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200 ANNI E NON SENTIRLI: L’INFINITO DI LEOPARDI E IL SEGRETO DELLA SUA FAMA

Recanatese, classe 1798, il suo è il mare letterario nel quale più dolcemente è facile naufragare… Avete capito di chi sto parlando? Ma certo, è proprio lui, Giacomo Leopardi! E proprio in questo 2019 appena cominciato ricorrono i duecento anni dalla stesura di una tra le sue poesie più celebri e suggestive: l’Infinito.

 

Parte del ciclo degli Idilli, insieme a La sera del dì di festa, ad Alla luna, a Il sogno e a La vita solitaria (componimenti concepiti negli anni 1819-21, ma pubblicati per la prima volta solo nel 1825 e poi, nuovamente, sei anni più tardi nell’edizione fiorentina dei Canti), l’Infinito è anche uno tra i testi poetici più studiati a scuola e conosciuti di tutto il patrimonio letterario nostrano… tanto che ancora oggi sentiamo l’esigenza di ascoltarlo, di scriverne e di parlarne! Già, ma perché? Perché ci affascina così tanto e a cosa si deve quella fama plurisecolare che gli ha permesso di resistere ai pericolosi colpi del tempo e delle mode?
I segreti, in realtà (se di “segreti” davvero si può parlare!), sono più di uno: innanzitutto, come per tutti i prodotti della mente umana presenti e passati, ciò che resta più impresso e che fa subito presa sul vasto pubblico non è tanto l’oggetto in sé, quanto la personalità che l’ha prodotto. Mi spiego: è più facile scolpire in mente un Giacomo Leopardi (spirito irrequieto/profondo/sensibile, ma prigioniero di un corpo fragile e incapace di stare al passo con un intelletto invece straordinariamente dotato) o un A Silvia? Forse nel caso di un “big” della letteratura come Leopardi la risposta non è così semplice da formulare, ma al “personaggio-Leopardi” sicuramente si deve una buona parte del suo successo (anche e soprattutto postumo), tanto che il grande schermo si è speso parecchio in questo senso ricostruendone più volte la biografia! Un buon ritratto, parzialmente riabilitante rispetto alla figura canonica (ma imprecisa!) del pessimistico “cantore dell’umana tristezza”, ci viene, ad esempio, offerta in tempi più o meno recenti sul grande schermo da Mario Martone attraverso Il giovane favoloso, film (da non perdere!) del 2014 che vede protagonista un Elio Germano decisamente calato nella parte. O ancora, ciò che ha contribuito (e che tutt’oggi contribuisce) alla notorietà del componimento è, naturalmente, l’insieme delle parole impiegate dall’autore, quello che in gergo tecnico si chiama “lessico”. I termini più ricorrenti, infatti, rimandano al “vago” e all’“indefinito”, concetti che più di altri sono, infatti, capaci di solleticare la nostra immaginazione e che sono, dunque, destinati a imprimersi più facilmente nella nostra memoria. Non dobbiamo scordare che la poesia e il canto nella notte dei tempi sono entrambi nati con l’accompagnamento della musica e proprio come quando ascoltiamo una canzone, non è tanto ciò che viene descritto o rappresentato ad avvicinarci, quanto le sensazioni e le emozioni che, dentro di noi, hanno fatto vibrare le corde giuste, attraverso i suoni e le parole impiegati! Insomma, per dirla con Leopardi e con il suo Zibaldone di pensieri, è facile sentirsi vicini all’io poetico tratteggiato dall’Infinito perché qualunque “anima s’immagina quello che non vede […] e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s’estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”

Se volete testare sul campo quanto appena esposto e ascoltare il componimento recitato da un esponente importante del teatro italiano (cioè niente meno che Vittorio Gassman!) cliccate sul link https://bit.ly/1PS3PO  e lasciatevi trasportare dalla magia delle parole!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Marie MorelDiMarie Morel

Nella Nobili, la poetessa ritrovata.

 

La poetessa ritrovata, così è stata definita Nella Nobili, sconosciuta ai più in Italia, ma piuttosto nota in Francia, dove si trasferì alla ricerca della libertà, poiché in patria si sentiva incompresa.

È stata riscoperta da Maria Grazia Calderone, anch’ella poetessa e scrittrice, che ha curato per la casa editrice Solferino una raccolta di poesie della Nobili, “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”.

La prefazione del libro è quasi un romanzo breve, in cui Maria Grazia Calderone ha ricostruito, attraverso documenti e testimonianze, la vita della poetessa, per restituire dignità e forza alla sua voce dimenticata in Italia.

La vita di Nella Nobili è una storia di miseria e lavoro, coraggio e passione: nata nel 1926 a Bologna in una famiglia poverissima, Nella incontra la poesia per la prima volta in quarta elementare, nei versi di Ada Negri e ne rimane folgorata. Non può permettersi, purtroppo, di continuare gli studi e deve lasciare la scuola dopo la quinta elementare, ma non si rassegna al suo destino, che la vuole relegata, ignorante e silenziosa, ai margini della società. Continua a leggere in ogni momento libero dall’estenuante lavoro in fabbrica, a studiare da autodidatta, soprattutto l’inglese e il tedesco, per tradurre i libri degli autori stranieri a cui si appassiona e la poesia diviene la sua unica ragione di vita. Comincia a scrivere e, ben presto, a farsi conoscere nei circoli intellettuali bolognesi, fino a quando, aiutata dal pittore Giorgio Morandi e da Giuseppe Galassi, direttore del “Corriere della sera”, nel 1948 approda a Roma nel salotto letterario di casa Bellonci, con la sua semplicità, con la sua povertà, con il suo unico vestito “buono”. Lì, gli intellettuali italiani le affibbiano l’etichetta di poetessa operaia e proletaria, di cui comincia a sentirsi prigioniera, oltre che della fabbrica. Nella rifiuta le etichette, vuole sentirsi libera di esprimere se stessa nella poesia, compreso l’amore proibito per le altre donne, cosa che per l’Italia dell’epoca era inconcepibile. Agli inizi degli anni 50, dunque, scappa a Parigi, dove è costretta a lavorare per mantenersi e può dedicarsi solo marginalmente alla poesia. Dopo qualche anno riesce a raggiungere l’agiatezza economica e, finalmente, ha tutto il tempo per leggere e scrivere, ma una nuova, cocente delusione è dietro l’angolo: Simone de Beauvoir non apprezza il suo primo libro in francese e la definisce una dilettante. Nella non si arrende nemmeno stavolta e continua per la sua strada, continuando a vivere per la poesia e l’arte.  La vita, però, non le fa nessuno sconto e non le risparmia neppure la malattia, provocata dalla fatica del lavoro in fabbrica e dall’esposizione ai solventi e nel 1985 muore, a neppure sessant’anni. Ha lasciato un’eredità di poesie da leggere, perché sono una denuncia, un faro acceso sulla condizione delle donne e del lavoro operaio negli anni 40, un grido contro la società che stigmatizza, le fabbriche che sono prigioni e i pregiudizi sull’amore, uno squarcio di cruda verità aperto nella storia recente del nostro Paese.