavano quando si fanno avanti nuove informazioni su di un vecchio episodio circa la compravendita  di una  proprietà che diede adito a morte, omicidio e suicidio.


Il re dei giochi

La giornata inizia male per Massimo. E peggiora alla notizia di un incidente automobilistico, una notizia che il quartetto dei vecchietti del caffè accolgono con piacere. Nel veicolo si trovavano una donna e suo figlio, erano entrambi eredi di un ricco palazzinaro. La donna è anche la segretaria di un politico, che è attualmente candidato alle elezioni straordinarie a Pineta. I quattro vecchietti cominciano a intravvedere una bella storia. Massimo cerca di mantenere la testa fredda. Ha altro a cui pensare, di cui un matrimonio. Terzo volume nella serie BarLume.

 

 

Marie MorelDiMarie Morel

Una valigia piena di libri

L’estate per me è il profumo del mare, il rumore delle onde sulla battigia, la freschezza dell’alba e la dolcezza dei lunghi pomeriggi pigri, trascorsi completamente immersi nella lettura di un libro, vivendo le storie dei personaggi che, per qualche ora, sono diventate le mie.  Io sono stata Jo March ed Elizabeth Bennet, Sherlock Holmes e Phileas Fogg, Sara Crewe ed Harry Potter e tanti altri ancora e ho vissuto mille vite e mille avventure. Chi, come me, nutre per i libri un amore innato può capire; gli altri possono provare a prenderne in mano uno, a sgombrare la mente e a immedesimarsi completamente nei personaggi, a fare della lettura un’esperienza totalizzante che coinvolga non solo il pensiero, ma l’immaginazione, i sensi, il cuore, perché, spesso, le passioni scovate tardivamente recano con sé una ventata di freschezza insperata.  Quando ero più giovane, mi lasciavo guidare nella lettura dai consigli altrui e il senso del dovere mi costringeva a finire di leggere qualunque libro avessi cominciato, anche se non incontrava i miei gusti. Con la maturità, ho capito che la vita è troppo breve per vivere di costrizioni e la lettura è uno di quei piccoli piaceri che proprio non posso negarmi, per cui la scelta stessa è diventata un voluttuoso rituale in cui mi faccio guidare dall’istinto, dall’intuito, dall’umore del momento, dalle sensazioni che provo quando prendo un in mano un libro, ne leggo il titolo, la quarta di copertina, qualche breve passo pescato a caso sfogliandolo. Raramente mi sbaglio, ma se non dovesse piacermi, lo passo a qualcun altro che possa apprezzarlo e vado oltre, senza alcun rammarico, alla ricerca di un altro di libro che riesca ad avvincermi. Proprio stamattina, ho preparato la lista dei miei libri per l’estate e la mia scelta è caduta su dei titoli che promettono grandi emozioni e tanta ironia, lacrime e risate, tra porte che si chiudono ed altre che si aprono rivelando orizzonti inattesi, dolori messi nell’ombra dalla luce della speranza. Eccola:

L’Arminuta- Donatella Di Pietrantonio

Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli- Chiara Moscardelli

La verità del serpente- Gianni Farinetti

E tu splendi-Giuseppe Catozzella

Tu, sanguinosa infanzia- Michele Mari

L’animale femmina- Emanuela Canepa

Mia madre non lo deve sapere- Chiara Francini

Un amore- Dino Buzzati

Vittoria- Barbara Fiorio

Una piccola selezione di libri ambientati nell’ Italia di oggi e di ieri, di autori italiani che, con lo strumento magico della parola, riaccendono piccole memorie, il ricordo di usi e costumi dimenticati, raccontano di relazioni vere e autentiche, del perdersi e ritrovarsi, perché estate significa anche partire, andare altrove. Per me, spesso, quest’altrove, questo nuovo mondo, questo nuovo viaggio è un libro: una piccola vacanza che posso concedermi un po’ ogni giorno, per tutto l’anno.

Lucia RotaDiLucia Rota

”Addio do Fantin”

Nel cuore della Riviera di Levante, a  40 km da Genova, ecco Lavagna,  simbolo del turismo balneare grazie alla splendida spiaggia sabbiosa che si estende per chilometri . E’ una cittá da visitare  per la sua cucina, per i suoi monumenti e per la sua storia.

Dal 1982 ogni 13 agosto, il sagrato della  basilica dei Fieschi a San Salvatore di Cogorno,  ospita la rievocazione storica medievale dell’”Addio do Fantin”, l’addio  al celibato del conte Opizzo Fiesco. Il sontuoso matrimonio del conte Opizzo è un appuntamento reso suggestivo dalla straordinaria cornice monumentale del borgo dei Fieschi che comprende oltre alla basilica, il sagrato in ciottoli marini  ad anfiteatro con una meravigliosa acustica e possibili 600 posti a sedere. Addio do Fantin è una rievocazione storica strabiliante con migliaia di figuranti che si chiude con  “La torta dei Fieschi” una torta gigantesca oltre 13 quintali di dolce confezionato dai maestri pasticcieri di Lavagna in base a una ricetta segreta  .

La sera del 14 agosto un corteo imponente   parte da piazza Marconi , segue l’uscita della sposa dalla chiesa e arriva fino ai piedi della torre Fieschi. All’ arrivo del corteo in Piazza Vittorio Veneto, dopo la lettura del proclama delle nozze dall’Araldo, la contessa taglia simbolicamente la torta gigante dando il via a un simpatico gioco. Per poter mangiare la torta ogni partecipante al gioco deve acquistare uno o più biglietti azzurri per gli uomini e rosa per le donne con un nome di fantasia scritto sopra e deve poi cercare il ragazzo o la ragazza che possiede un biglietto identico al suo. E cosí i due “novelli innamorati” potranno ritirare le due fette dello squisito dolce lavagnese. Il gioco e tutta la rievocazione storica si svolgono in un’affascinante scenografia tra danze, giochi d’arme e di bandiera, gare di abilità con l’arco, musiche medievali eseguite dal vivo e il rullo dei tamburi.

I Fieschi nel tredicesimo secolo raggiunsero il culmine dello splendore e della potenza. Due suoi esponenti  salirono al soglio pontificio come Adriano V ricordato da Dante nel XIX canto del Purgatorio “……intra Siestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima….

D’estate quando siamo a Rapallo andiamo talvolta a Lavagna o a Cogorno per partecipare alla festa Addio du Fantin. E’ sempre molto interessante.

Se non ci siete mai andati provateci la prossima volta che siete in Liguria. Buon divertimento!

 

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Foto http://www.tortadeifieschi.it/104__Programma_2017

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

Benvenuto Ambasciatore!

In Danimarca per promuovere l’#Italia e le sue eccellenze : esportazioni, cultura, arte, scienza, tecnologia, turismo e sport. Lavoreremo per i cittadini e per le imprese, a sostegno del sistema Paese”.

Queste sono le parole del nuovo ambasciatore italiano in Danimarca, Luigi Ferrari. Le leggiamo sul notiziario dell’Aise e non possiamo che esprimere tutto il nostro entusiasmo per le intenzioni e la determinazione che il massimo rappresentante dell’Italia in terra danese dichiara.

La Società Dante Alighieri di Copenaghen, attiva proprio in Danimarca nel campo della promozione artistica e culturale, nutre curiosità e interesse per questo importante cambiamento e sorride entusiasta alla nuova rappresentanza, non dimenticando di ringraziare con la massima sincerità e stima l’Ambasciatore uscente, Stefano Quierolo Palmas, il cui ricordo resta delicato e presente.

Laureato a Roma nel 1993, Luigi Ferrari si dedica fin da subito alla carriera diplomatica.

Nel ’94 è a Stoccolma, nel ’99 in Luanda, poi nel 2003 di nuovo a Roma alla Direzione Generale dei Paesi dell’Europa.

Nel 2004 svolge la funzione di capo Uff. II del Servizio per l’Informatica e le Comunicazioni e la Cifra, e nel 2010 è vice direttore generale per l’Amministrazione, l’Informatica e le Comunicazioni.

Nel 2014 presta servizio presso il Ministero della Salute (fuori ruolo) in qualità di Consigliere diplomatico dell’ On. Ministro, e nel 2015 diviene ministro plenipotenziario.

Dall’ 11 luglio 2018, Luigi Ferrari è dunque ufficialmente il nuovo ambasciatore italiano in Danimarca, e noi cogliamo l’ occasione per augurargli un caloroso e sentito benvenuto!

Elisa BorellaDiElisa Borella

Sorprese made in Puglia: la serendipità di Conversano

Ancora indecisi sulla destinazione delle imminenti vacanze estive? In cerca di qualche luogo tranquillo un po’ fuori dai soliti iperaffollati itinerari turistici?

La Puglia non manca certo di mare cristallino e/o di prelibatezze culinarie, ma nemmeno in fatto di sorprese sa farsi cogliere impreparata! La piccola città di Conversano, infatti, è la meta ideale per chi non vuole rinunciare alle assolate e famose spiagge della vicina Polignano a Mare, ma nemmeno perdere l’occasione di visitare qualche bell’edificio storico-artistico fresco fresco di restauro.

 

Conversano sta ai viaggi a tappe in macchina programmati al quarto d’ora come la serendipità alla routine quotidiana tra lavoro e stress estremamente prevedibili e poco graditi: insomma, una vera e propria scoperta. Innanzitutto, si presenta come una meta assolutamente non turistica (per quanto i luoghi di interesse non manchino affatto!) senza indicazioni gridate, senza operatori turistici ad eccezione di una “pro loco” gestita da volontari in un piccolo ufficio collocato nella piazza principale, anzi, con quell’aria genuina di cittadina a misura d’uomo, fatta di vere persone che di giorno appendono con noncuranza i panni stesi alle finestre, mentre di sera se ne stanno sedute fuori casa a parlare fino a tarda ora con i vicini.

L’agglomerato urbano ha una conformazione decisamente particolare, riunendo in sé ben tre campagne edilizie succedutesi in tempi diversi (il dedalo di vicoli tortuosi e candidi attorno alla cattedrale cede presto il passo a strette stradine parallele e perpendicolari dritte come fusi per concludersi poi in pittoresche scalinate di pietra), il tutto stretto nell’abbraccio di imponenti mura megalitiche presenti dai tempi antichissimi in cui la città era ancora chiamata Norba. Altra peculiarità non del tutto trascurabile è la presenza di ben tre centri di potere, con le relative (splendide) sedi: la Cattedrale romanica, rivestita di pietra chiara in un tripudio di trafori e di finissimi bassorilievi, il massiccio Castello Acquaviva D’Aragona in posizione sopraelevata, a riprova della presenza e della dominazione secolare della famiglia omonima nella regione in periodo pre-unitario e il Monastero di San Benedetto, un tempo abitato e gestito dall’ordine delle Badesse Mitrate, appoggiato dal papa e unico nel suo genere – tanto da essere entrato più volte in collisione nel corso dei secoli con la locale gerarchia ecclesiastica, tradizionalmente maschile! Sia la Cattedrale che il Monastero (e chiesa annessa, della quale spiccano il campanile in stile barocco e la cupola con bellissime tegole in maiolica gialle e blu) sono stati recentemente restituiti al loro antico splendore grazie a efficaci interventi di restauro.

Quale migliore occasione, dunque, per visitare questo piccolo centro così ricco di storia, pur trovandosi fuori dai tradizionali itinerari turistici! Le cose più belle succedono proprio quando meno ce le si aspetta, perciò, in caso doveste capitare nei pressi delle rinomate Bari o Polignano a Mare, non dimenticatevi di fare un salto in questo piccolo gioiello della Puglia più vera e di mettere alla prova la vostra capacità “serendipica”: chi l’ha detto che nella regione esistano solo oliveti, taralli e trulli?

  1. Piccola nota linguistica: per serendipità, termine coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole e utilizzato per la prima volta in una fiaba del 1754, si intende la capacità o la fortuna di fare scoperte totalmente inattese, per puro caso – spesso mentre si è alla ricerca di qualcos’altro!

 

Elisa BorellaDiElisa Borella

Arriccio, tonachino e spolvero: il lessico dell’affresco

Cos’hanno in comune grandi capolavori della storia dell’arte italiana quali la michelangiolesca Cappella Sistina, le Stanze Vaticane di Raffaello o la giottesca Cappella degli Scrovegni? Vi siete mai chiesti come sia possibile dipingere su porzioni di spazio così grandi o godere ancora oggi di colori e di forme così splendidamente preservate, dopo più di cinquecento anni? Il denominatore comune, com’è noto, è la tecnica con cui sono state realizzate, cioè l’affresco, mentre il merito della loro incredibile conservazione è da attribuirsi a un fortunato miscuglio di chimica, di fortuna e di sapienza antica.

 

Innanzitutto, con “affresco” intendiamo la principale tecnica di pittura decorativa realizzata su parete (ne esistono anche altre, dai nomi più esotici, come ad esempio pittura “ad imbratto”, “a piccoli tocchi” o “a encausto”), la cui caratteristica principale è data dal trattamento del supporto (il muro) attraverso la sovrapposizione di vari strati di calce. Dipingere su parete non è, infatti, così semplice come potremmo immaginare, soprattutto se miriamo a un risultato che duri nel tempo! Erano, pertanto, richieste una certa perizia e grande rapidità – entrambe parti integranti del pedigree di artisti davvero degni di questo nome.

Preparare il muro per accogliere l’affresco era un po’ come cucinare una torta a più strati: il primo di questi, ovviamente, era la parete stessa, che costituiva la base da cui partire, realizzata in pietra o in mattoni, ruvida a sufficienza da non far scivolare via lo strato successivo, detto arriccio”. L’arriccio era un miscuglio di acqua, calce spenta e sabbia di fiume, che andava applicato in maniera uniforme sulla parete – era un’operazione piuttosto delicata, perché proprio sull’arriccio si realizzava la prima bozza del disegno finito! Una specie di prova generale “per vedere l’effetto che faceva”… Nel corso del tempo si sono avvicendate diverse tecniche utili a restituire un’idea complessiva e a grandezza reale del risultato finale dell’affresco: la sinopia era semplicemente un disegno poco particolareggiato realizzato con una matita rossa direttamente sull’arriccio, mentre lo spolvero e il cartone erano l’esito di un passaggio del disegno dalla carta al muro (il primo attraverso la traccia lasciata da piccoli fori praticati in corrispondenza delle linee della composizione riempiti con polvere di carbone, il secondo da una lieve pressione esercitata dall’artista lungo gli stessi contorni, come un vero e proprio calco). Sopra agli strati di arriccio, l’artista applicava poi il tonachino, cioè lo strato di intonaco che avrebbe accolto il colore, realizzato mischiando sabbia fine, acqua, polvere di marmo e calce. Centrale era, infatti, la capacità di intrappolare il colore all’interno del muro, un po’ come fa l’inchiostro di un tatuaggio sulla pelle, dipingendo sull’intonaco ancora umido; la chimica, infine, attraverso la cosiddetta carbonatazione della calce durante il processo di asciugatura, faceva il resto del lavoro, sigillando e preservando una volta per tutte il dipinto all’interno della parete.

Per evitare antiestetiche giunture o campiture non uniformi di colore (realizzato polverizzando pigmenti minerali mischiati con acqua), gli artisti erano, inoltre, soliti lavorarea pontate, cioè seguendo l’andamento delle impalcature su cui dipingevano, oppure a giornate, tenendosi impegnati per mesi (o addirittura per anni!), date le enormi dimensioni coperte da queste decorazioni parietali. Fortunatamente (per noi), però, tutto questo impegno non è andato perduto, perché grazie alla geniale intuizione di imprigionare il colore all’interno dell’intonaco, possiamo ancora oggi godere di meravigliosi capolavori, immergendoci anche solo per un istante nello splendore di quei tempi lontani.

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

Assolutamente da non perdere!

In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup, parte a settembre la nostra prima piccola Rassegna Cinematografica Italiana.

Non perdere i nostri appuntamenti con il Cinema… ti aspettiamo!!!


Piccola Rassegna Cinematografica Italiana

Cinema italiano – il primo lunedi del mese

Biblioteca di Ordrup, Ejgårdsvej 11, 2920 Charlottenlund


Lunedì 3 settembre, ore 17-19

Uno dei migliori modi per incontrare la cultura e la storia di un paese è attraverso i film. In collaborazione con la Biblioteca di Ordrup vi offriamo la possibilità di incontrare l’Italia moderna in tre nuovi film italiani il primo lunedì del mese di settembre, ottobre e novembre 2018. Ogni film sarà introdotto da una breve presentazione in danese, e tutti i film avranno sottotitoli in danese.

Si offrirà un bicchiere di vino rosso italiano all’inizio del film.

Nel primo film “La Cena” si cena in un ristorante a Roma. Flora, la padrona, interpretata dall’attrice francese Fanny Ardant, serve gli ospiti, che  chiaccherano del più e del meno, mentre i destini si incontrano e si staglia l’immagine delle abitudini e della vita quotidiana in Italia.  I dialoghi dei clienti ai tavoli della trattoria – alcuni sconci, altri intimi, affettuosi, tristi e poi i monologhi – vite ridotte in sugo alla carbonara vengono servite nel film del 2010 di Ettore Scola con un sorriso appena accennato.


Lunedì 1 ottobre, ore 17-19

“Perfetti sconosciuti”, proiezione di film

Nel secondo film della rassegna Cinema Italiano siamo anche qui seduti a tavola, ma questa volta si tratta di una cena fra amici, dove tre coppie e un single, benché pensino di conoscersi molto bene, scoprono che in verità sono degli sconosciuti. In questo film del regista Paolo Genovese, superpremiato e da grandi incassi che si avvicina ad un pezzo di teatro, Eva, la padrona di casa, propone un gioco azzardato: tutti posano il cellulare sul tavolo e permettono di rivelare ai presenti il contenuto di tutte le comunicazioni che riceveranno nel corso della serata per dimostrare che non hanno niente da nascondere. E così saltano fuori segreti e quella vita che si era voluta nascondere.

 


Lunedì 5 novembre, ore 17-19
“La Pazza Gioia”, proiezione di film

Arrivati al terzo e ultimo appuntamento sul cinema italiano siamo pronti a buttarci nel paesaggio toscano. Il regista Paolo Virzì, che diresse anche Capitale Umano, ci racconta in questo film del 2017 di due donne diverse che si incontrano in un ospedale psichiatrico in Toscana. La coppia strampalata finisce di scappare insieme, e durante la fuga attraverso la bellissima Toscana trovano la bellezza in ciò che non è perfetto, perchè sui documenti sono dichiarate totalmente pazze, ma in verità fuori fra i sani si comportano da  “normali”. Il melodramma, che ci offre un commento critico della società con una piega di comicità, vinse il premio cinematografico Davide di Donatello per il miglior film, miglior regista e miglior ruolo femminile.

Marie MorelDiMarie Morel

Appunti di viaggio: L’isola di Ischia ( terza e ultima parte)

L’isola di Ischia non offre ai visitatori solo mare, spiagge e terme, ma anche un patrimonio storico, artistico, culturale ed enogastronomico, che la rendono una meta turistica perfetta in ogni stagione dell’anno.

Tra un tuffo in mare ed un altro in una piscina termale, una tappa obbligata per i turisti è il Castello Aragonese che, oltre ad offrire un panorama spettacolare, ospita il Museo delle armi usate tra il XVI e il XVI. Visitando il museo del mare e quello del contadino, è possibile immergersi nelle antiche tradizioni e comprendere le due vocazioni dell’isola, quella marinara e quella legata alla terra, con i suoi orti e le sue vigne che si stagliano sui pendii, tra cielo e mare.

Per tornare indietro nel tempo fino alle origini, i luoghi perfetti sono il museo di villa Arbusto, che raccoglie preziosi reperti come la coppa di Nestore, su cui è inciso il più antico frammento di poesia greca e gli scavi di Santa Restituta, che sono testimonianza delle antiche civiltà e delle attività che esse svolgevano sull’isola.

Gli animi romantici si innamoreranno dei giardini di La Mortella dove il tempo sembra essersi fermato a quando Sir William Walton, uno dei più grandi compositori inglesi del XX secolo, vi abitava con la sua adorata moglie Susanna e della Colombaia, dimora storica del grande regista Luchino Visconti, oggi trasformata in un museo a lui dedicato.

Ischia non deluderà neppure chi, come me, ama in particolare le chiese, a cui sono spesso legate celebrazioni e feste che animano l’isola tutto l’anno.

Una delle chiese più belle è quella del Soccorso che, appollaiata su un costone di roccia a picco sul mare, vegliava sui marinai, i quali potevano scorgerla da lontano e sentirsi rassicurati alla sua vista.

La chiesa di Santa Restituta è intitolata alla patrona dell’isola ed ogni anno il 17 maggio, durante i festeggiamenti a lei dedicati, i devoti mettono in scena il suo approdo sulla spiaggia in una barca in fiamme.

Nella chiesa dedicata a San Giovan Giuseppe della Croce, altro patrono di Ischia, invece, si celebra il culto della “Bambinella”, la Madonna bambina, che il 12 settembre viene portata in processione in una culla a forma di barca tra le vie del borgo, in riva al mare, mentre le donne intonano un antico canto in dialetto, che viene tramandato di generazione in generazione.

Il fulcro delle celebrazioni liturgiche è la cattedrale dell’Assunta, a pochi passi dal Castello Aragonese, mentre, ormai sconsacrato, ma molto suggestivo è l’eremo di San Nicola, che si trova sul punto più alto dell’isola, sulla cima del monte Epomeo e rappresenta uno dei più antichi esempi di architettura rupestre.

Un’altra festa molto sentita è quella di Sant’Antonio Abate che si celebra il 17 gennaio. In quella data, nella località Piellero viene appiccato un falò intorno al quale i padroni radunano i loro animali, perché ricevano la benedizione del Santo, dopodiché la festa prosegue con musiche, balli e gustosi panini con salsiccia alla brace.

L’estate ad Ischia inizia con la festa in onore di San Vito, che si celebra a Forio, dal 13 al 17 giugno. Secondo la leggenda, il Santo approdò sull’isola nel XIX, durante un’epidemia che aveva aggredito le viti, con una nave carica di zolfo, grazie al quale riuscì a salvare le preziose coltivazioni.

Ogni anno, il 26 luglio si rinnova la tradizione della festa di Sant’Anna, a cui le partorienti e le donne chiedono il miracolo di avere figli belli e sani. Per questa festa vengono preparati carri allegorici galleggianti che sfilano nella baia di Cartaromana e viene simulato l’incendio del Castello Aragonese, che si conclude con uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio.

 

 

 

 

Uno degli eventi più attesi dell’estate ischitana è la festa di Sant’Alessandro, il 26 agosto, quando più di 200 figuranti, vestiti con preziosi abiti antichi, sfilano tra cavalli e carrozze, interpretando personaggi storici che nei secoli hanno popolato l’isola.

 

 

 

A Sant’Angelo, invece, si trova la Chiesa di San Michele Arcangelo, i cui devoti organizzano una festa in suo onore, il 29 e il 30 settembre, quando il Santo viene posto su un peschereccio e al crepuscolo e tante piccole barche addobbate a festa lo seguono, unite in processione fino alla spiaggia dei Maronti, mentre dalle abitazioni ed attività commerciali site lungo la costa vengono esplose centinaia di fuochi di artificio.

Il girono di Pasqua, a Forio, si celebra una tradizione che risale al 1600: la corsa dell’Angelo. Dopo la messa vengono portate in processione le statue del Cristo risorto, della Madonna, dell’Angelo e di San Giovanni Apostolo. L’Angelo, interamente ricoperto di oro zecchino corre tra le statue, facendo tre inchini prima dinanzi al Cristo risorto, poi dinanzi alla Madonna che si accompagna con San Giovanni. Il momento più toccante è quello dell’incontro tra la Madonna e il Cristo, che proseguono insieme la processione in un tripudio di canti, colori e petali di fiori che le donne gettano dai balconi.

L’actus Tragicus è un dipinto del 1750 di Alfonso Di Spigna, collocato nella Basilica di San Vito a Forio e che ha ispirato l’omonimo evento che, da oltre trent’anni ormai, viene messo in scena con una rappresentazione itinerante ogni venerdì santo. Oltre 150 figuranti rappresentano la passione di Cristo, dall’ultima cena, fino alla deposizione dalla croce tra le braccia di Maria Addolorata, spostandosi in varie stazioni lungo le strade cittadine, tra la suggestione e l’emozione degli astanti.

 

Ischia può rivelarsi una magnifica meta dove trascorrere anche le vacanze di Natale, con il suo bosco incantato, una favola a cielo aperto di luci e suoni, allestito in una delle più antiche pinete dell’sola, con la pista di pattinaggio a pochi passi dal mare, i mercatini nei borghi antichi, gli zampognari ed eventi ricchi di storia e di folklore. In questo periodo dell’anno, l’intero borgo di Campagnano di trasforma in un presepe vivente, in cui lo spettatore diviene parte integrante dello spettacolo, seguendo un percorso tra stradine, profumi, sapori e canti della tradizione ischitana, botteghe in cui può acquistare i prodotti degli artigiani, fino alla grotta in cui viene rappresentata la natività.

All’alba della vigilia di Natale, da tempo immemore, si tiene ” l’Assise ‘pesce “, tradizione che viene tramandata di padre in figlio. Grandi e piccini si riuniscono in piazza San Gaetano a Forio d’Ischia, attorno ad un falò, mentre i pescatori allestiscono i banchi su cui fa bella mostra il pescato del giorno, che sarà protagonista delle tavolate della Vigilia e del giorno di Natale, in attesa della benedizione. Al termine del rito religioso, la festa si conclude mangiando un piatto caldo di pasta e fagioli, in piedi tra amici e parenti, scambiandosi i primi auguri. Le festività natalizie si concludono con l’evento più atteso dai bambini, l’arrivo dei re magi dal mare, che il giorno dell’epifania sbarcano sulla spiaggia della Mandra, con i doni da portare alla capanna di Gesù bambino e tante caramelle da distribuire ai piccoli spettatori, che attendevano il loro arrivo.

Mi sono limitata qui a ricordare brevemente solo le più importanti feste, per lo più religiose e legate alle tradizioni dell’isola, perché si ripetono ogni anno in date fisse, ma gli eventi che vengono organizzati sono innumerevoli e di ogni genere, per incontrare i gusti di tutti i turisti e rendere ancora più piacevole il soggiorno ad Ischia, in ogni stagione.

Non posso concludere senza un breve accenno all’enogastronomia ischitana, che abbonda di piatti tipici e ricchi di gusto. Su di un’isola, i piatti di pesce come la tradizionale zuppa e le alici fritte, sono eccellenti e freschissimi, ma la specialità di Ischia è il coniglio, che non manca mai sulla tavola domenicale e delle feste. La ricetta del coniglio all’ischitana, insaporito con differenti erbe e spezie a seconda del borgo dove viene cucinato, è stata rivisitata da vari chef, ma quello tradizionale può essere assaggiato solo qui, dove i segreti per renderlo speciale vengono tramandati di generazione in generazione. Un’eccellenza di Ischia è il fagiolo zampognaro, prodotto autoctono, che è stato salvato dall’estinzione ed ora è largamente usato anche per preparazioni veramente originali, tra cui il gelato.

Un piatto tipicamente estivo è l’insalata cafona, con patate lesse a tocchetti, pomodori, cipolla fresca, olive e capperi, tutto rigorosamente prodotto negli orti dell’isola a km 0, così come la minestra salvagioia, preparata con un misto di erbe selvatiche e fagioli zampognari, secondo una ricetta antichissima e segreta, custodita da poche persone.

Chi vuole consumare un pasto veloce può ordinare “la zingara”, un panino tipico di Ischia, con prosciutto crudo, insalata, pomodori e un velo di maionese, semplice ma di una bontà eccezionale, il cui segreto sta nel pane, che deve essere freschissimo e cotto nei tipici forni a legna ischitani.

A Ischia, poi, è possibile gustare i piatti tipici della tradizione partenopea, come la parmigiana di melanzane, la minestra maritata, la pizza di scarole, gli struffoli e la pastiera.

Come dimenticare la tradizione vinicola ad Ischia? Secondo alcuni essa va fatta risalire ad un’epoca antecedente alla coppa di Nestore, che già reca traccia nella sua incisione della produzione di vino sull’isola. Si tratta, dunque, di una tradizione millenaria, che si è radicata grazie al clima dell’isola, alle caratteristiche del terreno, alla varietà del paesaggio, che conferiscono ai vini di Ischia sapori e profumi caratteristici e che hanno consentito ai vitigni autoctoni, il Biancolella, il Piedirosso e il Forastera, di potersi fregiare della denominazione di origine controllata.

Le meraviglie dell’isola di Ischia sono tante e tali, che in questo mio breve excursus ho dovuto, mio malgrado, optare per la sintesi. A chi volesse approfondire o maggiori informazioni, suggerisco questi link

http://www.comuneischia.it/comuneischia/index.php

https://it.wikipedia.org/wiki/Ischia_(Italia)

http://www.prontoischia.it

 

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

Torta salata con formaggio di capra e pomodorini

1

Impastate la farina con il burro freddo fino a ottenere dei bricioloni, poi unite 50 g di acqua in cui avrete sciolto un pizzico di sale. Raccogliete la pasta in una ciotola, sigillatela con la pellicola e lasciatela riposare in frigo per 1 ora circa. Ungete di burro uno stampo a cerniera (ø 16 cm, h 4 cm) e foderate il fondo con un disco di carta da forno. Stendete la pasta a 3 mm di spessore e con essa foderate lo stampo, rifilando i bordi.

2

Sbattete 2 tuorli e 1 uovo con 150 g di latte, un pizzico di sale e qualche foglia di menta tritata. Versate il composto all’interno dello stampo e completate con la fetta di tronchetto di capra e i pomodorini, disposti intorno. Infornate a 180 °C per 30-35’. Sfornate, lasciate intiepidire per almeno una decina di minuti, poi sformate la torta e servitela.

  • 150 g Farina
  • 150 g Latte
  • 75 g Burro più un po’
  • 1 pz Fetta di tronchetto di capra
  • 20 pz Pomodorini ciliegia
  • 2 pz Tuorli
  • 1 pz Uovo
  • Menta
  • Sale

Durata: 1 h 
Livello: Medio
Dosi: 4 persone

da lacucinaitaliana.it

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DEL BELLISSIMO SUD…

François Nédel Atèrre

In questo appuntamento incontriamo un poeta amatissimo dal pubblico dei social; uno stile elegante, unico e intenso. 
François Nédel Atèrre è una delle voci più interessanti del Sud Italia.
L’ho voluto intensamente portare in terra danese, per far conoscere agli estimatori della nostra lingua e della poesia le sue composizioni, piccoli gioielli di scrittura che tanto piacciono ai lettori italiani, inglesi e anche danesi.
Fra note biografiche e intervista, alla fine potrete leggere quattro composizioni dello stesso… un regalo ai lettori di questa mia rubrica.
…E per concludere nella sezione “Poesia questa conosciuta” … leggeremo alcuni brani del grande poeta Milo de Angelis.
 
Buona Lettura.

INTERVISTA

1)   Che sensazione fa, essere “chiamato” poeta?
 
Non mi definisco mai “poeta”: non credo spetti a me riconoscere o accreditare
quello che scrivo. Posso dire cosa significhi la poesia per me, ma questa è altra cosa. Mi fa piacere, naturalmente, che i lettori mi seguano con attenzione, in qualche caso con affetto. Che apprezzino le cose che scrivo. Sono loro, in definitiva, a poter dire l’ultima parola.
 
2)   Ti devono per forza di cose chiedere qual è il tuo stile. Come lo definiresti?
 
Sono un autore -e un uomo- dell’Ottocento, credo. Le mie incursioni nella modernità consolidano, invece di smentirla, questa appartenenza. La corrente e il periodo sono ancora i miei, gli edifici, i tavoli dei caffè immersi nel fumo, i passages. Le capitali europee su fiumi o canali, due in particolare, con la veduta del periodo. Sono, credo ancora, un lirico: classico nei fondamenti, famelico del futuro. Torno alla tradizione, rinnovandola, dopo la più accanita sperimentazione.  Alcuni se ne accorgono, talvolta.
 
3)   Quando ti sei sentito poeta per la prima volta?
 
Mi sforzo di non cadere in questo pericoloso tranello: se leggo qualcosa di Rimbaud o di Auden, devo fare uno sforzo grande per continuare a proporre qualcosa di mio. Diciamo che mi faccio perdonare studiando molto, ed esercitando verso me stesso la massima severità possibile.
 
4)   Qual è il peggior nemico della poesia?
 
Il dilettantismo. La colpevole approssimazione. La negazione, per partito preso, della possibilità di farne ancora: l’ultima, credo, è la più pericolosa.
 
5)   Si legge spesso che la poesia “è morta”, che non vende e non la legge quasi nessuno. Vorrei una tua considerazione in merito.
 
Ho sperimentato, in questi anni, l’esatto contrario di questa opinione: di poesia c’è bisogno, eccome. Probabilmente bisognerebbe modificare qualcosa nelle dinamiche della sua fruizione. A chi decreta ogni giorno la morte della poesia, vorrei ricordare che nessuno degli eventi o dei reading ai quali ho preso parte
-come autore o spettatore, negli ultimi cinque anni- ha mai avuto meno di cinquanta spettatori: senza sponsor, senza conoscenze eccellenti, senza aiuti dall’alto.
 
6)   A quale poeta non vorreste mai essere paragonato (dato che purtroppo tutti fanno dei paragoni) e perché?
 
A nessuno, perché non amo i paragoni. Non mi piace l’habitus di procedere per somiglianze o associazioni forzate: ciascun autore è sempre diverso da un altro, anche se proviene da un retroterra comune. Alcuni non ammettono mai la possibile verità dei comprimari, posso comprenderlo: solo un banditore d’asta, diceva Wilde può ammirare imparzialmente e allo stesso modo tutte le scuole d’arte. A me piace, invece, riconoscere la grandezza, quando la trovo, in quelli che incontro. Non aderirvi, nutrirmene: è uno dei piaceri più sottili che conosca.
 
7)   Come si dovrebbe vendere la poesia ai giorni nostri?
 
Con attenzione, questo è sicuro: non è un prodotto come tutti gli altri. Andrebbe privata di quell’inutile alone di sacralità, ampiamente frainteso, che la danneggia irrimediabilmente.
Bisognerebbe trovarle uno spazio nella grande distribuzione, per le strade. Nelle botteghe, nelle fabbriche.
  
8)   Ci sono, solo in Italia, circa quattro milioni di poeti. Vorrei una tua personale considerazione.
 
In Italia ci sono quattro milioni o più di qualsiasi categoria professionale: di allenatori, di tributaristi, di medici; di architetti e arredatori d’interni.
Pochi sono tali per studio o capacità: da noi chiunque crede di poter fare un mestiere che non è il suo, senza possederne titoli e attitudine. È un problema tutto italiano, credo. Va preso con sense of humor, di quello corrosivo, intendo.
Se i quattro milioni di poeti, tornando a noi, cominciassero a farsi qualche domanda, ad esempio chiedersi “che cosa voglio dire?”-“come voglio dirlo?”, credo che il numero si assottiglierebbe. Considerevolmente.
In ogni caso, meglio avere alcuni milioni di poeti -il cui percorso rispetto comunque, anche quando è diverso dal mio- che inquietanti schiere di sedicenti politologi, o economisti della domenica.
 
9)   Quello che ami e vorresti fare tuo della scrittura di un poeta del web che ritieni speciale, che ami leggere, che consiglieresti a chi non lo/la conosce ancora e perché.
 
Mi piace il percorso di Sam Riviere, il suo spogliare il testo poetico di confortanti, riconoscibili topoi: difficile riportare la sua esperienza fuori dell’universo inglese contemporaneo, ma mi piacerebbe avere il suo registro, colloquiale e colto, intuitivo -abbreviazioni tipiche degli sms e delle e-mail- e complesso.
Anche Kathleen Jamie, il suo essere una sola cosa con la Natura che canta, cupa e luminosa a un tempo. Nessuno dei due fa un uso smodato del web, ma li vedo spesso citati dai frequentatori dei social, soprattutto in UK.
In Italia seguo con interesse Gabriele Galloni. E Bruno Di Pietro. E Vanina Zaccaria, e Melania Panico: percorsi differenti per linguaggio e metodo, ma poeti straordinari, tutti. Consiglierei vivamente di leggerli, sì.
  
10 – Hai  la possibilità di far resuscitare e andare a cena (bacchetta magica) con uno dei poeti che ami di più. Chi sarebbe e perché?
 
Dovrebbe essere un convito, più che una cenetta intima! Scherzo, ma neanche troppo: premesso che non avrei bisogno di resuscitarli, perché li considero più vivi di tanti automi che camminano, ci sarebbero: Rimbaud a capotavola, che contende il posto a Keats e a Shelley, Auden, Yeats, Baudelaire: Ungaretti, Saba, Luzi, Gozzano: D’annunzio (quello delle Laudi), Pascoli: la Achmatova, che adoro, Mandel’stam: Milosz e Herbert: Brodskij. Qualcun altro sul pianerottolo, ma con la porta di casa aperta.
Non lascerei nessuno in piedi, aggiungerei sedie e tavolini di fortuna. Li intratterrei tutti, direi loro: “vi ho studiato tanto, amato a lungo: adesso, per favore, ascoltate qualcosa di mio e ditemi cosa ne pensate”.
Ecco, farei così. Per lo champagne, Il Dagonet 1880 -the heavy amber coloured, indeed almost amber-scented champagne-: un doveroso omaggio alla Ballata dal carcere di Reading.
 

François Nédel Atèrre, da Mistica del quotidiano, Terra d’Ulivi Edizioni 2018

Poesie

***
Dritto negli occhi, un lampo, l’altopiano:
stoppie e ginestre tacciono, tra i monti.
Sassi rigati e vento, pioggia nuova,
frutti maturi al grembo, la radura.
 
***
Hai la perfetta geometria di un tempio,
le volte salde, tra i palazzi nuovi.
Le tue colonne bianche, dritte ai fianchi,
hanno respinto i barbari e gli incendi.
Per celle piccole, rivolte a oriente,
proteggi ancora i riccioli e la fronte
di dèi d’avorio calmi e luminosi.
Ero nel tuo recinto, nelle notti
di neve o esposto al caldo soffocante
che tiene a bada sacerdoti e ancelle.
Dei muri e dei dipinti so il colore
e le ragioni. Spesso, alla tua pietra
ho fatto nuove metope, iscrizioni
senza scalpello, con le mani nude.
 

***
Le cose ci dimenticano, è un fatto.
Ci voltano le spalle, se ne vanno.
Povero bene, il nostro tempo è andato
a riposare, come un sole stanco,
sul muschio delle pietre intorno al lago,
alla sua bocca d’acqua, luccicante,
mossa soltanto da un cavallo bianco.
Nemmeno la più piccola memoria
di noi qui avanza, quel che siamo stati
è pula al vento. Anche le insegne nuove
dicono di altri negozi, diversi
dai soliti ritrovi che avevamo
lungo la strada, finito il lavoro.
– Che dirti, se ti vedo? – Che passare
forse è più atroce ancora che finire.
 

Biografia

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terracciano) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967.
È laureato in Economia e Commercio.
La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione.

Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti.
Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.

Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni.

***
Dell’impero ignoriamo il confine,
le guarnigioni fragili, assediate
da barbari cordiali, inclini al bere.
Di decadenza abbiamo le nozioni
esauste, sprofondate nella sabbia
dei naufraghi con l’acqua nei polmoni.
Manchiamo, preoccupati di iscrizioni,
di dare ascolto a scricchiolii del legno,
rimproveri per utilizzi impropri.
Il piombo ci sta avvelenando, è in atto
un ordinato sterminio, festoso
che ignora le stoviglie e i grani ai tubi.
Una codifica nuova ci cambia
ogni mattina il viso, ma restiamo
vecchie monete col bordo rigato,
profili consumati dal passaggio
di mano in mano, e non ci sono acquisti.
 
F.N.A.

POESIA :QUESTA CONOSCIUTA

Oggi vi presento un poeta molto popolare e ancora in vita. Un giocoliere della parola, una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea, vive a Milano; classe  1951.

La poesia di Milo De Angelis è impregnata della sua esperienza di vita; una capacità grandissima di  descrivere il disagio della esistenza, il dolore dell’esserci. Una poesia, che va dritta al cuore e delle cose che ci circondano e del loro mistero esistenziale. Per chi si avvicina a questo poeta, consiglio uno dei suoi capolavori  dal titolo “Tema dell’addio”, un libro che ti rapisce grazie al suo meraviglioso descrivere il ”dolore” derivato dalla perdita di una persona cara… Veramente toccante.

Altre suepubblicazioni : Somiglianze (Guanda, 1976), Millimetri (Einaudi, 1983), Terra del viso(Mondadori, 1985), Distante un padre (Mondadori, 1989), Biografia sommaria(Mondadori, 1999), Tema dell’addio (Mondadori, 2005). Ha scritto una fiaba (La corsa dei mantelli, Guanda, 1979) e un volume di saggi (Poesia e destino, Cappelli, 1982). Ha tradotto dal francese (Baudelaire, Blanchot, Drieu La Rochelle) e dalle lingue classiche (Virgilio, Lucrezio, Antologia Palatina). Nel 2008, presso La Vita Felice, è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Nello stesso anno viene pubblicato un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi (Poesie, Oscar Mondadori). L’ultimo libro di versi è Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010).

Alcune sue poesie:

SOLTANTO
soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.

 

Viene la prima (Somiglianze, 1976)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Semifinale (Biografia sommaria, 1999)

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

 

 

 
I bastoni (Millimetri,1982)

I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.

MILO DE ANGELIS

Pinuccia PanzeriDiPinuccia Panzeri

L’ estate del cane bambino, Editore: 66th and 2nd, anno 2014 Mario Pistacchio,Laura Toffanello

Brondolo, alle porte di Venezia, primi anni ’60. Paesino dove ognuno ha un soprannome e qualche volta qualcosa da nascondere. Fossero pure vecchie superstizioni non esattamente scoraggiate dal parroco locale. Vittorio, Ercole, Menego, Michele e Stalino sono ragazzini all’inizio di un’estate lunga e piena di aspettative. Qualche libro da leggere, i genitori da aiutare nei campi, fratellini rompiscatole a cui badare. Ma soprattutto giochi e avventure: epiche partite di calcio riecheggianti le gesta di Sivori e Corso, pesche misteriose, gite segrete di notte e i racconti paurosi di nonno Cestilio. E poi tutto sterza bruscamente. E, dolore su orrore, tutto si disgrega. Il gruppo, la famiglia, la comunità. Molti anni dopo, Vittorio, riceve un vecchio foglio di quaderno e forse una piccola occasione per rimettere a posto, almeno qualcosa.

È un libro bellissimo. È bello per il ritratto perfetto che da’ della vita dei paesi dell’epoca, per le ipocrisie che sottolinea, i silenzi, i pettegolezzi, ma anche di quel forte legame che si crea tra i ragazzini a quell’età, delle piccole e grandi avventure che si condividono. E rimane un libro bello anche quando l’innocenza è definitivamente perduta, quando la cattiveria degli adulti raggiunge il suo culmine e questi ragazzi si ritrovano a combattere contro qualcosa di più grande di loro